Buona la prima

Siete in classe, chini sul compito di matematica. Stille di sudore cadono sul foglio dalla vostra fronte madida, e avete le budella strette in uno spasmo dal momento in cui avete messo gli occhi sulla consegna del primo esercizio. Ma ora tutto sta per finire, vi mancano pochi passaggi per risolvere l’ultima equazione, e state cominciando a intravedere la luce in fondo al tunnel di queste due ore di compito in classe. Terminate l’esercizio, e a stento non balzate in piedi sul banco per l’euforia: il risultato è zero, o uno, o infinito, non uno di quegli orrendi numeri che dopo la virgola si trascinano dietro un’infornata di decimali.

LavagnaPassato il primo accesso di gioia isterica vi appoggiate allo schienale, le mani dietro la nuca. Il vostro battito cardiaco torna regolare, i muscoli di tutto il corpo si rilassano, e una sensazione diffusa di benessere vi pervade le membra e la mente. Un sorriso beato vi si allarga sulle labbra, e vi mettete ad osservare i poveretti che ancora si affannano per rintracciare i valori latitanti delle incognite. Venite presi da un moto di compassione. Anche voi siete stati così, in un tempo che vi pare lontanissimo. Ma la voce del professore vi strappa al vostro Nirvana.

«Già finito?»

Annuite infastiditi, assieme a una manciata di altri ex buddha.

«Allora ricontrollate, non state lì a guardare per aria.»

È evidente che il professore è molto indietro nella Via dell’Illuminazione. Rinunciate vostro malgrado alla serena contemplazione e assecondate la sua richiesta. L’operazione è breve: il vostro sguardo sorvola equazioni e piani cartesiani, e pochi secondi dopo avete finito di passare in rassegna il compito. Non avete notato un errore che fosse uno.

Una settimana dopo il compito vi viene consegnato con voto e correzioni. Ora non importa che sia andato bene o male (vi importerà più tardi, quando dovrete dirlo alla mamma). Quello che conta è che non avete controllato abbastanza bene da notare gli errori che avete fatto.

Sia chiaro che non vi biasimo, non se si tratta di un compito in classe. A tutti viene un po’ di nausea all’idea di rivedere da capo qualcosa che è costato tempo e fatica, ed è naturale che, quando riesaminiamo passaggi su cui abbiamo sudato sangue o inchiostro, la convinzione di conoscerli a memoria ci porti a passare oltre.

Ripeto, per un compito in classe non è una cosa grave. Ma se il lavoro a cui non volete più mettere mano dopo la prima stesura è il vostro romanzo, allora è il caso di ripensarci. Non disperate, in genere qualche mese di decantazione è sufficiente per togliersi di dosso lo “schifo da compito in classe”. Se vi mettete a correggere la prima bozza dopo il periodo di decantazione potrete guardare la vostra opera con occhio molto più obiettivo, e dedicarle la cura e le attenzioni che merita.

Ogni scarrafone…

È poi naturale, soprattutto quando si termina il primo romanzo, provare un attaccamento affettivo nei confronti della bozza. Non la si vorrebbe cambiare per paura di rovinarla, di perdere qualcosa che non sarà più rintracciabile dopo la correzione. Anche questa è una tendenza da combattere, e da eliminare al più presto.

Lo scrittore alle prime armi è la più tenera delle mamme: dopo una lunga gestazione1 partorisce qualcosa che ama incondizionatamente, malgrado sia uno sgorbietto che produce solo strilli e cacca2. Lo scrittore alle prime armi condivide con molte mamme il desiderio morboso – e per fortuna spesso represso – di mantenere la propria creatura ad uno stato neonatale. Le ragioni non sono le stesse, ma gli effetti sì: ciò che è stato partorito rischia di non poter sviluppare le proprie potenzialità.

Incinto

Sarà un thriller o un romanzo rosa?

Durante la correzione/educazione, poi, è bene seguire linee di comportamento coerenti e regole ben definite, o ci si troverà tra le mani rispettivamente carne da riformatorio e carta da pacchi.

Infine, diffidate sempre dei “nonni”, e più in generale di amici e parenti: tutti avranno la loro opinione sulla creatura, e spesso i genitori del genitore sono quelli che più degli altri saranno disposti a lodarla a prescindere dai suoi reali meriti.

Buona la terza?

Chiariamo un punto fondamentale: le prime cose che uno scrive fanno schifo. Se avete appena cominciato a scrivere, rassegnatevi; i vostri primi sforzi produrranno qualcosa che potrà oscillare dal discretamente brutto all’oh-mio-dio-cavatemi-subito-gli-occhi. Se siete tra i pochi fortunati che hanno riflettuto (e letto) molto sulla scrittura prima di mettere la penna sul foglio, allora può darsi che buttiate giù qualcosa di decente, ma francamente non ci conterei troppo. È sempre il solito discorso: la teoria è sempre utile, ma non si impara a fare nulla senza una buona dose di pratica.

Nel mio relativamente breve periodo di attività – circa cinque anni, più di un quinto della mia vita – ho scritto tre romanzi. Il primo è stilisticamente impresentabile, e non lascerà mai la cerchia di parenti e conoscenti attraverso cui è circolato. Se oggi riguardo quelle righe mi viene da ridere e da rabbrividire, perché certi passaggi sono proprio terribili. Di tanto in tanto lo sfoglio e leggo qualche pagina a caso, e vedo quanto sono migliorato in questi anni. Giusto per provare la mia affermazione di poco fa a proposito dei “nonni”, vi dico che quel romanzo, dei tre che ho scritto, è ancora il preferito di mia madre.

Il secondo romanzo è migliore del primo, ed è diventato ancora migliore quando ha ricevuto una revisione completa, circa un anno dopo la sua prima stesura. Le correzioni che ho apportato riguardavano principalmente il punto di vista, spesso traballante, e l’epurazione di orribili sequenze sentenziose, in cui deliziavo il lettore con qualche Grande Verità. Per questo romanzo ho ricevuto complimenti da un grosso editore, che però non l’ha voluto pubblicare3.

Il terzo romanzo è quello su cui sto sgobbando adesso. Sto attualmente lavorando alla seconda – e quasi definitiva – revisione4. Dico quasi definitiva perché dopo aver terminato questo lavoro estenuante farò leggere tutto il malloppo ad una persona di fiducia e rivedrò eventuali errori o pezzi noiosi. Poi il romanzo sarà finito.

Di romanzo in romanzo, di correzione in correzione, il mio modo di scrivere è migliorato. Eppure, per quanto possa diventare bravo, credo che non potrò mai permettermi di considerare una prima stesura come un lavoro compiuto, soprattutto se si tratta di un lavoro molto lungo e articolato. Il mio invito a voi, se scrivete, è quello di non cedere al “rilassamento post-compito”, e di non indugiare troppo nell’affetto per la vostra creatura. Correggere è un lavoro tendenzialmente odioso; e più si è migliorati tra la prima stesura e la revisione, più la revisione sarà un lavoro lungo e ingrato. Ma se non credete che il risultato finale valga la fatica di correggere, allora forse vi conviene cestinare il romanzo. Ovviamente, non tutti la pensano come me.

Buona la prima

I Grandi Scrittori Incompresi sono degli Artisti: vi diranno che quello che scrivono è già a posto così, che la loro prima stesura è quella definitiva, e che non c’è alcun bisogno di correzioni. Qualcuno di loro potrebbe addirittura indignarsi se gli venisse proposto di migliorare quello che hanno scritto («Migliorare? Lo rovinerei soltanto!»).

Un po’ di arroganza è frequente negli autori alle prime armi, ma rischia di persistere negli individui particolarmente orgogliosi. Questo atteggiamento è dannoso, e non solo perché rischia di attirare il giusto scherno di lettori e colleghi autori, ma soprattutto perché chi è convinto di aver già raggiunto il massimo dell’abilità in qualcosa non farà alcuno sforzo per migliorare.

Ho letto più di qualche intervista fatta ai cosiddetti baby scrittori, e ho notato che molti asserivano orgogliosi di non aver mai bisogno di rimettere mano al loro lavoro. L’eventuale editor, se interpellato, confermava.

Carino, vero? Falso. È al suo ottavo romanzo, e scrive da cani.

Magari questi baby scrittori avrebbero potuto maturare e raffinare il loro stile, ma così è preclusa loro ogni possibilità di avere uno sguardo critico sulla propria produzione, e la loro crescita è compromessa. Non saranno mai stilisticamente maggiorenni: se continueranno a scrivere, la qualità del loro lavoro rimarrà identica. Questo non vale solo per i baby, ma per chiunque pensi di scrivere bozze già perfette e di non aver più nulla da imparare.

Noi, operosi Gregor Samsa

Ernest HemingwayRimandando ad altri post le polemiche sul mondo editoriale, mi limito ad una considerazione: una prima stesura non sarà mai migliore della sua correzione. E non c’è prima stesura che non possa essere migliorata. Ho chiesto a Ernest Hemingway cosa ne pensasse, e lui ha detto:

«The first draft of anything is shit.»

Se prendiamo questa affermazione5 nel suo senso più letterale, mi pare che non ci sia bisogno di approfondirne il significato. Ma potremmo ipotizzare un’interpretazione più metaforica.

Le prime stesure sono escrementi nel senso che sono materiale grezzo, espulso dall’autore a causa di un’urgenza creativa insopprimibile. Lo scrittore alle prime armi crede che tutta la fatica si sia esaurita con l’ultima spinta l’ultimo capitolo, e questa convinzione deriva da uno dei due motivi di cui abbiamo parlato in questo post.

  • L’autore è troppo pigro o schizzinoso, non ha voglia di rimestare in quello che ha prodotto per cavarne fuori qualcosa di meglio. Ma chi vuole scrivere non deve aver paura di sporcarsi le mani, né di fare fatica.
  • L’autore crede che il recente parto sia perfetto così, e ha paura di rovinarne la purezza. Ma quella che ha sotto gli occhi è ancora una cosa informe, niente di più: tutti quelli che la vedono storcono il naso, e il giovane scrittore, che non capisce perché, si sente incompreso.

Non è ancora il momento di lasciare l’escremento a sé stesso. Dopo una paziente attesa, bisogna prenderlo e lavorarlo con dedizione, in modo da sgrezzarlo e potergli finalmente dare una forma compiuta.

Solo allora, dopo aver rotolato la pallina nella tana, potrete finalmente riposare.

Scarabei

"Presto, che aspetti? Invialo a tutti i grandi editori!"

  1. Una stesura frettolosa farà nascere il romanzo prematuro. []
  2. Qualcuno, preso dalla depressione post-partum, lascia la bozza in cassonetto alla prima rilettura, ma si tratta di casi isolati. []
  3. Curiosi? Scoprirete gli scottanti retroscena nelle prossime puntate de L’Eterna Lotta tra il Bene e l’Editoria. []
  4. In uno dei prossimi post tratterò nel dettaglio le diverse correzioni. []
  5. Peter Selgin, nel suo manuale By Cunning and Craft, cita: «All first drafts are excrement.». Non so quale sia la versione più fedele all’originale. []
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4 risposte a Buona la prima

  1. Giovanni scrive:

    Lungo e articolato. Beato te che hai qualcuno di cui ti fidi a fare leggere le tue cose e che sa darti indicazioni su cui lavorare. Io non avendo un editor per amico ho conosciuto un editor che mi ha chiesto 1200 EUR. A quel punto ho pensato che non mi interessa più pubblicare 🙂 . Se riesco a fare autocorrezione va bene. Sennò meglio lasciar perdere. È un binario morto riuscire a capire i limiti del testo e superarli da solo.
    Non saprei mai in base a cosa ritenere un testo concluso, almeno dal punto di vista di un autore, di una persona che lo ha scritto e che lo ritiene sempre concluso e, ovviamente, anche non concluso e sempre migliorabile. Io al mio romanzo ci ho fatto ben 4 revisioni complete, ma forse altrettante ne servono… A un certo punto mi sono messo a scrivere altro e non so che fine far fare al primo.

    • Mattia scrive:

      Sollevi una questione annosa. Ero tentato di parlare anche di questo problema, ma il post avrebbe raggiunto dimensioni elefantiache.
      Tra i “colleghi” che ho conosciuto sono molti quelli che si perdono in un vortice infinito di correzioni. Questo conferma ciò che ho scritto, ossia che lavorando seriamente si continua a migliorare (o quantomeno a cambiare) e quindi di volta in volta a vedere con occhio critico l’ultima revisione. Per molti diventa difficile interrompere questo circolo vizioso/virtuoso, ma farlo è indispensabile. Come? Beh, magari ponendo dei paletti stilistici. Ossia, costringersi a dichiarare il lavoro finito una volta che si sarà messa a posto:
      – la lingua (requisito irrinunciabile)
      – gli aspetti stilistici (punti di vista, mostrato, tempi narrativi)
      Poi ripeto, bisogna costringersi. Personalmente non ho avuto questo problema, ho sempre preferito passare a qualcosa di nuovo e guardare ai miei primi lavori (in particolare il primo romanzo e alcuni racconti) come un periodo di utile gavetta.

  2. Stefano scrive:

    Ciao, ti ho scoperto da poco e trovo i tuoi articoli interessanti, sto leggendo anche quelli più vecchi e ho aggiunto il sito ai feed.

    Ora vengo alla domanda che, sebbene abbastanza corta e semplice, temo non sarà semplicissima da risolvere. Il mio dubbio è: *quanto* è giusto essere fieri del proprio primo racconto? Sono d’accordo con te che non sia bene considerare la prima stesura perfetta, e che si debba sempre essere aperti a consigli e cambiamenti, ma dall’altra parte credo anche che un minimo di autostima, se così si può chiamare, sia necessaria…

  3. Mattia scrive:

    Benvenuto!
    L’autostima è necessaria, altrimenti lo scrittore si impelaga in correzioni infinite, o smette direttamente di scrivere e cestina quello che ha prodotto fino a quel momento. Posto questo, la mia impressione è che il pericolo di eccessiva autocritica non sia diffusissimo, e che invece sia molto più frequente un certo orgoglio.
    In definitiva, come sapere se siamo troppo indulgenti o severi con noi stessi? Per risolvere la questione non c’è una formula; bisogna cercare di formarsi al meglio come scrittori, e magari cercare qualcuno che sappia dare un parere oggettivo (e possibilmente tecnico). Poi si sa, ci può essere il caso in cui uno produce una perla, ma rivedere con occhio critico un mio lavoro, anche corto, non mi ha mai portato a conclusioni di cui poi mi sono pentito.

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