Egli è morto (ma Lui sta benissimo)

È sconcerto nel mondo dei pronomi. Alle 7.05 a.m. di stamattina Egli è stato dichiarato morto. Il primario ha provato di tutto, persino ad amputargli la E iniziale e ad impiantarlo su un verbo in qualità di clitico, ma non c’è stato niente da fare, le lesioni erano troppo gravi. Pare che il compianto pronome soggetto vedesse calare da ormai vari mesi la richiesta di prestazioni da parte dei Parlanti, e che non si volesse rassegnare all’inevitabile declino. Dopo aver fatto appello senza successo al sistema scolastico e aver mandato più volte lettere minatorie al collega Lui (che ha chiesto e ottenuto un’ordinanza restrittiva) ha deciso di porre fine alla propria esistenza. Lascia la moglie, Ella, e il piccolo Esso, un simpatico bastardino che da qualche anno rallegrava la vita della coppia.

Abbiamo chiesto al signor Esacerbato, segretario della Compagine del Favellar Desueto, di commentare l’accaduto. È da mesi ormai che la CFD perde consensi, ma episodi come quello di stamattina aiutano a rinforzare le posizioni dichiaratamente conservatrici del partito.

«È un periodo difficile per noi parole colte.» sostiene Esacerbato «Le parole comuni abbassano il livello del discorso, e riducono drasticamente le nostre possibilità di azione in tutti i contesti linguistici, dal parlato allo scritto. È vero, la nostra rarità è ciò che determina il nostro valore, ma questa flessione nel nostro impiego è invereconda. E che dire di tutti questi forestierismi? È da anni ormai che ci rubano il lavoro! È gente pericolosa. L’altro giorno ho visto Computer che derubava il rispettabile signor Calcolatore, che per la vergogna non vuole denunciare i continui soprusi. Ah, quando c’era Egli i treni arrivavano in orario!»

A giudicare dalla precisione con cui il diretto delle 6.52 ha centrato il pronome, i treni arrivano ancora in orario; il reale significato dell’ultimo commento del segretario della CFD rimane quindi oscuro.

In questi tempi di mutamenti veloci e di comunicazione globale bisogna sapersi adattare in fretta, e il gesto estremo di Egli ha posto l’accento sull’impotenza delle autorità in merito all’uso linguistico. Da anni il rispettato pronome si batteva per mantenere viva la propria attività, e vedeva nella pagina stampata l’ultimo baluardo della propria resistenza. Ma la sua testardaggine è valsa a poco; il mondo di oggi è un mondo in cui tutto si trasforma continuamente, in cui tutto cambia.

Quello che non cambia è che ormai Egli è lingua morta.

L’estratto appena concluso proviene da un vecchio quotidiano che ho trovato curiosando nella spazzatura1. Colpito dal titolo in prima pagina (Egli è morto, appunto) ho cominciato a leggere, e già dopo poche righe mi è caduto dalle labbra il torsolo ancora pieno di polpa che stavo rosicchiando. Ero stato fulminato dalla rivelazione che mi avrebbe cambiato la vita. Per un paio d’ore.

Siamo tutti dei barbari incolti.

Conan

Potresti essere tu!

Tornando a casa non riuscivo a capacitarmi di non essermene accorto prima. Così tanti anni di formazione, e ancora usavo Lui come pronome soggetto. Ero anch’io colpevole di Eglicidio. Mi sono lavato la bocca col sapone fino a quando la lingua mi si è intorpidita, e poco dopo è suonato il campanello.

Ho aperto la porta ad un vecchio pallidissimo, con un cipiglio severo e occhiaie basse e scure. Era in giacca e cravatta; l’unica nota di colore in tutta la sua figura era la corona d’alloro che gli cingeva la testa.

«La Divina Commedia ce l’ho già.» ho detto, pensando subito ad uno di quei fastidiosi piazzisti, e ho fatto per chiudere la porta, ma il piede dell’uomo si è infilato lesto tra stipite e battente. Prima che riuscissi a reagire il vecchio aveva già riaperto la porta ed era entrato in casa, spingendomi da parte.

«Che cosa vuole da me?» ho chiesto, inquieto «La mandano quelli di via Mascagni? Non ero mica io che rovistavo nei loro cassonetti, stamattina.»

Frontespizio CruscaIl suo sguardo si è fatto ancora più severo, le sopracciglia bianche praticamente gli si sono annodate alla radice del naso.

«Non sia ridicolo. Sono qui per ratificare il suo ravvedimento.»

«Ah, meglio. Anche perché buttano via un sacco di roba ancora buona. Ma in che senso ravvedimento, scusi?»

Con gesti ampi ed espressione carica di sdegno mi ha allungato un biglietto da visita. Ho letto: Attanasio Quaglioni, Cruscante. Quando ho alzato lo sguardo su di lui, già in adorazione, ho visto che si era rimboccato una manica fino al gomito, e che mi porgeva l’avambraccio perché leggessi. Dal polso partiva uno splendido tatuaggio in minuscola carolina, che recitava un motto inconfondibile.

Il più bel fior ne coglie.

Parole da salvare

«L’Accademia della Crusca si congratula con lei per la sua scelta linguistica.» mi ha annunciato l’emerito Quaglioni, porgendomi un ramoscello d’alloro e un sottile plico di fogli «In qualità di Difensore della Vera Lingua Italiana, tutte le iniziali maiuscole mi raccomando, dovrà adoperarsi ai fini della salvaguardia delle nostre parole e delle leggi che ne regolano il corretto utilizzo. Il ramoscello se lo può appuntare alla giacca, il plico contiene dei suggerimenti per aiutarla ad avviare la sua attività di Difesa.»

Ho preso con mani tremanti ciò che mi consegnava.

«Ma come avete fatto a sapere che ho deciso di usare Egli come pronome soggetto?»

Quaglioni ha scosso la testa, gli occhi carichi di rammarico.

«Ormai siamo così pochi… avvertiamo la reciproca presenza.»

«Ma mi potrebbe spiegare cosa –»

Non ho finito la frase: Quaglioni aveva sollevato una mano in un gesto perentorio, e aveva alzato la testa, come in ascolto. L’indice dell’altra mano sfiorava la corona d’alloro, più o meno all’altezza dell’orecchio.

«È tutto nel fascicolo.» ha detto, dopo un paio di secondi «Addio, per ora. Qualcuno ha detto pesca al posto di pesca, devo andare a redarguirlo.»

«Eh?»

«Pèsca, pésca. E aperta, E chiusa. Frutto, sport.»

«Eh?»

Ma Quaglioni non mi stava più ascoltando: ha preso una breve rincorsa e ha sfondato la finestra con un salto mortale. Mi sono precipitato a guardare di sotto, convinto di vederlo morto dopo i due piani di caduta, e invece eccolo lì, a correre contro la cattiva pronuncia con uno scatto da centometrista.

Ho riparato la finestra alla bell’e meglio e mi sono messo a leggere il plico. Mi sono bastate appena un paio di facciate per rendermi conto della gravità della situazione, e altrettante per pianificare una prima linea d’azione da tenere in qualità di Difensore della Vera Lingua Italiana: visto che le buone, vecchie, sane parole italiane si stavano estinguendo a grande velocità, mi sono detto che il miglior servigio che potessi rendere alla mia lingua materna era divulgarne i termini più vicini all’oblio. Ma come fare? Senza farsi pregare, la Zanichelli è accorsa in mio aiuto.

DizionarioUn paio d’anni fa la casa editrice ha infatti stilato una lista di quasi tremila parole da salvare, parole che a detta dei redattori del dizionario stanno cadendo in disuso. Dopo aver lanciato questo allarme, dando a migliaia di vecchi tromboni l’opportunità di lamentarsi di come i giovani ormai abbiano un vocabolario di venti parole di cui dodici inglesi, la Zanichelli ha chiesto a un campione di 800 insegnanti quali fossero le 200 parole il cui salvataggio era più urgente. Il risultato lo potete vedere qui. Devo dire che sul momento sono rimasto un po’ deluso: mi aspettavo chissà quali vocaboli, e invece la maggior parte delle duecento voci consisteva in parole piuttosto elementari. Ciò non ha fatto altro che rinfocolare il mio entusiasmo verso la nuova impresa. Da quel momento in avanti avrei infarcito i miei romanzi di parole prese dal dizionario: il mio compito sarebbe stato quello di condurre la plebaglia, con l’aiuto della narrativa, in un viaggio verso i più reconditi anfratti del lessico italiano.

Ho aperto il dizionario e mi sono messo a scrivere, cercando di inserire in ogni pagina almeno una o due parole che non conoscevo, e tenendo il resto della narrazione al livello lessicale più alto che riuscissi ad ottenere. Dopo una mezz’ora di lavoro ho riletto le prime righe.

Due ciuchi se ne andavano onusti per un pascolo solatìo, zavorrati dalla soma. Quello che del paio constava del più callido intelletto opinò bene di gabbare il compare con una celia di cui questi, ottuso, non si sarebbe avveduto.

«Lieto genetliaco a te, o sodale!» si felicitò «Ho inteso dal verbo del mugnaio che oggidì si compie il tuo secondo lustro, sicché ho meco plurime regalie.»

«Strenne? Invero, la tua prodigalità mi molce il cuore.»

Corrusco il mezzodì fugava l’ombre dal prato aprico, e rutilante il sole infieriva sui madidi quadrupedi.

Una vera meraviglia. Ma ancora non ero soddisfatto. La voce del dubbio aveva preso a gridare dal fondo della mia anima, e dovevo soddisfare la sua sete di conoscenza. Per farlo mi è bastato andare in biblioteca e consultare il primo manuale di storia della lingua italiana che mi è capitato sottomano. Ho letto il titolo del primo capitolo, Dal latino alle lingue romanze, e le parole della mia coscienza si sono subito fatte più chiare. Persone influenti e importanti istituzioni si scomodano per salvare l’italiano dalla decadenza, ma nessuno si rende conto che l’italiano è a sua volta la deformazione putrescente di quella che era stata la meravigliosa lingua latina.

Pietro BemboPer prima cosa ho telefonato per annullare l’ordine che avevo fatto per posta (un busto del Bembo alto quattro metri), ma mi hanno detto che purtroppo ormai non era più possibile. Subito dopo mi sono messo a rimuginare sul da farsi. Come riportare l’Italia imbarbarita allo splendore idiomatico dell’antica Roma? Non ho dovuto cercare molto per ottenere la risposta. Anche a Roma c’erano i vecchi tromboni che deprecavano gli usi linguistici innovativi e il decadimento linguistico-morale della società, e tra di loro spiccava il grammatico Probo.

Specolo specolo delle mie brame, chi è il più colto del reame?

Assieme alla Grammatica di Probo ci è giunta la famosa Appendix, una serie di prescrizioni che aiutavano la gente di allora a conservare il bel parlare latino senza cedere alle orride corruzioni della pronuncia che ormai appestavano tutto l’Impero.
Affascinato, ho studiato le indicazioni di Probo e le ho applicate non solo a ciò che scrivevo, ma anche alla lingua parlata. Basta con questi sudici romanzismi, torniamo ad una lingua che conservi almeno in parte l’irrinunciabile eredità latina! Niente specchi, solo specoli. Specchio? Vecchio? Verde? Caldo? Quando audite gente dicere verba del genere, obturate le aure dei vostri pueri, et sic corrigete: specolo, vetolo, vérede, càledo. Non sarà latino, ma insomma!

Busto Cicerone

Se Cicerone sapesse quanto vi siete comportati male in questi secoli...

Ho passato le due settimane successive a subire lo scherno dei più e a sfuggire alle grinfie degli psichiatri e degli esorcisti che i parlanti barbari mi sguinzagliavano dietro. Dopo aver vissuto al di fuori della cosiddetta società civile per un mesetto, mi sono rassegnato a non poter parlare secondo le prescrizioni di Probo. Rendendomi conto della futilità dell’impresa che avevo pensato di poter compiere, ho gettato nel camino anche il mio titolo di Difensore della Lingua Italiana, assieme al plico di fogli e al ramoscello d’alloro.

Quello che non sono riuscito a gettare nel camino sono i quattro bronzei metri del busto di Bembo.

L’Ineluttabile Decadimento Sociolinguistico

Il punto è che questa storia della corruzione linguistica è una cagata pazzesca.

Quante volte ci siamo sorbiti da insegnanti, parenti, telegiornali e sedicenti linguisti sparate sull’imminente morte dell’italiano? E quante volte la colpa di questa agonia è stata addossata ai più giovani, colpevoli di avere un vocabolario ristretto e di essere, sul fronte morale come su quello intellettuale, inferiori alle precedenti generazioni? E il congiuntivo che sparisce qua, e i troppi prestiti dall’inglese là, che palle.

Giovini

Un gruppo di giovani si china sulla lingua italiana dopo averla pestata a sangue.

Sia chiaro una volta per tutte: le lingue non si corrompono, si evolvono. Questo ve lo può dire chiunque abbia studiato seriamente un minimo di linguistica. Nessuna lingua mantiene uno stato fisso e immutabile, perché il mutamento linguistico è inevitabile e continuo2.

Restando sul fronte lessicale, vorrei che ci fermassimo tutti a riflettere. Siamo davvero sicuri di essere di fronte ad un impoverimento? Davvero le nuove generazioni stanno selezionando un lessico molto ristretto rispetto a quello dei loro genitori, nonni e antenati?

Per rispondere dobbiamo innanzitutto considerare un fatto fondamentale: fino a cent’anni fa (ma forse anche meno) l’italiano era parlato da un numero di persone piuttosto esiguo. Le lingue usate dalla popolazione erano quelle che oggi sono considerate dialetti regionali; solo la classe dirigente parlava italiano, e probabilmente lo faceva solo in società, perché in genere la lingua madre era il dialetto anche per i nobili e per i pochi industriali ricchi sfondati. L’italiano era quindi una lingua esclusivamente colta e principalmente scritta, parlata solo da pochi gruppi e principalmente in occasioni formali.

Immagino capiate già dove voglio arrivare. Chi usava l’italiano era istruito, e conosceva molte parole. Se l’italiano fosse stato diffuso in tutta la penisola anche allora, credete che un pastore o un contadino avrebbero saputo più parole di quante ne sappia oggi lo studente medio? Molto improbabile. Ecco allora svelato l’inganno: che campione è stato preso per le generazioni precedenti alla nostra? E per la nostra?

Ma non occorre andare tanto lontano nel tempo. Prendete un campione di vecchi, uno di adulti e uno di ragazzi, e confrontate la conoscenza del vocabolario. Se il campione è stato selezionato senza barare, scommetto che la conoscenza lessicale sarà identica.

CiucoI giovani hanno un vocabolario ristretto perché gran parte della popolazione ha un vocabolario ristretto: in media la gente è ignorante e se ne frega di sapere più parole di quelle duecento che usa quotidianamente. La differenza rispetto a sessant’anni fa è che oggi il sistema dà a tutti l’opportunità di studiare. Ma è sbagliato aspettarsi che tutti coloro ai quali è data la possibilità di apprendere ne abbiano voglia. Perché così non è.

Ed ecco sbugiardati i barbogi. I 200 vocaboli scelti dagli insegnanti non stanno scomparendo, è che sono tenuti in vita solo da una parte relativamente piccola della società. Guardate la lista, scommetto che conoscete la maggior parte delle parole (altrimenti non stareste leggendo questo articolo). Poi ci sono parole che stanno morendo, sì, ed è un bene che muoiano perché sono nate già agonizzanti. Onusto, cazzo. Onusto. Dai.

Per amore della maestra

Ho una notizia per i miei colleghi narratori. Non siete più alle elementari3, non ci sono più maestre da compiacere. Se avete scelto il cammino del Narratore, il vostro fine dovrebbe essere quello di permettere ai lettori di calarsi nella realtà che avete costruito per loro, non quello di salire in cattedra per dimostrare al volgo quante parole sapete.

Non è escluso che leggendo narrativa si impari qualcosa, ma la narrativa non è uno strumento didattico; chi se ne dimentica incorre negli obbrobri tipici dell’autore alle prime armi: registro lessicale esagerato, sintassi involuta e pomposa, citazioni letterarie fuori luogo, As you know, Bob.

Lo ripeterò in modo più chiaro, nel caso il messaggio non fosse passato. Usare i paroloni non fa figo, fa schifo. Non potete più scrivere come nei temi del liceo; ora siamo nella vita vera, non avete più professori che applaudono nella solitudine dei loro appartamenti solo perché avete usato un “quantunque”. Questo non vuol dire che dobbiate scrivere in modo rozzo, al contrario. Vuol dire che il vostro stile dev’essere così preciso da rendere esattamente tutto ciò che volete dire, e così leggero che il lettore non si accorgerà che dietro a quello che sta leggendo c’è il pensiero di un altro essere umano.

Bello, eh? Mi commuovo da solo. Questa ovviamente è la posizione della baracca di Sudare inchiostro; in giro per il mondo è pieno di Grandi Scrittori, spesso incompresi, che reputano la trasparenza dello stile narrativo una bestemmia alla loro statura morale e intellettuale.

SiloneSe qualcuno di voi ha usato Egli in un brano narrativo, corregga subito. Non deve per forza usare Lui; se ha paura di scomodare il Fantasma dell’Italiano Passato4 ci sono almeno due soluzioni possibili:

  • si può cambiare la struttura sintattica della frase o dell’intero periodo in modo da non dover usare il pronome personale soggetto;
  • si può esplicitare il nome a cui il pronome si riferisce, sempre che non si incorra in ripetizioni troppo pesanti.

Scegliete l’alternativa che preferite, ma non usate mai Egli, Ella ed Esso. Non faranno altro che aprire le porte della pomposità, e con loro il sipario del ridicolo.

Fate questo in memoria di Egli

Egli è morto, non ci sono dubbi. C’è ancora qualcuno che ha qualcosa da ridire in proposito? Va bene, facciamo un piccolo test. Quanti di voi, in una frase reale, hanno mai usato Egli, Ella, Esso, o uno dei rispettivi plurali? Ecco, appunto. Ormai Egli, per niente compianto, viene usato solo per coniugare i verbi, è una formula più che una parola. La litania della coniugazione è l’ultimo requiem che cantiamo in suo in onore. Io, tu, egli, noi, voi, essi.

Ora basta con le ipocrisie, ripetete con me: io, tu, lui, noi, voi, loro. Lo sentite anche voi questo dolce sapore? È il sapore del proibito.

Prima di concludere, vorrei tornare un istante sul brano citato all’inizio del post. Dopo aver rinunciato alla carica di Difensore della Lingua, per un po’ ho dimenticato l’articolo sulla morte di Egli, ma pochi giorni fa mi è tornato in mente. Non proprio tutto l’articolo, ma solo la vicenda del povero Egli. In particolare, al di là della drammaticità della faccenda, mi sono chiesto che fine avessero fatto la vedova Ella e il bastardino Esso. Ho fatto un paio di telefonate ai miei informatori, e quello che ho scoperto mi ha molto confortato. Mi si è scaldato il cuore nel sapere che nessuno dei due si è rassegnato ad una vita di stenti, e che entrambi hanno saputo reinventarsi e stravolgere la propria immagine quando nessuno avrebbe scommesso un soldo su di loro.

Immaginate di essere al cinema. Siete andati a vedere Egli è morto, un film drammatico che denuncia la condizione di vita dei pronomi soggetto. La storia la sapete già, siamo all’ultima scena: dopo la tragica morte di Egli, Ella esce dalla stazione tenendo Esso al guinzaglio. I due imboccano la strada principale, camminando incontro al sole mattutino, metafora del nuovo inizio che segnerà una svolta nelle loro esistenze. L’orchestra sinfonica sviolina il tema in un trionfo di acuti, e sulla nota finale, proprio mentre Ella ed Esso sono così lontani che quasi non li si vede più, lo schermo si fa nero. State per alzarvi, ma non compaiono i titoli di coda. Inizia invece una versione del tema musicale per solo piano, e in sovrimpressione compaiono bianche queste frasi:

Ella, che alla morte del marito era ancora giovane, si è risposata con un certo Joe Fitzgerald e si è trasferita negli Stati Uniti. Lì, grazie ad una fortunata casualità, ha riscoperto il proprio talento per la musica, che per anni non aveva potuto coltivare perché troppo occupata con l’impiego da pronome. È morta nel 1996, dopo una folgorante carriera come cantante jazz.

 

Esso, cane prodigio, non si è dato per vinto di fronte all’assenza di pollici opponibili, e si è messo in proprio avviando una sua impresa. Ha passato tempi difficili, ma ultimamente si è buttato nel settore carburanti, e da allora sembra che vada alla grande.

  1. Anche noi scrittori dobbiamo mangiare, ogni tanto! []
  2. Questo discorso è molto ampio, e almeno per ora non ho intenzione di trattarlo in modo approfondito. Un accenno però era doveroso, perché non si tratta di un concetto scontato né di pubblico dominio, purtroppo. []
  3. La maggior parte di voi perché è stata promossa, il resto perché ha abbandonato gli studi. []
  4. Da notare che la sostituzione del pronome obliquo lui al pronome soggetto egli risale già al toscano, ed è quindi una tendenza più che naturale nella lingua italiana. Lo stesso Manzoni, che i vecchi tromboni indicano come maestro di questo e quello, nel correggere i suoi Promessi Sposi ha spesso tolto egli, preferendo il più naturale lui. Questo significa forse che il Manzoni era un ragazzaccio? No, ci indica che il pronome egli suonava artificiale già a quel tempo. La prossima volta che vi correggeranno un lui dicendovi che ci sarebbe voluto un egli, dichiaratevi emuli del Manzoni. []
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3 risposte a Egli è morto (ma Lui sta benissimo)

  1. Raccontango scrive:

    Tu sei un genio. 😀

  2. Antonietta scrive:

    Questo articolo è stupendo! Complimenti!

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