Tristezze all’italiana

Avete presente quando qualcosa vi dà fastidio1 ma non capite perché? Spesso è un sentimento marginale, una radiazione di fondo che passa inosservata se non vi mettete lì ad analizzarla. A me è capitato con i romanzi italiani contemporanei2.

Era da un bel po’ di tempo che, nel leggere la trama di alcuni romanzi italiani – o addirittura qualche pagina – venivo preso dall’irritazione, ma non me ne curavo più di tanto e passavo oltre. Nella mia testa avevo addirittura creato una categoria “letteratura italiana contemporanea”: a volte, discutendo di narrativa, arrivavo al punto di volerla usare, ma il concetto era così istintivo che mi accorgevo di non saperlo definire. Allora mi ripromettevo di pensarci seriamente, ma me ne dimenticavo subito, almeno fino alla fitta di fastidio successiva.

Ma poi ho visto che hanno assegnato il Premio Strega, e ho colto l’occasione per non rimandare più.

La collazione dei campioni

Edoardo NesiPer prima cosa mi serviva un campione, possibilmente recente e di veloce reperimento. Ho optato per i finalisti dei due premi letterari italiani più importanti, il Premio Campiello Letteratura e il Premio Strega, dalle edizioni del 2006 a quelle del 2010. Se anche non vi sono rappresentate tutte le sfaccettature della realtà letteraria italiana, di sicuro è un buon termometro del tipo di libri nostrani che domina il mercato.

Dati i titoli ho quindi proceduto a raccogliere tutte le trame, per farmi un’idea degli argomenti trattati. Per quanto nebulosa fosse ancora la mia definizione di fastidio, la sensazione era nettissima: sapevo che il problema non risiedeva nella forma, ma nei contenuti.

Per le trame mi sono rivolto a San Google, che alla fine del pomeriggio era spossato: gran parte delle ricerche si risolvevano infatti in recensioni vaghe e osannanti, di nessuna utilità ai fini del mio lavoro. Ho poi ridotto le trame a poche righe, in modo che rimanesse solo l’essenza del contenuto.

Ecco dunque la lista. Se volete leggerla tutta, accomodatevi, altrimenti potete passare direttamente oltre e tornare a spulciarla più tardi.

Guarda la lista. ↓

Riassumere una trama in poche righe è spietato, lo so, eppure mi è tornato molto utile, perché il risultato ha portato a galla i punti in comune che volevo isolare. Non dico che questi romanzi siano tutti uguali; non lo sono, così come non è detto che siano brutti. Di questa lista ne ho letti pochi, per cui non posso nemmeno dare un giudizio estetico generalizzato. Quello su cui vorrei portare l’attenzione è qualcos’altro.

Ridi pagliaccio

Una prima impressione è che la tristezza regni sovrana. A guardare meglio si possono distinguere diversi tipi di tristezza, spesso inframmezzati da sparuti momenti di felicità, ma il tono generale non lascia dubbi: i libri italiani sono mediamente tristi e/o tragici. Fate finta che le trame riportate qui sopra siano titoli di film3: se li doveste classificare, quasi tutti rientrerebbero nella categoria “drammatico”.

Non si può pretendere di trovare qualcosa di fantasy o di fantascientifico, i nostri scrittori sono troppo intellettuali per i generi da edicola. C’è qualcosa di giallo o thriller, ma per il resto basta. Produciamo solo romanzi storici o drammatici, o storico-drammatici, o drammatico-storici. Quasi niente di commedia, o comunque dai toni allegri. Niente di avventura, niente di guerra4. Poco o niente che veda una commistione di generi diversi. Ecco quindi uno degli elementi che mi avevano spinto a creare una categoria di “romanzi italiani”: sembra che per essere un romanziere italiano uno debba per forza occuparsi di storie tristi.

È naturale che i romanzi parlino delle difficoltà che le persone incontrano durante le loro esistenze; senza avversità non ci sarebbe nulla da dire, e non si potrebbe fare narrativa. Non a caso le fiabe finiscono con “e vissero tutti felici e contenti”: dopo non c’è più niente da dire. Ma le difficoltà possono mettere in moto ogni genere di narrativa, anche la commedia. E allora perché tanta mestizia? Perché crogiolarsi nelle lacrime e nella sofferenza?

Dalla mia spalla, il diavoletto del cinismo risponde: «Beh, perché fa tanto Letteratura. Fallo anche tu, che aspetti?»

Ma questa risposta non mi soddisfa. Intanto andiamo avanti, magari spunta fuori qualcosa di meglio.

monello Chaplin

Protagonista di un romanzo italiano colto in un momento di gioia.

Scrittori e buoi dei paesi tuoi

Un’altra sensazione che ho sempre avuto è che i libri italiani fossero per lo più ricoperti da una spessa patina di provincialismo. Ma dovevo andare in fondo alla questione e scoprire se quella sensazione fosse fondata o meno.

Aragosta MaineA voler essere onesti, la maggior parte degli scrittori ambienta le proprie storie nei luoghi d’origine, o comunque in quelli che conosce meglio. L’esempio supremo è sempre lui: il caro, vecchio Stephen King, secondo cui tutti i fenomeni soprannaturali del mondo accadono nel Maine, terra di boschi, aragoste e noia.

E però non è la stessa cosa. Per capire perché bisogna sottoporre la trama a un test molto semplice5. Sostituite ai nomi dei personaggi e dei luoghi nomi di un’altra provenienza geografica. Fatto? Bene. Ora avete lo stesso romanzo, ma con un’altra ambientazione. Il romanzo ha ancora senso? Se sì, allora è un romanzo con una trama solida, coerente e che soprattutto si regge in piedi da sé. Altrimenti è probabile che abbiate in mano un romanzo italiano.

Battute a parte, in molti dei romanzi sopra riportati l’ambientazione sembra giocare un ruolo fondamentale nella trama. Attenzione, non sto dicendo che l’ambientazione non sia importante. Sto dicendo che una buona trama non può avere come pilastro principale il luogo e l’epoca in cui si svolge, e questo perché la narrativa non dev’essere didascalica.Piero Angela Volete dire quant’è bella Napoli/la Sardegna/la Sicilia/la campagna vercellese? Scrivete un saggio, o girate un accidenti di documentario.

Per scrivere un romanzo bisogna avere una storia dinamica, potente, altrimenti il racconto si trascina moribondo per duecento pagine, attraverso paesaggi mozzafiato e colori e profumi eccetera eccetera.

Ti presento i miei

Quelli che tra voi hanno fatto outing con i parenti, confessando le proprie velleità scrittorie, probabilmente hanno già dovuto respingere le insistenze di uno zio o di una nonna che voleva farvi romanzare la storia della vostra famiglia. «Tu che scrivi, perché non scrivi della nostra famiglia? Eh, ci sarebbero tante cose da raccontare!»

Falso. La vostra famiglia è come tutte le altre, e non ha nulla di interessante per chi non vi appartiene. Non offendetevi, è così quasi per tutti. Ma purtroppo alcuni autori non hanno qualcuno che li metta di fronte a questa dolorosa verità, e quindi cedono alle insistenze della nonna di turno. Altri, spinti da una perversione difficile da comprendere, si inventano storie di altre famiglie, magari collocandone le vicende in un romanzo storico. Anche qui quindi avremo situazioni drammatiche e l’ambientazione come pilastro portante della trama, con in più quell’aria di interminabile racconto della nonna che ci fa assopire così bene dopo i pranzi natalizi.

old lady gun

"Ho detto: vieni ad ascoltare la storia della nonna. Non lo ripeterò un'altra volta."

Ma qui nella baracca di Sudare inchiostro rifuggiamo gli apriorismi, e vogliamo spiegare perché le storie della nonna saghe familiari sono uno scassamento così epocale6. È chiaro che di mezzo ci sia il gusto personale, ma non è solo questo.

Una buona opera di narrativa è dominata dalla coerenza. Nulla è lì per caso, tutto concorre a portare a compimento la trama. Tutto ha un significato, un’utilità, una precisa ragione di esistere o di accadere. La vita reale non è così, al contrario: è dominata dalla casualità, dai tempi morti, da accadimenti caotici a cui noi decidiamo di dare un senso, inserendoli in uno schema di pensiero. Riformulo: la buona narrativa è un mondo perfetto, in cui tutto succede ed esiste in funzione di una ragione (la trama), mentre la vita no.

È una questione su cui si può riflettere moltissimo, ma per ora mi limito a questo punto fondamentale. Immagino abbiate capito dove voglio arrivare. Le saghe familiari sono dei resoconti di avvenimenti che ricreano una realtà (vera o fittizia, non ha importanza), ossia una successione di eventi che non sono logicamente interconnessi7. E infatti spesso la trama è molto debole, e si porta avanti per episodi che non sono strettamente necessari.

Lo stesso ragionamento si applica anche alle singole biografie. Potreste obiettare che nell’elenco non ci sono molte biografie, ma sbagliereste. Dato quello che abbiamo appena detto, una biografia non tratta necessariamente di un personaggio reale. È biografia tutto ciò che racconta la vita di qualcuno dalla nascita/infanzia fino all’età adulta/vecchiaia/morte. Dal punto di vista narrativo, che è quello che qui ci interessa, la biografia è generalmente un fallimento. Quando mai una vita costituisce una trama soddisfacente? Molto di rado, e spesso c’è bisogno di forzature per giustificare il romanzo darle un senso compiuto. Si tende quindi ancora una volta a rinunciare ad una trama solida in favore di più generiche riflessioni, e alle cosiddette “narrazioni di ampio respiro”, ossia onniscienza e raccontato a go-go.

Noia bambino

"Sì, vabbè, ma quand'è che arriva un po' d'azione?"

Una trama che si svolge in un lasso di tempo più breve di una vita tende a funzionare meglio, perché si può mostrare di più, e si possono mostrare8 le cose più importanti. Più il tempo è dilatato, invece, più siamo obbligati ad inserire connessioni di scarsa importanza e a raccontare lunghi stacchi cronologici. Ancora una volta, è l’universo di cui si parla che dovrebbe adattarsi alla trama, e non viceversa.

No problem

Tristezza diffusa, eccessiva importanza dell’ambientazione, manie di biografismo (auto e non). Sono dunque queste le caratteristiche che mi infastidiscono? Apparentemente sì, ma ancora la questione non è sviscerata a dovere. Sì, perché questi tre punti non sono che dei sintomi, che non pregiudicano necessariamente la riuscita di un romanzo, anche se spesso ne diminuiscono la qualità.

Ho letto bei libri che erano molto tristi, ma mi hanno davvero coinvolto solo quelli in cui la storia non era presentata in modo patetico o straziante, ma con semplicità, e persino leggerezza. Ho letto bei libri in cui l’ambientazione era quasi centrale, ma che superavano sempre la prova della “sostituzione”. Ho letto bei libri che seguivano un personaggio dall’inizio alla fine della sua vita (o quasi), ma che mostravano ciò che era necessario, e non un episodio in più.

Cosa indicano allora tre sintomi? A mio parere, una scarsa attenzione per la trama. Ma non è l’intreccio che manca, e comunque non è necessario che l’intreccio sia sempre molto articolato. Quello che manca sono le problematiche.

Date un’occhiata alle trame riportate nell’elenco. Il fatto che siano ristrette in poche parole ci mostra come solo in pochissime il conflitto giochi un ruolo fondamentale. Nella maggior parte dei casi, infatti, la trama non è che lo svilupparsi inerziale di una situazione di partenza. Nelle biografie, poi, il conflitto è spesso legato a situazioni da poco, è qualcosa di contingente, e non – come invece dovrebbe – la spina dorsale di tutta la narrazione.

Il romanzo viene quindi ad essere una scusa per presentare uno stato di cose (possibilmente straziante), oppure un’ambientazione storico-geografica, come se ciò che accade al suo interno fosse d’importanza secondaria, o meglio esistesse in funzione del resto.

La mia impressione9 è che spesso ci si accosti alla stesura di un’opera con l’intenzione di presentare le beneamate Grandi Verità, e che si sia talmente concentrati su questo obiettivo da dimenticarsi del vero motore della narrativa, ossia il conflitto che genera dinamismo.

Il risultato? Una generazione di romanzi in bilico tra il verismo e un generico sentimentalismo tragico, che oscillano senza sosta tra squallore e depressione.

Giovanni Verga

Il Verga approva

Una ricetta appetitosa

“Tutte le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia infelice è protagonista di un romanzo italiano.”

Lev Tolstoj

Non sono un esterofilo per partito preso, e in generale non discrimino nessun autore in base alla sua provenienza. E tuttavia ho cominciato ad essere sempre diffidente quando si tratta di autori italiani; diffidente, ma animato dalla speranza di non trovare quello che mi aspetto. Prendo il libro in mano e guardo la trama stampata sulla quarta di copertina. Il romanzo parla di bambini orfani/malati/storpi/perseguitati dalla sfiga? Cavolo, meno un punto. Ma non demordo, non è ancora detto. Si preannunciano esistenze dilaniate dalla sofferenza (sempre sullo splendido sfondo dell’entroterra sardo, di un paesino siciliano o del golfo di Napoli)? Deglutisco e leggo qualche pagina a caso. Trovo un bel narratore onnisciente al primo colpo? Trovo slavine di intelligentissime considerazioni sull’esistenza umana e sul dolore che tutti ci affligge? Trovo discorsi indiretti liberi?

Il volume se ne ritorna da bravo sullo scaffale. Non perché ho trovato questi elementi, ma perché li ho trovati insieme. È la loro combinazione che crea, nella mia testa, la famigerata categoria di romanzo all’italiana. Certo, ci possono essere varie combinazioni, ed è questo che permette una certa limitata eterogeneità, ma il succo è quello.

A questo punto mi direte che, se sono così saputello, tanto vale che provi a vincere il Premio Strega. Effettivamente, unendo tutto quello che abbiamo detto in questo articolo a un po’ di esperienza personale, si potrebbe formulare una ricetta per scrivere il romanzo italiano medio. Ma non sarò io a scriverlo: verrei sopraffatto dall’irritazione dopo le prime dieci pagine, e trovo che francamente non ne valga la pena. Però potete provarci voi, se vi pare il caso.

Ecco quindi la nuova ricetta di Sudare Inchiostro: le Tristezze all’italiana.

Ingredienti:

  • 2 bambini non troppo acerbi, diciamo sui dieci anni
  • 1 padre possessivo
  • 1 madre ipocondriaca
  • Lacrime (circa 500 ml)
  • Rimpianto (una scodella)
  • Rancore (sei cucchiai)
  • 1 partner problematico (va bene di qualsiasi tipo, a seconda delle preferenze)
  • 1 kg di ambientazione caratteristica (idem, come sopra)
  • 500 g di società ostile
  • Una noce di narrazione onnisciente

Preparazione:

Prendete il migliore dei due bambini e lasciatelo fuori dal davanzale finché non lo rubano. Mentre aspettate prendete l’altro, e mettetelo in una terrina assieme ai due genitori. Mischiate con forza per circa dieci minuti; vedrete che i genitori saranno rimasti identici, mentre il bambino sarà diventato problematico. Toglietelo dalla terrina e lasciatelo a riposare nel frigorifero sotto lo strofinaccio che avrete preventivamente inumidito con le lacrime. Dovrà restare così tra gli otto e i vent’anni. Nel frattempo dite ai genitori che il figlio prediletto è stato rapito. A questo punto entrambi possono impazzire o deprimersi; non preoccupatevi, vanno bene entrambe le cose. Prendete una scodella e mettete la madre a mollo nel rimpianto, poi mettete tre cucchiai di rancore in una ciotola capiente piena d’acqua e immergeteci il padre, in modo che maceri per bene. A questo punto il bambino nel frigorifero sarà cresciuto fino ad avere le stesse dimensioni dei genitori. Sbucciate il partner problematico e strofinatelo sul bambino, poi fate rosolare entrambi fino a quando il partner non se ne andrà di propria volontà. Prendete quindi tutta l’ambientazione caratteristica e la società ostile e frullatele, diluendo il tutto con le lacrime residue. Fate a tocchetti il bambino e i genitori e metteteli nel composto così ottenuto, poi mescolate bene. Siamo quasi alla fine: strofinate la narrazione onnisciente su una teglia e poi versateci dentro il tutto. Infornate per quaranta minuti a centottanta gradi. Prima di servire spalmare la superficie dello sformato con il rancore avanzato.

Nota:

Questa è la ricetta base, ma esistono molte varianti. Ne riportiamo due.

Per la versione Saga familiare basta obbligare il partner problematico a completare la rosolatura. Avrete così uno o più bambini addizionali con i quali dovrete ripetere la stessa procedura; le varie generazioni costituiranno poi gli strati multipli del vostro sformato. In questo caso il rancore va spalmato tra strato e strato, oltre che sulla superficie.

Per la versione Scacciapensieri bisogna scegliere come ambientazione caratteristica una località siciliana, aggiungere all’impasto due delitti d’onore tritati fini e a fine cottura dare un’abbondante spolverata di mafia fresca.

Buon appetito.

  1. Può essere fastidio come schifo, paura o semplice diffidenza; in questo articolo parlerò sempre di fastidio, per comodità. []
  2. Per contemporaneo qui intendiamo ciò che è veramente contemporaneo, non le opere tradizionalmente classificate come letteratura contemporanea (prodotte a partire dai primi anni del Novecento, quando non addirittura da metà Ottocento). []
  3. Alcune lo sono, ad esempio Caos calmo e La solitudine dei numeri primi. []
  4. Vari romanzi sono ambientati durante la Seconda Guerra Mondiale, ma tutti trattano vicende parallele al conflitto, e nessuno sembra occuparsi dei combattimenti. []
  5. Mi raccomando, usate forbici con le punte arrotondate e fatevi aiutare da un adulto! []
  6. L’unica saga familiare che ho trovato divertente è stata Quando Teresa si arrabbiò con Dio di Jodorowsky, ma solo perché era piena di sesso, sangue e cose bizzarre. []
  7. Ovviamente non si tratta di eventi casuali nel vero senso della parola, ma sono eventi che spaziano in un range di realtà molto ampio e che definiscono una situazione, più che una progressione logica. []
  8. Non entro ora nel merito della disputa tra mostratori vs raccontatori; ne parlerò in uno dei prossimi articoli. []
  9. Ricavata dall’analisi delle trame e dalla lettura di stralci presi da tutti i libri. []
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11 risposte a Tristezze all’italiana

  1. Orrec scrive:

    Ottimo articolo come tutti gli altri=) Per tirarti su di morale, leggiti Francesco Dimitri (se non l’hai già fatto); ho apprezzato Alice nel Paese delle Vaporità come romanzo più o meno steampunk con ottime idee e assolutamente non all’italiana;)

  2. Mattia scrive:

    Su Alice ho letto pareri non molto entusiastici, però ci darò un’occhiata. Di certo, visto il genere, si discosta dal trend nazionale.
    Grazie del consiglio e del commento!

    • Orrec scrive:

      Il libro mi ha diviso fra amore/odio tutto il tempo, ma alla fine il giudizio è stato positivo, anche per la trama molto originale (rispetto ai fantasy classici e al romanzo italiano medio, comunque).

  3. Matteo Vaccari scrive:

    Curioso, anch’io faccio fatica ad apprezzare i romanzi italiani ma per un motivo diverso. E’ che raramente hanno a che fare con l’Italia che conosco io. Che fanno i 40-50enni? Possibile che non ci siano storie interessanti da raccontare a proposito di quello che è successo in Italia negli ultimi 30 anni? Bah forse è colpa mia che in libreria mi fiondo subito nel settore fantascienza/fantasy 🙂

  4. Mattia scrive:

    Se nel settore fantascienza/fantasy trovi un libro ambientato nell’Italia degli ultimi trent’anni segnalamelo subito; dovrò leggerlo assolutamente!

  5. Cecilia scrive:

    Se nel settore fantascienza/fantasy trovi un libro ambientato nell’Italia degli ultimi trent’anni segnalamelo subito

    “Quando il diavolo ti accarezza”, Luca Tarenzi, ambientato nel 2011
    “Pan”, Francesco Dimitri
    “Numero sconosciuto”, Giulia Besa, ambientato nel 2011
    “Esbat”, Lara Manni, ambientato nel 2007
    “Sopdet”, Lara Manni, ambientato nel 2007

    Sono ambientazioni abbastanza recenti? ^^

    I primi tre che mi son venuti in mente…

    • Mattia scrive:

      Ho proprio una bella memoria, di almeno due di quei titoli ho sentito parlare ultimamente! Vado a vedere di che parlano gli altri. Grazie per le segnalazioni!

  6. alex scrive:

    Grazie Scrittore, come al solito illuminante. Negli ultimi mesi mi sono commosso in maniera imbarazzante durante le mie letture in treno (ho dovuto fingere un intenso raffreddore) con Venuto al mondo ed Acciaio. Devo preoccuparmi? Sono una vittima del sistema?

  7. Mattia scrive:

    Come ho scritto non ho letto molti dei libri in questione, e l’articolo analizza solo le trame per individuare una tendenza, senza pretendere di dare un giudizio puntuale per ciascun romanzo. Non escludo quindi che alcuni tra i titoli elencati nella lista possano piacere anche a me (ed eventualmente commuovermi, chissà?).
    Al di là poi della specificità di ciascun libro, il genere “romanzo italiano medio” può piacere, come può piacere qualsiasi altro genere. Il peccato è che nel mercato italiano (almeno nei livelli più “alti”, ossia pubblicati e pubblicizzati) ci sia un certo appiattimento tematico.

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