Un’idea per le vacanze: Campo Parnaso

«…e con questa firma è tutto. Le do ufficialmente il benvenuto al Campo per l’Ispirazione “Parnaso”, e mi congratulo con lei per la sua scelta. Non se ne pentirà.»

La receptionist ripone i moduli in un raccoglitore e scivola fuori da dietro il bancone.

«Io sono Linda, molto piacere.» dice, indicandosi il cartellino appuntato alla camicetta «Adesso la procedura prevederebbe che le recitassi tutto il regolamento prima di cominciare la visita delle strutture, ma non voglio annoiarla. Di solito faccio le due cose contemporaneamente, e gli ospiti sono sempre soddisfatti. Cosa dice, si fida?»

Nicola annuisce, e Linda lo precede fuori dalla guardiola. Attraversano il cancello e imboccano un viale alberato mentre, a un cenno della receptionist, il portiere in uniforme chiude il battente dietro di loro.

Linda imbocca un viottolo laterale, e un minuto dopo si trovano in un piccolo parcheggio, dove due file di golf car immacolate attendono obbedienti.

«Salga a bordo.» lo invita Linda. Nicola carica la valigia nel bagagliaio del veicolo e raggiunge la receptionist nell’abitacolo aperto. La golf car si mette in moto con un ronzio ed esce dal parcheggio, guidata dalle sicure mani della donna.

Riprendono il viale alberato nella stessa direzione di poco prima. Linda prende una ricetrasmittente da un alloggiamento nel cruscotto e comunica: «Sono con il signor Rovecchi, stiamo arrivando.»

Un paio di curve dopo, si trovano davanti ad un altro cancello, questa volta di rete metallica, che si sta aprendo automaticamente. Due guardiani salutano Linda al loro passaggio, e lei ricambia con un sorriso e un cenno della mano. Mentre oltrepassano, Nicola si sporge fuori per vedere meglio.

«È filo spinato quello sopra la recinzione?» chiede «E a cosa serve un secondo cancello?»

Linda indica un edificio con i muri bianchi e il tetto di tegole. «Ecco, quella è la mensa. È la struttura più lontana dagli alloggi, naturalmente.»

«Naturalmente?» chiede Nicola.

«E quelle laggiù sono le strutture sportive.»

Oltre gli alberi, Nicola intravede dei campi da tennis, uno da calcio e uno da basket, tutti delimitati da alte reti. E tutti vuoti.

«Dove sono tutti?»

«Stanno creando. Componendo, dipingendo, scrivendo. Tra poco passeremo accanto ai laboratori, all’auditorium e alla biblioteca. Devo dirle però che molti suoi colleghi preferiscono scrivere sui tavoli all’aperto, quando c’è bel tempo.»

«Immagino. È molto bello, qui. Senta… prima parlava di un regolamento.»

«È molto semplice.» risponde Linda, sempre sorridente «Ne troverà una copia nel suo bungalow, ma per comodità le riassumo i punti più importanti. Numero uno: non si possono lasciare i terreni del Campo per l’Ispirazione prima che sia sopraggiunto il termine del soggiorno prenotato. Numero due: non bisogna disturbare il processo creativo degli altri ospiti. Numero tre: bisogna sempre seguire con prontezza le indicazioni date dalle Muse, che –»

«Le Muse

Linda ride. «Ah, mi scusi, un lapsus. Parlo del personale del Campo, lo riconosce dalle uniformi. “Muse” è solo un soprannome, ma qui lo usiamo regolarmente. Ecco, guardi, può vedere due nostri inservienti lì, di fronte all’entrata dell’infermeria.»

Un nuovo edificio, basso e con pareti di mattoni a vista, emerge dagli alberi. Due energumeni dalla mascella squadrata sono piantati ai lati della porta principale, sopra la quale campeggia una croce rossa in campo bianco.

«Perché ci sono sbarre alle finestre?» chiede Nicola.

Linda lo guarda con grande serietà. «Il processo creativo può avere delle tappe difficoltose, signor Rovecchi. Ma ecco, guardi, stiamo arrivando ai bungalow.»

La golf car sfila in mezzo a schiere di casette immerse nel verde e si ferma di fronte a quella contrassegnata dal numero 21.

«Eccoci arrivati.» annuncia Linda, e aspetta che Nicola recuperi la valigia prima di condurlo nel bugalow. L’interno è essenziale ma pulito.

«Sul tavolo trova un foglio con gli appuntamenti giornalieri. L’ora della sveglia, la riunione di inizio giornata e quella di chiusura, i turni per l’uso di internet, cose così.»

«Turni per internet?»

«Certo, se si vuole documentare, o se deve rispondere a delle mail importanti. Avrà delle Muse a controllarla, così non perderà tempo e non invierà immotivate richieste d’aiuto.»

«Richieste d–»

«Per questo le ho fatto lasciare il telefono alla reception. Campo Parnaso toglie ogni distrazione ai suoi ospiti. Ma non si preoccupi, nel caso ci fossero emergenze la avviseremo all’istante.»

Mentre Linda si accerta che tutto sia a posto nel bungalow, Nicola scorre velocemente l’orario.

«Qui non c’è scritto quando si mangia.» osserva.

Linda sembra soddisfatta dal breve sopralluogo. Gli sorride. «Ma certo, dimenticavo. Dunque, per voi scrittori, alle 1000, alle 3000 e alle 5000.»

«Alle… 1000?»

«Parole. 1000 parole, colazione. 3000, pranzo. 5000, cena. Questo a meno che lei non richieda delle soglie più alte, ma in quel caso ci saranno un po’ di carte da compilare.»

Nicola balbetta qualcosa, e Linda gli appoggia una mano sulla spalla.

«È meglio che si metta a scrivere, signor Rovecchi. Le ricordo che le Muse del servizio mensa controlleranno l’originalità e la qualità di quello che ha prodotto prima di servirla, e che per chi supera la soglia delle 45000 parole a settimana sono previsti dessert premio. Ma non si preoccupi, tutto questo lo imparerà poco a poco dagli altri ospiti. Io ora la devo lasciare, ma lei non si faccia scrupoli a contattare il personale per qualsiasi esigenza.»

«M-ma io avrei fame adesso…»

Linda guarda l’orologio. «Vediamo, è già ora di cena. Se butta giù mille parole in un’oretta e mezza, forse le daranno caffelatte e cereali. Ricordi: 1000 parole, colazione. Per averle pronte la mattina, c’è chi si sveglia prima e chi lavora fino a tardi. Veda lei come si trova meglio.»

Nicola se ne resta lì, con gli orari in mano. Uscendo, Linda si gira e gli rivolge un ultimo sorriso. «Ancora congratulazioni per la sua scelta, signor Rovecchi. E buon lavoro.»

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Nemmeno un giorno

Al pittore greco Apelle, oltre all’altrettanto celebre palla di pelle di pollo e a un padre più che illustre, è attribuita la frase “Nulla dies sine linea”, nessun giorno senza una linea.

Io intendo molto liberamente quel “linea” come “riga”, ed è più o meno così che ho intenzione di passare la mia estate, salvo qualche breve parentesi vacanziera: nemmeno un giorno senza scrivere almeno una riga.

Poco importa l’effettiva utilità di una palla fatta con la pelle di pollo, e poco importa l’interesse dell’intera popolazione ittica per un manufatto così curioso. Poco importa anche che Apelle fosse greco, e che la frase sia in latino.

Quello che importa è alzare un po’ l’asticella del numero minimo di righe giornaliere, altrimenti la prima stesura non la vediamo prima di cent’anni.

Forza, Musa, al lavoro.

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Il primo eroe

L’inizio del 2015 è ricordato, negli annali, come una delle peggiori carestie di post mai viste dalle parti della nostra baracca. I post erano pochi, ma soprattutto magrissimi.

Ecco, visto che da quel 30 gennaio sono passati ben sedici mesi, un numero che come sapete è privo di significato, mi pare il caso di ricordare la segnalazione che fu vigliaccamente fatta in quella data al posto di un articolo come si deve.

L’unico aspetto positivo di pubblicare un post così striminzito è stata la segnalazione in sé, a dire il vero. Si trattava di un cortometraggio animato molto carino intitolato The Reward; se non lo avete ancora guardato, provvedete.

Se non ho capito male, The Reward era stato sviluppato dagli studenti dell’Animation Workshop, un corso di animazione di un’università danese, ma deve aver avuto una discreta fortuna, perché il world-building di quel progetto è stato ripreso ed espanso dal Sun Creature Studio nel progetto di più ampio respiro Tales of Alethrion, finanziato attraverso la piattaforma di crowd-funding Patreon.

E con questo ultimo paragrafo dovremmo aver tolto di mezzo i matusa.

Un paio di mesi or sono ho letto del progetto Tales of Alethrion, e ho scoperto con mia grande delizia che gli animatori di The Reward avevano creato un prequel a quel loro primo cortometraggio. Ricordate come va a finire la ricerca dei due eroi? Se la risposta è no, andate a farvi un ripassino e poi gustatevi The First Hero.

Se vi è rimasta (o venuta) la voglia di altri cortometraggi di questo tipo, potete curiosare nel canale YouTube del Sun Creature Studio o gustarvi un’altra fatica degli studenti dell’Animation Workshop.

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Santi omicidi – In Relig Odhráin

Neil Gaiman non ha bisogno di molte presentazioni. Io l’ho conosciuto ormai più di qualche anno fa, quando ho letto il suo American Gods, (che consiglio senza riserve). Avendo trovato stile e storia di mio gradimento, mi sono procurato altri suoi romanzi; alcuni mi sono piaciuti (Anansi Boys), altri mi hanno un po’ deluso nel finale dopo aver posto premesse accattivanti (The Ocean at the End of the Lane). E poi c’è Good Omens, tradotto in italiano come Buona Apocalisse a tutti!, che è divertente ma un po’ troppo lungo. Ma è un difetto facile da perdonare, visto che Good Omens è frutto di una collaborazione tra Neil Gaiman e Terry Pratchett, e Terry Pratchett non si tocca.

In Relig Odhráin

Gaiman scrive anche poesie, e in questo post voglio segnalarvene una. È una narrazione in versi, e la storia raccontata è quella di San Columba di Iona e di Sant’Oran, o Sant’Otterano.

Non vi riassumo la storia, preferisco lasciarvi leggere (e ascoltare, se volete) la poesia. Per i non anglofoni aggiungerò anche una traduzione di servizio fatta dal sottoscritto.

Personalmente consiglio di ascoltarla e seguire il testo scritto allo stesso tempo, in modo da non perdersi nulla del suono delle parole né del significato. Riporto qui sotto il video dello spettacolo in cui Neil Gaiman la legge. Il testo lo trovate subito dopo, e di seguito la traduzione.

Testo in inglese ↓

Traduzione in italiano ↓

Il posto ideale per un sacrificio umano.

La vicenda ha un innegabile fascino, ma è il modo in cui è narrata a rendere così efficace il racconto. L’uso che Gaiman fa della metrica è azzeccatissimo: scrive lasse di ottonari (ma non sempre) appaiati (ma non sempre) per un totale di sei coppie per lassa (ma non sempre). Non c’è un rigore assoluto, ed è proprio questo il bello, perché queste scelte ricalcano gli stilemi della poesia altomedievale, e di conseguenza contribuiscono a creare l’ambientazione in cui si muovono i personaggi. Non c’è esattezza, ma non per questo, se notate, i versi sembrano poco coesi dal punto di vista stilistico: anche senza rime, c’è tutto un sistema di formule, ripetizioni e figure di suono a tenere compatta la prosodia, un po’ come fanno le ossa di Oran con le pietre della chiesa.

E poi certo, c’è il contenuto vero e proprio; un’antica leggenda guardata da una nuova prospettiva e raccontata lasciando spazio al non detto, in linea con l’atmosfera enigmatica della poesia; il tutto pervaso da un’ironia sottile e tagliente, che suggerisce piano piano (ma non troppo) l’interpretazione più plausibile.

Insomma, Gaiman ci regala un piccolo gioiello, calandoci nel sesto secolo d.C. con il solo uso della metrica. Va bene, non solo con l’uso della metrica. Ma senza quello, vi sfido a creare lo stesso effetto; e infatti la mia traduzione, che ignora qualsiasi aspetto metrico, non è che un’ombra dell’originale.

Un’ombra, o una lontra.

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Pomodori verdi fritti – ricetta per fare un figurone

Post breve breve, questo mese, e solo per dare un consiglio di lettura.

Ma che dico di lettura, un consiglio di vita, per ottenere finalmente il riconoscimento sociale che meritate e che da sempre vi è negato.

La letteratura può essere un mezzo di promozione sociale, e per voi questo cursus honorum inizia con il libro di cui parliamo oggi, un libro non conosciutissimo da cui è stato tratto un film conosciutissimo e largamente apprezzato.

Il libro in questione è Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop, da cui è stato tratto il ben più celebre film Pomodori verdi fritti alla fermata del treno.

Di recente ho letto il primo dei due e rivisto il secondo, di cui conservavo un ricordo confuso. Un confronto così ravvicinato non lascia dubbi su quale sia il migliore dei due, benché la pellicola non sia male.

Il romanzo riesce però a farci calare molto meglio nell’Alabama della prima metà del Novecento, e ci riesce anche senza l’indiscutibile potere dell’immagine che il cinema può vantare. La ragione di questo successo, forse, è proprio la minore immediatezza della scrittura, che permette uno svolgimento dai ritmi meno serrati rispetto a quelli cinematografici. Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop presenta più personaggi rispetto al film, e ne tratteggia il profilo con più cura perché può prendersi il tempo di narrarne la storia.

Non per questo si tratta di un romanzo lento, e ve lo dice uno che alle parole “saga familiare” sente il brivido freddo d’ordinanza corrergli lungo la schiena. Fannie Flagg ha utilizzato una struttura narrativa molto azzeccata, rinunciando alla successione cronologica per presentare le storie di Whistle Stop in un ordine che catturasse il lettore.

A questo si aggiunge anche una maggiore timidezza del film nel presentare alcune tematiche forti del libro, prima tra tutte la storia d’amore tra le due protagoniste, che sullo schermo è stata tramutata in profonda amicizia.

Crogioliamoci allora nella nostra saccenza, e quando si parlerà del film Pomodori verdi fritti alla fermata del treno potremo gettarci sopra la spalla un lembo della nostra sciarpa e dire che il libro è meglio. Potremo anche sorridere della leggerezza con cui il regista ha sorvolato su alcune delle tematiche più socialmente incisive, in ossequio a quella macchina sfornablockbuster che è Hollywood.

Ci ameranno tutti.

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Giangiovanni nel paese delle ridondanze

Nove giorni fa è morto Umberto Eco, e la parte italiana di internet si è data alle solite coccodrillate. Non ho una conoscenza approfondita delle opere di Eco: quelle che ho letto non mi hanno entusiasmato molto, soprattutto per il malcelato compiacimento con cui il nostro sfoggiava la propria erudizione.

Tuttavia credo che il valore di intellettuale di Eco sia innegabile. Io me ne sono convinto leggendo gli Esercizi di stile di Raymond Queneau, un testo sperimentale e spassoso che Eco ha saputo rendere in italiano con vera maestria. In questo caso si può dire senza problemi che la traduzione ha un valore pari a quello dell’originale, meno l’originalità, naturalmente.

Circolano poi online le venti regole per scrivere bene, un piccolo esercizio di applicazione di quelle stesse pratiche che vengono sconsigliate di punto in punto. Ma non siate pigri, leggetevi anche gli Esercizi.

Data l’occasione, ho rispolverato e sviluppato un’idea che avevo da tempo, una via di mezzo tra un esercizio di stile e una delle venti regole. Ne è venuto fuori un breve raccontino che parla di un giovane ragazzo, di un prato erboso e di poco altro. Si sarebbe potuto intitolare Esercizio di stile sulle ridondanze semantiche con bonus sull’anadiplosi, o una cosa del genere. Invece si intitola Giangiovanni.

Giangiovanni

C’era una volta, un tempo, un giovane ragazzo di nome Giangiovanni che abitava in una piccola casetta, proprio in mezzo all’esatto centro di un prato erboso. Un bel giorno, una mattina, si risolse a decidersi di partire per un viaggio alla scoperta dell’universo mondo.

Uscì fuori di casa e, incamminatosi con un buon passo svelto lungo la stretta stradina, si diresse verso il sole che sorgeva a est.

Poco dopo, nel giro di qualche minuto, s’imbatté casualmente in una coppia di due brutti ceffi dall’aria poco raccomandabile. Uno era un enorme gigante corazzato che indossava una pesante armatura, l’altro un nano minuscolo, che nei piccoli pugnetti stretti a pugno stringeva due corti randelli di legno.

Il primo, taciturno, non disse nulla e non si mosse, rimanendo immobile. L’altro invece emise un ringhio rauco, balzò in un agile salto contro Giangiovanni e lo colpì violentemente sulla parte dura della fronte. Giangiovanni svenne, privo di sensi.

Si ridestò svegliato dalla melodia di una canzone che una giovane fanciulla stava intonando con la propria voce. La misteriosa sconosciuta gli stava applicando sulla botta contusa una compressa di impacchi di erba verde.

«Risanerà la tua ferita e ti guarirà.» disse, spiegando.

Giangiovanni le chiese quale fosse il suo nome e lei, interrogata, rispose: «Il mio nome, quello con cui mi chiamano, è Anna, Anna di Plosi. Plosi è la città natale da cui provengo, capitale della biscontea di Ridondanzia.»

A Giangiovanni sovvenne un ricordo: i bisconti di Plosi erano nobili aristocratici. Meglio esibire un grande sfoggio di buone maniere e galateo.

«Servo vostro, per servirvi.» disse.

«Per servirvi, al momento sono io che servo voi.» rise la nobile aristocratica «Voi però è meglio che riposiate e, riposando, mi riveliate chi siete e la vostra identità»

Subito Giangiovanni raccontò un resoconto degli avvenimenti appena accaduti poco prima. Ascoltandolo parlare, Anna di Plosi aggrottò la fronte, rabbuiandosi. Poi cominciò a parlare, e spiegò: «Sono i Briganti Opposti. Opposti sono i loro aspetti, le fattezze con cui avvicinano i viandanti che peregrinano per queste terre, ma allo stesso tempo proteiformi nella loro mutevolezza.»

«Ammetto di non capire.» riconobbe Giangiovanni, senza comprendere.

«Non capire è legittimo.» riprese la biscontessina «Legittimo non è invece ingannare a tradimento come fanno loro. Loro, che di volta in volta possono apparire alternativamente con le fattezze di un obeso grassissimo in compagnia di un magro scheletrico, o di un ricco milionario tallonato da un povero barbone che lo segue.»

«Ma c’è una grande differenza tra questi diversi assortimenti, o almeno così sembra all’apparenza.»

«All’apparenza sembrano differire nella loro diversità, ma vi giuro e vi assicuro che si tratta sempre degli stessi medesimi individui, ogni volta. E ogni volta che narro questo racconto disoriento i miei confusi ascoltatori.»

Giangiovanni scosse la testa in segno di diniego. «No, per niente. Anche questa elaborata macchinazione pare una scontata ovvietà, se esposta con le vostre spiegazioni. E dite, raccontate, quale causa motiva le malefatte dei due mascalzoni?»

«Mascalzoni senz’altro sono quei lestofanti, dite bene e giustamente. E giustamente vi dirò che le trame da loro ordite sono un mistero imperscrutabile, e imperscrutabile è lo scopo che si sono prefissi come obiettivo. Ma obiettivo credo sia il mio giudizio se ritengo, tuttavia, che essi odino e detestino tutto il mondo intero in cui noi viviamo tranquilli conducendo le nostre serene esistenze. Esistenze grame sono le loro invece, e tristi: tristi sono quei criminali che delinquono contro giovani ragazzi come te, Giangiovanni, per sfogare la loro ira rabbiosa contro la brava e onesta gente della nostra biscontea.»

Giangiovanni, impaurito per timore che i Briganti Opposti tornassero, suggerì una proposta: «Fuggiamo via di qui.»

«Qui è sicuro,»replicò la biscontessina «non colpiscono mai due volte nello stesso identico luogo, come del resto non replicano mai le sembianze uguali alla volta prima. Prima che mi dimentichi, mi rammento ora di un ricordo: ricordo che il coltissimo erudito Pierpiero ipotizzò una teoria secondo la quale i Briganti Opposti non sopportano le ripetizioni, le iterazioni, i raddoppiamenti, le ridondanze.»

«Dunque è una buffa ironia, allora, che viaggino in coppia in due.» considerò Giangiovanni in un’assorta ponderazione.

«Due, per l’appunto. Questa è la loro infelice condanna.»

«E ditemi, biscontessina, ditemi: perché? Come mai?»

«Mai ci sarà dato saperlo, temo. Temo, eppure con voi qui accanto al mio fianco so che i Briganti non si rifaranno vivi, poiché non attaccano mai la stessa identica persona per più di una singola volta.»

«Rimanete un po’ con me per qualche tempo allora, se volete. Dimoro in una piccola casupola qui vicino.»

«Vicino? In tal caso, se è così, conducetemici.»

«E ora che ci unisce un’affiatata confidenza, se volete potete chiamarmi con il soprannome con cui sono conosciuto: Giangianni. Ma ora andiamo, avviamoci subito.»

E mentre le campane gemelle del campanile della città capitale della biscontea battevano e ribattevano il loro ri-don-dan, i due si presero sottobraccio e si incamminarono così, a braccetto, volgendo le spalle al sole radioso che brillava dietro di loro.

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Quando muore una fata

Gli adulti, in quanto adulti e quindi noiosi di default, guardano spesso dall’alto in basso la narrativa per l’infanzia e quella per ragazzi. Io, benché non più ragazzino e di conseguenza noioso di default, sono convinto della loro importanza, come forse ho dato modo di capire in altre occasioni.

Il primo motivo per cui la narrativa per ragazzi non dovrebbe essere sottovalutata è che la narrativa è formativa. Chiunque abbia avuto anche un minimo contatto con una classe di studenti tra i sei e i tredici anni avrà potuto constatare quanto i bambini a cui piace leggere sappiano molte più cose rispetto a quelli che non leggono. Generalmente sono anche un po’ più svegli, più svelti nel capire le cose, e soprattutto sono più curiosi. Devo davvero sottolineare l’importanza della curiosità ai fini della formazione? E in generale, ai fini della realizzazione di sé in quanto esseri umani? Ulisse, anyone? “Fatti non foste”, anyone?

Un secondo motivo è che la narrativa per ragazzi mi sembra il genere letterario1 che, tra quelli moderni, è più legato alla fiaba. E la fiaba è (stata) la dimensione più popolare e istintiva del raccontare storie, quell’impulso primordiale che spingeva le comunità umane a creare con le parole nuove realtà.

I due punti sono collegati, naturalmente: le fiabe hanno un valore pedagogico, oltre che di intrattenimento, anche se la lezione trasmessa non è sempre esplicita o immediata.

Ed è qui che comincio a parlarvi di Tony Wolf e delle sue Storie del bosco.

Un’immagine dal primo volume delle “Storie del bosco”.

Le Storie del Bosco

Tony Wolf, che da bambino avevo sempre immaginato inglese, è un illustratore italiano, il cui vero nome è Antonio Lupatelli.

Se vi è capitato di avere tra le mani uno dei suoi libri, probabilmente vi sarete persi almeno una volta tra le linee morbide dei suoi disegni, sempre così precisi e ricchi di dettagli.

Le Storie del Bosco sono una serie di racconti suddivisi in volumi a seconda dei personaggi che si aggiungono di volta in volta al mondo fantastico in cui sono ambientati i vari episodi. Nel primo volume i protagonisti sono soltanto gli animali del bosco, nel secondo si aggiungono gli gnomi, nel terzo i giganti, nel quarto le fate, nel quinto i folletti e infine, nel sesto, i draghi. Le storie, scritte da Peter Holeinone, sono semplici, ma tutt’altro che stupide: nel completare la ricchezza dei disegni di Tony Wolf portano avanti una narrazione per episodi che, per quanto apparentemente frammentaria, riesce a costruire un mondo sempre più grande popolato da personaggi ben riconoscibili, con i loro vizi e le loro virtù.

Di recente ho avuto modo di dare un’occhiata ad un’edizione relativamente nuova delle Storie del Bosco. Si tratta di un volume unico intitolato Il Bosco delle Meraviglie, che comprende tutti e sei i libri. Sfogliandolo, mi sono soffermato su alcune delle storie che più mi avevano appassionato da bambino. E qualcosa non andava.

E vissero tutti?

Ricordavo bene il volume in cui le fate fanno visita al popolo del bosco. Un giorno, in seguito ad un invito fatto dallo gnomo mago, sei rappresentanti delle fate si prendono una vacanza e fanno visita agli animali e agli gnomi. La loro magia porta inaspettate novità, che non sempre gli abitanti del bosco sanno gestire in modo adeguato: la fata Fiordaliso accontenta tutti i desideri di chi vuole cambiare il proprio corpo, ma finisce per riportare tutto com’era su richiesta dei diretti interessati; lo specchio magico di Ortica può creare copie di qualsiasi cosa gli venga messa davanti, ma quando si rompe nessuno è davvero dispiaciuto, visto che tutto ciò che era stato duplicato si è rivelato superfluo.

E ora, qualche spoiler.

 

L’arrivo delle fate (purtroppo in una scansione a bassa definizione).

Nell’edizione originale, non tutte le fate tornavano a casa. Tulipana si intrufola nella casa dello gnomo mago e traffica con un anello magico per rimpicciolirsi il naso, ma finisce per restringersi tutta fino a scomparire. Ortica viene tramutata in sirena da un sortilegio del Re del Mare, che la incorona Regina degli abissi senza però permetterle di tornare in superficie. Orchidea, camminando nel bosco, sente il canto di un usignolo e si trasforma in capinera per trovare la fonte di quel suono melodioso, ma si punge con la spina di una pianta velenosa e muore. Fiordaliso, per salvare una coppia di grilli che, andati in letargo, avevano lasciato spegnere la stufa e rischiavano di morire assiderati, rimane a scaldare la loro tana con il proprio fiato, gelando durante la notte.

Insomma, quattro fate su sei fanno una brutta fine. Nella nuova edizione, però, questi finali poco edificanti sono stati emendati senza pietà. E così Tulipana viene trovata dallo gnomo mago e fatta ritornare alle dimensioni normali, di Ortica si dice che originariamente era stata una sirena e che quindi scendendo negli abissi ritorna a casa, l’uccellino che muore nella storia di Orchidea non è la fata stessa, ma un volatile vero e proprio, e infine l’immagine della Fiordaliso ghiacciata viene giustificata spiegando che Fiordaliso aveva creato una statua di ghiaccio con le sue fattezze affinché rimanesse a scaldare i grilli durante la notte (che poi, quanto caldo può essere il fiato di una statua di ghiaccio?).

L’esigenza di edulcorare tutto ha tolto valore ai racconti modificati, li ha resi banali dove prima erano minacciosi, tristi e poetici. L’editor di Dami Editore ha coperto con una bella mano di allegria monocromatica dei piccoli affreschi narrativi.

Poca cosa, dirà qualcuno, alla fin fine si tratta solo di un racconto per bambini. Non si tratta solo del racconto. Si tratta di chi leggerà quel racconto, e della funzione della narrativa. Le fiabe, e in questa categoria inserisco a pieno titolo anche le Storie del Bosco, servono anche a far sapere ai bambini che no, il mondo non è fatto solo di cose belle, allegre e peppapiggose. È fatto anche di cose belle e tristi, o di cose tristi e basta, o di cose spaventose e ingiuste.

La fiaba crea una realtà alternativa, ma non solo come mezzo d’evasione. La fiaba insegna che nel mondo ci sono pericoli e difficoltà, e che queste cose vanno affrontate. Spesso c’è un lieto fine, ma non è detto.

In altre parole, la fiaba non serve solo per fuggire dalla realtà, ma per preparare alla realtà.

Mi chiedo se sia davvero consigliabile privare i bambini di questo banco di prova e far credere loro che il mondo sorrida sempre.

Se condividete i miei dubbi e avete un conoscente di pochi anni a cui volete regalare un libro di fiabe dalle illustrazioni indimenticabili, il mio consiglio è di evitare l’edizione più recente (Il Bosco delle Meraviglie) e di procurarsi, usati, i volumi originali. Quelli in cui, come nel mondo reale, muoiono le fate.

  1. Lo so, “genere letterario” è un termine da prendere con le pinze. Lo so, avete un dottorato in narratologia. Lo so, Propp era il vostro trisnonno e vi manca molto. []
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Natale a San Guinario – 5° puntata

Non conoscete l’Accademia del Male di San Guinario? Siete probabilmente delle brave persone, e a questo bisogna rimediare subito. E quale occasione migliore del post natalizio di Sudare Inchiostro?

Quest’anno ho fatto una piccola eccezione: a differenza degli anni passati, il racconto non è ambientato esattamente sui terreni dell’Accademia. In compenso, i personaggi principali li conosciamo già, ragione in più per andarsi a spulciare le vecchie puntate prima di leggere questa. Per chi se le volesse ripassare, o per chi se le fosse proprio perse, ecco la prima, la seconda, la terza e la quarta.

Natale a San Guinario

«I gruppi sono già stati formati, sapete come muovervi. Potete consultare gli appunti presi a lezione, ma sono sicuro che vi verranno così tante idee che non vi servirà nessun aiuto.»

Il professor Nasdacchi sorride, e cinquantaquattro paia d’occhi (occhio più, occhio meno) si riflettono nel bianco abbacinante dei suoi incisivi. Il suo completo firmato è in netto contrasto con la tappezzeria smorta del pullman.

Nessuno parla, nessuno si muove. Tutti sanno che finché non arriva lo slogan il professor Nasdacchi non ha finito di parlare.

«E non dimenticate il motivo per cui siamo qui.» riprende infatti lui «Appena dieci anni fa, se qualcuno avesse detto che un giorno a San Guinario ci sarebbe stato un corso di Economia e Marketing, sarebbe stato preso per pazzo. Ma il mondo cambia, e il Male con lui; e mentre i cattivi del pianeta erano occupati a ideare nuovi giocattoli termonucleari e a reclutare le ultime armate della distruzione, si sono ritrovati sorpassati da coloro che dovevano danneggiare. Ve lo dico dall’inizio dell’anno: dobbiamo cavalcare l’onda del consumismo, o ci travolgerà. La buona notizia è che quell’onda è già in movimento, per cui a noi non resterà che sfruttare il suo impeto e navigare spinti dalla corrente, limitandoci a indirizzare il genere umano verso l’inevitabile scogliera del collasso. Basta con i sotterranei umidicci, basta con i piani strampalati, basta con i macchinari esosi e inaffidabili. Tutta la creatività che mettevamo nella tortura, mettiamola in un business plan. Solo così potremo studiare – ed essere – il Male di domani.»

Il pullman si svuota rapidamente. Lamia si fa sospingere dal flusso di studenti, e una volta fuori respira a pieni polmoni. L’aria fredda e inquinata del parcheggio le fa quasi rimpiangere il tepore muschiato dell’autobus. I gruppi si stanno già formando, e Lamia non perde tempo. Le basta un’occhiata per individuare Lucertolo che, con un cappello di lana già calcato sulla fronte, si sta avvolgendo una lunga sciarpa intorno alla testa. Al termine dell’operazione, solo i suoi occhi gialli spuntano tra i due orli di lana a maglia grossa. Le pupille, due tagli verticali, si assottigliano quando si fissano su di lei. Il ragazzo le va incontro.

«Pronta?»

Lamia contempla il centro commerciale che svetta su di loro in un tripudio di luci e caratteri cubitali. Gli scintillii intermittenti e la promessa di un chiasso ancora attutito dalla distanza le causano una breve vertigine.

«Manca Umbra.» risponde. Ma non fa tempo a finire l’ultima sillaba che qualcosa la tira per la mano. Guarda giù: Umbra è lì, con il visetto nascosto dai lunghissimi capelli neri e una manina avvinghiata attorno al suo dito indice.

«Un attimo ancora.» dice il professor Malicius. È in piedi sull’ultimo gradino dell’autobus, e il suo volto è una smorfia di sommo disgusto. Non ha avuto bisogno di gridare: la sua voce ha attraversato i rumori del parcheggio come una lama d’acciaio, attirando l’attenzione di tutti gli studenti.

«Ahi ahi.» mormora Lucertolo. Non ha tutti i torti. Malicius non ha mai fatto mistero del malanimo che prova nei confronti di Nasdacchi e della sua materia; ci dev’essere una ragione se è stato cooptato come docente accompagnatore per quell’uscita didattica. Forse il Direttore ha voluto festeggiare il Solstizio d’Inverno con una delle sue simpatiche burle, o forse sotto c’è qualcosa di peggio.

«Sono certo che molti di voi hanno aderito a questa pagliacciata con l’intenzione di farsi una vacanza e raccogliere, allo stesso tempo, quei crediti aggiuntivi che non sono riusciti a ottenere in Teoria del Male. A queste persone ricordo che qualunque atteggiamento che ricordi anche solo vagamente lo svago sarà considerato festeggiamento natalizio, e quindi condotta inaccettabile, a maggior ragione poiché avrebbe luogo durante un’attività didattica dell’Accademia. Non serve che elenchi le conseguenze di una simile infrazione. Sappiate solo che alla sanzione disciplinare prevista dal regolamento aggiungerò una mia speciale postilla: l’azzeramento dei crediti regolari che tutti voi avete già ricevuto al primo anno nella mia disciplina.»

«E infine» prosegue Malicius, imperterrito «veniamo alla ragione per cui da ormai tre anni non si organizzano visite d’istruzione. Il Direttore mi ha pregato di ricordare a tutti voi che l’assistenza legale ha un costo elevato, così come la gestione dell’immagine dell’Accademia. Agite di conseguenza: niente danni a persone o cose, niente comportamenti che possano attirare l’attenzione. I gruppi sono stati formati per permettere un maggiore controllo sugli studenti che hanno bisogno di una… speciale supervisione. Non serve che faccia i nomi.»

Lamia e Lucertolo guardano Umbra, che solleva la testa verso di loro. Non si riesce a indovinare il suo sguardo.

Il professor Nasdacchi raggiunge Malicius e gli assesta una scherzosa pacca sulla spalla, ricambiata da un’occhiata di profondo disprezzo. «Via, quanto sei serioso!» gli dice, senza che l’aura di odio del collega intacchi il suo sorriso pubblicitario «Potranno pur guardarla una vetrina, no?»

Ma Malicius sta già attraversando il gruppo di studenti, che si fende di fronte a lui.

«Avanti allora! Lasciatevi ispirare dal superfluo e dall’esagerato! Soppesate il costo dell’opulenza! Andate, e fate del vostro peggio!» incita Nasdacchi. Gli studenti si incamminano verso il centro commerciale, mentre il professore ringrazia tutti per un applauso che non c’è stato.

«Questo posto è gigante.» dice qualcuno dietro a Lamia «Non esiste che Malicius ci possa controllare tutti.»

«Lo dici solo perché non conosci Malicius.» gli risponde un altro.

La mole del centro commerciale incombe su di loro, tutta luccicante sotto il cielo grigio: carica di addobbi e monitor e cartelloni, mugugna la festosa minaccia di mille musichette natalizie.

Gli studenti si uniscono a tutta la gente che dal parcheggio sciama verso l’ingresso, addensandosi in una folla che, una volta spremutasi attraverso la strettoia delle porte automatiche, si disperde all’interno.

Lamia perde subito di vista tutti quanti nella ressa; con lei rimangono solo Lucertolo e Umbra, che non accenna a mollarle l’indice. Meglio così.

Il livello di rumore è insopportabile: la gente sembra fare a gara a chi grida più forte, con il sottofondo assordante di almeno dieci musiche diverse sparate fuori dai diversi negozi.

Lucertolo indica i piani superiori, che si affacciano sull’atrio con ampie terrazze dalle balaustre di vetro e acciaio. «Magari più su si respira.» dice. Effettivamente, restarsene lì è fuori discussione. Lamia sente il respiro farsi corto e rapido. Meglio trovare un angolino dove la corrente di persone non è così forte e decidere il da farsi.

Individua le scale mobili con una rapida occhiata, e comincia a farsi strada tra la folla, fino a quando non sente la voce di Lucertolo dietro di lei.

«Cosa?» chiede, girandosi.

«Davvero vuoi salire sulle scale mobili con quella?» grida lui, per farsi sentire. Sta indicando la lunga gonna di velluto di Lamia. L’orlo, che tocca terra, si è un po’ sporcato nel parcheggio. Qua e là dev’essere anche stato pestato nella confusione, perché ci sono impronte parziali di piedi.

Lucertolo ha ragione. Non può salire con quella gonna, o rischia di impigliarsi. Non può neanche sollevarla. Malicius è stato chiaro, non bisogna attirare l’attenzione.

«Ascensori.» dice allora, alzando la voce per farsi sentire.

Il suo indice viene tirato. Umbra sta indicando qualcosa.

Al centro dell’ampio ingresso si erge una montagna di pacchi regalo – finta, probabilmente – con in cima un trono su cui è assiso il Nemico. Volto rubizzo, barba bianca e inconfondibile cappello rosso. Sulle ginocchia tiene un bambino che si è evidentemente inerpicato fin lassù per comunicargli i propri desideri e che sta ridendo giulivo a una sua benevola battuta. Una mano guantata di rosso indica una macchina fotografica piazzata di fronte al trono, e i due, bambino e vecchio, sorridono verso l’obiettivo, facendosi investire dalla luce del flash. Un attimo dopo, la macchina fotografica vomita fuori un’istantanea.

Lucertolo scatta ad abbassare la mano di Umbra. «Non dirlo neanche per scherzo! E se Malicius ti vede?»

Umbra indica di nuovo il vegliardo elargitore, che sta consegnando nelle mani del pargolo un grosso regalo avvolto in carta scintillante. A Lamia si stringe il cuore. Umbra è a San Guinario da quando aveva pochi mesi; è naturale che quell’immaginario abbia un forte ascendente su di lei. Ma non è il caso di perdere preziosi crediti di Teoria del Male, né di restare un attimo più del necessario in quell’inferno di consumatori.

«Ascensori.» ripete, e si trascina dietro Umbra.

Nel giro di cinque lunghissimi minuti sono davanti agli ascensori, e dopo un’attesa snervante riescono in qualche modo a schiacciarsi dentro assieme ad altre venti persone. Due uomini si mettono a litigare per una fesseria. Uno ha spinto l’altro per entrare, o qualcosa del genere. Come se quella fosse l’unica spinta di quel giorno.

Lamia tira fuori il bloc notes e prende appunti.

«Non è questo che vuole Nasdacchi.» fa Lucertolo.

«Lo so, ma ci può tornare utile per qualche altro corso. Tecniche e Tecnologie della Malvagità comincia il prossimo semestre, ed è previsto un intero modulo monografico sulla logistica.»

Le porte dell’ascensore si aprono, e il contenuto umano si riversa fuori. Il primo piano è decisamente meno affollato, anche se ben lontano dall’essere deserto. Per lo meno si può camminare senza toccare le altre persone.

«Qualche idea?» ansima Lucertolo, tirandosi il colletto del maglione per far entrare un po’ d’aria. Tra sciarpa e cappello, deve avere un bel po’ di caldo.

Lamia alza le spalle. «Diamo qualche occhiata ai carrelli e ai sacchetti della gente che passa, e annotiamoci le cose che vediamo più spesso. Poi possiamo partire a pensare qualcosa in base ai prodotti più acquistati.»

«Ottima idea. Ci dividiamo?»

«Ok. Tu sali fino al secondo piano, io resto qui. E Umbra –»

Una fitta di panico le attanaglia le budella. Anche per Lucertolo dev’essere così; sotto la sciarpa, la sua espressione dev’essere terrorizzata. «Dov’è?» chiede con un filo di voce «Dove l’hai lasciata?»

«Io…» comincia Lamia, ma non lo sa. Torna indietro nella memoria, attimo dopo attimo. Le ha lasciato la mano in ascensore, per prendere il bloc notes e la penna. Aveva le mani occupate, per cui Umbra non si è potuta aggrappare al dito come al solito. «Dev’essere qui intorno. Dividiamo a metà il primo piano, e appena uno di noi due la trova chiama l’altro al cellulare.»

Si scambiano un breve cenno d’intesa e Lucertolo schizza via come un fulmine. Lamia respira a fondo. Umbra non può essere lontana, è per forza da qualche parte lì vicino. Ma non è così semplice. Il metro scarso di Umbra è invisibile, con tutta quella gente in giro.

Fa appena in tempo ad avanzare di qualche metro, che il cellulare comincia a squillarle nella tasca della giacca. Un’ondata di sollievo le scioglie la cassa toracica e le permette di respirare ancora. Risponde. È Lucertolo.

«Guarda giù.» le dice, con voce strozzata.

Il nodo alle budella ritorna, più grosso e più stretto di prima. Lamia sgomita e raggiunge il parapetto. Il suo sguardo si perde nel turbinare della folla, a poi si fissa sul Babbo Natale e sulla montagna di regali. Niente di strano; un altro bambino sta ricevendo la sua strenna.

«Dove?» chiede, e appena chiede non ha più bisogno di una risposta.

La coda di bambini e genitori si snoda lungo una serpentina delimitata da transenne bianche rosse e verdi. E proprio dove la coda inizia, sotto un arco fatto di bastoncini di zucchero e rami d’abete, una signora impellicciata sta parlando con il bambino che tiene per mano. Lamia allunga il collo per vedere meglio. Anche a quella distanza si capisce che il bambino vuole andarsene: tira la madre per la mano, mentre lancia occhiate nervose a un altro bambino. Anzi, a una bambina. Anzi, ad Umbra.

Alla fine la signora asseconda la volontà del bambino, e Lamia riesce a scorgere Umbra picchiettare sulla spalla del bambino successivo, che si gira. Umbra gli dice qualche parola, quello scuote la testa, e lei solleva la manina per scostare una ciocca di capelli. Il suo giovane interlocutore sembra subito convinto, e la scena di un attimo prima si ripete.

«Sei ancora lì?» chiede Lamia al telefono.

«Sto andando verso le scale mobili.» risponde affannato Lucertolo «È la via più veloce.»

«Ha già mangiato oggi?»

«Sì.»

Lamia sospira di sollievo. Almeno una cosa che vada dritta in tutto quel disastro.

«Ti raggiungo più in fretta che posso.» dice a Lucertolo.

«No, rimani lì e tieni d’occhio la situazione; io da qui non vedo niente. Resta in linea, e se c’è qualcosa che devo sapere mi aggiorni.»

Intanto, bambino dopo bambino, la coda va scomparendo di fronte ad Umbra. Nessun genitore pare aver avuto l’idea di indagare sull’inversione di rotta della propria prole.

Qualcuno però si è accorto di quello che sta succedendo. Ai piedi della montagna di regali, una sagoma nera assiste immobile all’avanzata di Umbra.

«Malicius è lì. Sta vedendo tutto.» comunica Lamia a Lucertolo, che ribatte con un laconico «Oh, cazzo.».

In uno slancio di nobiltà d’animo, il primo della fila si fa da parte alla prima richiesta di Umbra, inconsapevolmente evitandosi una vita di incubi, così lei può cominciare a inerpicarsi su per i gradini che conducono al Rosso Grassone. Quello, dal canto suo, era troppo impegnato a congedare l’ennesimo moccioso per accorgersi di quello che è appena successo. Quando Umbra gli è davanti, la solleva e se la piazza in braccio.

«Fa’ in fretta! Fa’ in fretta!» supplica Lamia nel telefono.

«Ci sono quasi!»

Il Gaio Barbuto sta chiedendo qualcosa ad Umbra, che dimostra la sua solita loquacità. Il vecchio, probabilmente un esperto nel gestire la timidezza dei suoi giovani questuanti, non si fa scoraggiare e indica la macchina fotografica. Fa un gesto con la mano, come per dire che con tutti quei capelli davanti al viso –

Ecco Lucertolo. Sta percorrendo la serpentina a suon di spintoni e transenne scavalcate, sollevando un coro di proteste che da quella distanza, e con tutte quelle musiche che fanno a pugni, Lamia non può sentire.

Nel frattempo il Buono Tra i Buoni ha consegnato a Umbra un pacco dalla carta dorata, che lei stringe forte al petto. Il vecchio ride, indica di nuovo la macchina fotografica e le ravvia i capelli.

Il resto accade in un lampo. Il volto dell’uomo va dal rubicondo al terreo in una frazione di secondo, e il flash suggella l’edificante momento con la sua luce bianca. Un istante dopo, Lucertolo arriva come un proiettile. Strappa Umbra all’abbraccio irrigidito dell’uomo, buttando a terra la macchina fotografica, e in tre passi rompicollo scende dalla montagna e manda due elfi svogliati lunghi distesi per terra, per poi sparire tra la folla.

Per qualche secondo, tutto è immobile sulla montagna di regali. Poi il vecchio si mette a gridare e a sbracciarsi. I suoi strilli superano anche la cacofonia di musichette assordanti e arrivano fino a Lamia, che si affretta a raggiungere gli ascensori. Scende al piano terra e guadagna l’uscita più in fretta che può, mentre energumeni della sicurezza cominciano a farsi strada tra la gente.

Ritrova Lucertolo e Umbra nel parcheggio, dietro il pullman vuoto.

«Umbra, ma cosa ti è saltato in mente?» sbotta.

Lucertolo si mette tra loro due, protettivo. «Lasciale un attimo per riprendersi. Troppa ansia le fa male.»

«Certo che le fa male! E se l’è cercata da sola, l’ansia.» ribatte Lamia. Oltre la spalla dell’amico, vede Umbra che si fa ancora più piccola. Ha ancora il pacco dono stretto a sé.

«Almeno non ci hanno fermati. E sono riuscito anche a prendere questa.» aggiunge lui, e tira la foto istantanea fuori dalla tasca del giaccone.

«Ottimo lavoro. Adesso però dobbiamo inventarci qualcosa per il progetto. Per non parlare di quello che diremo a –»

Lo sguardo di Lucertolo è fisso su un punto alle sue spalle. Lei si gira, sapendo già cosa aspettarsi.

Il professor Malicius torreggia su di loro.

«Professore, possiamo spiegare.» comincia Lamia «Le assicuro che –»

Il pollice e l’indice del professore si sono chiusi a mezz’aria, e Lamia è troppo intelligente per continuare a parlare. Un altro gesto, e Lucertolo si fa da parte. Malicius gli sfila la foto dalle mani senza degnarlo di uno sguardo. Fissa Umbra, che a capo chino tende il regalo verso di lui.

«A causa vostra, il centro commerciale sarà evacuato e chiuso a minuti.» dice il professore, lapidario. Guarda l’istantanea. Sorride. Per un attimo soltanto, ma sorride. «Ottimo lavoro. Ottimo lavoro davvero. Ritenetevi dispensati dal compito di Economia e Marketing. Con Nasdacchi me la vedo io.»

Intasca la foto e volta loro le spalle, tornando verso il centro commerciale. Ambulanze e volanti della polizia cominciano ad arrivare sul posto.

Lamia e Lucertolo si guardano increduli. Umbra stringe il suo regalo, tutta contenta. E dal cielo cade un unico fiocco di neve.

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Il buco con la scienza intorno

Tra le varie ragioni per le quali vorrei essere vergognosamente ricco c’è la possibilità di assumere un servitore che mi trattenga dal commettere sempre gli stessi errori. Lo chiameremo Clodoveo.

Lo zelante Clodoveo mi seguirebbe tutto il giorno, monitorando con occhio discreto ma vigile le mie regolari attività, in attesa di un indizio che facesse presagire un pericolo per la mia persona. Si allerterebbe, l’encomiabile Clodoveo, nel vedermi scorrere con gli occhi una qualsiasi recensione di film o libro; ma poiché sarebbe un servitore di rara efficienza e buonsenso eviterebbe di intervenire in via preventiva. No, il buon Clodoveo aspetterebbe un qualche segnale inequivocabile, e solo a quel punto accorrerebbe solerte in mio aiuto per salvarmi da me stesso.

«Signore, ho visto che leggeva una nuova recensione.»

«Non è vero.»

«Aveva il giornale aperto un attimo fa.»

«Che giornale?»

«Quello che ha ancora posato in grembo, signore. Se non sono troppo invadente, che recensione stava leggendo?»

«Ti ho detto che –»

«Signore, la prego.»

«Niente di pericoloso, Clodoveo. Non so se leggerò il romanzo. Certo che ha un’idea molto interessante.»

«Le ricordo con rammarico che le esatte parole da lei pronunciate giusto ora mi autorizzano ad interdirle l’accesso al lettore e-book.»

«Dico solo che le premesse sono accattivanti, tutto qui.»

«Non aggravi la sua situazione, signore. Per ora se la cava con una settimana di astinenza, ma rischiano di diventare due.»

«Non mi pare il caso di esagerare, Clodoveo.»

«Io non esagero mai. Il mio contratto è chiaro. E mi dica, quante pagine ha, questo romanzo dalle premesse accattivanti?»

«Ottocentoottanta

«Come, prego?»

«Ottocentoottanta. Ma poi se vedo che non è bello lo abbandono.»

«Questo non succederà, e lei lo sa.»

«Sono perfettamente capace di lasciare un libro a metà, se non mi piace!»

«…»

«Lo sono!»

«…»

«Ma ha anche un titolo palindromo, guarda!»

«…»

«Sono così stanco, Clodoveo. Così stanco.»

«Comprendo appieno, signore. Le porto un cordiale.»

Premesse accattivanti

Il mio ultimo1 errore è stato scritto da un tale di nome Neal Stephenson e si intitola Seveneves. Accattivanti le premesse: un giorno qualcosa di molto veloce e non ben identificato colpisce la Luna, facendola a pezzi. I pezzettoni lunari rimangono sostanzialmente nella stessa posizione, ma dopo un po’ cominciano a scontrarsi tra loro e a rompersi. Gli astronomi non ci mettono molto a prevedere quello che accadrà: in capo a un paio d’anni, una pioggia di detriti lunari investirà la Terra, cancellando ogni forma di vita dalla sua superficie. Cominciano i preparativi per far fronte alla catastrofe che potrebbe segnare la fine del genere umano, e risulta subito chiaro che la salvezza è lo spazio. Ha inizio una corsa contro il tempo per convertire la Stazione Spaziale Internazionale in una struttura che sia in grado di accogliere e mantenere in vita centinaia, o almeno decine, di astronauti, nonché di resistere per un tempo indefinito alle condizioni avverse in cui si trova. Sì, perché la pioggia di meteoriti e i suoi effetti dureranno così tanto – cinquemila anni, secolo più secolo meno – che per un po’ tornare sulla Terra sarà fuori discussione.

E questa in realtà è la premessa solamente alla prima parte. La seconda parte si occupa di ciò che accade sulla Stazione Spaziale Internazionale e nelle strutture da essa dipendenti nel periodo immediatamente successivo all’inizio della pioggia di meteoriti: già la sola sopravvivenza costituisce un problema non da poco, e a complicare le cose ci si mettono tutti quegli attriti che le società umane sono bravissime a creare. La terza parte è ambientata circa cinque millenni dopo, e mostra le conseguenze tecnologiche, genetiche e culturali di quanto accaduto nelle prime due, nonché qualche sviluppo inaspettato.

Lo ripeto, le premesse sono accattivanti.

Ma ahinoi Neal Stephenson, mentre scriveva il suo romanzo, stava concorrendo per l’ambito titolo di Re dei Nerd.

Il buco con la scienza intorno

Voci più autorevoli della mia in materia di fantascienza sottolineano come, in questo genere, l’ambientazione non debba fornire un semplice sfondo per vicende che potrebbero accadere in qualsiasi tempo e luogo, bensì costituire un contesto specifico fondamentale per la trama. Questo è senz’altro il caso.

Quello che però Stephenson dimentica è che purtroppo, in tutta quell’ambientazione, ci dovrebbe stare anche un po’ di fastidiosissima narrativa, che è fatta da inopportuni personaggi, i quali, se potessero, coglierebbero ogni occasione disponibile per rubare la scena alle meraviglie fantatecnologiche snocciolate senza soluzione di continuità.

Diamo a Neal ciò che è di Neal: se avete anche solo un barlume di interesse per lo spazio, l’astronomia e la scienza in generale, per le prime due-trecento pagine di questo romanzo vi sentirete una fan di Twilight di fronte al cassetto delle mutande di Robert Pattinson. Stephenson ha un’immaginazione fervida e una conoscenza tecnica che poggia su una fase di preparazione e documentazione dettagliatissima. Almeno, l’impressione è questa. Dal punto di vista non narrativo, le prime due parti sono un susseguirsi di pressanti problemi tecnici tutti da risolvere con soluzioni ingegnose e, spesso, molto più scientifiche che fantascientifiche. Tutto questo dona alla vicenda un’aura di concretezza e di plausibilità che la rende, almeno in prima battuta, molto avvincente.

Le pecche, tuttavia, si sentono già dall’inizio. Immedesimarsi con i personaggi è molto difficile, perché qualsiasi aspetto emotivo è trattato sbrigativamente, e alla pari di un qualsiasi guasto tecnico. Questo difetto, già macroscopico, si senta ancora di più nella terza parte, nella quale il lettore, già spossato, vede venir meno l’aspetto più coinvolgente dei primi due terzi del romanzo, ossia la già citata plausibilità tecnologica. Qui la tecnologia è davvero fantascientifica, anche se molto ben contestualizzata alla luce di quella descritta precedentemente, e i dettagli tecnici cominciano a stancare e basta.

Il titolo sarebbe dovuto essere: Seveneves, ovvero un agile manualetto di ottocentottanta pagine che contiene tutto ciò che dovete sapere per far sopravvivere nello spazio in caso di necessità. Per onestà, si sarebbe dovuto aggiungere: Non è davvero un romanzo.

Per ulteriore onestà ed efficacia sul versante del marketing, si sarebbe dovuto aggiungere anche: da oggi con il 30% di pagine in più (del necessario).

Un giorno questo dolore ti sarà utile

All’inizio del paragrafo precedente citavo le famose voci più autorevoli della mia in materia di fantascienza. Secondo alcune di queste voci, un libro di fantascienza la cui ambientazione abbia una funzione prevalentemente estetica non è davvero fantascienza. Io non sono in grado di contribuire alla definizione del genere, ma posso trarre un paio di conclusioni su questo romanzo. Se c’è una lezione che Seveneves ci dà è che l’ambientazione, per quanto dettagliata, non si può sostituire completamente ai personaggi e portare avanti la trama da sola. Il risultato è un libro di fantastoria e fantatecnologia, e può essere interessante, ma non è buona narrativa.

Una seconda lezione potrebbe essere: non scrivere un romanzo di ottocentoottanta pagine quando potresti scriverne uno, migliore, di quattrocento.

Una terza lezione è per me: il beneficio del dubbio maturato dalle premesse accattivanti si esaurisce a pagina cento. Poi devo costringermi a mollare il libro.

Clodoveo, mi manchi.

  1. Leggasi “più recente”, non “ultimo in assoluto”. []
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I libri (punto) e il potere dell’imprinting

Ci sono persone che durante l’infanzia hanno saltato una fase fondamentale della crescita, e che quindi hanno incontrato maggiori difficoltà nello sviluppo di un’emotività matura e di un sistema di valori positivi.

E poi ci sono persone che durante l’infanzia hanno letto Bianca Pitzorno.

Imprinting

Questa sarebbe dovuta essere, in ritardo, l’ultima delle quattro recensioncine sulle letture di quest’estate, ma sarà qualcosa di meno striminzito, per cui le ho voluto dare uno status di post indipendente. L’avevo lasciata per ultima perché si profilava come la più diversa, e quella che mi avrebbe dato spunti per estendere il discorso oltre il libro in sé. Poi l’estate è finita e si è allontanata nello specchietto retrovisore del controesodo, e questa recensioncina è rimasta lì come il boccone più prelibato che, lasciato per ultimo, si raffredda.

Ho usato queste immagini di raro lirismo, ottimo materiale per comporre haiku a tema Studio Aperto e MasterChef, solamente per indorarvi un’amara pillola: in questa recensione rinuncio formalmente ad ogni pretesa di imparzialità.

No, non intendo darvi altro materiale per haiku su Studio Aperto, ma farvi riflettere su quel miracolo della natura che è l’imprinting.

Notizie dal controesodo: l’anatra Beppa con i suoi piccoli ha bloccato la statale per tutto il weekend, causando code di trenta chilometri. Il caldo da record delle ore comprese tra le undici e le tre ha messo in pericolo bambini e anziani, ma grazie all’aria condizionata delle auto non ci sono state vittime.

Noi lettori siamo anatroccoli. Una volta usciti dal guscio dell’analfabetismo infantile siamo finalmente liberi di leggere, e i nostri gusti letterari, magari già abbozzati grazie alle fiabe della buonanotte, cominciano a formarsi per davvero con la lettura dei primi libri. Poi cresciamo e i gusti cambiano, e spesso si amplia il ventaglio di motivi per cui leggiamo, ma intanto le storie lette durante l’infanzia hanno plasmato la nostra identità di lettori, tracciando un solco che può essere coperto, ma non cancellato.

Io con gli anni sono diventato un lettore un po’ più critico (ma non sempre) e un po’ più selettivo (ma non abbastanza). In altre parole, un po’ più adulto (ma non troppo). Anche quando un libro mi piace, la parte più analitica del mio cervello è lì, in un angolino, a commentare ad alta voce quando la lettura è sgradevole o semplicemente a osservarla in silenzio se è avvincente. Non se ne va mai, però, e l’immersione nella storia non è più quella assoluta che sperimentavo da bambino. L’uscita dall’Eden dell’infanzia, nella lettura e non solo, apre le porte a nuovi piaceri intellettuali, più complessi e raffinati, ma più sfumati e più mediati dalla razionalità.

Quando leggo narrativa spero sempre di ritrovare quella sensazione totalizzante che ricordo così bene. Forse non ci riuscirò mai, ma la ricerca in sé, assieme al ricordo che la muove, è una ricompensa più che sufficiente.

Capite bene come, con dei presupposti così, sia difficile recensire obiettivamente un romanzo. Ecco quindi perché la breve recensione che vi offro oggi è parte: io da Bianca Pitzorno ho ricevuto un imprinting letterario, e questa è una cosa che non si può cambiare.

La buona notizia è che, se l’imprinting lo avete ricevuto anche voi, saprete esattamente di cosa sto parlando.

Pitzornezza

Anche con il senso critico appannato posso dire che La vita sessuale dei nostri antenati non è un libro perfetto. La prima parte è lenta e non ben collegata al resto del romanzo; inoltre è piena di citazioni e spiegoni di mitologia greca, nessuno dei quali è davvero essenziale per la trama. Sempre in questa parte vengono gettate delle basi su cui poi si costruisce poco, e si pone qualche domanda a cui non si dà mai risposta.

Poi il romanzo prende il suo ritmo e si fa leggere che è un piacere, ma i problemi non sono finiti, perché una delle linee narrative si conclude in modo davvero deludente, arrivando all’acme della tensione per poi venire sostanzialmente abbandonata.

Non sono difetti da poco, a mio avviso. Ma poi c’è tutto il resto. Oh, tutto il resto.

E con “tutto il resto” non mi riferisco solo a tutto il resto del libro, ma a tutto il resto della produzione pitzorniana che il piccolo me ha avuto occasione di leggere negli anni delle elementari. Sì, perché La vita sessuale dei nostri antenati è un concentrato di inconfondibile pitzornità (pitzornezza?) in chiave più adulta, e porta in sé la quintessenza dei temi ricorrenti nei libri della scrittrice. Tra le pagine di questo romanzo ritroviamo moltissimi dualismi che, se siamo stati imprintati, riconosceremo immediatamente: inimicizie affilate e amicizie inossidabili, perbenismo e ribellione, ipocrisia e nobiltà d’animo; il tutto condito con promesse, segreti e rivelazioni. Come non pensare ad Ascolta il mio cuore, a Diana, Cupido e il commendatore, a Polissena del Porcello?

«Ma erano libri per femmine.” dirà qualche maschietto.

Su questo torneremo alla fine del post.

La vita sessuale dei nostri antenati non è semplicemente un libro per ragazzi con una trama un po’ più piccante, anche perché la trama non è una trama piccante. Di sesso ce n’è un po’, la giusta quantità, ma non è il sesso il motore della storia.

Ad essere “per adulti” è il modo in cui sono affrontate le tematiche principali. La distinzione tra giusto e sbagliato, tra buono e cattivo, è sempre pitzornianamente netta, ma questo non semplifica le cose, e anzi rende ancora più dolorose le ingiustizie subite dai personaggi.

Libri (punto)

Quando un libro per ragazzi ha per protagonista una ragazza, allora è in realtà un libro per ragazze, lo sanno tutti. Se poi è scritto da un’autrice donna (donna!), allora non ci sono dubbi.

Non nego che certe opere mirino a un target ben specifico, ma non è di quelle opere che stiamo parlando qui. Non ricordo come mi sia capitato di leggere per la prima volta Bianca Pitzorno; sono passati molti anni, e all’epoca ero in quella fase in cui i libri non erano mai abbastanza, per cui non mi curavo molto della loro provenienza. Ricordo però che, a dispetto del gigantesco cuore in copertina, non pensai mai che Ascolta il mio cuore fosse un libro per ragazze. Le protagoniste, bambine di un’altra epoca, mi assomigliavano molto, e mi era impossibile non immedesimarmi nella prolifica scrittrice in erba che era Prisca Puntoni (<3). E a cosa si doveva un simile prodigio narratologico? Beh, forse al fatto che l’essere di sesso femminile non esauriva l’intera ragion d’essere di quei personaggi, non determinava l’intera gamma dei loro desideri e delle loro ambizioni. C’era dell’altro, oltre al loro essere femmine.

Confesso di aver pensato, leggendo La vita sessuale dei nostri antenati, che fosse un po’ un libro per donne. Mi è stato chiesto molto educatamente perché. E a ripensarci, mi sono accorto di averci attaccato quell’etichetta semplicemente perché era un libro con protagoniste donne, scritto da una donna. Avevo detto, per un automatismo, una stupidaggine che da bambino non avrei neanche pensato.

Lo scrivo a scanso di equivoci: La vita sessuale dei nostri antenati non è un libro per donne. È un libro per tutti, con i suoi difetti e i suoi pregi. Io, dato il mio imprinting, tenderei a ignorare i primi e a vedere esclusivamente i secondi, ma non è solo per questo che ve lo consiglio.

Quando si parla di libri che possono cambiare la realtà, è anche a romanzi come questo che ci si riferisce. La vita sessuale dei nostri antenati non parla di problemi di donne, parla dei problemi di tutti. E lo fa con lo stile sempre scorrevole di un’autrice da cui sono fiero di aver ricevuto un imprinting letterario.

In conclusione, forse ci sarebbe bisogno di far leggere ai bambini maschi più libri per femmine. Così i libri per femmine tornerebbero a essere quello che sono.

Libri.

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