Non di rado ho sentito seguaci del verso libero affermare che scrivere in metro è facile, un esercizio tutto sommato pedissequo: basta saper contare, no?
Chi dice così probabilmente non ha mai messo in fila più di qualche endecasillabo, sempre che si sia mai dato la pena di scriverne qualcuno.
Invece chiunque abbia scritto qualcosa in metro si sarà accorto che ogni tanto i versi “suonano bene” e ogni tanto no. Non sto parlando di contenuti, scelte lessicali o uso delle figure retoriche di suono, ma della prosodia, dell’andamento del verso. In altre parole, del ritmo.
La metrica ci permette di creare musica attraverso il susseguirsi delle parole, ma la creazione del ritmo non è automatica. Ecco perché è possibile scrivere versi della giusta lunghezza, con le sinalefi e le sineresi ai posti giusti, e avere ancora tra le mani qualcosa che non sembra poesia, tipo questa quartina:
Contare sillabe sembra perfetto
ma non garantisce sempre un bel verso;
anzi, a ben guardare è proprio diverso
poetare e pesare le cose all’etto.
Le rime aiutano a marcare la fine dei versi e a dare una certa musicalità al tutto, ma il risultato finale suona più come un proverbio troppo lungo che come una quartina di endecasillabi. Non c’è ritmo, quindi non c’è musica. Non c’è musica, quindi non c’è poesia.
Se il conto sillabico non basta a fare un buon verso, vuol dire che c’è un altro parametro di cui dobbiamo tener conto. E visto che il ritmo è fatto di battiti più deboli e battiti più forti, è presto detto: si tratta degli accenti.
Una magnifica alternanza
Nei manuali di metrica troverete i cosiddetti schemi accentuativi fissi dei vari versi della metrica italiana. Per esempio, secondo la tradizione, gli ottonari sono accentati obbligatoriamente sulla terza e sulla settima sillaba. Conosciamo tutti il Trionfo di Bacco e Arianna di Lorenzo il Magnifico. Il celebre ritornello risponde ai requisiti di accentazione fissa:
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Ho evidenziato in grassetto le sillabe in 3a e 7a posizione, che sono regolarmente accentate. Ma quelle previste dall’accentazione fissa non sono le uniche sillabe che possono essere toniche: l’accento potrà cadere anche in altre posizioni, purché siano toniche 3a e 7a (per l’ottonario).
E infatti, se volessimo grassettare le sillabe toniche, avremmo:
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Ho tralasciato di proposito chi, vuol, di e non. Per di possiamo dire subito che di norma, in poesia, le preposizioni (come gli articoli) sono considerate atone. Norma a parte, concorderemo sul fatto che anche quando parliamo normalmente non diamo gran rilievo tonico alle preposizioni, a meno che non stiamo cercando di sottolinearle in opposizione a qualcos’altro. Ad esempio:
«Ho detto “di doman”, non “da doman!”»
Lo stesso vale per l’avverbio di negazione non, che rendiamo tonicamente rilevante nel parlato solo quando lo sottolineiamo per qualche ragione.
«In certi casi l’accento è rilevante, in altri è non rilevante.»
Con vuol il discorso si fa più interessante. Vuol è monosillabo, ma essendo la variante troncata di vuole possiamo supporre che non sia atona, secondo la norma. Se leggiamo il verso (anche ad alta voce) ci accorgiamo però che non siamo naturalmente portati a rendere vuol con grande intensità. Come mai?
Una prima considerazione da fare è che vuol precede un’altra sillaba tonica, es-, di esser, e che quest’ultima sillaba la accentiamo ben di più. Possiamo dunque dire che vuol perda un po’ di tonicità a causa della sillaba tonica adiacente? L’ipotesi è interessante, ma c’è ancora qualcosa che non quadra. Perché due sillabe toniche vicine entrano in conflitto? È solo perché si tratta di poesia? E ancora, perché non è es- a perdere tonicità in favore di vuol?
Prima di tutto cerchiamo di capire se si tratta di un fenomeno circoscritto alla poesia. Beh, direi di no. Provate a pronunciare il titolo del celebre programma Chi vuol essere milionario?. Tra vuol ed es- è sempre la seconda ad essere più intensa. Addirittura, direi che persino chi è pronunciato con più forza rispetto a vuol.
Da un punto di vista linguistico, questo non stupisce. In molte lingue, italiano compreso, le parole con più di tre sillabe assumono un accento secondario, che generalmente si colloca a due sillabe di distanza dall’accento primario, creando quindi un’alternanza di tonicità. Nella parola alternanza, ad esempio, la sillaba iniziale al- è portatrice di un accento secondario, ed è pronunciata con più intensità rispetto alla successiva -ter-. Questo è un fatto fisico, misurabile con l’apposita strumentazione. Ai fini della nostra trattazione è importante perché, se all’interno di parola i picchi di intensità tendono a disporsi separati l’uno dall’altro, allora ha senso che abbiano un comportamento simile anche in una dimensione più ampia, quella della frase. Possiamo quindi assumere come principi generali che:
- quando si esegue una sequenza di tre o più sillabe di pari intensità si tende a pronunciarne una con intensità maggiore rispetto alle altre (per il criterio secondo cui si assegna l’accento si veda il punto successivo);
- gli accenti non si collocano l’uno accanto all’altro, ma tendono a disporsi secondo un’alternanza tonica-atona.
Torniamo al ritornello di Lorenzo il Magnifico. Ora è chiaro perché vuol ed es- sono pronunciate con accentazione diversa, e ci è chiaro anche perché qualcuno di noi potrebbe addirittura pronunciare chi più forte di vuol: per rispettare l’alternanza tonica-atona. In fin dei conti un monosillabo come chi è una specie di jolly, che può essere tonico o atono all’occorrenza (e tra poco spiegheremo perché).
Rimane ancora poco chiaro il perché non sia vuol ad essere accentato anziché es-. La risposta può essere ricercata in una prospettiva più ampia, dicendo ad esempio che la causa è il ritmo creato nei versi precedenti. Ma è una risposta insoddisfacente: non ci serve leggere tutta la strofa precedente per accentare es-. Come controprova basta pensare al titolo del quiz televisivo Chi vuol essere milionario?: l’accentazione che diamo istintivamente alle prime tre sillabe è identica a quella che usiamo per il primo verso del ritornello, e il nome del programma non è inserito in alcun componimento poetico.
C’è una spiegazione decisamente migliore. La parola esser ha l’accento posizionato obbligatoriamente sulla prima sillaba. Se accentassimo vuol, allora es- non potrebbe essere pronunciata con grande intensità in quanto adiacente ad essa, e soprattutto la sillaba -ser si verrebbe a trovare in una posizione su cui, di preferenza, dovremmo collocare un accento. Ma vuòl essér è cacofonico, perché contraddice la realtà linguistica.
La soluzione più elegante è allora privare d’intensità un monosillabo: il monosillabo ha un’unica posizione da accentare, e la maggiore o minore intensità della sillaba non porta ad alcuno storpiamento della parola, dove invece per un polisillabo cambiare la posizione accentata sconvolgerebbe la preminenza di una sillaba sull’altra, che è fissata nel nostro lessico (e/o nella morfofonologia).
Tutto questo processo in apparenza complicato non è stato architettato dall’autore, ma viene regolarmente (e automaticamente) calcolato dal cervello di chi legge, o meglio di chi elabora l’enunciato. Questo perché i principi che regolano la distribuzione dell’intensità non hanno origine culturale, ma linguistica, e perciò naturale. In altre parole, il nostro cervello dispone l’intensità in un certo modo perché è abituato a farlo anche quando parliamo.
Questo è molto importante, perché ci porta ad affermare che, al di là di tutte le norme che sono sempre state assegnate aprioristicamente alla metrica, il ritmo che sta alla base della poesia in versi regolari ha qualcosa di istintivo. È l’alternanza tonica-atona a creare il ritmo, e l’alternanza ha basi linguistiche. Quindi, lo ripeto, il ritmo ha origine naturale.
Non siete ancora convinti? Permettetemi di argomentare ancora.
Chi vuol essere ottonario
Restiamo ancora per un attimo sul titolo del quiz televisivo Chi vuol essere milionario?. Molti lo chiamano Chi vuol esser milionario?, con l’infinito essere troncato.
A prima vista potrebbe sembrare un caso, ma non se vi siete appena letti tutta la prima parte di questo articolo. Rileggete Chi vuol esser milionario?, applicando il troncamento “istintivo”. Notate niente?
È un ottonario. Così, a orecchio, preferiamo tutti un grazioso ottonario ad un novenario sgraziato. Il nostro cervello ha il senso del ritmo, e provvede ad eliminare l’ipermetria troncando esser. E come mai la “riparazione” avviene proprio lì? Beh, perché è il modo più facile ed economico di mettere tutte le cose a posto.
Guardiamo gli accenti prima del troncamento:
Chi vuol essere milionario?
Tra es- e mi- ci sono due sillabe atone, mentre nelle altre posizioni atone ce n’è sempre e solo una (rispettivamente vuol, -lio-, -rio).
Dopo il troncamento abbiamo:
Chi vuol esser milionario?
Et voilà, l’alternanza viene rispettata.
A questo punto salta fuori il solito guastafeste: «Ehi, ma io dico “Chi vuol essere”, non tronco un bel niente!”». Beh, una possibilità è che sia un poeta filonovecentesco che sta mentendo per odio nei miei confronti. L’altra è che non si renda conto di effettuare il troncamento quando pronuncia la frase in modo non sorvegliato, ossia senza pensarci, e che invece esegua una pronuncia accurata quando si concentra e pensa esattamente a quelle parole. Un’altra possibilità è che io viva circondato da troncatori folli, portatori di un raro gene recessivo, che abitano solo nella mia città.
In mio soccorso giunge comunque la presenza nel web di versioni con esser troncato. Se c’è chi lo scrive, vuol dire che c’è chi lo dice così. E il fatto che la maggior parte dei risultati abbia la versione non troncata significa solamente che chi ha scritto determinati contenuti si è premurato di conoscere il titolo esatto. Qualcuno è addirittura caduto nell’ipercorrettismo, scrivendo Chi vuole essere milionario?.
Ad ogni modo, basta mettere le due versioni a confronto. Quale “suona meglio”? Il vostro cervello lo sa, voi fatelo lavorare.
Ma voglio proporvi un altro esperimento. Ancora una volta, non mi aspetto che i risultati siano identici per tutti quanti, ma abbiate pazienza e assecondatemi ancora per un po’. Sostituite alla parola milionario la parola bancario. Così, istintivamente, vi viene da troncare essere oppure no? E, se non lo troncavate nemmeno prima (bugiardi), ora vi piace di più la versione troncata o quella con essere per intero?
Direi che qui il troncamento non viene altrettanto naturale, o comunque non suona altrettanto bene. La cosa non ci stupisce se guardiamo gli accenti:
Chi vuol essere bancario
Chi vuol esser bancario
Ovviamente chi non ha un accento forte, come non ha un accento forte -re nella prima versione. Ma appunto, la versione senza troncamento rispetta la solita alternanza, e crea un ritmo.
Bisogna anche dire che non tutti i versi si prestano ad esempi di questo tipo con la facilità dell’ottonario. Ma del resto c’è una ragione se proprio questo tipo di verso era ed è molto presente nella musica popolare: avendo un ritmo molto marcato è estremamente cantabile, e la sua cadenza ritmica lo ha reso oggetto, per vari secoli, del disprezzo dei poeti colti. Il suo andamento caratteristico, però, e la sua “facilità” – ma io preferisco parlare di naturalezza – hanno segnato la sua fortuna nelle produzioni meno colte, e proprio per questo più istintive.
Se qualcuno ha nozioni di musica, a quest’ora si sarà già accorto della corrispondenza molto forte che c’è tra il verso ottonario e due battute di ritmo binario. Ciascuna battuta di ritmo binario ha due movimenti suddivisi in battere e levare. Se per brevità indico il battere con la lettera b e il levare con la lettera l, posso schematizzare le due battute così:
| 1b 1l 2b 2l | 1b 1l 2b 2l |
Ho evidenziato in grassetto il battere, che è tonicamente prominente rispetto al levare. La successione battere-levare ricalca l’alternanza tonica-atona, e quindi i quattro momenti di battere (1b, 2b, 1b, 2b) corrispondono alle quattro sillabe accentate.
Poste allora le basi del ritmo all’interno del verso, e definiti i principi di base che lo regolano, vediamo come si usa.
L’accentazione tradizionale
Se prendete un manuale di metrica, di certo troverete quali sono gli schemi accentuativi fissi per i vari versi. Ve li riporto qui sotto, assieme a degli esempi originali.
- L’endecasillabo, che è un verso lungo, ha tre schemi permessi secondo la tradizione:
- 4a – 8a – 10a
- 4a – 7a – 10a
- 6a – 10a
I primi due tipi, accentati obbligatoriamente in quarta posizione, sono detti a minore, nel terzo caso si parla di endecasillabi a maiore. Gli esempi sono riportati nello stesso ordine.
- E cerco sempre di sembrare colto.
- Sbircia la rima dall’orlo del verso.
- Se la prendono a male gli altri autori.
- Il decasillabo è accentato su 3a – 6a – 9a.
Senza penne, pennelli o matite.
- Il novenario è accentato su 2a – 5a – 8a.
Il ritmo lo senti se ascolti.
- Dell’ottonario abbiamo già parlato parecchio, e abbiamo visto che gli accenti fissi sono in 3a e 7a posizione.
Senti il ritmo se lo ascolti.
- Il settenario, secondo la tradizione, ha accentazione libera. O meglio, è regolare se è accentato, oltre che sulla 6a sillaba, su una delle prime 4. Qui vi riporto esempi dei vari tipi, e rispettivamente: 1a – 6a, 2a – 6a, 3a – 6a, 4a – 6a. Mi sono preso la libertà di ordinarli in una quartina di senso compiuto.
Pletore d’indigenti
nel mezzo del cammino
sussurravan tra i denti
«Pubblicherò, è destino.»
- Il senario è accentato sulla 2a e sulla 5a.
La metrica è ganza.
- Il quinario può avere uno schema 1a – 4a oppure 2a – 4a.
Scrivere in metro,
davvero ganzo.
Quadrisillabo, trisillabo e bisillabo sono versi per modo di dire, ed è difficile (impossibile, nel caso del bisillabo) individuare davvero una posizione tonica forte oltre a quella che definisce la misura del verso.
Possiamo quindi dichiarare concluso l’elenco degli schemi accentuativi fissi. Se decidiamo di scrivere poesia in metro possiamo affidarci a queste norme, accentuative, e otterremo un risultato decisamente migliore rispetto alla quartina che compare all’inizio di questo post.
Ma noi siamo artigiani, e non ci accontentiamo quando ci sentiamo dire che una cosa si fa così perché sì. Perché gli schemi degli accenti fissi sono questi e non altri? Che cosa ha spinto i poeti, nel corso delle varie epoche, a selezionare solamente alcuni schemi?
In altre parole, dobbiamo chiederci se c’è un principio generale da adottare, invece che un modello da seguire ciecamente. E, una volta trovato quel principio, possiamo anche capire perché certe scelte normative ci piacciono di più, e certe altre di meno.
In questo modo potremo anche dimostrare che la metrica non è una cosa morta, ma che è capace di nuovo dinamismo, che può essere rielaborata e reinterpretata alla luce di nuovi criteri di gusto. E potremo farci bocciare agli esami universitari per la nostra arroganza.
Binario e ternario
È chiaro che nelle forme ad accenti fissi le sillabe obbligatoriamente accentate non sono necessariamente le uniche sillabe toniche presenti nel verso. Abbiamo visto che nell’ottonario, accentato in 3a e 7a, il principio di alternanza ci spinge a collocare due accenti “secondari”, meno intensi, rispettivamente in 1a e in 5a (gli accenti in 1a posizione sono solitamente più deboli, non solo nell’ottonario ma in tutti i versi).
Possiamo quindi dire che le posizioni davvero accentate nell’ottonario, a prescindere dall’intensità dell’accento, sono 1a, 3a, 5a e 7a. E direi che non ci sorprende che siano solo le posizioni dispari: grazie all’alternanza tonica-atona si è creato il ritmo binario schematizzato in precedenza.
Allora basta accentare una sillaba sì e una no, e il gioco è fatto? Ci stiamo avvicinando al principio generale, ma non è sempre così semplice.
Prendiamo il novenario.
Il ritmo lo senti se ascolti.
Vediamo bene che non è accentato ogni due sillabe, ma su ogni tre. E infatti sentite com’è diverso il suo ritmo da quello di un ottonario!
Lo stesso ritmo ternario lo troviamo nella struttura ad accentazione fissa del decasillabo:
Un bel ritmo lo senti se ascolti.
Ci troviamo quindi di fronte a due tipi di ritmo: binario e ternario. Nel ritmo binario l’alternanza è bilanciata (una sillaba tonica, una sillaba atona), mentre nel ternario c’è una corrispondenza uno a due (una sillaba tonica, due sillabe atone).
Rimane forte il parallelismo con la musica: binario e ternario sono i due principali tipi di ritmo. Giusto per farvi un’idea, le marce sono in ritmo binario, i valzer in ritmo ternario.
Tornando agli esempi appena riportati, notate che, per farvi un esempio del decasillabo, mi è bastato aggiungere una sillaba in testa al novenario per avere ciò che mi serviva. Questo ci indica due cose. La prima è che il ritmo di novenari e decasillabi è identico. La seconda è che ai fini della creazione del ritmo è irrilevante quale sia la prima sillaba accentata. Il modo giusto per calcolare il ritmo è quindi a ritroso, procedendo dall’ultima sillaba accentata, che definisce la misura del verso e quindi è per forza tonica, per poi risalire all’indietro lungo il verso.
Possiamo servirci ancora di un parallelismo musicale e dire che, in poesia, un ritmo può essere:
- tetico, quando il primo accento è sulla prima sillaba
- non tetico, se invece la prima sillaba è atona.
Alla luce di queste nuove considerazioni, riesaminiamo i vari schemi accentuativi. Questa volta cominceremo dai versi più brevi, perché l’endecasillabo è quello su cui si possono e devono dire più cose, e preferisco lasciarlo alla fine.
Il quinario
Il quinario può essere ternario (1a – 4a):
Scrivere in metro.
O binario, se ha gli accenti in 2a e 4a posizione.
Davvero ganzo.
Non uso quasi mai il quinario, ma tra le due varianti preferisco la prima. Il quinario è un verso cortissimo, per cui, leggendo verso dopo verso, il “peso” delle sillabe atone a inizio e fine verso influisce sul ritmo, spezzandolo.
Sarà anche ganzo,
però non paga
la cena o il pranzo:
non più t’appaga?
Il ritmo rimane molto più scorrevole con i quinari ternari, anche se decisamente “saltellante” (effetto collaterale dei ritmi ternari, che si manifesta al massimo in un verso così breve).
Amo da matti
scrivere in metro
versi siffatti
d’animo tetro.
Il senario
Il senario ha un ritmo ternario.
Non credere a quello
che scrive col cuore:
per scriver d’amore
ci vuole cervello.
Notate che, tra il senario e il quinario accentato in 1a e 4a posizione, vale lo stesso rapporto che intercorre tra decasillabo e novenario. Il senario è come il quinario 1a – 4a, solo con una sillaba in più all’inizio verso.
Il ritmo è uguale, ma il senario mi piace di più, perché la prosodia è più fluida, meno interrotta dagli stacchi di verso.
Il settenario
Il settenario ha accentazione libera, e questo me lo rende un po’ antipatico, perché questa tradizione permette a chi lo usa di ignorare il ritmo.
In realtà, a ben guardare, possiamo ritrovare i nostri ritmi in quasi tutte le opzioni accentuative. Vediamo come.
I settenari 4a – 6a tenderebbero ad avere un ritmo binario, e avrete già capito che un accento secondario può essere piazzato, opzionalmente, in seconda posizione. Non è sempre così; dipende dalle parole che usate, e dipende da chi e come legge il verso.
Prendiamo questo caso:
«Pubblicherò, è destino.»
Pubblicherò, per ragioni di fonetica soprasegmentale, tende ad avere un accento secondario più su pub- che su -li-. Per questa ragione bisogna stare attenti quando si usano settenari 4a – 6a, se si vuole creare un buon ritmo. Il problema di questi settenari è che i due accenti primari sono molto vicini, e non creano una “griglia” solida su cui gli accenti secondari si possano disporre con sicurezza. Ma il settenario è un verso breve, per cui le opzioni che ci rimangono per disporre l’accento secondario sono due: in 1a o in 2a posizione. Con l’accento in 2a abbiamo un ritmo binario perfetto, con quello in 1a no, ma se è molto debole può essere accettabile e non rompere troppo la cadenza ritmica.
I settenari 3a – 6a hanno un ritmo decisamente ternario, che non prevede l’assegnazione di accenti secondari. Quando tra una posizione tonica e un’altra ci sono due posizioni atone, infatti, l’accento secondario, che vuole piazzarsi ad almeno una sillaba di distanza dal primario più vicino, non si colloca nemmeno. Schizzinoso il signorino, eh?
I settenari 2a – 6a hanno un ritmo binario molto più stabile di quello dei loro cugini 4a – 6a. Questo perché all’accento secondario non vengono lasciate scelte sulla propria collocazione, e lo si “costringe” a mettersi sulla 4a sillaba, equidistante dagli accenti primari.
I settenari 1a – 6a sono, ritmicamente parlando, i peggiori. Tra i due accenti forti ci sono ben quattro posizioni; l’accento secondario cadrà necessariamente su una di queste due, ma sarà impossibile che risulti equidistante dai due accenti primari. Di conseguenza si creerà un ritmo necessarimante scombinato, o binario-ternario (con accento secondario in 3a posizione), o ternario-binario (con accento secondario in 2a posizione).
Permettetemi un’ultima piccola polemica contro la tradizione. L’ottonario è sempre stato snobbato perché “filastrocchesco”, ma non è che il settenario sia da meno. Le ragioni di questa ingiusta discriminazione sono due:
- Il settenario viene spesso usato assieme all’endecasillabo, verso lungo e (solitamente) elegante; basti pensare alle canzoni composte dal tredicesimo secolo in poi. Quindi il settenario ha avuto fortuna come verso-spalla, una specie di Robin per il Batman endecasillabo. L’ottonario invece viene usato più spesso da solo.
- In una strofa di settenari il ritmo può essere spezzato, a causa dell’accentazione tradizionalmente libera. Per rompere la cadenza ritmica (o per non averne una davvero incisiva) basta passare da una combinazione accentuativa all’altra. I settenari accentati in prima posizione, poi, mettendo in genere l’accento sulla prima sillaba.
Vi invito a leggere prima Il cinque maggio, che è in settenari, e poi Il trionfo di Bacco e Arianna in ottonari. Quale dei due ha più il sapore da filastrocca?
Inoltre Manzoni cerca di stemperare i suoi settenari facendone rimare solo due all’interno di una strofa. Ma lascio l’analisi de Il cinque maggio a un’altra volta, ché se comincio non mi fermo più.
L’ottonario
Dell’ottonario abbiamo già parlato molto. Non è un caso se sono partito proprio da questo verso per spiegare tutta la faccenda degli accenti secondari: l’ottonario è estremamente stabile, perché con i suoi accenti forti in posizioni dispari pone le basi per una collocazione obbligata degli accenti secondari, sempre in posizioni dispari.
Questo lo ha reso particolarmente fortunato nell’ambito di composizioni più popolari, e lo ha fatto snobbare da molti poeti di professione.
A me l’ottonario sta molto simpatico per questa sua solidità ritmica, e credo anche che chi lo accusa di eccessiva leggerezza si sbagli. È vero che l’ottonario si presta bene a toni da filastrocca, e questo accade solo perché ha un ritmo ben determinato, difficile da mandare a gambe all’aria. Se diamo dei ritmi ben definiti (soprattutto binari) andiamo sempre incontro alla “cantilena”, e questa è una delle ragioni su cui i detrattori della metrica basano le loro argomentazioni, senza rendersi conto che proprio per questo l’uso della metrica non è un mero esercizio di enigmistica: per evitare la sensazione filastrocchesca bisogna avere una buona padronanza della lingua e saper esporre bene i contenuti della poesia. Ma su questo punto tornerò più avanti.
Il novenario
Il novenario ha un solo schema secondo l’accentazione fissa, e crea un ritmo ternario.
Il decasillabo
Anche il decasillabo ha accentazione fissa, e crea un ritmo ternario.
L’endecasillabo
Eccoci alla fine della grande attesa. Gli endecasillabi sono probabilmente i versi che userete più spesso, e a buon diritto: la loro lunghezza permette una maggiore espressività, e varie distribuzioni degli accenti.
Una prima distinzione che viene fatta tradizionalmente è tra endecasillabi a minore, accentati in 4a posizione, e endecasillabi a maiore, accentati in 6a posizione. Ora, io lascerei da parte questa distinzione, perché non ci aiuta a definire delle differenze forti tra i tipi di endecasillabo, ed è anzi fuorviante.
Mentre è vero che un endecasillabo accentato in 4a, 7a e 10a (e quindi a minore) non potrà portare un accento in 6a a causa della vicinanza di un accento primario, altrettanto non si può dire per un endecasillabo di tipo 4a – 8a – 10a. Allo stesso modo, perché un endecasillabo accentato in 6a e 10a non dovrebbe avere accenti in 4a o 8a posizione? Al contrario, ciò succede molto spesso, basti pensare al verso:
Nel mezzo del cammin di nostra vita
Non si può negare che nos- porti l’accento. Si crea quindi un pattern accentuativo 6a – 8a – 10a, e visto che ci troviamo anche un bell’accento in 2a (mez-), anche una parola tonicamente debole come del (4a posizione)può arrivare ad assumere un po’ d’intensità, in esecuzioni molto ritmate. Gli accenti tutti in posizione pari creano un ritmo binario.
Abbiamo invece un ritmo decisamente ternario per gli endecasillabi di tipo 4a – 7a – 10a.
Possiamo proporre quindi una nuova distinzione, non più basata sul primo accento forte (visto che in caso di ritmi binari possiamo trovare accenti sia nella 4a che nella 6a posizione dello stesso verso), bensì sul tipo di ritmo che si viene a creare. Avremo quindi:
- Endecasillabi binari, accentati sulle sillabe pari.
- Endecasillabi ternari, accentati sulla 4a e sulla 7a sillaba.
L’accentazione sulla 5a sillaba è il passaporto per l’inferno metrico, perché ci costringe ad avere un ritmo misto (come nel settenario accentato su 1a e 6a). Di conseguenza la 5a sillaba dev’essere sempre atona.
Ovviamente ci sono molte eccezioni alla creazione del ritmo esatto in tutto il verso. Alcune sono meno accettabili, altre diversificano la struttura ritmica del verso senza scombinare troppo la musicalità.
Può capitare infatti che:
- In alcuni endecasillabi binari, degli accenti in posizioni pari siano deboli. In questi casi abbiamo quegli endecasillabi indicati dalla tradizione, come quello 4a – 8a – 10a (come in: E cerco sempre di sembrare colto, in cui la 6a posizione è priva di accento, o ne ha uno molto debole) o quello 6a – 10a, con l’8a pressoché atona (da molto seguo un corso di scrittura).
- Si crei il ritmo binario solo dalla 6a posizione in poi (si pensi al verso Sempre caro mi fu quest’ermo colle, con schema 1a – 3a – 6a – 8a – 10a). In questi casi possono essere accentate le posizioni 1a e 3a, al posto di 2a e 4a del “binario perfetto”, o solamente la 1a al posto della 2a (e la 4a, normalmente). Per il ritmo ternario può succedere qualcosa di simile, solo che il ritmo è sempre conservato (se c’è) dalla 4a sillaba in poi, e quindi il primo accento non ha molta scelta: può cadere o sulla 1a o sulla 2a sillaba. Se cade sulla 1a il ritmo è perfettamente rispettato (un accento ogni tre sillabe), altrimenti no.
- Accenti forti cadano in posizioni deboli, come nel foscoliano questo spirto guerrier ch’entro mi rugge (1a – 3a – 6a – 7a – 10a), in cui 6a e 7a sono accentate entrambe.
Abbiamo descritto gli endecasillabi secondo i nuovi parametri, ma dobbiamo ancora vedere bene in che modo costruirli, e quali sono le buone pratiche da seguire.

Facile (e triste) gioco di parole.
Accenti su accenti
Non importa quali versi preferiate, non importa quali schemi preferiate.
Il buon poeta deve sempre ricordare che gli accenti delle parole devono corrispondere agli accenti ritmici del verso.
Il ritmo che create, lo creerete con gli accenti delle parole. L’abilità del poeta sta nel raggiungere una regolarità ritmica e nel frattempo dire qualcosa di comprensibile e possibilmente bello.
Come scrivere begli endecasillabi
Il titolo di questo paragrafo è un endecasillabo non proprio bellissimo. Cerchiamo allora di buttar già un paio di regole da seguire per mantenere una buona musicalità.
Prima di tutto, chiariamo che qui stiamo parlando di endecasillabi a ritmo binario, di gran lunga i più frequenti e i più versatili (e, per quanto mi riguarda, decisamente i più belli).

Endecasillabi in binario. Scusate. Scusate davvero.
La regola numero uno per scrivere buoni endecasillabi a ritmo binario è questa: le sillabe da accentare sono 6a, 10a e possibilmente 8a.
Se mettete gli accenti in queste tre posizioni, i vostri endecasillabi saranno sicuramente piacevoli sotto il punto di vista metrico. Questa è la prescrizione più importante, e per certi versi tutti gli altri consigli sono corollari di questa regola.
Ecco qualche altra dritta:
- Dal punto di vista ritmico, la seconda parte del verso è più importante della prima. La 6a sillaba rappresenta lo spartiacque tra le due metà; mentre c’è più libertà nella prima, è meglio che nella seconda gli accenti si distribuiscano sulle sillabe pari.
- La forma “perfetta” dell’endecasillabo con ritmo binario è quella accentata sulle sillabe pari: 2a – 4a – 6a – 8a – 10a. Se dovessimo stilare una gerarchia degli accenti più importanti da rispettare avremmo, in scala decrescente:
- 10a: definisce la misura del verso.
- 6a: che divide approssimativamente il verso in due metà, e in un certo modo lo “sostiene”. Essendo a quattro posizioni di distanza dall’ultimo accento, inoltre, tende a favorire l’accentazione dell’8a sillaba per alternanza.
- 8a: contribuisce a completare l’alternanza di ritmo binario nella seconda metà del verso. Anche se questa posizione è atona in un endecasillabo pari, l’accento non dovrà cadere in 7a o 9a posizione (causa vicinanza con i due accenti più importanti). Per questo motivo l’8a sillaba rimane ritmicamente importante.
- 4a: non indispensabile, ma consigliabile. Se l’8a posizione non è accentata, molto consigliabile.
- 2a: non indispensabile, si può alternare con l’accento in 1a posizione senza grossi sconvolgimenti.
- L’inferno ha un girone apposta per chi accenta la 5a sillaba. Scherzi a parte, mettere un accento forte sulla 5a sillaba, e quindi adiacente all’accento in 6a posizione, crea una grossa cesura ritmica, ed è un espediente che, se pure non volete evitarlo del tutto, è meglio usare con parsimonia. In ogni caso, se avete accentato la 5a sillaba e non la 6a, il verso è probabilmente da rifare.
- In tutti i tipi di verso, la prima sillaba è quella che, anche se tonica, in generale ha un’importanza ritmica minore. Di conseguenza, se il primo accento di un endecasillabo è posto sulla 1a anziché sulla 2a, il ritmo non ne risentirà troppo. Anzi, si tratterà di una variazione del tutto accettabile.
Insomma, accentate di preferenza le sillabe pari, specialmente dalla 6a compresa in poi, e non fatevi problemi se di tanto in tanto vi capita di accentare la prima sillaba, anzi.
Ci possono essere eccezioni? Ovviamente sì, più avanti. È meglio imparare con strutture rigorose; crescere con delle basi solide permette al giovane poeta di capire da solo quali eccezioni usare, e quando usarle. Se seguite il metodo, cercate di essere precisi.
Un dubbio legittimo
È possibile usare altri schemi accentuativi per i versi? Che so, per creare un ritmo binario in un verso decasillabo, contrariamente a quanto prevede la tradizione?
Sì, è possibile. Ma è auspicabile? Per sapere bisogna provare.
Vediamo com’è, per esempio, un decasillabo con ritmo binario. Accentiamolo quindi sulle sillabe dispari: vi ricordo che la più importante è la 9a, dalla quale procediamo a ritroso nell’assegnazione della tonicità.
Io non leggo più Sudare Inchiostro.
Non male, dai. Per il novenario con ritmo binario basta togliere l’io iniziale. Potete provare a sperimentare ritmi binari e ternari con tutti i versi, e vedere quali forme si adattano meglio a quali ritmi, secondo il vostro gusto.
Conclusioni
Riprendiamo la brutta quartina che ho usato all’inizio del post come esempio negativo, e vediamo le sedi di accentazione.
Contare sillabe sembra perfetto (2a – 4a – 7a – 10a)
ma non garantisce sempre un bel verso; (5a – 7a – 10a)
anzi, a ben guardare è proprio diverso (1a – 3a – 5a – 7a – 10a)
poetare e pesare le cose all’etto. (2a – 5a – 8a – 10a)
Modificando alcune parole e il loro ordine, possiamo rimaneggiare gli accenti per avere qualcosa di conforme agli standard che abbiamo appena fissato.
Se il conto della sillaba è perfetto (2a – 4a – 6a – 8a – 10a)
lì già ti sembrerà di avere un verso; (1a – 2a – 6a – 8a – 10a)
a ben guardare, invece, è assai diverso (2a – 4a – 6a – 8a – 10a)
se scrivi in metro o invece pesi all’etto. (2a – 4a – 6a – 8a – 10a)
Decisamente meglio. Vi propongo anche un altro tipo di confronto. Eliminando il passaggio alla riga successiva tra un verso e l’altro, sentite la differenza: la prima quartina diventa una semplice successione di frasi in cui riconosciamo una rima ogni tanto, mentre nella seconda i versi si individuano perfettamente grazie all’accentazione regolare, che garantisce la musicalità.
Contare sillabe sembra perfetto, ma non garantisce sempre un bel verso; anzi, a ben guardare è proprio diverso poetare e pesare le cose all’etto.
Se il conto della sillaba è perfetto, lì già ti sembrerà di avere un verso; a ben guardare, invece, è assai diverso se scrivi in metro o invece pesi all’etto.
E con questo possiamo considerare concluso questo lungo – e spero utile – post.
Riassumendo, abbiamo cercato di ricavare i principi che regolano la metrica da fatti linguistici, tendenze che si manifestano nel parlato.
La chiave per scrivere bene in metro è ricordare che il ritmo, binario o ternario, è fondamentale, e che per ottenere la massima musicalità bisogna far coincidere gli accenti ritmici con gli accenti delle parole.
Forse qualcuno di voi si è spaventato di fronte a tanta teoria. Beh, prometto che la pratica, dopo un primo periodo, comincerà a venirvi naturale: in fin dei conti stiamo imparando a fare musica con le parole, e il trucco sta nell’interiorizzare il ritmo, in modo da poter pensare endecasillabi ritmicamente validi senza aver bisogno di fare mille calcoli.
L’orecchio a volte c’è, altre meno; in ogni caso si raffina con la pratica e la conoscenza dell’impianto teorico che si segue. Ora sapete cosa fare quando rileggete il sonetto che avete composto e il ritmo non vi suona giusto. Guardate dove sono gli accenti: il problema è sicuramente lì.