Apocalypse Crown

È possibile scrivere un romanzo senza personaggi?

No, non ho battuto forte la testa. Ho solo avuto per le mani uno degli ultimi libri di Mauro Corona, La fine del mondo storto. Siete avvisati, questo post contiene spoiler. Non che ci sia un granché da spoilerare, comunque.

Self-spoiling

Per la verità Corona mette in atto già alla prima pagina una meticolosa operazione di self-spoiling. Riporto qui sotto alcuni stralci presi dalla prima facciata del libro. Nell’edizione in mio possesso è scritta in corsivo e non fa parte di un vero capitolo; possiamo dire quindi che si tratta di una specie di introduzione.

Mettiamo che un giorno il mondo si sveglia e scopre che sono finiti petrolio, carbone ed energia elettrica. Non occorre usare fantasia per immaginarselo, prima o dopo capiterà, e non ci vorrà nemmeno troppo tempo. Ma mentre quel giorno prepara il terreno, facciamo finta che sia già qui. Ha un brutto muso, è un tempo duro, infame, scortica il mondo a coltellate e lo spoglia di tutto. Di quel che serve e di quel che non serve. La gente all’improvviso non sa più che fare per acciuffare il necessario. Prova a inventarsi qualcosa e intanto arranca, senza sapere che una salvezza esiste. Il necessario sta dentro la natura. Ma, per averlo, occorre cavarlo fuori, prenderlo con le mani, e la gente le mani non le sa più usare.

«Sacramento che disgrazia!» dicono. «Non sappiamo usar le mani.»

Ma partiamo dall’inizio.

Non occorre partire dall’inizio: Corona ha appena raccontato tutto il libro dall’inizio alla fine, ha saltato giusto giusto qualche dettaglio. Ma il lettore questo ancora non lo sa.

La narrativa distopica1 di solito mi piace; provo un certo gusto nel vedere quali diavolerie potrebbero escogitare gli umani per essere ancora più infelici. Non solo, trovo che sia un genere che permette all’autore di trasmettere con facilità molti messaggi senza dover necessariamente salire in cattedra e sentenziare. Un altro aspetto che mi delizia è la psicologia dei personaggi: gente di un mondo diverso pensa in modo diverso, e se lo scrittore è stato bravo ci può far immedesimare in personaggi dotati di una mentalità totalmente estranea alla nostra, facendoci calare nell’ambientazione e nella vicenda.

Insomma, l’argomento del libro mi stuzzicava.

Leggo il primo capitolo. È raccontato il primo periodo dell’inverno: non c’è energia elettrica né gas, e il problema più pressante della gente è come fare per riscaldarsi. Il punto di vista è onniscientissimo, ma non dispero; proprio per questo il capitolo ha ancora un sapore molto introduttivo.

La faccio breve: il libro è tutto così. Tutto. Non ci sono personaggi, e di conseguenza non c’è nemmeno una vera trama. In un certo senso, il protagonista è “la gente”, la massa, nella quale ci sono delle distinzioni di massima (ricchi/poveri, contadini/non contadini). Di tanto in tanto si scorge qualcuno di isolato, ma è soltanto per un breve episodio, e sempre per dare vita ad un siparietto ad alto contenuto etico. I dialoghi o appartengono ai suddetti siparietti, o sono battute “esemplari”. Vi riporto un brano dal primo capitolo; la gente ha freddo e cerca di scaldarsi bruciando tutto il legno che può sacrificare.

Ma anche le sedie finiscono, panche e sgabelli pure. Allora la gente decide che può fare a meno dei tavoli.

«Fanculo! Mangiamo per terra» dicono, con l’ansia negli occhi.

E via a bruciare tavoli, tavolini, portatelefoni, portafiori e altri aggeggi, sempre di legno chiaramente.

Passa qualche giorno. I fuochi improvvisati mangiano tutto. Riducono in cenere tavoli e affini, molto velocemente. La gente a quel punto molla i freni.

«Fanculo» dicono ancora, «si può dormir per terra, i letti non servono.»

E via così.

Dimmi come vanghi e ti dirò chi sei

Ma si può tirare avanti così per centocinquanta pagine? Manca decisamente qualcosa, soprattutto se si tiene presente che il punto di vista utilizzato è quello onnisciente. Avete indovinato? Vi do un indizio: è qualcosa che comincia per Grandi e finisce per Verità. E del resto un guru come Corona ha un sacco di cose da insegnare a noi cittadini rammolliti dai comfort2.

Tipico cittadino

Il tipico cittadino. Ecco come ci riducono troppa tecnologia e poco esercizio!

Metto subito in chiaro che Corona non dice fesserie, o cose a caso tanto per dire. Personalmente trovo che il senso generale del libro sia condivisibile. Qui però la questione non è la bontà delle idee di fondo, ma il modo in cui queste idee sono presentate. A pagina 123, per esempio, si sta parlando del G20.

Dell’agricoltura non fregava un cazzo ai così chiamati “grandi della Terra”. Ma erano poi davvero grandi? O detenevano soltanto la grandezza del potere? Proprio così. Avevano solo quello, e la sua forza era molto superiore a quella dei soldi.

Seriously, Mauro? Domande retoriche? E con risposta incorporata, sia mai che qualcuno di noi cittadini dall’animo meschino e dalla mente piena di falsi valori non risponda nel modo sbagliato.

Una vangaSe invece di fare un discorso così ampio e generale Corona ci avesse mostrato quello che succedeva durante la fine del mondo storto attraverso le vicende di uno o più personaggi3 ci avrebbe potuto trasmettere gli stessi concetti in modo molto più efficace. Con la narrazione onnisciente, infatti, tutto ciò che si dice tende a diventare una sentenza stucchevole, ovvia anche se giusta. E di conseguenza arriva la noia.

Tutto questo non si applica solo alle idee più astratte (ad esempio, che i potenti del pianeta tendono a fregarsene del pianeta) ma anche alle azioni più concrete.

Ad esempio, Corona ripete mille volte che la gente comune era rammollita, che non era abituata a lavorare con le mani, e che per questo gran parte soccombe e i superstiti si arrangiano o si fanno insegnare dai contadini. Sarebbe molto più interessante seguire l’ex manager Peppe durante la sua nuova formazione: lo guarderemmo darsi (letteralmente) la zappa sui piedi, arrivare a sera con tutti i muscoli del corpo doloranti, venire preso a male parole dal duro ma giusto insegnante-contadino ogni volta che, goffo com’era con un qualsiasi attrezzo in mano, combinava un piccolo disastro. Ci caleremmo nei panni Peppe, chiedendoci come ce la caveremmo noi al suo posto, ed esulteremmo nel vedere l’ex-manager diventare un contadino con tutti i crismi, riuscire nel suo intento dopo tanti sforzi. Per far intendere anche il contrasto tra vita cittadina (male) e vita contadina (bene) basterebbe mostrare come, una volta compiuta la metamorfosi, il personaggio sia molto meno nervoso, e come la sua vita sia migliorata (ad esempio: non picchia più sua moglie, i suoi figli lo vedono come un modello da imitare, non ha più problemi di forfora, eccetera).

Oppure prendete il cannibalismo. Non mi scuote più di tanto leggere che la gente, spinta dalla fame, fa bollire i morti e se li mangia. Vuoi mettere una bella scena in cui il povero Peppe, per sfamare moglie e figli, si decide a spingere giù dalle scale la vecchia madre e a farne spezzatino? Eccolo il conflitto, il tormento interiore (e non solo) che rende avvincente un’opera di narrativa.

Insomma, io mi aspettavo un romanzo più o meno post-apocalittico e invece mi trovo un miscuglio tra una raccolta di lezioni di vita, un atto d’accusa contro il consumismo e un manuale su come diventare contadini.

Un’isola felice

All’assenza di trama contribuisce anche la costante diversità e vaghezza dei luoghi in cui sono ambientati i vari episodi. Di paragrafo in paragrafo si può passare dalla città alla montagna, dalla campagna al mare; la prospettiva così ampia impedisce di sentirsi davvero partecipi delle disgrazie della “gente senza volto”. Di tanto in tanto sono citate alcune città, ma la collocazione degli episodi è in genere imprecisata.

Forse è per questo che mi è venuto da ridere quando ho iniziato pagina 88.

La sede della casa editrice Mondadori a Milano è diventata una grande fattoria con vacche e vitelli e manze al piano terra. […] In quell’immenso e splendido edificio, opera dell’architetto Oscar Niemeyer, un tempo c’erano odore di libri e ticchettio di computer che funzionavano a pieno ritmo. E il brusio sommesso degli impiegati stretti gomito a gomito in eleganti séparé di lavoro. E c’era il passo cadenzato di capi e dirigenti che battevano piani a controllare che tutto filasse per il meglio.

Cioè, da ottantasette pagine Corona sta parlando dei luoghi chiamandoli con i termini più ampi e vaghi che esistano e quando si trova a mostrare un posto definito cosa ti sceglie? La sede della sua casa editrice.

Spero vivamente che l’abbiano obbligato.

 

«Ma ragazzi! A malapena ho scritto nomi di città!»

«Mauro, o così o non ti pubblichiamo il libro, decidi tu.»

«Va bene, ma il palazzo non lo presento. Che senso ha?»

«Per noi è pubblicità gratis, ne abbiamo già parlato. Dai, così la gente va a vedere su internet quanto è bella la nostra sede. E poi, o così o niente libro.»

«La vita di Niemeyer però non la scrivo. Quello ha superato i cent’anni, mi porterebbe via tutto un capitolo.»

«E va bene, ma ad una condizione. Quando parlerai del palazzo dovrai inserire almeno due di questi aggettivi: immenso, splendido, megagalattico, iperfantastico, supermastodontico.»

«Andata.»

Il palazzo della Mondadori

La sede della Mondadori. Immensa e splendida!

Non solo: per tutto il libro Corona lascia intendere che è a causa dei costumi corrotti e delle attività inutili di prima se il mondo è diventato una schifezza. Alla Mondadori invece era solo un piacere vederli lavorare! Insomma, com’è che non si lascia sfuggire una caustica considerazione sull’effimera natura dei libri o del mercato librario? Ma forse sono io che non colgo i messaggi nascosti. A fine pagina infatti troviamo:

Fuori dal grande edificio della Mondadori c’è un buon odore di letame che proviene dai cumuli, ed è pieno di maialetti che corrono qua e là.

Mauro, Mauro, che cosa volevi dirci?

Falsa pubblicità

E rieccoci al punto di partenza: si può scrivere un romanzo senza personaggi? La risposta è no. Faccio fatica a definire romanzo La fine del mondo storto. In un certo senso, è ai confini della narrativa. Non c’è protagonista, non c’è una vera trama.

"La fine del mondo storto" (copertina)Non so come siano gli altri libri di Corona, ma ho deciso che per un po’ non ne leggerò altri. Sapete perché? Per curiosità mi sono rivolto a San Google e ho digitato: libro senza personaggi. Il primo risultato visualizzato (l’unico tra i primi che contenesse le tre parole in quell’ordine) mi rimandava ad una discussione presente in un forum. Ho dato un’occhiata, e indovinate di che si parlava. Eh sì, proprio di un libro di Mauro Corona (Fantasmi di pietra).

Il risvolto di copertina mente nell’affermare che La fine del mondo storto è un romanzo. Così mentono le librerie che lo classificano come tale. Ma di solito la tecnica narrativa non è un argomento che smuove gli animi dei giudici, per cui non mi pare il caso di ricorrere alle vie legali.

La mia impressione è che questo libro non sia altro che un’ambientazione con contorno di Grandi Verità. Trama e personaggi sono ciò che darebbe rispettivamente vita e senso a queste due cose. Per questo all’inizio dell’articolo ho scritto che l’introduzione è uno spoiler dell’intero libro: nelle centocinquanta pagine successive i concetti vengono un po’ problematizzati, ma non succede quasi niente di nuovo.

Mauro CoronaNon sto dicendo che Corona debba mettersi a scrivere in un altro modo; lui già viene pubblicato, e di sicuro ha una sua fetta di lettori affezionati. Come al solito le analisi che facciamo qui alla baracca sono rivolte a tutti i colleghi esordienti in ascolto. E allora stavolta qual è il consiglio di Sudare inchiostro? È presto detto: non aspettatevi di essere pubblicati se nella vostra ambientazione mettete solo Grandi Verità. Ma se proprio volete scrivere un romanzo senza personaggi, è meglio che prima vi affermiate come alpinisti e scultori, che vi facciate crescere la barba e cominciate a girare con una bandana. A volte aiuta.

  1. La fine del mondo storto non è precisamente un racconto distopico, ma non lo definirei nemmeno utopico. []
  2. Ricordate il caso Madalon? Tra i VIP intervistati dal sedicente scrittore c’era anche Corona, che non ha perso l’occasione per elargirci una perla delle sue. Guardatelo qui, al minuto 2:08. []
  3. Purché fossero meno di sessanta milioni! []
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4 risposte a Apocalypse Crown

  1. Milena Milani scrive:

    Anch’io ho la pretesa di scrivere qualcosa, solo brevi racconti sulla validità dei quali ho seri dubbi, ma sono soprattutto una grande lettrice.
    Volevo dirti che concordo pienamente con il tuo punto di vista. Di Corona ho letto un solo libro (I fantasmi di pietra, se non sbaglio, ho rimosso anche il titolo) che ha le stesse caratteristiche di quello di cui parli tu. E mi sono annoiata molto, libro ripetitivo, senza protagonisti e senza una storia. E non credo leggerò altro, anche grazie al tuo giudizio che mi conforta. Corona è soprattutto un personaggio, creato più o meno a tavolino, se capisci cosa voglio dire, una bella operazione commerciale con la bandana in testa. Ma essere un grande scrittore è un’altra cosa. Mi piace come scrivi. Leggerò anche gli altri articoli del tuo blog. Ciao. Milena

  2. renzo scrive:

    Di Corona avevo letto una raccolta di racconti. Avevano tutti la morale finale. La cosa mi era sembrata talmente odiosa da non riuscire a finire la raccolta.
    Mi dicevo: Corona ne avrebbe da raccontare, ne avrebbe di personaggi interessanti e scottanti tra le mani. Se non fosse per la morale, la retorica e la tendenza al tell don’t show

    Be’, a quanto pare è peggiorato, ha fatto fuori anche i personaggi.
    Mi sono imbattuto nel libro, l’argomento è veramente centrale, ma sfogliando mi sono accorto di questa cosa e ho resistito all’acquisto impulsivo.

    Peccato.

  3. Mattia scrive:

    Sì, è un peccato, le idee di partenza erano buone. Sarebbe stato interessante vedere lo sviluppo di un romanzo del genere ambientato in Italia. Anche la parte della rinascita della società poteva essere vincente, se affrontata bene.

  4. Alessandra scrive:

    Son d’accordo con la ragazza del primo intervento! Di Corona ho leggiucchiato qualcosa senza portarlo a termine ed ho avuto modo di ascoltarlo qualche volta a Festivaletteratura, a Mestre per ‘Ad Alta Voce’, a Pordenonelegge (sede della sua prima casa editrice, Biblioteca dell’Immagine), e non mi convince, non mi convince come narratore e non mi convince il personaggio che s’è costruito. Trovo che il passaggio in Mondadori – da qualche tempo – sia stata un’ottima mossa commerciale per completare la costruzione del Suo personaggio: a Corona non servono personaggi, gli basta il suo, ingombrante, replicante, che a quanto pare è centralissimo nel ‘romanzo’.
    – Corona, + Vitaliano Trevisan!

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