Nati imparati (e spietati)

Vi piacciono i bambini? A me no. Le poche volte che dei marmocchi sono entrati nella baracca hanno messo tutto sottosopra. Quella volta che ho fatto baby sitting al nipote di Olaf, per esempio, mi sono ritrovato con il pavimento ricoperto di punteggiatura. Il piccoletto aveva rovesciato tutti i barattoli, e ho dovuto passare il pomeriggio a separare i punti dalle virgole. Lavoro ingrato. Non pago del disastro che aveva combinato, il nanerottolo ha avuto la brillante idea di infilarsi un punto interrogativo nel naso. Non usciva più, e l’ho dovuto portare dal medico, che gliel’ha cavato con le pinze. Bilancio della giornata: zero pagine completate e un timpano lesionato dalle strida dell’angioletto.

Ma questo non è ancora niente. Perché, in qualità di narratore, ho motivi ben più solidi per diffidare dei marmocchi.

Attenzione!

Prima di continuare, vi avverto: il seguente articolo contiene spoiler della trama di Caos calmo, romanzo di Sandro Veronesi da cui è stato tratto un film diretto d Antonello Grimaldi. Avrei potuto utilizzare il plugin per gli spoiler, ma in tal caso l’articolo, a spoiler “chiuso”, sarebbe finito più o meno qui.

Dieci anni e non sentirli

Poco tempo fa ho visto il film Caos calmo. Mi interessa mostrarvi solo l’ultima scena, non voglio farvi una recensione. Ma giusto per capire quello che sta succedendo nel video qui sotto è il caso di farsi un’idea della trama. Vi riporto quella di Wikipedia:

Pietro Paladini, per uno strano scherzo del destino, rimane vedovo proprio nel momento in cui sta salvando la vita a una sconosciuta. Vivendo interiormente una sorta di “caos calmo”, Pietro elabora una personale forma di lutto che lo porta a isolarsi dal mondo mettendo in “stand by” la propria vita, forse per proteggere la figlia di dieci anni dal trauma della perdita della madre.

Una mattina, davanti alla scuola, promette alla figlia di aspettarla fuori fino alla fine delle lezioni. Seduto su una panchina scoprirà il mondo da un punto di vista diverso, ricevendo le visite di molti personaggi accorsi sia per consolarlo, straniti dalla sua inconsueta calma, sia per confidargli i loro problemi, che Pietro ascolta per lo più senza dire alcunché di utile. Ma saranno proprio questi personaggi (tra cui il fratello, la cognata e la sconosciuta che ha salvato) in perenne crisi a smuovere Pietro verso la svolta e ad aprirsi a una nuova vita.

Nel finale, la figlia di Pietro gli dice che gli altri bambini hanno cominciato a prenderla in giro, e che non è più necessario che lui se ne stia tutto il giorno davanti alla scuola. Potete cominciare a guardare dal minuto 2:20.

Notato niente? Io sì. Ci sono state un paio di battute che mi hanno fatto rabbrividire. La prima (da 3:08 a 3:18).

C.1:«Credevo che a un certo punto mi dicevi che dovevi tornare in ufficio. Questo non me l’hai detto e ne sono stata contenta, molto contenta.»

Bleah. E non per il bombardamento di imperfetti, quelli sono in linea con il personaggio. Mi riferisco innanzitutto al “contenta, molto contenta”: posto che la dichiarazione di contentezza non è il massimo della spontaneità, la ripetizione ci convince che chi sta parlando non è una bambina decenne, ma uno sceneggiatore dalla vena melodrammatica.

Ma non è tutto. Che dire di quel “ne”? I bambini che conosco io non pronominalizzano così, e anche in bocca a molti adulti quella sintassi suonerebbe fasulla. O meglio, da discorso indiretto. Vediamo come funziona senza queste cose:

C.: «Credevo che a un certo punto mi dicevi che dovevi tornare in ufficio, invece hai continuato a venire qui. E io ero contenta, eh.»

L’“eh” l’ho messo per compensare la ripetizione2. Ad ogni modo questa è solo un’ipotesi in cui ho cercato di tenere la struttura informativa simile a quella di partenza; la battuta può essere girata in mille modi3.

Andiamo avanti con la scena (da 3:20 a 3:27):

C.: «Solo che…»

P.: «Solo che?»

C.: «I compagni hanno cominciato a prendermi un po’ in giro. Sai come sono i bambini… spietati!»

Che cosa? Forse anche qui è stata una svista dello sceneggiatore, che dovendo far stare in un dialogo la scena di un romanzo ha dovuto condensare in qualche battuta vari paragrafi di botta e risposta e speculazioni interiori. E invece no. Ecco come appaiono questi due passaggi nel romanzo:

«Ogni giorno mi preparavo, mi dicevo: oggi mi dirà che deve tornare in ufficio, e io gli farò vedere che me l’aspettavo. Poi però tu non me lo dicevi, restavi anche quel giorno, e io ero contenta, sai, ero molto contenta. Solo che…»

Ahi…

«Solo che?»

Claudia guarda in basso, ma non sta pensando. Sa benissimo quel che deve dire, sta solo raccogliendo la forza per dirlo.

«Be’, in classe hanno cominciato a prendermi un po’ in giro, ecco.»

Oh, no, maledizione, no…

«Sai come sono i bambini.» aggiunge «Spietati.» Lo dice come se lei non fosse più una bambina, e quella spietatezza si limitasse a comprenderla.

Tralasciamo quel “Oh, no, maledizione, no…”, che fa tanto eroe da film di guerra mentre il coprotagonista gli muore tra le braccia; restiamo concentrati sul dialogo. Anche qui come nel film la piccola Claudia sale in cattedra per darci una lezione su come sono fatti i bambini. E chi meglio di lei per illuminarci? Lei è una bambina! Ma aspettate… rileggete bene quell’ultima battuta. Lì Claudia non ha la vocina sottile da studentessa elementare, ma la voce baritonale di un cinquantenne. Certo, è Sandro Veronesi che ci sta parlando, non più lei4.

La battuta dei bambini spietati andava eliminata. Non solo non è adatta al personaggio, ma dice anche una Grande Verità che, per quanto possa essere vera, ormai è solo una Grande Banalità.

Hitler e Mussolini

"Zai kome ziamo noi nazifascisti... spietati!"

Enfants prodiges

Le Grandi Verità sono una brutta bestia. Nessuno scrittore è al sicuro, quando si tratta di Grandi Verità. Ti distrai un attimo e bam! Ecco che una Grande Verità si è intrufolata nel testo, pronta a farti passare per trombone sentenzioso o aspirante life coach o guru inascoltato. Questo almeno succede quando uno scrive in buona fede; ci sono anche molti autori che fanno apposta a zavorrare il testo con perle di Guttalax saggezza.

Che sia un caso o l’altro, ora poco importa. Bisogna sapere però che non c’è una sola strategia per inserire Grandi Verità. La più utilizzata è l’intervento del Narratore5: il Narratore6 è onnisciente non solo dal punto di vista narrativo, è proprio uno che sa tutto e che ci tiene a insegnarci come vivere o a svelarci i grandi segreti dell’esistenza umana. Io me lo immagino come un uomo tra i quaranta e i cinquant’anni, seduto in poltrona davanti al caminetto. In genere indossa una vestaglia, e regge un bicchiere di brandy in una mano e una pipa nell’altra; parla con fare paternalistico, e ogni tanto mi chiama “baby”.

Un Narratore

Un Narratore onnisciente (ricostruzione).

L’altro modo per scrivere Grandi Verità è farle dire a un personaggio. Ed è qui che entrano in gioco i bambini. Usare un personaggio bambino è l’apoteosi del gioco sporco, narrativamente parlando. La presenza infantile può fungere da mozione degli affetti per rendere più tragica una trama altrimenti moscia7, e impedire a chi si fa un minimo di scrupoli di dire che il libro era una lagna8. E fin qui si sta solo ignorando il basilare fair play nei confronti del lettore, ma si sta giocando sempre secondo le regole.

Ma possiamo andare oltre, e barare spudoratamente: basta ricorrere ai bambini saggi.

Più un bambino è centrale nella trama, meglio lo si deve caratterizzare, è ovvio. Il problema è che i bambini sono, beh, bambini. Non sono adulti9. Il bambino medio è – vogliamo dirlo? – più scemo di un adulto. Magari è vispo, simpatico e si scaccola molto meno dei suoi coetanei, ma il breve tempo passato in società e le facoltà intellettive non ancora giunte a maturazione lo collocano ad un livello emotivo e speculativo diverso da quello degli adulti. E meno male, altrimenti non avrebbe amici. E no, non basta che il piccolo sia un emarginato o abbia superato qualche tragedia per renderlo di colpo uno scafato interprete della natura umana. Per favore.

wise kidTuttavia, per qualche oscuro motivo, gli autori perseverano nel rendere i bambini dei dispenser di Grandi Verità e massime esistenziali, che spesso aprono gli occhi all’interlocutore. In quei momenti il lettore/spettatore dovrebbe annuire ammirato, e pensare cose tipo: “I bambini, con quella loro innocenza di bambini, sono così saggi!” oppure “Certo che crescendo non sappiamo più Sentire con il Cuore!”, e amenità simili. Ecco, anche no. Siamo d’accordo sul fatto che i bambini possano dire cose significative: proprio perché non ragionano con gli stessi parametri degli adulti vedono le cose da una prospettiva particolare, e come ogni personaggio dotato di una visione del mondo diversa da quella del protagonista10 possono suggerire indirettamente un approccio interessante agli eventi di cui sono stati protagonisti. Cosa vuol dire “indirettamente”? Vuol dire che le cose che dicono non devono essere intrinsecamente sagge, al limite possono avere un significato particolare in quella data situazione; questo significato però dev’essere colto solo dal lettore e al limite dall’interlocutore del marmocchio, non dal marmocchio stesso.

Per noi narratori è molto difficile11 immedesimarci in un personaggio che non pensa come noi, e non farlo sembrare solo una versione esagerata di un nostro atteggiamento o stato d’animo. Volete avere un personaggio bambino? Ok. Ma prima di farlo parlare e muovere nel mondo che avete creato, dovete chiedervi: direbbe queste parole? Si comporterebbe così?

Bella forza, direte voi, questo bisogna farlo con ogni personaggio. Vero. Ma con i bambini serve il doppio dell’attenzione. Ti giri un attimo e li hai persi di vista, e chissà che stanno combinando.

Per sensibilizzare

La scena finale di Caos calmo mi ha solo fornito lo spunto adatto per parlare dell’abuso narrativo che si perpetra ai danni dei marmocchi. Non è il caso peggiore di saggezza infantile che abbia trovato fino ad oggi, e di sicuro non sarà l’ultimo.

Permettetemi allora di fare un piccolo appello: cari autori, smettiamola di invasare i bambini e di farli parlare con le nostre voci, smettiamola di farli lavorare al posto nostro. Basta con lo sfruttamento narrativo minorile. Vogliamo trasmettere al lettore qualche Verità? Caviamocela con le nostre mani, e non facciamo cucire a loro i palloni della nostra pigrizia.

  1. P = Pietro, il protagonista; C = Claudia, la figlia di Pietro. []
  2. E perché la bambina sta indorando la pillola prima di dire al padre che non lo vuole più ad aspettarla: ora vuole rendere ben chiaro che le faceva piacere quando lui stava fuori dalla scuola tutto il giorno. []
  3. La stessa battuta infatti è abbastanza diversa nel romanzo, come si vedrà più avanti. []
  4. Nel film questo particolare è stato omesso. Peccato, bastava doppiare una sola battuta! []
  5. Enne maiuscola! []
  6. Enne maiuscola! []
  7. Un uomo morente provoca una generica tristezza, un bambino morente è straziante! []
  8. «Ma come, lagna? Ma… e quei poveri bambini, allora? Nessuno pensa ai bambini!» []
  9. Ahinoi, non è così ovvio. []
  10. In realtà diversa da quella del lettore. []
  11. Se vi riesce facilissimo, tanto che non dovete neanche rifletterci più di tanto, forse state sbagliando qualcosa. []
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9 risposte a Nati imparati (e spietati)

  1. laClarina scrive:

    How very, very, very true! Ogni singola sillaba…
    E non so se hai notato un irritantissimo corollario extranarrativo del fenomeno del Bambino Saggio. Il proliferare di BS nelle sceneggiature – combinata con la quasi universale adorazione che il BS riscuote – inducono certi bambini in carne e ossa più suggestionabili oppure più smaliziati di altri ad assumere l’atteggiamento in questione. Nella mia esperienza sono in maggioranza bambine sveglie. Prendono un’aria compresa, ti scodellano qualche edificante banalità che hanno assorbito in televisione o dalla maestra, e quando l’hanno detta ti guardano aspettando l’applauso.
    E tu elargiresti più volentieri sculaccioni, ma di solito è presente un genitore o un nonno con gli occhi tondi e adoranti… E allora sorridi un po’ storto e plotti storie in cui Bambine Sagge vanno incontro a fini terribili. Dopo tutto, cos’è che si diceva nel post? Un bambino nelle avversità ha sempre presa sul pubblico, giusto?

    • Mattia scrive:

      Bisognerebbe scrivere qualcosa su una BS che dopo mille difficoltà incontra il suo tragico destino. Affrontando la questione con la dovuta ironia, ne verrebbe fuori un bel romanzo comico che venderebbe pochissimo!
      O moltissimo, se l’ironia fosse molto sottile.

      • laClarina scrive:

        Non capirò mai fino in fondo se Dickens abbia tentato di fare qualcosa del genere con Little Nell… ma se è così, allora l’ironia è *davvero* sottile.

        E infatti ha venduto moltissimo.

      • Marta scrive:

        Tanto per fare della critica letteraria indocumentata del lunedì pomeriggio io sparerei la seguente Grande Verità: “I bambini sono un’invenzione del novecento”. Forse a ben pensarci è proprio Dickens l’inventore dei bambini, che per la prima volta acquisiscono dignità letteraria; quindi il “novecento” potrebbe essere sostituito da “ottocento”, anche se rimango convinta che il grande successo dei bambini come figura socialmente riconosciuta sia proprio del novecento.
        Insomma, la mia opinione è che quella volta Dickens non era ironico, ma ha invece dato inizio al grande filone del bambino letterario così facilmente manipolato in BS nel giro di poche decine d’anni.
        Insomma, diciamocelo, prima di Dickens i bambini sono forse mai esistiti?

  2. laClarina scrive:

    Er… sì, e poi c’è quella frase con il proliferare combinata con l’adorazione che inducono… Mercy! Stanotte ho dormito poco. *blushes very crimson*

    • Mattia scrive:

      Non preoccuparti, l’accordo ballerino è normale quando il soggetto è lontano dal verbo e c’è sonno da recuperare.

  3. Chiara scrive:

    Hai letto il divertente articolo “Difendiamo i bambini dai narratori senza talento” di A. Piperno sul nuovo supplemento “La Lettura” del Corriere della Sera (13/11/2011)? Purtroppo non sembra disponibile on line; leggendolo mi è tornato in mente questo tuo post. 🙂

  4. Pingback: Le stanze buie | libri ... e basta

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