Questione di talento

La settimana scorsa ho dovuto interrompere per qualche ora il lavoro di self-editing1 che sto portando avanti sul mio romanzo. Era arrivato ad un punto molto avvincente e mi scocciava lasciare la baracca proprio sul più bello, ma stavo per finire la materia prima, e non potevo permettermi di passare l’intero weekend senza preposizioni.

Dopo le solite sei orette di cammino arrivo a valle. Durante il tragitto è tutto tranquillo, ma quando arrivo ai margini del paese mi trovo di fronte ad uno scenario inaspettato. Una nuova costruzione sorge accanto alla strada principale. È un cubo alto tre piani, e proprio non si può guardare: in senso figurato, perché stona con il paesaggio montano e con le casette in legno e pietra del paese, e in senso letterale, perché il rivestimento che lo ricopre sembra fatto di lustrini di mille colori, e mi riflette i raggi del sole negli occhi.

Di fronte al cubo un discreto capannello si è raccolto attorno a un oratore. Mi avvicino, e vedo che ad arringare la piccola folla è un giovanotto dallo sguardo spocchioso. Ha una giacca con le toppe sulle maniche, e porta occhiali dalla montatura spessissima. Anche se non c’è un filo di vento si è avvolto una sciarpa attorno al collo. Fa decisamente sfigurare il suo uditorio; il più elegante della ciurma di valligiani che lo sta ad ascoltare indossa una salopette dal fondo sdrucito. Mi faccio strada attraverso il crocchio per sentire meglio, e comincio a distinguere le sue parole.

«Molti di voi saranno invidiosi. E come non esserlo? Siate sinceri, riuscireste a realizzare un’opera d’arte come questa in appena mezza giornata? Ma non disperatevi, non è colpa vostra. Come vi ho già spiegato, è questione di talento. È una cosa naturale, non si può imparare. Ecco, è come starnutire2: mica si può imparare, uno lo sa fare e basta! Forse tra voi zotici c’è qualche diamante grezzo, ma è impossibile saperlo se sgobbate tutto il giorno nei vostri tuguri. Dovete abbandonarvi al talento, solo così scoprirete se ne avete. Quindi da oggi niente più lavoro, affidatevi solo alle vostre sensazioni.»

«Niente più lavoro?» chiede qualcuno.

«Esatto. Non siete stanchi del peso degli attrezzi? Non preferireste formare un circolo dove parlare tutto il giorno delle opere prodotte dal vostro talento?»

«Io porto le carte!» grida un altro. Il giovanotto fa per contraddirlo, ma l’applauso spontaneo dell’uditorio gli fa chiudere la bocca.

«Esatto.» conferma. Gli leggo il labiale, la voce è coperta dalle ovazioni.

Un mazzo di fiori di campo viene lanciato verso l’oratore; lui lo afferra al volo e si mette a spedire baci verso il pubblico. Scende dalla pila di best seller che gli faceva da podio e si avvicina alle prime file, stringendo mai e facendo incetta di virili pacche sulle spalle. Tento di arretrare, ma la folla spinge dietro di me, e prima che possa defilarmi mi ritrovo l’oratore davanti. Mi stringe la mano, e il suo palmo è liscio, senza calli. Ora che posso osservarlo da vicino noto che i suoi occhiali non riflettono la luce. E ci credo, non hanno lenti.

Pochi minuti dopo riesco a raggiungere il negozio di Olaf, il ferramenta.

«Dammi due chili di punti e tre di virgole. Poi anche uno di virgolette assortite, ma non mettermi tutti doppi apici come l’ultima volta.»

«È meglio che ti prendi direttamente le caporali, so che usi quelle.»

«Ah, ti sono arrivate?»

«Stamattina.»

Olaf sparisce nel retrobottega grattandosi il sedere.

«Lo hai visto, il nuovo arrivato?» gli chiedo, alzando la voce per farmi sentire.

«E come si fa a non averlo visto, con la schifezza che ha tirato su?» bercia lui.

«Come si chiama?»

«Non lo so, è un damerino venuto dai salotti bene della città. Ma vedrai che non dura due giorni, qui.»

Riemerge dal mare di scatoloni ammassati nel retrobottega e torna a piazzarsi dietro al bancone, sbattendoci sopra una scatola di cartoncino. Il contenuto della scatola tintinna all’impatto.

«Meglio che stai lontano da quello là.» mi dice «E anche da quel cubo di paillettes. Stamattina è venuto da me, e sai cosa mi ha chiesto? Cinquanta chili di puntini di sospensione e quaranta di punti esclamativi. Nient’altro. Sfido io che ci ha messo una mattinata, al primo filo di vento quella merda viene giù.»

«Magari la punteggiatura non è il suo forte.»

Olaf grugnisce.

«Tu dici? Chiedi giù alla falegnameria cos’ha comprato da loro. Tutti aggettivi e avverbi. E poi è passato dal tappezziere a farsi fare quella copertina sbrilluccicosa. Ma a me non mi si piglia per il culo, quello ha costruito sul niente.»

Olaf si gira verso gli espositori e comincia a prepararmi quello che gli ho chiesto.

«Ah, e dammi anche mezzo chilo di punti e virgola.» aggiungo. Mi getta un’occhiata da sopra la spalla massiccia, e lo vedo sogghignare di sfuggita.

«Ormai sei l’unico che me li chiede, li tengo solo per te.»

Un terremoto scuote il negozio. Il sacchetto cade dalla mano di Olaf, liberando punti che rotolano per tutto il pavimento.

«Vieni! Sotto il bancone!» sbraita il ferramenta, ma non fa in tempo a finire l’ultima parola che la scossa si interrompe, e tutto torna immobile. Usciamo dal negozio, e Olaf snuda i denti in un sorriso sadico.

«Te l’avevo detto.»

Il cubo è ridotto ad un cumulo di macerie luccicanti. Qualcuno si è già messo all’opera per rimuovere i calcinacci; anch’io vado a dare una mano, mentre Olaf torna dentro, scuotendo la testa. Nel giro di cinque minuti arriva il camion dei vigili del fuoco, seguito da un’ambulanza. I lavori proseguono spediti grazie all’aiuto di molti paesani, e non ci vuole molto prima che l’arringatore venga tirato fuori da sotto un risvolto di copertina leggero ma molto ingombrante. È un cencio, ma sembra illeso.

I paramedici si mettono subito a controllare che non abbia niente di rotto.

«È tutto a posto.» sentenzia uno di loro «Ma è in stato di shock. Lo portiamo in ospedale per la notte.»

Gli mettono una coperta sulle spalle e lo portano verso l’ambulanza. Quando mi passano accanto, il ragazzo mi guarda stranito. Mi dice qualcosa sottovoce, e mi devo chinare verso di lui per distinguere le parole. Vedendo che non ho capito, quello ripete.

«Ho solo starnutito…»

Prescelti e invasati

Una credenza consolidata assegna alla figura prototipica di Romanziere la qualità denominata Talento, ma a ben guardare questo termine presenta contorni piuttosto nebulosi. Mi sono messo a pensare all’impiego che ne viene fatto nell’ambiente della narrativa, e ho cercato di sviscerarne il vero significato. Come molti nomi astratti, anche talento ha molte sfaccettature, ma in questi anni mi sono fatto un’idea abbastanza precisa dell’accezione in cui lo si usa in riferimento agli scrittori, e sono giunto ad una duplice conclusione.

  • Il Talento è una caratteristica innata, presente da sempre nell’individuo, che quindi si configura come una sorta di prescelto. Se ci affidiamo a questa definizione, il genere umano si divide in due grandi caste: gli eletti, nati sotto la buona stella del Talento, e i paria appena degni di elemosinare un terzo posto in un concorso letterario di provincia.
  • Il Talento è un organo spirituale, una sorta di terzo occhio, grazie al quale un daimon (o divinità, o genio, o ghost writer) letteralmente invasa il Romanziere.
    Questo processo oltremondano è detto anche ispirazione. Libro BrosioChi vi dice che scrive solo quando arriva l’ispirazione probabilmente ha un grande Talento (inteso come organo recettore di impulsi ultraterreni). Anche in quest’ottica il Romanziere di Talento è superiore ai comuni mortali, perché comunica piani di esistenza estranei alla nostra realtà; tuttavia è anche soggetto ai capricci dell’entità ispiratrice, e in fondo non totalmente responsabile di ciò che scrive, nel bene ma soprattutto nel male. Il prototipo di autore ultraterreno è Paolo Brosio: un bel giorno la Madonna di Medjugorje l’ha invasato e lui giù a scrivere fantasy.

Un significato non esclude necessariamente l’altro: anche essere posseduti da geni e madonne non è roba da tutti, quindi possiamo dire che anche il secondo punto è una sorta di predisposizione innata. In entrambi i casi, quindi, il mondo si divide tra chi può e chi non può.

Alla prima occhiata sembra che questa visione mistica instauri una separazione classista e politicamente scorretta tra ariani e indesiderabili della parola scritta, e invece è proprio qui che accade la vera magia. Visto che il Talento è una caratteristica irrinunciabile per essere Scrittori, allora tutti gli Scrittori hanno Talento.

In un solo, discutibilissimo passaggio logico si è compiuto l’abominio. A causa di questo ragionamento malato tutti quelli che producono qualcosa3 hanno Talento. Volete la prova? Molto bene. Lasciate che vi presenti tre dialoghi fittizi; in tutti gli scambi di battute il Talento è trattato come caratteristica non necessaria.

«Conosci Bagno di sugna di Egidio Girozzi?»

«Vuoi scherzare? È il mio romanzo preferito! L’avrò letto dieci volte, e ogni volta resto incollato al libro dalla prima all’ultima pagina.»

«Eh sì, il Girozzi ha quello stile privo di talento che ti prende e non ti molla più!»

 

«Buongiorno signora, come posso aiutarla?»

«Salve, cercavo un romanzo… qualcosa di bello, ma diverso dal solito. Pensavo ad un autore senza talento.»

«Benissimo, mi segua. Lo scaffale dei senza talento è da questa parte. Le consiglio Bagno di sugna; sono rimaste solo le ultime copie, va fortissimo.»

 

«Abbiamo con noi Egidio Girozzi, autore del pluripremiato Bagno di sugna. Girozzi, ci vuole svelare il segreto del suo successo? Come ha fatto a scrivere un romanzo che arrivasse dritto al cuore della gente?»

«Beh, innanzitutto devo ringraziare i miei genitori per avermi sempre offerto il loro supporto. Ma quello che davvero ha fatto la differenza è stata la mia mancanza di talento.»

Non credo abbiate mai sentito niente del genere.

Non si può dire che uno che scrive non ha talento, perché significa automaticamente che ciò che scrive non ha alcun valore. Si arriva quindi all’appiattimento generale di interviste e blurb: tutti hanno talento, tutti sono scrittoroni fantameravigliosi che hanno completamente rotto con gli schemi del passato rielaborando gli schemi dei grandi del passato e coniando nuove realtà espressive e menate varie. E in un attimo il libro e l’autore diventano centro di un’operazione pubblicitaria anziché di vera discussione sulla narrativa. A questo proposito si veda un interessante articolo pubblicato nel blog di Finzioni sul triste fenomeno della madalonizzazione, decisamente correlato alla tendenza di cui stiamo discutendo.

Chi sa fa, chi non sa fa lo stesso

La strada più facile per chiunque abbia velleità artistiche o intellettualoidi ma nessuna voglia di fare fatica è senz’altro la scrittura. I fattori che oggi condannano la scrittura ad un destino di dilettantismo e trascuratezza sono principalmente due:

  • Quasi tutti sanno scrivere (nel senso meccanico del termine, ossia tracciare grafemi su un qualsiasi tipo di supporto). Alfabeto e ortografia si imparano a scuola4, e questo dà a molti l’illusione di aver già imparato tutta la tecnica che serviva.
  • Carta al maceroI supporti per la scrittura sono reperibili a costi ridicoli (carta e penna) o comunque molto ridotti, in proporzione alla quantità di lavoro che vi si può svolgere. Un laptop è più costoso di un set di colori ad olio, ma ci potete lavorare per anni, anche scrivendo varie ore al giorno. A parità di ritmo di lavoro, i tubetti di colore finiscono ben prima. Un computer inoltre svolge molte altre funzioni, mentre ad esempio uno strumento musicale non vi permette di controllare la vostra mail o di gestire il vostro conto in banca online.

Qui nella baracca di Sudare inchiostro non amiamo parlare d’Arte. Sono i critici e i posteri a decidere cosa è Arte e cosa no, e noi non ci fidiamo troppo né degli uni, né degli altri.

Nelle prossime righe userò l’espressione “attività artigianali” in senso ampio, includendovi anche quelle che sono tradizionalmente definite arti. Per attività artigianale intendo riferirmi a tutte quelle attività umane che hanno per risultato un prodotto finito e che prevedono un processo di produzione non seriale, in cui l’artigiano segue la realizzazione dell’oggetto (materiale o meno) in tutte le sue fasi.

Per svolgere una qualsiasi attività artigianale sono richieste delle competenze specifiche. Il falegname deve saper usare i suoi attrezzi, il compositore deve conoscere l’armonia. Banale, direte voi. Ok, e allora perché lo scrittore non dovrebbe interessarsi un po’, che ne so, dell’uso del punto di vista o delle differenze tra mostrato e raccontato?

Il narratore che non si interessa di tecniche narrative5 è come il compositore che scrive note a caso sul pentagramma, o come il falegname che pugnala con le sgorbie un blocco di legno grezzo: di sicuro parenti e amici esalteranno la sua opera, e magari riuscirà a strappare un elogio a qualche nome importante che non ha letto nemmeno una riga del suo libro, ma quasi sicuramente non avrà prodotto qualcosa di buono.

Già vi vengono i giramenti di testa al pensiero di dover studiare qualcosa? Reggetevi forte allora, perché non è tutto. Il solo studio della tecnica non farà di voi dei buoni narratori, perché la teoria è inutile senza una generosa quantità di pratica6. Charles MingusMettiamo che vogliate imparare a suonare il contrabbasso: non vi basterà leggere tutti i metodi di questo mondo, ad un certo punto dovrete mettere le dita sullo strumento. E farete schifo. Ma seguendo le indicazioni dei manuali e continuando ad esercitarvi con costanza riuscirete a raggiungere un buon livello tecnico, e non solo vi divertirete di più a suonare, ma chi vi ascolterà non avrà più voglia di strapparsi le orecchie dalla testa. Togliete i calli sulle dita e i crampi alla mano sinistra, e quello che vale per il contrabbasso vale per la produzione narrativa e per qualsiasi altra attività artigianale.

Permettetemi di fare un’altra precisazione: per scrivere bene è necessario aver letto tanto, ma leggere non basta, come non basta aver ascoltato tanta musica per saperla suonare o comporre, o come non basta aver letto centinaia di fumetti per saper disegnare.

Non siete d’accordo con la mia visione artigianale delle cose? Va bene, vi posso esporre un altro argomento. Cos’avrebbero fatto senza tecnica tutti i grandi delle Arti? Mozart al massimo avrebbe vinto una gara di rutti all’Oktoberfest, l’opera più famosa di Michelangelo sarebbe stata un portapenne di plastilina sulla scrivania di suo padre, mentre i quadri di Fontana –

No, i quadri di Fontana sarebbero rimasti gli stessi. Ma questo è un altro discorso.

Era meglio una gara di rutti.

I cattivi complimenti

Prendete le ipotesi di dialogo annotate poco fa, e sostituite la parola tecnica a talento. A prima vista l’effetto è più o meno lo stesso, solo meno comico; del resto entrambi i termini indicano qualcosa di positivo. Ma la somiglianza si ferma qui.

Quante volte, in un’intervista o in una pubblicità, avete visto un autore venire lodato per la sua capacità tecnica? Molto di rado, forse mai. E in teoria questo è strano, perché la tecnica è un merito oggettivo, non soggettivo. Poi si può discutere quanto si vuole su quali siano le tecniche migliori da adottare, ma chi scrive seguendo una tecnica scrive per lo meno in modo coerente.

Nella scia di interviste e interventi post Premio Campiello mi sono visto dare più volte del giovane talentuoso, spesso da persone che il mio racconto non l’avevano nemmeno letto. Ho apprezzato molto di più i complimenti con riserve o le critiche costruttive, perché interventi del genere sono segnale di interesse, e ad uno scrittore dovrebbe importare di essere letto con attenzione, non di nutrire il proprio ego con una pastura di lodi sperticate e infondate.

Fiat Talento

Un esemplare di Fiat Talento: difficilmente lo si possiede fin dalla nascita.

Ho avuto la prova della bontà di questo modo di interpretare i giudizi grazie a due contatti con degli editori. Il primo è stato un rifiuto non standard, ma con appunti precisi e motivazioni legate a fattori stilistici del libro. Pochi paroloni e molta sostanza mi hanno dato l’impressione che il mio romanzo fosse stato effettivamente letto. Un’altra volta invece ho incontrato l’editor da cui da mesi ormai attendevo risposta, che mi ha rivolto un candido sorriso e mi ha presentato alla sua amica come un giovane autore di talento. Lì ho capito che non aveva letto il mio libro, e che probabilmente non l’avrebbe letto mai7.

Meritocrazia

Siate sospettosi la prossima volta che sentirete parlare di talento. Parlare di talento è parlare di niente.

Ciò non significa che non si possa essere predisposti alla produzione narrativa, ma bisogna chiarire che questa predisposizione non ha nulla di magico, ed è spesso acquisita più che innata. In nessun caso, infine, la predisposizione sostituisce completamente la crescita personale ottenuta attraverso lo studio e la pratica.

I contenuti di questo articolo vi hanno fatto storcere il nasino? Se non vi piace sporcarvi le mani e fare un po’ di fatica, non dedicatevi alla narrativa. Anzi, non dedicatevi a niente, vedrete che pacchia!

Gli artigiani della narrativa avranno invece accolto il post con entusiasmo. Grazie alla tecnica si può infatti tracciare il discrimine tra chi sa fare e chi non sa fare, tra chi ha lavorato e tra chi ha avuto solo amici influenti o una bella botta di culo. I giudizi tecnici sono giudizi meritocratici.

Ma non è tutto qui. Parlare di talento nella sua accezione “magica” rischia di oscurare competenza, creatività e disciplina, tutte doti indispensabili per il vero romanziere. Parlare di talento in questi termini è offensivo, perché vi toglie ogni merito. Io ogni riga che scrivo me la sudo, e mi prendo merito e responsabilità per ogni parola.

Un brutto pomeriggio per il Segretario

Nel frattempo, su un atollo dei mari del Sud, il Segretario della Corporazione dei Romanzieri si fa andare per traverso il suo daiquiri.

«Malachia!» grida. Tossisce, e un aerosol di rum e succo di lime investe il monitor del computer portatile.

«Malachia!»

Una figura in frac e bermuda a fiori corre gobba sulla spiaggia candida. Il vassoio argenteo che regge con la mano sinistra manda riflessi abbaglianti.

Daiquiri«Signore, avete chiamato?» chiede, ancora lontano. Il Segretario non risponde, ma getta il bicchiere verso di lui, mancandolo di molto. Una scia scura appare sulla sabbia mentre il bicchiere rotola e si ferma, la fetta di lime ormai impanata dai granelli chiarissimi.

Ancora ansante Malachia si inginocchia al capezzale della sdraio. Impugna il tovagliolo immacolato che teneva adagiato sull’avambraccio destro e si mette a detergere il monitor con scarsi risultati. Lunghe scie appiccicose deturpano i tredici pollici di schermo LCD.

«E piantala, scemo!»

Uno scappellotto cala sulla nuca del maggiordomo, che guaisce appena e conclude con uno svolazzo frettoloso la vana opera di pulizia.

«Leggi qua.» ordina il Segretario «C’è un altro furbone che ha spifferato tutto. Perché nessuno mi ha avvisato?»

«È un post di cinque minuti fa, signore…»

Il segretario si massaggia le meningi e respira a fondo. Malachia trema.

«Signore, io…»

«Taci Malachia, taci. Taci o ti raddrizzo la gobba a suon di legnate.»

Il maggiordomo china la testa, ma tiene sempre in alto il vassoio d’argento.

«Se tutti gli scrittorucoli si mettono in testa di scrivere come si deve, sai che fine fanno tutti i best seller che propiniamo adesso?» dice il Segretario «E l’editoria a pagamento, sai che fine fa?»

«Sì, signore.»

«Malachia, il telefono.»

Il maggiordomo non si muove.

«È qui, signore.»

«Zitto, scemo.»

«Sì, signore.»

Il Segretario afferra il cellulare in oro massiccio posato al centro del vassoio. Apre lo sportellino e digita un numero, poi si porta il telefono all’orecchio.

«Sono il Segretario. Contattate la stampa. Tutta. La prossima settimana voglio una copertura totale sulle pagine della cultura. Tema: il talento. Concetti chiave: scrivere naturalmente, capacità innate, narrativa-starnuto. Sì, sì, anche sui nostri blog e nei telegiornali. Anzi, chiama i ministeri della Cultura e fissa per la prossima settimana la Giornata Mondiale del Talento. Maiuscole come se piovesse. No, non importa se nessuno ne aveva mai sentito parlare. Sì, fa’ indire concorsi, nessuna quota, vogliamo che ci credano tutti, e scadenza breve, così non hanno il tempo di correggere. Sbrigati, eh? Ciao. Ciao.»

Il cellulare torna al suo posto sul vassoio, il Segretario si appoggia allo schienale della sdraio.

«Speriamo di scamparla. Ormai la storia del talento non se la bevono più.»

Il maggiordomo abbassa il vassoio e raddrizza la testa, per quanto gli è possibile.

«Vedrà che ci andrà bene anche stavolta, signore. Quella volta si è inventato proprio una bella storia, se lo faccia dire.»

«Non lo so Malachia, non lo so. Ogni volta mi sembra una scommessa.»

«Ma signore, sono rimasti dilettanti fino ad ora, non sarà certo un post sperduto nella rete ad aprir loro gli occhi.»

«Sì, ma che palle questo Internet, è impossibile tenere tutto sotto controllo. E i dilettanti lo usano sempre di più. La volta che smettono di credere a tutta la bufala siamo fritti. E allora ce la sogniamo la spiaggia bianca, Malachia! Ce la sogniamo!»

La voce del Segretario si incrina, le sue dita inanellate si serrano attorno ai braccioli della sdraio. Malachia si affretta a porgere il tovagliolo zuppo di daiquiri.

«Non pianga, signore.»

«Non sto piangendo, scemo.»

Polinesia

"Mi è solo entrata della sabbia negli occhi."

  1. Termine inglese per dire che il tuo romanzo non se lo fila ancora nessuno. []
  2. Chi non ha colto la citazione si goda questa intervista a Chiara Strazzulla (in particolare la frase che comincia al secondo 00:23). Chi di voi volesse contestualizzare meglio la faccenda si goda la recensione di Gamberi Fantasy sul romanzo Gli Eroi del Crepuscolo. []
  3. Notare i termini volutamente generici quelli e qualcosa. []
  4. E neanche sempre. []
  5. Al pari del poeta che ignora la metrica. []
  6. Nel libro Outliers, Malcolm Gladwell riprende una teoria dello psicologo Anders K. Ericsson secondo la quale per eccellere in un dato settore ci vogliono 10000 ore di pratica. Gli esempi riportati sono quelli di Bill Gates e Julius Robert Oppenheimer. E diventare magnati dell’informatica o inventore di armi di distruzioni di massa non è poi così diverso dallo scrivere romanzi. []
  7. Ne volete sapere di più? Non perdetevi la prossima puntata de L’eterna lotta tra il Bene e l’Editoria! []
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5 risposte a Questione di talento

  1. Pingback: Quando un romanzo è idealmente terminato | NOLUNTAS

  2. Emica scrive:

    Eppure non è proprio così. La tecnica è indispensabile, su questo sono assolutamente d’accordo, come sono d’accordo sull’uso improprio del concetto di (e del termine) “talento”. Però secondo me quel qualcosa che distingue un bel libro da un capolavoro c’è. Credo che non basti padroneggiare le tecniche per essere scrittori eccellenti, ci vuole qualcosa in più, un quid, un x-factor (cit.). Non so se chiamarlo talento, so solo che mi è capitato di imbattermi in scrittori che utilizzavano benissimo le tecniche narrative, magari avevano anche delle idee originali, eppure le loro opere non erano dei capolavori. Avevano svolto bene il compito, ma non c’era molto di più. Penso che per fare di un bravo scrittore un grande scrittore sia necessario quel qualcosa in più che dicevo prima. Per continuare il paragone con i musicisti o i pittori, è lo stesso motivo per cui ci sono i geni e ci sono quelli che sono semplicemente bravi artisti. Non è che i secondi siano asini, tutt’altro, ma forse gli manca qualcosa che non si può ottenere con il semplice studio. Poi magari mi sbaglio.

    • Mattia scrive:

      La conoscenza delle tecniche narrative di base spesso non è sufficiente per produrre un ottimo libro; su questo concordiamo.
      Però sono un po’ restio a parlare di capolavori e di genio, perché sono termini che si tirano dietro un’aura mistica. Quando ci troviamo davanti a un romanzo e lo percepiamo come molto migliore degli altri che ci capitano sotto mano di solito, credo che l’atteggiamento ideale sia quello di capire cosa sia esattamente a renderlo così speciale. Questa analisi non toglie nulla alla bellezza dell’opera, e ci permette di capire perché qualcosa ci piace (il primo passo verso una lettura consapevole).
      Infine, una banalità: quello che per noi è un capolavoro non lo è per tutti, quindi l’autore che ha saputo toccare così bene le corde della nostra sensibilità può non aver avuto lo stesso impatto su qualcun altro.

  3. Emica scrive:

    Sì ma parlavo di libri considerati capolavori universalmente, o comunque dalla maggior parte delle persone e magari della critica, non solo da me, Tizio e Caio ^^

    • Mattia scrive:

      Il discorso non cambia. C’è sempre almeno una ragione per cui riteniamo un libro migliore di un altro, che sia una ragione oggettiva o soggettiva. La visione “magica” impedisce di guardare a un’opera con occhio analitico, e di scoprire perché troviamo che quel romanzo sia così bello.
      In questi casi, “talento” è una parola sbrigativa, una conclusione ineffabile che non porta a nulla. Poi, certo, è soltanto una parola. La si può usare per indicare come un autore abbia saputo esporre una trama interessante in modo raffinato, ottenendo un risultato appassionante e originale (almeno per noi); così, credo, sarà molto meglio spesa.

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