Ironia a tappeto

Stanchi di leggere solo critiche alle scelte stilistiche degli scrittori famosi e lamentele sull’ingiustizia del mondo editoriale? Bene; in questo articolo non troverete (quasi) niente di tutto ciò. Quello che troverete, invece, è un consiglio di lettura che non potrete seguire.

Il popolo del tappeto

Non c’è un modo delicato per dirlo: oggi parleremo di fantasy. Ok, questo è il punto in cui i detrattori del genere storcono il naso, mentre gli appassionati si sfregano le mani pregustando elfe poppute e duelli all’ultimo incantesimo. Entrambe le categorie resteranno deluse, perché il romanzo di cui vi voglio parlare è Il popolo del tappeto, di Terry Pratchett1.

The Carpet People coverRiassumo in due parole l’inizio della trama, giusto per darvene una vaga idea. I Morrunghi sono una delle numerose popolazioni che abitano il Tappeto. Vivono per lo più isolati dalle altre genti, benché il loro territorio faccia parte del vasto impero Dumio. Un giorno, dopo che il loro villaggio è stato raso al suolo da un uragano, vengono attaccati da alcuni Moffosi, creature umanoidi dalle fattezze bestiali. Respinto l’attacco, si mettono in marcia verso Centrum, la capitale dell’Impero, per chiedere riparo e protezione ai Dumii. Ma lungo la strada scoprono che i moffosi, sfruttando la distruzione che il leggendario uragano Strazzo porta attraverso il tappeto, hanno conquistato molti territori, e si preparano a marciare proprio su Centrum.

La solita lotta tra il Bene e il Male? Nient’affatto. Il vero senso del romanzo, infatti, non sta tanto in ciò che succede tra le due parti in guerra (Moffosi versus non-Moffosi), quanto nelle peripezie che i protagonisti devono affrontare per avvisare il capriccioso imperatore della minaccia incombente, e nelle difficoltà di coordinare una difesa sgangherata, costituita principalmente da due popoli che si odiano a morte da generazioni.

In un certo senso, Il popolo del tappeto è un romanzo politico. Senza mai diventare didascalico, Pratchett ci mostra attraverso lo sguardo semplice dei nomadi Morrunghi le contraddizioni che segnano i comportamenti delle Genti del Tappeto: i bellicosi Irruimani che fanno la guerra per il puro gusto di attaccar briga, i metodici Dumii, che non sanno pensare al di fuori dei loro rigidi sistemi di leggi e regole, e i Tizi, che possono prevedere il futuro e che accettano passivamente ciò che accade, poiché poterlo cambiare è impensabile.

L’interazione tra popoli così diversi in circostanze critiche costringe tutti i protagonisti ad un confronto scomodo, in cui si riconoscono fin troppo bene le piccole e grandi insensatezze del nostro mondo.

Ecco l’incipit del romanzo.

They called themselves the Munrungs. It meant The True Human Beings.

It’s what most people call themselves, to begin with. And then one day the tribe meets some other people, and gives them a name like The Other People or, if it’s not been a good day, The Enemy. If only they’d think up a name like Some More True Human Beings, it’d save a lot of trouble later on.

Per i diversamente anglofoni, ecco la traduzione di Angela Ragusa (edizione Mondadori, 1995).

Chiamavano se stessi i Morrunghi, ossia La Gente, o I Veri Esseri Umani.

È così che la maggior parte della gente chiama se stessa, tanto per cominciare. Finché un giorno s’incontra dell’altra gente e le si affibbia un nome tipo L’Altra Gente o, se si è di cattivo umore, Il Nemico. Se a qualcuno venisse in mente un nome tipo Un Altro Po’ Di Veri Esseri Umani, tutti si risparmierebbero un sacco di guai.

Il rapporto tra culture diverse è quindi uno dei temi fondamentali del libro. Paura, eh? E ci credo. Questo è uno dei temi che più spesso innescano sparate retoriche e raffiche di Grandi Verità. E se a questo aggiungete il fatto che Terry Pratchett non disdegna l’uso del narratore onnisciente, sembra che la frittata sia fatta.

E invece no.

Nagasaki bomb

Esempio di rapporto fra culture diverse (Nagasaki, 9 agosto 1945)

Basta un poco di zucchero, e la pillola…

Di norma sono il primo a scagliarmi contro gli autori che ricorrono all’enunciazione di Grandi Verità, e tendo a non vedere di buon occhio la narrazione onnisciente. Anche a me, nei primi tempi in cui mettevo mano alla penna, capitava di cadere nei suddetti tranelli, e la rilettura di quegli scritti a distanza di anni dalla loro stesura mi ha convinto che perle di saggezza e punto di vista onnisciente non sono i compagni ideali per uno scrittore inesperto (e nemmeno per quello esperto, di solito).

Ecco perché il libro esaminato in questo post è Il popolo del tappeto: Pratchett dà un felice esempio di come l’autore/narratore possa far sentire la propria voce nel testo senza propinare al lettore una vagonata di banalità.

Sir Terry PratchettAttenzione, però: Sir Terry2 non indulge mai in pistolotti retorici, e solo una minima parte dei messaggi che il testo veicola è davvero espressa dalla voce del narratore. Il libro è costituito quasi esclusivamente da dialoghi e azione3, come dev’essere una buona opera di narrativa.

Il popolo del tappeto può essere letto come una semplice storia, ma è difficile (e sciocco) ignorarne i significati che prescindono dal più concreto senso del testo. Pratchett ci trasmette questi messaggi in vari modi, ma per il momento vorrei soffermarmi sull’intervento del narratore, solitamente tanto vituperato qui su Sudare Inchiostro.

Prendete l’incipit riportato poco sopra. Perché non ha quella patina di sussiego che di solito colora le Grandi Verità sentenziate dagli Scrittoroni? Per evidenziare la questione ho abbozzato una riscrittura seguendo le norme dettate dal SIGV4.

Chiamavano se stessi i Morrunghi, ossia La Gente, o I Veri Esseri Umani.

È così che la maggior parte della gente chiama se stessa, peccando di arroganza. Sì, perché poi quando incontrerà dell’altra gente si sentirà superiore ad essa, perpetuando l’eterno ciclo di soprusi e violenze che da sempre macchia la storia dell’umanità. Per risparmiare il sangue di tanti innocenti basterebbe che si diffondesse la consapevolezza che tutte le persone sono uguali – un concetto semplice, eppure puntualmente ignorato. Oh scellerato, scellerato genere umano!

Mio dio, cos’ho fatto.

La differenza più evidente tra l’incipit di Pratchett e l’orrore da me partorito è il tono con cui il concetto viene esposto. Discorsivo e semplice il suo, magniloquente il mio. Ma questa è solo la superficie, o meglio, è il sintomo della vera ragione che differenzia i due brani: l’ironia.

Il contenuto del paragrafo è serio, e a mio avviso molto ragionevole, eppure basterebbe un niente per soffocarlo sotto una marea di retorica. Pratchett invece affronta con tono leggero un tema “pesante”, ed è proprio in questa discrepanza che si realizza l’ironia.

Vi porto come esempio l’incipit di un altro libro di Pratchett, Hogfather.

Everything starts somewhere, although many physicists disagree. There is the constant desire to find out where – where is the point where it all began. But much, much later than that the Discworld was formed. Drifting onwards through space…atop four elephants on the shell of a giant turtle, the great A’Tuin. It was some time after its creation when most people forgot that the very oldest stories of the beginning are sooner or later about blood. At least that’s one theory. The philosopher Didactylos suggested an alternative hypothesis: “things just happen, what the hell”.

Visto che per ora Hogfather non è stato tradotto in italiano, vi accontenterete della mia traduzione.

Tutto inizia da qualche parte, malgrado molti fisici non siano d’accordo. C’è il costante desiderio di scoprire dove – quale sia il punto in cui tutto cominciò. Ma molto, molto più tardi di quel momento si formò il Mondo Disco. Avanzava alla deriva nello spazio, sul dorso di quattro elefanti in piedi sul guscio di una gigantesca testuggine, la grande A’Tuin. Fu qualche tempo dopo la sua creazione che la maggior parte della gente dimenticò che le più vecchie storie sull’inizio sono presto o tardi storie di sangue. Almeno, questa è una teoria. Il filosofo Didactylos suggerì un’ipotesi alternativa: “le cose succedono e basta, diamine”.

Troppi autori cedono alla tentazione di inserire un citazione colta (“Qualcuno ha scritto che…”, “Qualcuno ha detto che…”). E proprio la citazione esplicitata è la ciliegina sulla torta di orrori della prosa narrativa; è come se lo scrittore saltellasse sul posto gridando: «Guardatemi! Ho letto dei libri!».

Bush reading

"Come ci riesci?" "Basta non tenerlo al contrario, George!"

Basta riprendere quest’infausta pratica con un po’ di spirito per renderla divertente, proprio perché il sentimento di comicità si basa su una incongruenza, in questo caso tra la stessa citazione (normalmente usata per fare sfoggio di erudizione) e il tono del suo contenuto. Non solo: direi anche che l’innesco dello spunto comico sta anche nella funzione di fulmen in clausola che l’ipotesi di Didactylos ricopre per l’intero paragrafo.

Spiegare l’ironia è come spiegare una metafora, la si rovina e le si toglie la ragion d’essere. Ho voluto analizzare questi casi anche a costo di dire delle ovvietà, proprio per dimostrare come sia l’ironia a fare la differenza.

Tizi

Come ho accennato nel paragrafo precedente, Pratchett non ricorre spesso alla narrazione onnisciente. L’ironia però – e chi ha già letto qualcosa di suo lo sa bene – è un elemento costante della sua opera.

Dopo l’intervento diretto dell’autore, il modo più semplice per trasmettere al lettore idee o informazioni difficili da mostrare è farle dire a uno dei personaggi. Questo meccanismo è rischioso, perché, mentre lo scrittore si compiace di non violare il principio di show, don’t tell, spesso non si accorge che il Narratore Onnisciente (questa volta sì, con le maiuscole) ha invasato il povero personaggio e gli sta facendo dire cose assolutamente innaturali o fuori luogo5.

Insomma, possiamo far dire ai personaggi quello che non possiamo mostrare, ma senza stravolgere la loro natura.

Prendete per esempio Pismiro, lo sciamano/scienziato dei Morrunghi:

Quasi tutte le tribù ne avevano uno [di sciamano], però Pismiro era diverso. Tanto per cominciare si lavava almeno una volta al mese. Il che era insolito. Gli altri sciamani sembravano convinti che tra sporcizia e magia ci fosse una strettissima relazione.

Inoltre, Pismiro non si addobbava con penne e ossicini vari e non parlava come loro.

I suoi colleghi mangiavano i funghi giallochiazzuti che crescevano nel folto dei crini e poi dicevano cose come: – Iiiiaiahaiaiaiiiahiii! Eiahiaeiaaaa! Ngo! Nga! – che in effetti avevano un suono magico.

Pismiro, invece, diceva: – Una corretta osservazione seguita da meticolosa deduzione e visualizzazione degli scopi da perseguire è essenziale per il successo d’ogni impresa. Avete notato che i trompoli selvatici precedono sempre di due giorni i branchi di soratti? Fra parentesi, non mangiate i funghi giallochiazzuti.

Il che non aveva affatto un suono magico, però funzionava a meraviglia.

[…]

Era anche il guaritore ufficiale della tribù. E molto più in gamba, bisognava ammetterlo, del suo predecessore, la cui idea della medicina era tirare in aria qualche osso e berciare: – Ahiahiahaiahiiii! Ngo! Nga! – Pismiro, invece, mescolava varie polverine in una ciotola, ne faceva delle palline e diceva: – Prendine una prima di andare a letto e un’altra quando ti svegli.

È più uno scienziato che uno sciamano6, per cui dobbiamo aspettarci che abbia una mentalità razionale, poco propensa ad una visione magica delle cose. Ed ecco infatti come Pismiro traccia la cosmogonia del Tappeto.

La leggenda più antica era anche la più breve. [Pismiro] Non la raccontava spesso, ma la tribù la conosceva a memoria.

– In principio – diceva Pismiro – c’era solo il più infinito, assoluto piattume. Poi venne il Tappeto e lo ricoprì: era giovane, allora, e non c’era polvere fra i crini, che si levavano snelli e dritti. Ed era vuoto. Poi venne la polvere, che calò sul Tappeto e si accumulò tra i crini e si radicò nell’ombra. E altra polvere giunse e lenta e silenziosa si addensò tra i crini. Dalla polvere il Tappeto intessé tutti noi. Prima le piccole creature striscianti che si rintanano nei cunicoli e sulla vetta dei crini. Poi i soratti e i trivellatori e i trompoli e le capre e gli stridulenti e gli snarg. Ora il Tappeto aveva vita e rumori, e morte e silenzio. Ma un filo ancora mancava alla trama tesa sul telaio della vita. Perché c’era vita nel Tappeto, ma ignorava d’essere viva. Era, ma non pensava. Nemmeno sapeva di esistere. E così dalla polvere sorgemmo noi, la Gente del Tappeto. Noi attribuimmo un nome al Tappeto e alle creature che lo popolavano e così la trama fu completa. Ora il Tappeto era consapevole di se stesso. E per quanto Strazzo, che odia la vita nel Tappeto, possa minacciarci, per quanto le ombre possano incupirsi su di noi, noi siamo lo Spirito del Tappeto e questo è vero potere. Siamo noi il frutto del telaio. Naturalmente tutto ciò è una metafora, ma secondo me è importante, non vi pare?

Ancora una volta una battuta viene a rovesciare l’atmosfera solenne, pur senza togliere valore a quello che è stato appena detto.

L’umorismo quindi si può creare con i dialoghi, ma le sue basi, almeno in questo romanzo, sono gettate già con la costruzione dei personaggi. Uno sciamano razionalista contiene già in sé la contraddizione che lo rende una figura comica, non trovate? La figura più originale – così originale da causare ilarità – altro non è che la contraddizione di uno stereotipo.

E forse mi ripeterò, ma non è una casualità che si tratti proprio di contraddizione. Anche in un’opera non comica, i personaggi che funzionano meglio sono quelli che hanno in sé un conflitto. Conflitto, conflitto… si accende la lampadina? È il conflitto che muove la narrativa, sia a livello di trama che di singolo personaggio. Difficilmente un protagonista ricco di contraddizioni sarà un personaggio noioso.

Giocare a rovesciare i cliché è sempre una buona trovata, e Pratchett lo sa bene. Quante volte ci siamo trovati di fronte a veggenti che prevedevano eventi funesti? Come la figura dello sciamano anche quella dell’oracolo, logorata dalle troppe apparizioni, è diventata a suo modo stereotipica.

Pratchett ha creato un popolo, i Tizi, che conosce il futuro. E non durante fumose e sporadiche sedute spiritiche, sempre. I Tizi ricordano il futuro come se fosse il passato, tanto che parlare con loro diventa un’esperienza molto particolare.

Ecco come uno di loro invita i protagonisti al banchetto che si terrà quella sera.

– Salve – disse il Tizio.

– Salve – replicò Ardus.

– Salve – ripeté il Tizio.

Poi restò lì e non aggiunse altro.

Snibril si dimenò a disagio sotto lo sguardo fermo di quegli occhi invisibili.

– Stasera ci sarà il convito di Bronzo – disse finalmente il Tizio. – Siete invitati. Accetterete. Soltanto sette. All’accensione dei fuochi. – Dopodiché girò sui tacchi e tornò verso il carro.

Ed ecco un estratto di quello che accade più tardi.

Per un po’ mangiarono in silenzio. Snibril pensava: “Non parlano perché tanto già sanno che cos’hanno detto? No, non può essere, per ricordarsi di aver detto qualcosa, dovrebbero dirlo… o…”.

– Io sono Noral, mastroessiccatore.

– E io…

– Sì.

– Noi…

– Sì.

– C’era…

– Lo so.

Come?

– Me lo dirai dopocena.

Tutti i dialoghi con i Tizi sono dei capolavori di umorismo, e già da soli varrebbero la lettura del romanzo.

Ah già, ma tanto nessuno di voi leggerà Il popolo del tappeto.

Il tappeto perduto

All’inizio dell’articolo vi ho fatto intendere che non potrete leggere questo libro. Non è esattamente la verità, ma ci si avvicina molto. Chi di voi vorrà leggere Il popolo del tappeto in lingua originale non avrà problemi, ma reperire copie in italiano potrebbe rivelarsi difficoltoso.

Il popolo del tappeto (edizione Mondadori)Su IBS, BOL, LaFeltrinelli la ricerca del titolo non porta ad alcun risultato; su Amazon sono elencate tutte le tre edizioni italiane (in tre diverse collane Mondadori, rispettivamente nel 1994, 1996 e 1999), ma nessuna di loro è disponibile, e Amazon stessa avvisa che non si sa quando lo saranno nuovamente. Per ora su eBay se ne trova una sola copia usata, ed è unica anche la copia in vendita su Delos Store, quindi affrettatevi.

E nelle librerie non online? Chissà, forse come fondo di magazzino sopravvissuto al macero.

L’angolo del livore

E ora concedetemi qualche riga di sana polemica. Il popolo del tappeto è classificato come libro per ragazzi (tanto che Mondadori l’ha pubblicato nelle collane Superjunior, Miti Junior e Junior Fantasy), ma solo perché è fantasy, e perché in Italia vige il pregiudizio che solo i bambocci e i minchioni possano apprezzare qualcosa di non realistico. Tale pregiudizio, partendo dalla scarsa qualità che caratterizza una buona fetta dei romanzi fantasy (fenomeno spiegato in questo articolo di Gamberetta), purtroppo si estende all’intero genere.

Sfido quelli tra voi che leggeranno Il popolo del tappeto a definirlo un romanzo per bambini. Certo, la storia fila che è un piacere, e lo stile è così scorrevole che il libro si legge in un attimo. Eppure dubito che un bambino possa apprezzarne appieno le sottigliezze umoristiche e il significato più profondo. Da buon giudice di parte vi dico che Il popolo del tappeto è un libro per lettori di tutte le età, meglio se almeno over quindici e dotati di senso dell’umorismo.

Il Come e il Cosa

Quando vogliamo trasmettere ai lettori un messaggio a cui teniamo particolarmente rischiamo di trascurare la storia e di far sentire la nostra voce di autori, “bucando” quella realtà alternativa che con tanta fatica abbiamo costruito. Personalmente credo sia giusto voler dare al proprio racconto o romanzo un significato più ampio e profondo rispetto a quello delineato dalla trama; bisogna però sempre tenere presente che, mentre un romanzo tecnicamente solido e con pochi contenuti “trascendenti” può essere un’ottima opera di narrativa, un romanzo spinto da ideali nobili ma scritto male è solo brutto.

L’ideale sarebbe fare un buon lavoro su entrambi i fronti. Più facile a dirsi che a farsi. Da bravi fautori dell’artigianato narrativo, noi di Sudare Inchiostro sosteniamo la tecnica come condizione ben più necessaria della pregnanza intellettuale. Una volta preparata la cassetta degli attrezzi, sarà molto più facile far capire ai lettori il nostro messaggio, senza servirsi delle Grandi Verità.

Per veicolare un messaggio esterno alla trama ci sono tre modi principali. Li riporto in ordine di “consigliabilità” crescente.

  • Intervento del narratore onnisciente. Da effettuare sempre con ironia, a meno che non si voglia risultare pomposi e, in ultima analisi, patetici.
  • Dialoghi. Sono uno strumento apparentemente facile da utilizzare, ma bisogna sempre fare attenzione a non uscire dal personaggio.
  • Il non detto, ossia il mostrato. Lasciate che sia la storia a parlare, che siano le azioni dei personaggi all’interno dell’ambientazione a simboleggiare i concetti più profondi che volete trasmettere.

Ovviamente non tutti i romanzi hanno una vena ironica. Di conseguenza sono pochi i romanzi in cui si può usare un narratore onnisciente senza rimanere scottati7. Se non ci diamo alla narrativa comica, allora è meglio servirsi solo degli ultimi due metodi. E non c’è bisogno che vi dica quale dei due sia il migliore.

Fino ad ora abbiamo visto come Pratchett si serva dei primi due, ma non trascura nemmeno l’ultimo. Anzi: con onniscienza e dialoghi ci gioca, ma è proprio al mostrato che affida il senso più importante di tutto il libro. La potenza espressiva della metafora risiede proprio nel mostrare qualcosa senza esplicitarne il parallelismo con un oggetto reale, ed è questo che rende il mostrato la soluzione migliore: non solo ci lascia narrare con stile scorrevole e ritmo incalzante, ma ci permette di creare due piani di lavoro, uno con la storia vera e propria, ed uno con i significati più importanti e astratti, quei significati che verrebbero sviliti da una semplice enunciazione. Proprio per questo metterò in spoiler la metafora che regge tutto Il popolo del tappeto. Non guardatela prima di aver letto il libro. Rovina metafora. ↓

Ma c’è dell’altro. Le idee di Sir Terry Pratchett sono delle buone idee. A prescindere dal modo divertente in cui vengono esposte, sono robe intelligenti. Non residuati del riciclaggio di bigliettini di Baci Perugina, non frasi ad effetto da telenovela. In due parole, non cliché.

Certo, nessuno di noi ha idee banali. Già.

Vi lascio con la nota che Terry Pratchett ha aggiunto alla seconda edizione (1992) di The Carpet People8.

Nota dell’autore

Questo libro ha due autori, ed entrambi si chiamano Terry Pratchett.

Quando fu pubblicato la prima volta, nel 1971, aveva un bel po’ di difetti… soprattutto quello di essere stato scritto da un diciassettenne. Comunque vendette il giusto e alla fine andò esaurito.

E la cosa finì lì.

Poi, sette anni fa, i libri su Discworld ebbero un successo strepitoso e tutti quelli che li avevano comprati tornavano in libreria a chiedere:

– Ehi, non avete quel libro… Il popolo del tappeto… dello stesso autore? – Lo chiesero in tanti che finalmente l’editore si arrese e decise di pubblicare una nuova edizione.

Che fu preparata da un Terry Pratchett di quarantatré anni. E quel Terry Pratchett disse: un momento. Io quel libro l’ho scritto quando pensavo che la fantasy dovesse essere piena di maghi e battaglie e re; adesso, però, penso che dovrebbe invece spiegare come evitare battaglie e re. Sarà meglio che gli dia un’aggiustatina qua e là…

Be’, sapete cosa può capitare quando si tira un filo ciondoloni…

Così, ecco il risultato. Non è esattamente il libro che ho scritto allora. Non è esattamente il libro che scriverei adesso. È il frutto dello sforzo congiunto di due autori, ma almeno non mi tocca sganciare a quell’altro la metà dei diritti d’autore. Finirebbe per sperperarli, poco ma sicuro.

Bene. Questo libro l’avete voluto voi. Eccovelo. Grazie.

Fra parentesi, la città di Centrum è più o meno di queste dimensioni: → •

 

Terry Pratchett

15 settembre 1991

Già leggendo queste poche righe e gli estratti riportati nell’articolo dovreste aver capito che Pratchett, come autore fantasy, è molto distante dalle solite inguaribili romantiche mormone o dai bambini prodigio che a sedici anni hanno già raggiunto l’acme della loro validità tecnica e intellettuale.

In questa nota, Sir Terry ci dice che si può (si deve) crescere, e che si cresce solo guardando con occhio critico quello che si è scritto. Non solo. Avrebbe potuto dire o sottintendere di essere arrivato al massimo dell’abilità narrativa (dopotutto, all’epoca aveva venduto già un numero considerevole di copie). E invece no. Ci dice che non si finisce mai di imparare.

Ma ovviamente non lo dice così.

  1. Qui trovate il suo sito ufficiale. []
  2. Ebbene sì, Sir. Nel 1998 mister Pratchett è stato insignito del titolo di Ufficiale dell’Order of the British Empire, appena un po’ meno dei Beatles. []
  3. Intesa in senso generico come evento non statico, e non come sparatoria tra Bruce Willis e una banda di nazicomunisti. []
  4. Standard Internazionale Grandi Verità []
  5. Gli As you know, Bob fanno parte di questa categoria di brutture. []
  6. Da notare che questo Pratchett non lo dice, ma ce lo fa capire. []
  7. Al che voi chiederete: «Ma scusa, in letteratura ci sono moltissimi casi di narratore onnisciente serio!». Di questo parleremo un’altra volta. []
  8. Nell’edizione inglese è messa prima del romanzo, in quella italiana in mio possesso è riportata alla fine. []
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6 risposte a Ironia a tappeto

  1. Koda scrive:

    Articolo davvero interessante, grazie! : )
    Sto casualmente leggendo Il Colore della Magia, è il mio primo libro di Pratchett: non sarà l’ultimo. 😉
    Il Tappeto Perduto me lo procuro all’istante! *__*

  2. Mattia scrive:

    Grazie a te per averlo letto.
    Il titolo è Il popolo del tappeto; Il tappeto perduto è solo il titolo del paragrafo in cui parlo appunto della difficoltà di reperire quel libro in italiano. Se puoi, comunque, ti consiglio di leggerlo in inglese. Come forse si nota anche dai pezzi tradotti, con la traduzione l’umorismo perde un po’ di smalto.

  3. Stefano scrive:

    Quanti nostalgici ricordi! Te ne propino solo uno, testimonianza impagabile di quanto pedante e fastidioso posso essere: afoso primo pomeriggio estivo, sole alto nel cielo di Brindisi. Ho 8 anni ed una gran voglia che mia madre legga il fantastico libro che sto divorando a ripetizione oramai da diversi giorni. Imparo a memoria il primo capitolo e la pedino per il resto della giornata, recitando ininterrottamente la parte. Forse inserisco qualche entusiastico commento ogni tanto, non ricordo, è passato tanto tempo…

  4. estuan scrive:

    Io l’ho letto il Popolo del tappeto! In italiano, in un’edizione recuperata usata.
    In realtà di Terry Pratchett ne ho letti parecchi, alcuni anche in inglese, ma spero che la Salani continui a tradurne di nuovi. Mi piacevano anche le edizioni TEA, ma solo perché costavano la metà.
    Poi, io non capisco la suddivisione arbitraria in generi: perchè un romanzo, se è fantasy, lo devo cercare solo nel reparto suo proprio, anzichè negli scaffali “autori a-z”? Anche perchè io ancora non ho capito dove si trova Ursula K. Le Guinn. La disposizione di Douglas Adams penso dipenda invece dai gusti del libraio.

    E’ abbastanza ovvio che mi sto leggendo anche tutto il tuo blog. Pian piano, ché scrivi post interessanti ma luunghi.

    • Mattia scrive:

      La disposizione credo sia questione di consuetudine. Probabilmente i librai usano la sezione “autori a-z” per tutti quei libri che non sono strettamente di genere (e per i bestseller?), mentre i romanzi di genere e i saggi vengono disposti nelle rispettive sezioni. Probabilmente Douglas Adams è considerato un autore umoristico più che fantasy, o comunque è abbastanza famoso da sfuggire al ghetto del fantastico. La sua Guida galattica è più famosa, qui in Italia e forse dappertutto, dei romanzi di Pratchett. Ho sempre pensato che la Le Guin fosse nel settore fantasy, non è così?
      Per la lunghezza dei post mi hanno già rimproverato, ma sono una testa dura. Grazie per la pazienza, e benvenuta!

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