Si comincia

«Ciao, sono Mattia. Ho ventitré anni, e scrivo.»

«Ciao, Mattia.» rispondono in coro gli altri.

Faccio per sedermi, ma incontro lo sguardo del dottore. Sta mulinando la stilografica, invitandomi a continuare. Mi raddrizzo con un piccolo colpo di tosse e fronteggio le sei persone sedute in cerchio al centro della stanza. Di fronte a me, un donnone biondo mi guarda adorante. Annuisce, la bocca socchiusa in muta aspettativa, e sbatte le lunghe ciglia. Accanto a lei, un uomo in giacca e maglione a collo alto sbuffa. È l’unico che non mi sta guardando.

«Che noia, dottore.» dice, rivolto verso il linoleum grigio che riveste il pavimento «Facciamo che tocca a me?»

«Neanche tu sei stato brillante, le prime volte. Dagli tempo.» interviene quello seduto alla mia destra. Ha la testa nascosta da un intrico di barba e capelli arruffati, da cui emerge solo un naso aquilino. Mi guarda dalle cespugliose profondità del suo pelo facciale, e ammicca benevolo. A occhio e croce, direi che sta sorridendo.

«Non badare a Lucio.» mi fa «È di malumore perché gli hanno tolto carta e penna.»

«Così impara a farsi scoprire.» commenta la ragazza alla mia sinistra. È appollaiata sulla sedia con le ginocchia strette al petto.

«Se solo qualcuno non avesse fatto la spia!» scatta Lucio. La ragazza tende un braccio e alza il dito medio. Lucio diventa paonazzo, e la bionda accanto a lui gli posa una mano sulla spalla.

«È meglio così, no? Era un comportamento dannoso. Daria ti ha fatto un favore.»

Lucio si scrolla di dosso la mano della donna e si rassetta il bavero della giacca.

«Ma sentitela, la valchiria!» ringhia «Come se lei non imbrattasse lo specchio ogni sera! Dottore, perché a Evelina non toglie il rossetto, eh? A me le penne le ha tolte!»

«Perché almeno lei le cancella, le schifezze che scrive.» dice l’uomo pelato seduto tra il donnone e la ragazza. Sono le prime parole che gli sento dire da quando siamo entrati.

«Parla il genio! Saranno vent’anni che non butti giù una riga, come ti permetti di criticare? Non dovresti neanche starci, qua dentro.»

Il pelato alza gli occhi al cielo e si appoggia allo schienale della sedia con un sospiro. Il tizio alla mia destra tende le mani in un gesto conciliante.

«Se solo ci calmassimo un momento…»

«Ci mancava il santone!» sbotta Daria, accanto a me.

«Ora basta!»

Cala il silenzio. Il dottore si è alzato in piedi, il solito sorriso accomodante non ha lasciato il suo viso. Lucio si passa un indice sotto il collo del maglione, sollevandolo dalla pelle arrossata. Evelina sembra sull’orlo di una crisi di pianto, il pelato se ne sta a braccia conserte, Daria si rosicchia un’unghia. Il dottore cammina a passi lenti attorno al cerchio di sedie, la cartellina per gli appunti stretta sotto il braccio. Quando parla ancora, il suo tono è mellifluo.

«Cerchiamo di concentrarci su Mattia, lasciamogli lo spazio che gli serve per esprimersi. La prima volta è difficile per tutti.»

L’anziano signore seduto tra Lucio e il barbuto solleva in aria l’impugnatura ricurva del bastone.

«Sì, Arturo?» fa il dottore. Il vecchio abbassa il bastone.

«Se non sa come cominciare, possiamo fargli delle domande.»

Il dottore tamburella con la stilografica sulla cartellina rigida.

«Non credo sia una buona idea. Mattia ha una storia… intensa. È meglio se per oggi ci limitiamo ad ascoltare quello che ha voglia di raccontarci.»

Mi guarda. Imito il suo sorriso.

«Le domande vanno benissimo.» dico.

«L’ultima seduta –» comincia, ma lo interrompo con garbo.

«Ricordo le sue raccomandazioni, dottore.»

La mano di Daria schizza su.

«Comincio io! Comincio io!»

Il dottore si è fermato alle spalle di Lucio, dalla parte opposta del cerchio. Non sorride più. Scuote il capo con oscillazioni impercettibili, gli occhi spalancati in un ammonimento.

«Sentiamo.» dico.

Daria si mette a gambe incrociate.

«È vero quello che dicono? Che ti hanno beccato con più di quattrocento pagine addosso?»

Annuisco.

«Vero.»

«Un vero duro.» fa Lucio «Scommetto che le avevi scritte in un pomeriggio.»

«Un anno e mezzo, in realtà. Meno, se conti i periodi in cui la polizia mi stava addosso.»

«Bisogna alzare la mano per parlare.» s’intromette il barbuto.

«Non rompere, Carlo!» lo rimbecca Daria. Intanto Arturo ha alzato il bastone.

«Già riviste, le pagine?»

«Quasi tutte. Solo una trentina erano ancora quelle della prima stesura, le altre erano definitive.»

Il dottore alza una mano e apre bocca, ma prima che possa parlare Daria mi dà uno strattone alla manica.

«Era il tuo… romanzo?» chiede, e si morde il labbro con un sorriso malizioso. Aspetto un attimo a rispondere, mi godo il momento. Stanno trattenendo tutti il fiato, dottore compreso.

«Sì.» dico. Daria lancia un gridolino.

«Lo sapevo!»

Scoppia un putiferio. Lucio salta in piedi e si gira verso il dottore.

«Non possono rinchiuderci assieme a gente del genere! Sporgerò denuncia!»

Anche Carlo si è alzato, e cerca di ricordare a tutti che il regolamento prescrive un contegno quieto e dignitoso. Non lo ascolta nessuno, neanche il dottore, che cerca di sovrastare le urla di Lucio per riportare la calma nella stanza. Evelina si è lasciata andare contro lo schienale della sedia. È diventata tutta rossa, e si sventola una manina di fronte al viso per farsi aria. Il pelato si è tappato le orecchie con le mani e ha serrato le palpebre, mentre Daria continua a ciangottare eccitata.

«Finalmente qualcuno di interessante! Non ci speravo più, ormai!» fa tempo a tubare, prima che il dottore le si pari davanti. Si zittisce, come tutti gli altri. Arturo, le mani strette sul bastone, scuote la testa con un sorriso divertito.

«Un romanzo. E quasi tutto corretto, per giunta.» ridacchia.

«Io dico che è un bugiardo.» dice Lucio «E se non lo è, non dovrebbe stare qui.»

Il dottore si porta di nuovo fuori dal cerchio. Carlo, accanto a me, tiene il braccio così teso verso l’alto che con l’altro si puntella sulla sedia per arrivare più su. Il dottore sospira ed esamina tutti i presenti con una lunga occhiata, poi gli dà la parola.

«Carlo.»

«Lucio ha ragione. È inaudito che uno come lui stia qui. Senza offesa, Mattia.»

«Tutto ok.» rispondo. Lui allontana la sedia di qualche centimetro e continua.

«Le nostre sono infrazioni minori, ma un… un romanzo… è qualcosa di grosso. Dovrebbe stare su a San Macero.»

Il pelato fa spallucce.

«Quante storie per un romanzo. Non ha combinato molto più di uno qualsiasi di noi, alla fine.»

«Parla per te, Nestore.» fa Arturo «Io sono quasi alla fine del nono volume.»

«Ti lasciano carta e penna perché lo sanno che non le finirai mai, quelle memorie. Se racconti un anno al volume, non riuscirai mai a metterti in pari.»

«Sempre meglio che non buttare giù una sola parola in vent’anni.»

«Si chiama gestazione creativa.»

«Va bene, va bene, basta così.» li interrompe il dottore «Ora calmiamoci tutti. Guardate come avete ridotto Evelina.»

Il possente petto di Evelina sobbalza al ritmo del suo respiro affannoso. La bocca a cuore è stretta in una smorfia d’apprensione, le lunghe ciglia sfarfallano più del dovuto.

«Con le porcherie che scrive non può che avere i nervi deboli. La poesia d’amore è roba per signorine.» sentenzia Lucio.

«Non proiettare sugli altri la tua frustrazione.» s’intromette Carlo «Sei invidioso perché hai scritto solo racconti da duemila parole al massimo. Noi questo lo capiamo, è il momento che anche tu ti accetti per come sei.»

«Meno male che ti hanno messo qua dentro, altrimenti magari lo finivi pure, quel tuo manuale cretino.»

«Ho detto basta!» sbraita il dottore, e si asciuga la fronte con il fazzoletto. Non ha più il solito sorriso. «Mattia è qui per buona condotta.»

Nestore arriccia il naso.

«Io ho sentito che ha conoscenze in alto. Ci rinchiudono con uno squilibrato solo perché ha amichetti dove conta. Vecchia storia.»

«Siete qui per essere rieducati, per abbandonare i comportamenti nocivi che hanno reso la vostra presenza pericolosa per voi stessi e per la società.» recita il dottore «In base a quanto previsto dalla Legge sulla Creatività, Mattia ha diritto a una seconda possibilità tanto quanto voi, e fino ad oggi ha dimostrato di meritarsela. Si è lasciato alle spalle il passato ed è andato avanti, come dovreste fare tutti. Ma direi che per oggi ha parlato abbastanza. Lucio, vuoi cominciare tu?»

Lucio si alza in piedi, ma Daria è più veloce a sparare la domanda.

«Ma studiavi, anche? Cioè, come si scrive narrativa, e tutto il resto.»

«Non rispondere!»

Stavolta il dottore ha gridato. Si avvicina a Daria a passo di carica e la afferra. La costringe ad alzarsi, e quando è in piedi la spinge fuori dal cerchio. Daria si massaggia il braccio e lo guarda incredula. Evelina piange sommessamente.

«Nell’angolo.» ordina il dottore «Subito. Non sarà tollerato altro disordine. Sapete che vi è proibito parlare di questi argomenti al di fuori delle sedute individuali.»

Daria china il capo e si avvia verso l’angolo più vicino.

«Sì.» dico.

Daria si ferma, il dottore si volta verso di me. Evelina guaisce. Gli altri fissano immobili la scena.

«Mattia, non fare qualcosa di cui potresti pentirti. Ti ho assegnato al gruppo migliore perché il tuo recupero fosse più veloce. Rovina tutti i miei mesi di lavoro con loro, e per te sarà finita. Dico sul serio, butteremo via la chiave.»

«Studiavo varie tecniche di scrittura. Dovreste provare, poi non riuscite più a smettere.»

Evelina lancia un ululato di dolore, le ampie spalle vengono scosse dai singhiozzi. Lucio ha preso a massaggiarsi la fronte e a strizzare gli occhi, Nestore parla da solo, sottovoce. Carlo emette deboli lamenti e ondeggia avanti e indietro sulla sedia, gli occhi sbarrati. Daria non si è ancora girata, ma sento la sua risatina stridula. Solo su Arturo le mie parole non sembrano aver fatto effetto.

«Lo sai quante sedute di elettroshock ci vorranno per rimediare alla tua bravata?» latra il dottore, e raggiunge a grandi passi la porta della stanza. Preme il pulsante dell’interfono. «Infermieri.» chiama.

«Potevi essere fuori nel giro di due mesi!» mi dice poi «Perché non hai seguito il copione?»

Il trotto degli infermieri nel corridoio è così pesante da sovrastare il pianto di Evelina. Esco dal cerchio di sedie e mi avvicino alla parete opposta alla porta. Le finestre hanno pesanti grate d’acciaio, non c’è via di fuga. Comincio a sbottonarmi la camicia.

La porta si apre, ed entrano due energumeni vestiti di verde chiaro.

«Non fategli troppo male.» raccomanda il dottore.

I due attraversano il cerchio, senza badare agli altri. Evelina continua a piangere. Sfilo l’ultimo bottone dall’asola, e apro la camicia. Gli infermieri si immobilizzano nel vedere la risma di A5 che porto legata in vita. Sfilo i fogli dattiloscritti dalla cintola e ne brandisco metà in ogni mano.

«Trame.» spiego «Roba purissima, di prima qualità. Leggete anche una sola di queste, e vi prenderete una bella ispirazione.»

Evelina caccia uno strillo, gli infermieri impallidiscono. Mi avvicino, sollevando le trame all’altezza dei loro visi in modo che siano costretti a farsi da parte. Li tengo sotto tiro finché non li ho oltrepassati, poi sfilo accanto al dottore, che si copre gli occhi con una mano di fronte ai fogli che gli porgo.

«Nemmeno lei è immune a un lieto fine, quindi.» ghigno. Sto per scattare oltre la porta lasciata aperta dagli infermieri, quando la voce di Evelina mi ferma.

«Aspetta.»

Mi giro, spalle alla soglia. Gli infermieri stanno avanzando a passi cauti verso di me, ma mi guardano solo con la coda dell’occhio. Evelina, che quanto a stazza non ha nulla da invidiare ai due omaccioni, si stringe le mani al florido petto e si alza in piedi.

«È vero… è vero che scrivi anche poesia?» chiede.

Sfodero il mio sorriso più smagliante.

«Solo in metro, baby.»

Lancio in aria i pacchetti di trame. Evelina sviene con un gemito, e frana addosso a Nestore. Gli infermieri si ritirano inorriditi verso il fondo della stanza, mentre Lucio si getta a terra e cerca di ficcarsi sotto la giacca tutte le trame che riesce a radunare. Carlo ondeggia sempre più vistosamente. Arturo si è alzato e ha sollevato il bastone in un gesto di trionfo, Daria applaude frenetica.

Ora che non posso più minacciarlo, il dottore guadagna l’interfono e dà l’allarme. Ma io quasi non lo sento, sto già correndo nel corridoio.

 


 

Ciao a tutti, e benvenuti su Sudare inchiostro. Quando mi sono messo a scrivere questo primo post avevo in mente di cacciarci dentro almeno un paio delle Grandi Verità del Nostro Secolo (noi scrittori amiamo diffondere Grandi Verità), ma poi sono stato fulminato da due rivelazioni:

  1. Tentare di rubare lettori a Paulo Coelho è una battaglia persa.
  2. L’argomento principale del blog è la narrativa, per cui tanto vale inaugurarlo con un po’ di narrativa.

 

Sudare inchiostro è un capanno degli attrezzi. È la baracca dove lo scrittore si ritira per raffinare la sua tecnica narrativa e per imprecare contro l’editoria tiranna, è il tugurio in cui passa nottate a riempire pagine e a sfrondare bozze. È anche la bancarella da cui pubblicizzerà i suoi libri, e da cui ora parla di sé in terza persona.

Vado a inchiodare le ultime assi. Ci si vede.

Una bella imbiancata e sarà come nuova!

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7 risposte a Si comincia

  1. Giovanni scrive:

    Bellissimo questo racconto sulla scrittura. Molto tagliente, ti tiene incollato al testo. Bravo 😉 .

  2. Koda scrive:

    Racconto splendido.

  3. marilena favero scrive:

    Arrivo con molto ritardo, ma spero di non perdermi nulla. Complimenti, davvero, di tutto cuore!

  4. Halen scrive:

    Oddio, questo racconto è genialità pura. Ho riso tantissimo.
    Complimenti, sul serio.
    Tra l’altro, l’idea di aprire un blog sulla narrativa CON un frammento di narrativa – per quanto possa sembrare banale detta così – in realtà è stata veramente ottima.
    E ora corro a leggermi tutti i post 😀

    • Mattia scrive:

      Di post “narrativi” o parzialmente tali ne troverai altri, spero ti piacciano altrettanto.
      Grazie dei complimenti, benvenuto/a e buona lettura!

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