Saggi analfabeti – quando l’editor è in vacanza

Se bisogna fare del Male, tanto vale farlo bene. Non avendo ancora scartato l’idea di intraprendere la carriera di Signore del Male, mi sono detto che una formazione a tuttotondo è irrinunciabile. Certo, la lettura del manuale è il primo e più importante passo verso una professionalità matura e consapevole, e anche la sua appendice contiene nozioni di cui fare tesoro.

BoiaMa, per quanto esaurienti, queste due letture non hanno colmato tutte le mie lacune, ed è per questo che ho deciso di documentarmi meglio. Complici uno sconto del 30% sul prezzo di copertina1, la mia necessità di saperne di più sul waterboarding e la generosità di una persona in possesso di un pantagruelico buono Feltrinelli, mi sono procurato due saggi appartenenti alla collana Oscar Storia, della Mondadori: Storia della tortura di George Riley Scott e Storia della pirateria di David Cordingly. Per ora ho completato solo la lettura del primo, e sono arrivato a pagina 40 del secondo. Ma come vedrete, basta e avanza.

Non analizzerò nel dettaglio i contenuti dei due testi: questo articolo non tratta né di tortura né di pirateria, ma di un crimine molto più subdolo.

Non sei il mio typo

Durante la lettura del saggio di Scott mi sono trovato più volte di fronte a errori di varia natura. A tutti può capitare una svista, e non è infrequente che nei libri si trovino typos, per cui sulle prime non ci ho fatto troppo caso. Ho letto quasi due terzi delle pagine prima di rendermi conto che la frequenza delle brutture era esagerata, per cui ho cominciato ad annotarle. Non ho avuto la pazienza di spulciare tutto dall’inizio, quindi il campione di pagine va da pagina 204 alla fine del libro (pagina 330, se non si contano le note), più un altro paio di casi che ricordavo e ho rintracciato a colpo sicuro e un altro paio che ho beccato sfogliando a caso2.

Gli errori più “leggeri” sono i typo. Di solito. Certo, la mancanza di uno spazio tra il punto e la parola successiva o la minuscola all’inizio della frase:

p. 176: […] veniva inchiodata o legata. perché l’intero peso dell’uomo non gravasse sulle mani […]

 

p. 221: [brano citato][…] che aveva incontrato per strada [fine brano citato, inizia nuovo paragrafo] I seguenti brani […]

 

p. 223: […] se non avesse confessato. poiché Hawkins […]

 

p. 260: […] tutte le informazioni richieste.Ma spesso[…]

 

p. 278: […] per esempio quella di omicidio. re Enrico II […]

 

p. 309: […] una simile violenza. né il fatto […]

E in genere si può chiudere un occhio anche su qualche errore di battitura:

p. 175: L’asta orrizzontale […]

 

p. 204: Secondo Pitcarin [in realtà Pitcairn3], il metodo usuale in Scozia […]

 

p. 251: […] e l’hanno riutillizzata con gli individui sospetti.

 

p. 255: […] infliggedogli una tortura terribile […]

 

p. 255: […] per tolgliergliele.

E poi ci sono quei typo che sono troppo simili a veri errori di ortografia per non mettere la pulce nell’orecchio di un malpensante come me:

p. 177: In Inghilterra, secondo Pike, per accellerarla […]

 

p. 263: […] la carne della vittima sotto di sè […]

Parole a casoEvidentemente Silvia Bigliazzi, traduttrice del testo e quindi autrice di tutti questi preziosismi, aveva disattivato non solo il correttore automatico (che si sarebbe strenuamente opposto a quell’accento grave sulla parola ), ma anche lo strumento per il controllo di ortografia e grammatica. E deve aver convinto anche l’editor, sempre che ce ne sia stato uno, a fare lo stesso, altrimenti non si spiegano tutti questi errori. Che li abbiano semplicemente ignorati? Cara Silvia, caro editor Mondadori, quelle linee rosse e verdi che zigzagano nei vostri documenti word sono molto più che simpatiche cornicette!

Ma i rimandi stilistici a Io speriamo che me la cavo non sono finiti.

La maestra, non mi ha spiegato la virgola

L’uso della punteggiatura è flessibile. Ma lo è entro certi limiti, e non c’è grassetto abbastanza paffuto per sottolineare il concetto.

Lascerò che siano le citazioni a parlare:

p. 167: Le sue sentenze disumane e la sua crudeltà diabolica, gli procurarono il soprannome di Jeffreys il sanguinario.

 

p. 176: Una variante, era quella di spalmargli sul viso del miele per attirare gli insetti.

 

p. 178: Evidentemente, le affermazioni dei testimoni relative all’autenticità della loro infermità, non servivano a discolpare i sospettati che ne erano colpiti, […]

 

p. 214: Un negriero armato di una frusta grossa e pesante o di una canna indiana ([…]), flagellava il dorso e le natiche nudi, fino a che il padrone lo riteneva opportuno.

 

p. 230: Sembra che la consuetudine di offrire una somma di denaro per ogni scalpo indiano, fosse stata inaugurata dal governatore Kieft nel 1641.

 

p. 263: Una bizzarra tortura di cui si avvalsero gli Ugonotti durante le loro persecuzioni nei confronti dei cattolici, consisteva nel segare il corpo del prigioniero con una corda.

 

p. 265: Tutto ciò che poteva fare il suo ospite durante le ore apparentemente interminabili di prigionia in questa cella sotterranea, era starsene accucciato.

 

p. 306: Ogni eventuale allontanamento da questo concetto elementare di vendetta, consisteva nell’esagerazione del castigo, piuttosto che nella manifestazione di segni di indulgenza.

 

p. 324: L’uso ebraico e maomettano di uccidere e macellare le pecore con il solo uso del coltello, dovrebbe essere proibito.

 

p. 328: L’analisi appena compiuta delle difficoltà che si incontrano sul cammino dell’abolizione della tortura, suggerisce i metodi da adottare per raggiungere questo obiettivo.

Virgola tra soggetto e verbo? Sul serio? Queste cose non si lasciano passare neanche nei temi delle elementari, perché me le devo ritrovare in un saggio storico?

C’è almeno un altro caso di punteggiatura creativa:

p. 284: A Paskoff centocinquanta, dei russi catturati dai Rossi furono consegnati ai soldati mongoli che «li fecero a pezzi con la sega».

Perché la virgola in quel punto? Perché?

Non paghi, traduttrice ed editor riescono anche a sbagliare i tempi verbali. E così leggiamo:

p. 283-284: […] gli operai erano stati picchiati con il calcio del fucile fino a che parlarono; […]

Ma che –! A casa mia gli operai erano stati picchiati fino a che avevano parlato, o al limite furono picchiati fino a quando parlarono. Ma i due eventi (picchiare e parlare) sono entrambi precedenti rispetto al tempo della narrazione, per cui bisogna usare per entrambi il trapassato.

Al cospetto di così tanti errori, il grammar nazi che è in me si risveglia. E si incazza.

Una faticaccia!

A questi errori veri e propri si aggiungono delle questioni di traduzione.

Nei due brani che riporto qui sotto sono presenti delle parentesi quadre (che non ho inserito io, ma sono parte del vero testo).

p. 307-308: Ammettendo che la punizione pubblica sufficientemente severa e brutale incuta una paura che funge da deterrente per quanto riguarda certi reati, non c’è dubbio però che in passato questo effetto fosse sopravvalutato, e che anche oggi gli si attribuisca un grado di efficacia superiore alla realtà. Con riferimento ai crimini più gravi, ossia l’omicidio e la violenza carnale, nella maggior parte dei casi essa [la paura della punizione] si rivela inefficace.

 

p. 309: Nel punire l’omicidio, la legge rilancia il grido di vendetta reiterato così tenacemente nel codice che Geova impose ai suoi sudditi. Qualunque possa essere la situazione per quanto concerne altri crimini, lo Stato, in questi venti secoli di cristianesimo, esige [per l’omicidio] lo stesso tipo di vendetta che pretendeva quattromila anni fa.

Nel primo caso si poteva sostituire ad essa il contenuto delle parentesi quadre, senza timore di ripetere. Nel secondo, l’omicidio si poteva esplicitare senza bisogno delle parentesi, a meno che non si volesse evitare a tutti i costi una ripetizione. In tal caso si sarebbe potuta cercare una soluzione più elegante. Che senso ha, in queste due frasi, mantenere una traduzione letterale? Capisco che si voglia rimanere fedeli, ma qui non occorre seguire il testo inglese parola per parola. Neanche fosse una versione di latino, con tutto il pasticcio morfologico nel passaggio da lingua a lingua!

Sembra quasi che la traduttrice non abbia avuto voglia di cercare le soluzioni ottimali per queste due frasi. «Ma sì, tanto si capisce, no?»

Sleeping woman

"Queste parti magari le curerò dopo..."

Altra scelta che non ho compreso è quella che porta la Bigliazzi a non tradurre l’aggettivo professional:

p. 309: C’è un numero relativamente basso di assassini professional e non è difficile stabilire quali omicidi siano opera di professionisti.

 

p. 310: D’altra parte, in nessun caso la detenzione può avere un effetto rieducativo sul criminale professional.

Perché non tradurre professional con professionista o di professione? L’unica ragione che mi viene in mente è quella di evitare, nel primo dei due casi, la ripetizione. Bel risultato.

Può anche darsi che la parola sia stata lasciata in inglese per conservare un’accezione particolare che non conosco, ma in tal caso il lettore dovrebbe essere messo a parte di questo grande segreto.

Infine capita che i nomi di battesimo dei personaggi storici citati siano riportati in inglese anche quando inglesi non sono. George Riley Scott ha pubblicato A History of Torture nel 1940, quando era ancora in voga l’uso di tradurre i nomi di battesimo nella propria lingua. Un traduttore che nel 1940 si stesse occupando della trasposizione italiana dell’opera avrebbe quindi dovuto informarsi su come fossero chiamati quei personaggi in Italia, o tradurre i nomi direttamente dall’inglese. Un traduttore odierno (l’edizione Mondadori è del 1999) avrebbe semplicemente dovuto cercare il nome originale, o al limite quello italiano, a costo di risultare antiquato, ma non lasciare il nome inglese. In questo modo, un lettore poco pratico di storia penserà che tutti quei personaggi, qualora non sia specificato diversamente, siano inglesi o americani. Uno pratico di storia, invece, si farà una risata.

Ed è così che, in Storia della tortura, il boemo Jan Hus diventa John Hus. Ottimo lavoro, Silvia!

Jan Hus

John Hus, il più eretico venditore di hamburger di tutta la Fifth Avenue.

Insomma, di fronte a questi casi sembra che la traduzione sia stata fatta con spirito un po’ svogliato, e nasce il sospetto che possa essere poco accurata anche altrove, in punti in cui però non è possibile saperlo senza il raffronto con il testo originale.

Senza verGogna

Tralasciando le questioni di traduzione, sono ventiquattro errori in circa 140 pagine4, per una media di più di sei errori per pagina; e di sicuro me ne è sfuggito qualcuno. Anche se il resto del libro fosse perfetto – e scommetto che non lo è – si tratta di una bella quantità di schifezze. Tenete anche conto della natura degli errori: quelli di punteggiatura vanno contro qualsiasi prescrizione ortografica, e la loro ripetizione è ripugnante.

Tutto questo significa:

  • o che le persone che hanno tradotto e/o curato Storia della tortura non conoscono bene l’italiano scritto;
  • o che l’editor5 di questo libro non ha letto la brutta (repellente) copia consegnatagli da Silvia Bigliazzi.

Quale che sia la verità, possiamo dire che Storia della tortura non solo non ha ricevuto un editing come si deve, ma che è praticamente una bozza non corretta; poco importa che questo sia accaduto per incapacità, per negligenza o per entrambe le cose. In questo caso Mondadori è colpevole di sciatteria, e di aver dato alle stampe un’edizione davvero indegna.

Gogna

Un tempo a certi editor veniva riservato questo trattamento.

Requisiti minimi

Quando ho finito Storia della tortura ho tirato un sospiro di sollievo, e mi sono messo a leggere Storia della pirateria. Si sa, può capitare di andar per mare, e sapere come condurre un arrembaggio può risultare utile.

Il traduttore non era Silvia Bigliazzi, per cui ero piuttosto tranquillo: basta virgole tra soggetto e verbo, basta raffiche di errori tipografici. E invece…

p. 30: […] sorta d tesoreria […]

 

p. 33: […] dove sbarcò nella Sant’Anna Bayil 5 maggio 1494.

Linguaggio da sms e spazi omessi, riecco i soliti typo. La vera chicca però è nell’introduzione.

p. X: Col tempo il pirata ha assunto un’aurea romantica […]

Un’aurea? Un’aura, semmai. Mondadori, che ne dici di assumere gente che sappia l’italiano? Questo non è un errore di battitura, è un errore di ignoranza.

Ancora non ho le basi per dire se Storia della pirateria rivelerà un editing approssimativo (nullo) quanto l’altro saggio, ma di certo non prenderò più libri pubblicati nella collana Oscar Storia.

E poi, vogliamo dirlo? Le pagine si staccano già dopo la prima lettura.

  1. L’inizio dell’applicazione della legge anti-Amazon è alle porte! []
  2. Pensate a quanti altri ce ne devono essere. []
  3. Questo errore era particolarmente sfuggente, perché il nome di questo studioso ricorre solo una volta nel testo. Sono andato a controllarlo nella bibliografia solo perché l’avevo già sentito, e ho avuto conferma che si tratta di Robert Pitcairn, e non Pitcarin. []
  4. Da pagina 167 a 180 sono 13 pagine, a cui vanno aggiunte le 126 da 204 a 330. []
  5. La sua esistenza è provata da alcune Note del Redattore. []
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23 risposte a Saggi analfabeti – quando l’editor è in vacanza

  1. Mauro scrive:

    odio in particolar modo le “imprecisioni” nelle traduzioni di narrativa.
    tarscinato dalla storia e dalle parole inciampo in un errore e la mia coscienza di lettore accende un alert: “stai leggendo”
    e il pathos si spegne
    esempio a memoria su Mostri di Dean Koontz (sperling & Kupfer mi pare): “vuoi un Weenie il tuo cibo favorito?”. manca evidentemente una virgola e poi, signori miei, i favoriti nel senso di preferito non lo diceva neppure la buonanima del mio nonnino

  2. Mattia scrive:

    Di sicuro in narrativa è peggio, perché la sospensione dell’incredulità va a farsi benedire. Sei sicuro che il personaggio che parla del Weenie non sia, che so, ottocentesco? Così si spiegherebbe il “favorito”. O i favoriti, molto di moda a quel tempo.

  3. Veronica scrive:

    Purtroppo la sciatteria, termine quanto mai appropriato, in cui sta scadendo Mondadori è sempre più evidente, ma non mi stupisce conoscendo il notorio nepotismo che la contraddistingue.
    Finché le case editrici, e un’altra menzione particolare in questo senso va aSperling, continueranno ad affidare (quando lo fanno) a parenti ed amici di parenti, il risultato sarà sempre così, se va bene approssimativo.

  4. Pingback: Quando il saggio è analfabeta. Storie di refusi e orrori nei saggi Mondadori | La Lettura

  5. Chiara scrive:

    Complimenti per il blog, interessante e divertente.

  6. ettore scrive:

    urca! deve proprio piacerti il tuo lavoro per arrivare a prenderti la briga di un simile lavoraccio 🙂
    Ho letto con piacere questa tua divertente recensione e sebbene sia un lettore più rilassato da questo punto di vista (un’amante della sf che si ritrova spesso di fronte ad edizioni urania o fanucci tirate assieme in 5 minuti non può essere altrimenti) devo dire che una virgola tra soggetto e verbo in un’edizione mondadori fa abbastanza raccapriccio pure a me.

    Avrai notato che ho scritto una frase lunghissima senza mezza virgola, troppo grande la paura di sbagliare! 😀

    • Mattia scrive:

      Il trucco è che non è un lavoro. 🙂
      Neanch’io mi scandalizzo per una virgola fuori posto (men che meno nei commenti), ma un tappeto di oscenità così in un libro che ho comprato è inaccettabile.

  7. andrea scrive:

    tra gli oscar mondadori “consiglio” viaggio al centro della terra, ricco di imprecisioni, la traduzione pessima. La cosa assurda e che nel retro della copertina il rissunto della trama è quello del film viaggio al centro della terra e non del libro……..ahhhhhhhhhhhhhhh

  8. lorenzo scrive:

    quest’articolo ha assicurato al tuo blog un posto nella mia lista di segnalibri su firefox!

  9. beltane64 scrive:

    Articolo decisamente istruttivo e divertente. Dubito che lo abbia letto qualcuno della Mondadori, anche se non è l’unico editore ad essere diventato “distratto”.

  10. Cancel84 scrive:

    In effetti, un libro che contiene così tanti errori (si fatica a definirle sviste) è un libro quantomeno trascurato. Con la Mondadori, devo dire, non mi è mai capitato di incappare in gaffe del genere; qualche refuso sì, ma quello è assolutamente accettabile.
    Con altre case editrici minori, invece, è quasi una prassi: termini che non vengono tradotti, punteggiatura arbitraria; ma rimango forse un po’ più imperturbabile, e confesso che spesso mi ci diverto.

    Mi sorge però un dubbio: in alcune imprecisioni segnalate relativamente alla virgola che separa il soggetto dal verbo, o il verbo da un suo argomento, non si può presumere una deroga alla regola?
    Mi spiego meglio: nei casi, ad esempio, a pagina 263 e 306, la virgola sicuramente distorce (o piuttosto frammenta) la struttura sintattica della frase, però c’è chi sostiene (anche se sul momento mi sfugge dove l’ho letto) che, in casi estremi, la virgola possa avere funzione prevalentemente pausativa e intonativa.
    In altre parole, ricordo che, in caso di periodi particolarmente lunghi, c’è chi supportava l’idea che – a voler esser buoni – sia possibile tollerare una virgola frapposta tra soggetto e verbo o tra verbo e un suo argomento qualora questa sia utile: a) a chiarire il senso della frase; b) a raccordare un soggetto e un predicato distante; c) più banalmente a migliorare l’espressività della frase.
    E cito un frammento di un’opera di Calvino (che non ho letto, ma m’ero fatto il segno su questo spezzone proprio per questo motivo).
    L’opera è “Una pietra sopra”. Calvino scrive: “Ora io credo che nell’uno come nell’altro caso, la somma di due linguaggi che non sono interamente veri, non riesce a costituire un linguaggio vero […].”
    Qui è evidente che quella virgola serve ad avvisare il lettore che deve fare una piccola pausa e quindi distinguere per bene i “linguaggi non interamente veri” dall’esito fallimentare della loro somma che ugualmente non produce “un linguaggio vero”.
    Non sostengo che Silvia Bigliazzi sia Calvino e che si meriti le stesse licenze, però chiedo: qualcuno mi conferma questa norma e la ritiene applicabile, in maniera circoscritta, ad alcuni casi riportati? O invece mi smentite categoricamente? Ho preso un abbaglio colossale?

    P.S. Correzione automatica sacrosanta. Mi sono accorto che “pausativo” e “intonativo” non sono aggettivi presenti nel dizionario; sono però piuttosto certo di averli letti in testi di linguistica, e su internet effettivamente se ne fa uso, per cui – dopo aver blaterato di deroghe e deroghe – ehm, magari facciamo un’eccezione per me che uso 2 parole inventate.

    E un’ultima postilla: complimenti per il blog, è molto gradevole. Mi domando, c’è modo di acquistare qualche testo che ti hanno pubblicato o che hai reso pubblico in altri modi?
    (Do all’autore del “tu”, spero non dispiaccia).

    • Mattia scrive:

      Possiamo darci tranquillamente del tu, ci mancherebbe; il web è un contesto che rende un po’ strano il “lei” onorifico.
      Prima di risponderti faccio una doverosa premessa: la punteggiatura, in quanto parte della grafia, è una convenzione. Ciò significa che non ha un principio naturale, ma che è regolata da un insieme di norme adottate e mantenute dalle comunità di scriventi. Nulla è oggettivamente giusto e sbagliato, e la correttezza non è che l’aderenza al modello condiviso.
      Possiamo comunque dire che le regole della punteggiatura seguono per lo più caratteristiche proprie della lingua naturale, ossia quella parlata. In genere la funzione della punteggiatura è quella di evidenziare la struttura sintattica, che in un testo scritto può essere difficile da intuire a causa dell’assenza dell’intonazione.
      Personalmente non credo sia una buona idea usare la virgola con funzione esclusivamente intonativa, soprattutto se contraria alla sintassi: mentre i pattern melodici possono essere eseguiti e percepiti in modi anche molto diversi, le strutture sintattiche di un dato periodo hanno una sola forma esatta. Una volta che la sintassi di un periodo è chiara, dunque, l’intonazione segue automaticamente.
      Riprendo la frase di Calvino:

      […] la somma di due linguaggi che non sono interamente veri, non riesce a costituire un linguaggio vero […].

      Qui la virgola non ha alcuna funzione di tipo sintattico, arriva anzi a spezzare una frase. Per vedere se è utile, prendiamo in esame i tre criteri che hai riportato:

      • Serve a chiarire il senso della frase? No. Se la si toglie, il testo rimane comprensibilissimo.
      • Raccorda un soggetto e un verbo distanti tra loro? Dipende da cosa intendiamo per “distanti”. Io direi di no, comunque. Il punto è che quando si abusa della ricorsività anche un brano parlato diventa più difficile da comprendere. È per questo motivo che leggere un testo di Cicerone, anche con una buona punteggiatura, fa venire il latte alle ginocchia.
      • Migliora l’espressività della frase? No. A mio avviso è inutile, perché l’intonazione è già data dall’arrivo del verbo. Se proviamo a far leggere la frase senza virgola a qualcuno, probabilmente l’intonazione sarà uguale, o appena meno marcata.

      Di certo Calvino conosceva bene la sintassi, e suppongo che non abbia mai messo una virgola che rendesse il testo ambiguo. Ma mentre con la virgola sintattica non si sbaglia mai, la virgola intonativa può generare mostri. Ed è per questo che, sempre a titolo personale, ritengo che la norma migliore sia quella che impedisce la virgola tra soggetto e verbo (a meno che tra i due non ci sia un inciso, delimitato appunto da virgole).
      Spero di aver risposto in modo abbastanza comprensibile ed esauriente. Invito comunque chi ne avesse voglia a riportare eventuali casi in cui la virgola intonativa sia effettivamente indispensabile, o almeno molto utile.

      Per quanto riguarda le mie pubblicazioni temo che dovremo aspettare un altro po’. Se avrai voglia di seguire il blog, di sicuro saprai quando avrò pubblicato qualcosa. In questo post ho dato un piccolo aggiornamento sulla situazione.
      Come sempre attendo nuove, chissà che stavolta siano buone!

      • Cancel84 scrive:

        Mh, capisco.
        Indubbiamente usando la virgola come marcatore sintattico non si rischia mai.
        E sebbene tu abbia ragione quando dici che la punteggiatura è regolata per lo più dalle consuetudini, la norma che vieta di interporre una virgola tra il sostantivo e il verbo è invece vista come un obbligo perentorio. Guai se lo infrangi in un tema scolastico!
        Il testo da cui traevo la mia eccezione – che riportavo proprio per la sua stranezza – è un’opera sulla punteggiatura della Garavelli, che adesso ho ripescato dal fondo di uno scatolone. Se interessa, il titolo è “Prontuario di punteggiatura”.
        La stessa Garavelli precisa più volte che se la scelta di mettere la virgola fra il soggetto e il verbo è una conseguenza della “trascuratezza” dell’autore, allora non ci sono giustificazioni.
        Ma sostanzialmente il mio dilemma è: è davvero impossibile pensare che la Bigliazzi stesse usufruendo del cavillo citato dalla Garavelli? Certo, il fatto che le altre sviste siano – senza scuse – campate all’aria, fa supporre il contrario, ma non si sa mai.
        Pensavo che il periodo che segue tra virgolette, sebbene non abbia una costruzione mirabolante, colloca comunque una relativa esplicita tra il soggetto della principale e il verbo, distanziando i due di ben 14 parole. Ora, non dico che non se ne potesse fare a meno, e chiaramente è soltanto la mia opinione, però forse in questo caso, quella virgola non è messa poi così male. Una funzione di raccordo, personalmente, ce la vedo. Il che non vuol dire che sia indispensabile: solo che si renda utile.
        “Una bizzarra tortura di cui si avvalsero gli Ugonotti durante le loro persecuzioni nei confronti dei cattolici, consisteva nel segare il corpo del prigioniero con una corda.”
        Spiego meglio il pensiero della Garavelli.
        La professoressa suggerisce che poiché la lingua scritta e la lingua parlata sono sistemi intrecciati fra loro, la virgola – che ha prevalentemente la funzione di segnalare le parti del discorso – può anche essere usata per aiutare il lettore a comprendere il ritmo che si vuole dare alla frase. Dipende tutto dal progetto testuale.
        Precisa però la Garavelli – immagino facendoti felice – che una scelta del genere si può capire, ma che capire “è altra cosa dal giustificare e dal valutare”.
        Nel caso di Calvino, tra soggetto e verbo c’è una relativa appositiva che, senza errori, si sarebbe potuto porre tranquillamente in maniera parentetica. Sembra a me che Calvino abbia scelto di non porla tra virgole per rendere l’intero periodo più fluido, ma abbia poi segnalato con la virgola che una piccola pausa vada comunque fatta dopo la relativa. Infatti senza la virgola sono personalmente indotto a leggere tutto in un fiato, sicché la frase suonerebbe come la dichiarazione di un’evidenza o di un fatto già noto; mentre con la virgola in quella posizione, sono portato a sottolineare il verbo della principale dopo la pausa per rimarcarne la connessione col soggetto.
        Ovvero: nel primo caso, pronuncerei la frase con un tono monocorde; nel secondo caso, metterei l’accento sul verbo “riuscire”.
        Non so se è solo una mia impressione, ma si provi a leggere la frase con una pausa dove c’è la virgola oppure tutta di filato, per vedere se l’effetto cambia.

        Ho provato a spiegarmi meglio perché col primo intervento non è che sia stato particolarmente eloquente. Comunque ho capito la tua posizione. Mi fa piacere sapere che ci sono grammar nazis più nazi di me.
        D’altronde ammetto che a me le eccezioni piacciono un bel po’, come trovare una slot machine guasta dove il montepremi lo vinci una volta ogni cinque, e allora ne approfitti.

        E a proposito di grammar nazis, non so se hai mai visto Mitchell e Webb, ma riesci a cogliere le battute in inglese, il video che ti linko dovrebbe divertirti.
        (Chissà se ho azzeccato la struttura dell’hyperlink?)

        Quanto all’articolo sulle tue pubblicazioni, l’avevo letto. Semplicemente, ogni tanto, in attesa di un’opera propria possono venire pubblicati racconti in raccolte o cose simili. Chiedevo per quello.

  11. Mattia scrive:

    Attenzione, ho detto che la punteggiatura è una convenzione, non una consuetudine! In altre parole, ciò non significa che abbia delle norme deboli, ma solo che tali norme non hanno origine naturale. Ad esempio, gli spagnoli usano il punto interrogativo rovesciato per introdurre la domanda. Si tratta di una convenzione, ma non per questo si può ignorare. Poi è anche vero che nell’ambito della punteggiatura capitano molti casi in cui si può scegliere secondo il proprio gusto, ma prova tu a non mettere il punto di domanda alla fine dell’interrogativa! Quindi, ci sono (relativamente poche) regole ferree, e una di queste è il divieto di mettere la virgola tra soggetto e verbo.
    Ti ringrazio di aver citato la Garavelli; effettivamente condivido l’affermazione secondo cui il capire “è altra cosa dal giustificare e dal valutare”.
    Capisco quindi la spiegazione che dai in merito alla frase di Calvino, ma resto convinto del fatto che i ruoli sintattici delle parole possano indicare da soli l’intonazione corretta. Nell’esempio degli Ugonotti io casserei la virgola seduta stante.
    E se è davvero importante mettere in evidenza una certa parola, non è comunque necessario infrangere le norme della buona punteggiatura: spesso è sufficiente o una diversa scelta di strutture sintattiche e di disposizione dell’informazione all’interno del periodo o, più spesso e più semplicemente, la semantica del testo.
    Aggiungo anche una piccola argomentazione che riguarda più che altro i grammar nazi: trovar una virgola tra soggetto e verbo mi fa soffermare su quel punto e rosicare sul fatto che, appunto, c’è una virgola dove non dovrebbe esserci.
    Molto carino il video (mi sono preso la libertà di mettere a posto il link). L’uso di “whom” è effettivamente un indicatore di un buon livello di inglese, anche in persone anglofone. Ah, il caso obliquo nei pronomi! Ma questa è un’altra storia.

  12. Antonietta scrive:

    Su internet si trovano i contatti di Silvia Bigliazzi, insegnante universitaria. Potresti chiedere direttamente a lei chiarimenti in merito, o esporle le tue perplessità… c’è da ricordare che spesso il mondo dell’editoria sa essere crudele, e ai traduttori sottopagati vengono concessi pochi giorni di tempo per tradurre opere che richiedono, in realtà, più tempo.

    • Mattia scrive:

      Hai ragione, è cosa nota che il lavoro del traduttore sia tra i più sottovalutati e i peggio pagati in relazione all’impegno necessario. Spero anch’io che la scarsa qualità di questa edizione sia dovuta principalmente alla tempistica tiranna; ma si è responsabili di ciò che si scrive/si edita/si dà alle stampe, che si sia autori, editor, traduttori o editori. Il problema è senz’altro il sistema, controllato da una logica di mercato non troppo attenta ai contenuti, ma incolpare un generico “sistema” serve a poco. Per cambiare le cose forse è più utile esigere, in qualità di lettori, che ciascuno faccia bene il proprio lavoro.

  13. Antonietta scrive:

    Ps. dopo aver letto alcuni agghiaccianti articoli, posso dire che non acquisterò mai più le edizioni Mondadori… grazie per aver contribuito alla mia sofferta consapevolezza in materia!

    • Mattia scrive:

      Un caso dolorosissimo è l’edizione italiana della saga di George R. R. Martin. Nel primo libro, nel passaggio dall’inglese all’italiano, assistiamo ad una magica metamorfosi: un cervo si trasforma in unicorno.
      Chissà perché il traduttore si è messo in testa di ficcare un unicorno in un mondo in cui gli unicorni non esistono. Ma che importa, tanto i lettori non vedranno mai l’edizione inglese!
      E poi, c’è scritto “deer”, o “stag”. “Cervo”, insomma. Perché tradurre “unicorno”? In questo caso non c’è fretta che tenga.
      E se mi fregano una volta, vuol forse dire che altre traduzioni Mondadori sono approssimative o addirittura del tutto sbagliate?

      • Antonietta scrive:

        Temo che siano in tanti i romanzi passati tra le mani di traduttori un po’ troppo disattenti… e pensare che paghiamo profumatamente per prodotti scadenti e servizi inefficienti, tra l’altro erogati della Mondadori, non della prima casa editrice che capita.
        Oh sì, il cervo diventato unicorno… ma la migliore, secondo me, resta il cazzutissimo motto dei Greyjoy “Noi non sappiamo tessere”… va bene, hanno confuso sew con sow, ma a livello di contesto e di senso logico, il traduttore non si è chiesto che diamine c’entra tessere? Mah…

  14. Mattia scrive:

    Forse hanno collegato il tessere con l’essere delle mammolette.
    Io i libri della saga li ho letti tutti in inglese, proprio per evitare cose del genere. Sarei stato tutto il tempo a chiedermi se quello che avevo appena letto fosse una traduzione accurata o mondadoriana.
    Tra l’altro, vogliamo dircelo? Il lavoro del traduttore è, prima di tutte le finezze del caso, quello di passare le frasi da una lingua all’altra. Confondere le parole è precisamente la cosa da evitare. Se confondi le parole fai un altro mestiere, magari non legato alle parole.

  15. Neuro scrive:

    Traduzione sgrammaticata (per non citare errori di ortografia e battitura, a mio modesto avviso inaccettabili in qualsiasi caso, sia da parte del traduttore sia da parte dell’editore) e asintattica, troppo letterale, risultante in un italiano che sa di inglese, sintatticamente ibrido, illeggibile a tratti, tipica versione di liceo classico che non sa né di greco né di italiano.
    Ma non siamo al liceo classico, qui la traduzione implica un portare completamente una lingua in un’altra, con tutta la conseguente, inevitabile e dovuta perdita/acquisizione di senso. Qui si è perso il senso anche dell’originale inglese. Non ho portato neanche il conto delle frasi su cui ho rinunciato a ragionare per cavarne un significato.

    Sono capitato in questa pagina inserendo su google
    “silvia bigliazzi pessima traduzione storia della tortura”
    Se ne può capire l’evidenza di simili errori, tanto da DIRIGERE una ricerca, e non finire qui per caso.
    Non so chi sia questa traduttrice, non mi interessa, trovo questo lavoro di pessima qualità. Continuo a leggere il libro per interesse, nonostante lo cestinerei volentieri. La disattivazione della correzione automatica degli errori non è una scusante, perché da italiano quale sono e da lingua italiana che conosco (e sono un italiano qualsiasi, discorso quindi ancora più grave per un TRADUTTORE), scrivere “un’amico” et similia è un errore, non deve passarmi neanche per la testa di scriverlo, tanto meno correggerlo (che presuppone la possibilità di commettere questo errore). Se questo è il livello di conoscenza dell’italiano, a che titolo fidarsi di quello della lingua inglese? Mi viene il dubbio che sia davvero questo il libro scritto da Scott.
    N.

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