Anche gli elfi mangiano fagioli

I due elfi incrociarono le lance, bloccando il cammino alle due figure incappucciate.

«Invano spera il sudicio viandante, se cerca riparo a Strapiombaccio.» disse la guardia che indossava l’elmo argenteo. Il metallo era finemente istoriato, e due buchi che lasciavano uscire le punte delle orecchie. L’altra guardia invece era a capo scoperto, e indossava un mantello purpureo.

«L’onore degli elfi è lustro quanto i loro pavimenti.» aggiunse, e scosse la chioma in una cascata d’oro e platino «Chi siete voi per credervi degni di insozzarlo?»

Il viandante più alto tese una mano di fronte al compare, che stava scattando in avanti.

«Urgenti questioni richiedono la nostra presenza nella vostra città.» disse, e la sua voce era calma e profonda «Questioni di cui non è saggio far menzione qui. Gli alberi hanno orecchie.»

«Sudici i suoi stivali, fangose le sue parole.» replicò la guardia col mantello; la voce melodiosa non nascondeva il suo disprezzo. Puntò la lancia verso gli stranieri, subito imitato dall’altro elfo.

«Bando alle menzogne. Mostratevi dunque, o perirete!»

Il viandante più basso si voltò verso l’altro.

«Posso picchiarli, ora?» chiese. Un forte accento appesantiva le sue parole.

«No, Girmi.»

«Posso presentarci, almeno?»

«Ma con sobrietà.»

Il mantello che copriva il viandante più basso venne scagliato via, scoprendo un nano, fermo in una posa plastica. Il suo viso era sepolto in una barba bruna e crespa, e piccoli occhi neri rilucevano sotto le sopracciglia cespugliose. Il nano era infilato in un cilindro di metallo cromato, con due fori per far uscire le braccia, e portava sulla schiena una grossa ascia bipenne. Stette immobile ancora per qualche istante, le tozze gambe divaricate, la mano destra sollevata e l’altra appoggiata al fianco. Il mantello toccò terra.

«Già puntute sono le vostre orecchie, o elfi, ma se sono così sorde ­alla cortesia forse necessitano di un’altra temperata.» declamò «Sono Girmi, detto il Tritatore, figlio di Uìrpul, il cui nome nella vostra lingua significa “colui che purifica girando”, re del popolo dei nani e signore delle Grandi Montagne. E non meno nobile è il mio compagno di viaggio: inchinatevi di fronte a  –»

Diede uno strattone al mantello dell’altro viandante: un uomo alto e dai capelli scarmigliati emerse da sotto il cappuccio.

«– di fronte a Garamond, figlio di Tàimsniurom, ultimo discendente della stirpe di Serif il Grazioso e unico erede al trono di Fontor. Avvedetevi del vostro errore, e fate luogo: Strapiombaccio ci attende.»

I due elfi si scambiarono un’occhiata.

«Ornato è il tuo parlare, nano, ma la tua armatura non reca blasoni.» disse la guardia con il mantello «E nessuna insegna sventola per il tuo compagno. Nobili stirpi vantate alle vostre spalle, ma nessuna corte vi segue. Anche il tagliagole può fingersi re.»

Il nano allungò il braccio dietro la schiena per afferrare il manico dell’ascia, ma non ci arrivò. Annaspando, si mise a girare su se stesso, ringhiando furioso.

«Tagliagole, eh? Se anche adesso vi sbagliate, tra poco avrete di certo ragione!»

Garamond mise una mano sulla spalla del nano, arrestandone la rotazione. Frugò in una tasca della tunica e tese verso le guardie una catenina argentea a cui era appeso un piccolo monile. I due elfi sgranarono gli occhi.

«Il Gingillo!» mormorò quello con l’elmo.

«Non son degno, mio signore.» aggiunse l’altro.

Le lance caddero a terra mentre gli elfi si inginocchiavano, chinando il capo.

«In piedi.» ingiunse Garamond.

«Ma no, stanno bene lì.» disse il nano.

«Alzatevi, e riprendete le vostre posizioni come si addice a un soldato di Strapiombaccio.» insistette l’uomo; gli elfi obbedirono.

Mentre il nano raccoglieva i mantelli, Garamond si rimise in tasca il pendente.

«Merakh omando steténti.» disse alle guardie.

Uno sguardo fiero si riaccese negli occhi dell’elfo col mantello.

«Ghemàn karìa.» rispose, e scattò sull’attenti.

Garamond rispose al saluto e passò oltre. Girmi gli trotterellò dietro, lanciando un’occhiata di sufficienza alle guardie.

«Che lingua da femminelli.» disse.

 

L’elfo cerusico si fermò di fronte a una porta e si voltò verso di loro con uno svolazzo delle vesti candide.

«Il vostro amico è qui.» disse «Potete fargli visita, ma siete avvertiti: il veleno deforma il suo corpo e inganna i suoi sensi. Non vi riconoscerà.»

Aprì la porta, e li precedette nella stanza. Due candele, accese ai capi opposti della testiera di un letto, rischiaravano appena la stanza con la loro luce tremula. Uomo, nano ed elfo si avvicinarono. Nel vedere la figura che giaceva tra le lenzuola immacolate, Garamond si lasciò sfuggire un singulto.

«Mentolas, amico mio, che ti hanno fatto?»

«Che schifo…» mormorò Girmi.

Nel letto giaceva un corpo dalle membra così gonfie che collo e giunture parevano scomparsi, sostituiti da pieghe nel grasso informe. Dei lineamenti del viso non restavano che le due fessure degli occhi e i due fori delle narici; attraverso la bocca, quasi occlusa dalle gote tumescenti, si faceva strada un respiro rantolante. Unte ciocche di capelli gialli ricadevano sui cuscini e sulle lenzuola. Le orecchie appuntite, unico tratto rimasto dell’innata grazia elfica, sporgevano dalla testa come germogli di tubero.

«Dorme?» chiese Garamond.

«Non c’è sonno per lui, né veglia.» rispose il cerusico, in piedi dalla parte opposta del letto «Il veleno lo tiene sospeso tra i due, e lo tormenta con incubi indicibili, dirette emanazioni del Signore Oscuro.»

L’uomo si chinò sull’amico esanime. A ben guardare, si potevano scorgere le pupille guizzare sotto le palpebre chiuse.

«Mentolas, mi senti?»

«Il suo legame con questo mondo è labile.» disse il cerusico «Di rado accade che comprenda ciò che gli diciamo.»

Girmi si alzò in punta di piedi, allungandosi per dare un pugno alla mole inerte di Mentolas.

«Che tu sia dannato, orecchie-a-punta! Svegliati, o userò il tuo arco per accendere il fuoco.» brontolò, con gli occhi lucidi.

Il cerusico aveva teso le mani verso il nano, ma prima che potesse dirgli qualcosa un suono inarticolato uscì dalla bocca di Mentolas.

«Risponde!» esultò Girmi. I tre rimasero in ascolto. Dapprima non accadde nulla, ma poi quello stesso suono discontinuo riprese.

«Sta… ringhiando?» chiese Garamond.

«No, sono parole.» disse il cerusico «Dovete stare molto attenti per riconoscerle; il veleno ha intaccato anche la sua impeccabile pronuncia.»

«Sembra che stia masticando dei fagioli.» disse Girmi. Il cerusico annuì.

«Credimi, abbiamo controllato, ma non c’è nulla. Accade però che mentre parla la lingua gli si contorca in bocca, deformando i suoni. E badate, la lingua è forse l’unica parte che non ha risentito del gonfiore; il danno dev’essere nella sua mente.»

«Ha dei fagioli nella testa.» concluse il nano.

«In un certo senso.»

Garamond mise una mano sulla spalla di Mentolas.

«Che cosa stai cercando di dirci? Cosa vedono i tuoi occhi di elfo?»

Il tono della voce di Mentola si alzò, e le parole si fecero appena più distinte. Era Lingua Comune, ma quasi irriconoscibile.

«Tremate… è vicino…»

«Chi? Chi ti ha fatto questo?»

«Il Signore Oscuro.» cantilenò il cerusico, sottovoce. Di fronte agli sguardi minacciosi degli altri due, si strinse nelle spalle. «È quello che risponde sempre.» si schermì.

«Il Signore Oscuro.» farfugliò Mentolas.

«Tiè.» sussurrò il cerusico. Garamond non gli prestò attenzione.

«Com’è fatto? Dicci come appare, amico mio, o non potremo vendicarti!»

«Veste la Tunica Gialla della Pestilenza… orrende striature lo marchiano nelle braccia e nelle gambe… bianche come la sua maionese, rosse come il ketchup…»

Le palpebre di Mentolas si aprirono, ma sotto di loro comparve solo il bianco degli occhi rovesciati all’indietro. L’elfo cominciò a sbavare, e il suo respiro si fece più affannoso.

«E rossa è la sua chioma rotonda, e rossa è la sua bocca.» biascicò «Rossa per il sangue delle mille mandrie che ogni giorno gli vengono sacrificate…»

Il cerusico mormorò un incantesimo, imponendo la mano sulla testa di Mentolas.

«Serve una magia più potente. Vado a cercare aiuto.» disse, e corse fuori dalla stanza. Intanto vigorose convulsioni avevano cominciato a scuotere il corpaccio steso nel letto.

«Segnato è nostro destino, così egli dice!» gridò Mentolas «Egli occluderà i nostri cuori e le nostre vene, e noi soccomberemo. Chi non si sottometterà alla sua ipercalorica potenza perirà, e friggerà in eterno nell’Olio Che Mai Viene Cambiato!»

Garamond rabbrividì; la voce era quella dell’amico, non c’erano dubbi, ma era come se qualcun altro se ne fosse impossessato, qualcuno che pronunciava ogni parola con un ringhio, rendendo ogni suono vile, osceno, demoniaco.

«Egli vi guarda, dai suoi mille punti vendita! Anche ora! Vi guarda!»

Il cerusico irruppe nella stanza assieme ad altri due elfi. Garamond riconobbe le vesti viola dei Grandi Guaritori. Fece un passo indietro e tirò Girmi con sé, mentre il cerusico si metteva ai piedi del letto e i due guaritori ai lati di Mentolas. La cantilena si levò vibrante nell’aria, arrivando a sovrastare le grida belluine. Le arcane parole fecero subito effetto: l’elfo smise di gridare e le sue membra informi si rilassarono; un attimo dopo giaceva di nuovo immobile.

Quello che sembrava il più vecchio dei due guaritori si voltò verso Garamond e Girmi.

«Sono Aspyrion, Grande Guaritore di Strapiombaccio. Mi è stato riferito chi siete. Siate i benvenuti tra gli elfi.»

«Grande guaritore, eh? Chissà con uno piccolo…» commentò Girmi.

Garamond gli lanciò un’occhiataccia, ma Aspyrion annuì, con un sorriso triste sulle labbra.

«Dici il vero, mastro nano. Per quanto vasta, la nostra sapienza è piccola di fronte al Male.»

«Che mi sai dire di Mentolas?» chiese Garamond «Cos’ha potuto ridurlo così?»

Aspyrion si rivolse verso l’altro elfo dalle vesti viola e gli fece un cenno con la mano. Quello prese una scatola metallica dalla bisaccia che portava a tracolla e fece il giro del letto per consegnarla al Grande Guaritore, che la aprì di fronte a Garamond e Girmi.

All’interno della scatola c’erano due fette di pane rotonde sovrapposte, e tra di esse sporgeva della carne e qualche foglia di lattuga. Tutto ciò, come l’interno della scatola, era impiastricciato di fluidi multicolori dall’odore penetrante. Il segno di un morso attraversava nettamente il pane e il ripieno.

«Per le barbe rotanti dei nani!» esclamò Girmi «Che diavoleria è?»

«È l’arma più letale dell’Oscuro Signore.» spiegò Aspyrion, grave «A migliaia ne vengono prodotte ogni ora, e disseminate in tutte le terre libere. Il viandante affamato trova la scatola, e l’odore invitante lo attrae a tal punto che prendere un morso è inevitabile. Chi assume il magico veleno parla con la voce delle buie Terre dell’Ovest, e le membra gli si gonfiano a dismisura. Ma ahimè, non vi dico nulla di nuovo.»

Garamond prese la scatola dalle mani dell’elfo. La richiuse per esaminarne il coperchio, e subito il suo sguardo tornò ad Aspyrion.

«Ma queste…» disse. Il Grande Guaritore annuì.

«Cosa? Cosa?» chiese Girmi, saltellando per vedere il coperchio. Garamond glielo mostrò.

«Rune Oscure.» spiegò.

«Non le so leggere!» fece il nano, con urgenza «Che c’è scritto?»

Garamond gettò un’occhiata ad Aspyrion, che annuì.

«McMordor.» rispose.

In attesa del Nobel

Alla faccia di chi diceva che avrei dovuto studiare medicina, giurisprudenza o ingegneria. La mia disciplina mi ha portato a una rivelazione epocale, che oggi voglio condividere con voi. Signore e signori, gli universi paralleli che forniscono così tanti spunti per le ambientazioni epic fantasy sono reali. Di tali universi siamo finalmente in grado di stabilire, con un’approssimazione più che accettabile, l’ubicazione in relazione al globo terrestre. Ma non fatevi ingannare dalle premesse; non parleremo di geologia, né di fisica. Per fare le scoperte descritte in questo articolo bastavano un po’ di spirito d’osservazione e qualche conoscenza di linguistica.

R come approssimante

Di sicuro l’inglese lo conoscete tutti quanti. Saprete anche che tra l’inglese che si parla nelle isole britanniche e quello parlato nel continente nordamericano1 ci sono alcune differenze. Ora non ci interessa elencarle tutte, ma vale la pena di soffermarsi su una, che ci servirà per la nostra dimostrazione scientifica.

Prima di cominciare: in questo paragrafo verrà usata la notazione IPA per indicare i suoni. Se non capite di che suoni stiamo parlando, cliccate sui rispettivi link, che vi rimanderanno alle pagine Wikipedia di ciascun fono. In fondo al menu a destra presente in quelle pagine troverete il pulsante che vi permetterà di ascoltare il suono e rendervi conto che sapevate benissimo di cosa stavamo parlando. Viva viva Jimbo Wales.

In inglese, fatta eccezione per alcune varietà locali, la vibrante alveolare [r] (per intenderci, quella dell’italiano) non esiste. Esiste invece l’approssimante alveolare [ɹ]2, suono estraneo alla lingua italiana, ma che anche lo studente più scarso riesce a riprodurre. Insomma, chi non ha mai detto rock ‘n’ roll come un vero duro, gonfiando i bicipiti davanti allo specchio?

La differenza che esaminiamo riguarda proprio questa approssimante alveolare: quando la [ɹ] si trova in coda di sillaba, ossia quando cade nella parte della sillaba che viene dopo la vocale, ha comportamenti diversi a seconda che si stia parlando BrE o AmE.

  • Nel BrE cade, ossia non viene pronunciata. Per compensare la sua caduta, la vocale precedente si allunga.
  • Nell’AmE rimane dov’è e non crea problemi.

È tutto più facile con un bell’esempio. La parola work si pronuncerà [wɜɹk] in AmE, ma [wɜ:k] in BrE (i due punti indicano la lunghezza della vocale). Problemi a immaginarvi il risultato? Basta andare a questa pagina di Wordreference: appena sotto il lemma potrete ascoltarlo in AmE (link US) o BrE (link UK).

Quando ero alle elementari, la mia maestra prendeva in giro gli americani, che a detta sua parlavano “con la bocca piena di fagioli”. Questa sensazione è data proprio dalla maggiore quantità di [ɹ] pronunciate.

A cosa ci serve tutto ciò? Innanzitutto ad imparare a parlare come un lord o come un mandriano a seconda dell’umore, e in secondo luogo a dimostrare l’esistenza del regno delle fiabe.

Un lord.

Expect the unexpected

Parte del merito della scoperta va a un mio amico che qualche mese fa mi ha chiesto: «Ma secondo te, tra inglese britannico e inglese americano, qual è quello più vicino all’inglese antico?»

«L’americano.» ho risposto io, e lui mi ha confessato di essere della stessa opinione.

Outrageous, vero? Non siete d’accordo? Scommetto che riesco a convincervi.

Considerate quello che abbiamo detto nel paragrafo precedente: l’AmE conserva le [ɹ] a fine sillaba, il BrE le elimina. Ora, è chiaro che l’antenato comune degli odierni AmE e BrE è l’inglese che si parlava in Inghilterra durante il primo periodo della colonizzazione nordamericana da parte degli inglesi. Possiamo infatti considerare le prime colonie britanniche in America il primo contesto in cui si sviluppa una varietà di lingua inglese propria del Nuovo Continente. Da quel momento in poi esistono quindi BrE e AmE, che durante i secoli si differenzieranno fino a darci i risultati che possiamo ascoltare ai giorni nostri.

Il punto quindi è: al tempo dei Padri Pellegrini l’inglese assomigliava più all’AmE o al BrE?

La prova ci è data proprio dalla nostra amica, l’approssimante alveolare. Ripeto per l’ennesima volta: in AmE la [ɹ] a fine sillaba si pronuncia, in BrE no (e quindi non c’è nessuna [ɹ]!). L’inglese del XVII secolo doveva sicuramente pronunciare la [ɹ] a fine sillaba: è illogico pensare che tali suoni siano spuntati così a caso nell’AmE, mentre è ben più plausibile presumere che nel BrE si sia verificata la scomparsa in quel dato contesto. Un’altra prova ci è fornita dalla grafia: nel lemma work è annotata una r che in BrE è inesistente. Insomma, è lecito pensare che un inglese secentesco (come tutte le fasi precedenti) pronunciasse la [ɹ] a fine sillaba, proprio come uno statunitense del nuovo millennio.

Queste conclusioni sono abbastanza normali, se si considera che in genere le forme linguistiche più antiche sono conservate nelle aree marginali e in quelle in cui la lingua è arrivata più tardi3.

Se siete stati tanto pazienti da seguirmi fino a qui, allora siete pronti alla meraviglia.

La prova

George MartinNon ho colto l’importanza di tutto questo prima di qualche giorno fa. Avevo per le mani Game of Thrones, il primo libro della saga A Song of Ice and Fire scritta da George R. R. Martin, e mi sono reso conto che mi stavo immaginando tutti i dialoghi pronunciati con impeccabile accento britannico, o al limite scozzese. Quell’ambientazione medievaleggiante avrebbe richiesto l’uso delle [ɹ] a fine sillaba, eppure la cosa non mi suonava giusta.

Allora mi sono collegato a YouTube e mi sono guardato il trailer della serie tratta dal libro.

Un orecchio esperto potrebbe riconoscere diverse cadenze, ma non c’è dubbio che tutti i personaggi parlino come bravi sudditi della regina. E Martin è pure americano!

Allora mi sono rivolto alla trasposizione cinematografica del capostipite del genere, Il signore degli anelli.

Niente da fare. Anche nani ed elfi rifiutavano l’evidenza storico-linguistica. La conclusione non poteva essere che una, e una soltanto: i romanzi fantasy non sono ambientati in un medioevo alternativo, bensì in un mondo che, secondo i miei calcoli, dovrebbe trovarsi presso l’arcipelago britannico. Le dimensioni di tale mondo, rimasto segreto sino ad oggi, dovrebbero essere piuttosto ridotte; tale ipotesi è corroborata dalle mappe rettangolari che compaiono all’inizio di quasi tutti i libri fantasy.

Linguisticamente parlando, tutto torna: gli abitanti del mondo fantastico non parlano un inglese medievale, bensì una variante dell’odierno BrE, poiché i cambiamenti linguistici che hanno interessato tutto il Regno Unito hanno raggiunto anche loro (e da qui deriva la certezza in merito all’ubicazione).

Certo, i personaggi dei romanzi di questo genere non chiamano la propria lingua “inglese”. Perché dovrebbero? Loro non riconoscono la sovranità nazionale britannica, e hanno i loro re e le loro regine. Comprensibile quindi la scelta di chiamarla Lingua Comune (e anche questa è una costante che accomuna molte opere fantasy).

C’è un’ultima considerazione da fare, con delle implicazioni gravissime. Se quello che abbiamo detto finora è esatto, e lo è, ciò significa che anche tutti quei film storici ambientati in Inghilterra sono stati girati nel mondo del fantasy.

Oppure potrei sbagliarmi, ed è tutto un grande inganno. In realtà nel mondo del fantasy si parla un AmE da Stati Confederati, e anche gli elfi, quando parlano, sembra che mangino fagioli.

Fagioli

"E mangiali tutti, o le orecchie ti diventano tonde!"

Chi sa condivida

E va bene, magari il mondo fantasy non esiste, o non è nel Regno Unito. La cosa davvero interessante è un’altra.

Di certo starete pensando che mi perdo dietro a minuzie: in fondo a nessuno importa niente di una [ɹ] a fine sillaba. Io invece dico che in fondo vi importa.

Facciamo un piccolo esperimento. Pensate alla classica ambientazione per un romanzo fantasy, oppure per un romanzo storico la cui trama si svolga nel medioevo, e rispondete alla seguente domanda: la gente parla inglese britannico o americano?

Così, a sentimento, rispondiamo inglese britannico. Eppure abbiamo appena visto che l’inglese medievale forse aveva più cose in comune con l’americano. Serve un secondo esperimento. Immaginiamoci dei cavalieri in armatura che parlano con un bell’accento della Louisiana.

All’improvviso quella [ɹ] a fine sillaba (e tutte le altre cose che si porta dietro) fa la differenza.

Non sto dicendo che i film con ambientazione medievaleggiante debbano parlare vero inglese medievale. Bel risultato, nessuno capirebbe niente. Non dico neanche che dovrebbero essere recitati in americano, sarebbero obbrobriosi.

Trovo interessante come il mondo narrativo ci trasmetta convinzioni che non hanno un vero fondamento. Anche a me vengono i brividi se m’immagino i personaggi di un epic fantasy che parlano con accento da cowboy, ma è proprio questo il punto: i luoghi comuni della narrativa e della cultura popolare hanno plasmato il nostro immaginario fino a rendere impensabile una cosa del genere, convincendoci che una lingua come il BrE sia più simile, o almeno più calzante.

E questo caso non è certo il più eclatante. Pensate a quanti film d’azione ci hanno suggerito l’idea che prendere in mano un’arma da fuoco e sparare sia la cosa più naturale del mondo, oppure che beccarsi un proiettile nella spalla non sia poi tutta questa tragedia. Tempo fa ho letto sul giornale che un uomo, rimasto colpito durante una sparatoria, ha confessato ai medici che non si aspettava di provare tutto quel dolore. Dopotutto, i veri duri sono capaci di tirare avanti anche con mezzo chilo di piombo nel corpo!

Forse però le cose stanno cambiando, almeno un po’. Nell’era del web documentarsi è molto più facile, ma non solo: le sempre maggiori occasioni che i lettori (o gli spettatori) hanno per esprimere un giudizio su un’opera mettono in crisi buchi di coerenza. Oggi è così facile dire la propria ed essere ascoltati che un ipotetico esperto di un ipotetico settore, trovando un’inesattezza all’interno di un’opera, può renderla nota e discuterne in tempo reale attraverso blog e social network. Questo processo, per quanto a volte assuma la veste di uno “sbugiardamento”, permette a tutti coloro che partecipano o assistono alle discussioni di ampliare le proprie conoscenze in settori magari specialistici o a loro sconosciuti fino a quel momento.

Queste nozioni, interessanti per i curiosi e utilissime ai narratori, possono essere divulgate anche in un modo che non preveda una “parte lesa”. Ci sono blogger che con i loro articoli forniscono informazioni specialistiche molto più utili di quelle che io vi ho dato qui. Un paio di esempi li trovate nel blogroll: uno è il Duca di Baionette, appassionato di oplologia, l’altro è Zweilawyer, che studia (per passione e non per lavoro, mi pare di capire) le armi bianche. Per farvi un’idea di quello di cui sto parlando date un’occhiata agli articoli consigliati di Baionette Librarie (li trovate nel menu a sinistra), o all’archivio degli articoli sulle armi scritti da Zweilawyer.

Volete sapere quanto lontano poteva arrivare una freccia tirata da un arco lungo inglese, o quanto pesavano i martelli da guerra? Trovate tutto lì, e se non lo trovate magari potete azzardare una request.

Io di armi non so niente, ma quella volta che dovete inventarvi una lingua magari scrivetemi due righe. Non ve l’avevo detto? Un altro mestiere per cui sono tagliato è il glottoteta.

Ma sapete oggi come gira il mercato del lavoro.

  1. Da questo punto in poi l’inglese britannico sarà BrE, British English, e quello americano AmE, American English. []
  2. Che in alcuni dialetti americani è pronunciata retroflessa, [ɻ]. []
  3. Date un’occhiata alle norme areali di Matteo Bartoli. []
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4 risposte a Anche gli elfi mangiano fagioli

  1. gorisiti scrive:

    Bellissimo articolo, illuminante!
    Chissà, forse un giorno vedremo dei personaggi dell’Inghilterra medievale parlare in AmE.. La critica mossa così, sui blog, non farà forse grande scalpore, ma se un grande regista si addentrerà mai nell’impresa, sebbene dopo non poche polemiche, qualcosa potrebbe cambiare…
    Se non sono sfacciato, mi chiedevo se ci sarà mai un articolo a proposito della lingua Elfica di J.R.R. Tolkien, così fai pratica di glossopoiesi.. cosa ne pensi della lingua in sé, quali elementi avresti scelto in modo differente.. (sì insomma, quelle cose lì..)

    • Mattia scrive:

      Per fare un articolo sull’elfico di Tolkien dovrei prima studiarmelo, e al momento non ho molto tempo. Da quel che si dice in giro pare comunque che J.R.R. sapesse il fatto suo in materia, al punto da caratterizzare diverse varietà della lingua con processi fonologici plausibili (sonorizzazione).
      Per quanto riguarda i fantasy in AmE, forse non sono auspicabili. I mondi creati in narrativa poggiano le basi anche sui “pregiudizi” dati dalla nostra cultura; minare queste basi potrebbe portare ad un risultato comico proprio a causa del rovesciamento delle aspettative.

  2. Antonietta scrive:

    Vorrei…
    mmm… voglio…?
    No. PRETENDO altri articoli di linguistica.
    Grazie 😀
    Scherzi a parte, bellissimo articoli, sarei entusiasta di leggerne altri!

    • Mattia scrive:

      Ogni request è sempre ben accetta, a maggior ragione se il requester apprezza la linguistica!
      Per ora non ho in cantiere niente che sia in tema, ma non temere, prima o poi la mia anima di nerd della fonetica e della fonologia si farà risentire.

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