Un calcio nei versicoli

Ho riflettuto a lungo, e ho deciso che è venuto il momento di pubblicare uno dei miei lavori poetici più sofferti. L’ho scritto in un periodo molto buio della mia vita, e ci ho davvero messo dentro un pezzo di me stesso. Ma discuterne prima che l’abbiate letto non ha molto senso; meglio lasciare la parola ai versi.

La Fuliggine

 

E piangi pomodori

intorno al ferro da stiro della mia

stupefatta indifferenza.

Una guglia si spande tra

gli scacchi e

il gatto, con la sua acconcia

dichiarazione dei redditi,

parte.

Chissà quando.

O se.

Chiaramente non si tratta di un testo per tutti, e non solo perché è molto forte – scabroso perfino, vista la crudezza di certe immagini – ma anche per la sua profonda simbolicità.

La fuliggine, pubblicata su Poesia Oggi (numero di agosto), ha ricevuto anche una buona recensione di Ruggero Carobene. Di sicuro lui l’ha descritta meglio di quanto non sappia fare io, per cui vi riporto qui sotto due stralci particolarmente significativi.

Rimarchevole l’uso che l’autore, sacrificando il nuovo sull’altare dell’efficacia, fa degli enjambements. Questi scuotono la materia stessa delle parole, destrutturando il quid più profondo del componimento e offrendo al lettore un turbamento ben più sottile d’un pure consono accento semantico. I sintagmi spezzati (vv. 2-3, 4-5, 6-7) e la coordinazione interrotta (vv. 5-6) non sono un mero vezzo cosmetico ma, nel loro susseguirsi, orlano il baratro su cui si affaccia l’inadeguatezza della voce poetica. E quel “parte”, non a caso ultimo verbo, incarna il salto dell’io in quella vacuità assieme totalizzante e liminale: la velocità di caduta rarefà la struttura sintattica degli ultimi due versi, e il fulmineo precipitare sfibra il tessuto fonico, riducendo l’ultimo verso ad appena tre lettere. E tuttavia attenzione: non di una chiosa si tratta, bensì di dolente tensione all’assoluto e allusione incerta a nuove dimensioni del sentire (celesti agonie, avrebbe detto Gualtiero Spada).

[…]

[…] spicca l’uso non convenzionale del linguaggio concreto. L’allitterazione del primo verso, nella sua apparente banalità, finge di preludere a un immaginario estetico altrettanto trito. E tuttavia solo a un occhio molto ingenuo può sfuggire l’ironia con cui l’io lirico gioca a ontologizzare, attraverso le immagini (i pomodori, il ferro da stiro, il gatto, la dichiarazione dei redditi) la pochezza della condizione umana. L’inganno non è che un’esca, un sipario che chiede di essere sollevato […]. Nicchio mette ben altro sul suo palcoscenico: il cacume della guglia getta un’ombra fallica sugli scacchi – si badi, non la scacchiera, o l’intera impalcatura concettuale verrebbe meno – fino a creare un nucleo poetico acromo, dominato da una volontà dittatoria e manichea la quale è però destinata a svaporare un istante dopo, al comparire del felino. Ad ogni piè sospinto il lettore si trova quindi di fronte ad una risemantizzazione di quello che è stato il correlativo oggettivo, e si fa testimone di un’ostensione insincera, eppure scevra di orpelli. Non verità celata quindi, ma nudo inganno.

Vestiti nuovi

Scherzetto.

Confessatelo, per un attimo ci siete cascati. Di certo qualcuno è rimasto deluso nel vedere la baracca di Sudare Inchiostro addobbata con versi cretini e sproloqui intellettualoidi; qualcun altro invece ne ha segretamente gioito, sicuro di aver trovato la crepa nella mia dura scorza di artigiano. Forse qualcun altro ha addirittura apprezzato l’ermetismo del componimento, e si è versato un bel bicchiere di Porto da sorseggiare di fronte al caminetto. Poco importa quale reazione abbiate avuto, importa che abbiate creduto, anche solo per un istante, che stessi facendo sul serio. E non sentitevi sciocchi, è proprio questo il problema: ne La fuliggine e nella relativa analisi non c’è nulla di troppo inverosimile.

Se la poesia che avete appena letto vi è piaciuta vuol dire che per soddisfare i lettori di oggi basta mettere insieme parole alla rinfusa, o che i canoni di composizione vigenti sono così impalpabili che ci si può permettere qualsiasi cosa, perché la poesia è Arte (e l’Arte non si comprende, si venera soltanto: non vorrete rischiare di fare domande e passare per ignoranti!). Se invece avete trovato il componimento ridicolo o incomprensibile e siete riusciti ad ammetterlo a voi stessi, rispondete a questa domanda: quanti di voi mi avrebbero scritto che La fuliggine fa schifo e che è solo un’accozzaglia di parole priva di senso?

L’imperatore è nudo, e ha i versicoli all’aria. Ma nessuno glielo dice.

Imperatore nudo

"Sono io, o stamattina fa fresco?"

Anarchica degenza

La poesia non è morta, è in coma farmacologico. La malattia che la tiene allettata non è sempre stata grave, ma negli ultimi decenni ha raggiunto lo stadio acuto e da allora le condizioni della paziente sono disperate.

Le cause di questa malattia sono due:

  • L’abbandono della metrica. Negli ultimi anni dell’Ottocento ha cominciato a prendere piede il verso libero. Questa tendenza ha portato, in pochi decenni, al diffuso abbandono della metrica tradizionale.
  • La tendenza all’ermetismo e all’esistenzialismo. In poche parole, dire le cose dicendo altre cose (analogia). Se questo meccanismo è proprio di tutta la letteratura, nell’ermetismo1 raggiunge nuove vette di incomprensibilità. L’esistenzialismo poi altro non è che tristezza, condita con un altro po’ di tristezza. Più o meno quello che oggi genera il fenomeno emo.

Bisogna comunque tenere presente che in genere i poeti di una volta conoscevano la metrica, e quindi sapevano cosa stavano ignorando. Qualcuno (in genere i professori) concede il beneficio del dubbio anche sul piano contenutistico, sostenendo che sì, quella gente stava davvero dicendo qualcosa, in quelle quattro parole sconnesse.

Se anche Montale, Ungaretti e soci non sono i diretti colpevoli del misero stato in cui oggi versa la poesia, sono però stati i cattivi maestri, quelli che hanno aperto le porte alla decadenza.

La diffusione delle loro opere, studiate nelle università e nelle scuole, ha portato le ultime generazioni a credere che la caratteristica principale della poesia sia l’andare a capo anche se non c’è il punto. Insomma l’unica regola è che non ci sono regole.

Enjamberarsi

Siamo tutti poeti, se sulla tastiera del nostro computer c’è il tasto Invio.

UngarettiQuesto lo dobbiamo a Giuseppe Ungaretti, che con le sue opere ha sdoganato i versicoli, versi brevissimi, composti da poche sillabe. Non solo, Beppe ci ha anche abituato a poesie che in realtà sono a malapena frasi. La sua Mattina, per esempio, è universalmente citata a partire dalle scuole medie come incredibile esempio di truffa andata a buon fine. Possiamo anche dire che è l’unica poesia il cui testo viene imparato a memoria più facilmente del titolo.

M’illumino

d’immenso.

Me lo immagino io, Beppe, che in trincea scrive sul suo blocchetto e poi, finita la guerra, va da un editore.

«Ma questa non è una poesia.» gli dice l’editore.

«Come no?» fa Beppe.

«Beh, no. È un verso.»

Beppe guarda il blocchetto. Guarda l’editore. Guarda il blocchetto. Effettivamente c’è un solo verso sulla pagina, quel “M’illumino d’immenso.” è scritto tutto di seguito. Allora Beppe prende matita e gomma dalla tasca e cancella la seconda metà del verso, per poi riscriverla una riga sotto.

«Ecco. Due versi. Abbiamo la poesia. Quando andiamo in stampa?»

L’editore si torce le mani.

«Sono comunque quattro parole, anche a voler sciogliere le elisioni. E poi la poesia… ecco… non vuol dire niente…»

Beppe lo guarda con disprezzo.

«Di’ un po’, ragazzo.» dice «Tu ci sei stato, in trincea?»

Occhiata eloquente da soldato vissuto. L’editore si fissa le scarpe.

«Esentato.» confessa. Le pupille di Beppe non lo mollano; è lui a cedere per primo. «Lunedì stampiamo.»

Exit Beppe. Fuori dal palazzo, un amico lo sta aspettando.

«Allora?» gli chiede.

«Mi devi dieci lire.» risponde Ungaretti «Te l’avevo detto che funzionava.»

E comunque riuscirà a scrivere anche poesie con un solo verso (Colomba, del 1925). Ma prendiamo una poesia più lunga. Per l’occasione ho scelto Monotonia.

Monotonia

Valloncello dell’Albero Isolato, il 22 agosto 1916

 

Fermato a due sassi

languisco

sotto questa

volta appannata

di cielo

 

Il groviglio dei sentieri

possiede la mia cecità

 

Nulla è più squallido

di questa monotonia

 

Una volta

non sapevo

ch’è una cosa

qualunque

perfino

la consunzione serale

del cielo

 

E sulla mia terra africana

calmata

a un arpeggio

perso nell’aria

mi rinnovavo

Bene. Ora assecondatemi, voglio farvi fare un piccolo esperimento.

  1. Chiamate una persona che conoscete. Amico, parente, va bene tutto purché non sia un estraneo o un docente di letteratura italiana.
  2. Chiedete alla persona di ascoltarvi in silenzio fino a quando non le direte che può parlare.
  3. Leggete la poesia riportata qui sopra, ma senza barare: alla fine di ogni verso c’è una bella pausa, e per ogni riga vuota una pausa lunga. Non saltatele, o falserete i risultati dell’esperimento!
  4. Svegliatevi.
  5. Se l’uditore non se n’è andato, svegliatelo.
  6. Chiedete scusa all’uditore.
  7. Raccogliete le impressioni di entrambi.

In realtà versicoli sono un aspetto di un problema più grande, ossia l’abuso dell’enjambement. Mi spiego meglio. I versi sono unità di senso; vengono separati da pause indicate dalla metrica (quando c’è) e anche, tipograficamente, dall’a capo. La pausa tipografica esisteva come riflesso di quella metrica, ovviamente, ma quando i versi regolari sono stati abbandonati è rimasta l’unica a sottolineare le unità di senso. Leggete i due testi seguenti:

Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia quand’ella altrui saluta, ch’ogne lingua devien tremando muta, e li occhi no l’ardiscon di guardare.

Fermato a due sassi languisco sotto questa volta appannata di cielo Il groviglio dei sentieri possiede la mia cecità Nulla è più squallido di questa monotonia

Potremmo prendere il primo e inserire gli a capo senza pensarci due volte, ma per il secondo no. Da notare come i versi, nella metrica, siano anche unità sintattiche, oltre che semantiche.

Il punto, insomma, è che una volta c’erano vere ragioni per andare a capo: motivi metrici (rima, ritmo, lunghezza), motivi sintattici e motivi semantici.

Con il verso libero vengono meno i motivi metrici, ma gli altri due potrebbero restare: anzi, senza il guinzaglio del numero di sillabe, potremo scrivere frasi complete in un verso, no? In teoria, sì.

Ma in pratica no, perché a questo punto entra in gioco la perversione dell’enjambement2. L’enjambement è quello che succede quando l’unità metrica (o tipografica) non coincide con l’unità sintattica e semantica. In altre parole, non hai finito di dire quello che dovevi dire, e vai a capo. Più forte è il nesso sintattico e semantico che collega le due parole separate dall’a capo, più in evidenza sarà messo il secondo termine. Ad esempio, se l’enjambement cade tra l’ausiliare e il participio di un tempo composto, sarà piuttosto forte.

Quel giovine editór, Beppe l’aveva

fregato, ma di brutto brutto brutto.

Sentite che effetto, messo tra due endecasillabi? Wikipedia ci dice che Tasso lo chiamava rompitura, non per niente.

La bravura del poeta antico stava nel far coincidere il discorso alla forma, e se in un verso proprio non ci stavano tutte le parole doveva sforare in quello successivo. L’uso eccessivo dell’enjambement era sconsigliabile proprio perché produceva una rottura.

Già nel Cinquecento però questo artificio stilistico veniva impiegato diffusamente per caricare le parole di tensione poetica. Secoli dopo ne fecero largo uso Leopardi, Carducci, Pascoli e, in misura minore, Max Pezzali.

[…]

dritta sicura, si mormora che

i cannoni hanno fatto bang.

Nel Novecento l’enjambement comincia a venire usato senza criterio, semplicemente perché mettere pause dove proprio non ci stanno dà un’aria molto intellettuale a qualsiasi banalità.

Confrontate:

Nulla è più squallido di questa monotonia.

con

Nulla è più squallido

di questa monotonia

La prima è un’ovvietà, la seconda è Ungaretti. Da notare che Beppe, siccome sentiva che la frase rimaneva scontata, ha deciso di togliere il punto alla fine per darle un’aria ancora più criptica. Uau Beppe, cosa vorrà mai dire, ora?

Tasto invioI poeti novecenteschi non sembrano aver mai sentito il detto “il troppo stroppia”. E così molti autori, Montale in testa, zeppano le loro poesie di enjambement. E quindi viene meno il senso di rottura, di focus su una parola, perché l’enjambement è fatto per marcare l’eccezione, e se viene usato di continuo diventa la norma e perde la propria ragion d’essere. Peggio, diventa solo un fastidio, un Pierino che grida “Al lupo!”, ma che nessuno si dà più la pena di ascoltare. Leggetevi La bufera di Montale, e venite a dirmi che senso hanno tutti quegli enjambement. Dovrete inventarvelo, o andare a ripescare le parole di qualcuno che se l’è inventato prima di voi.

Ma torniamo all’esperimento di poco fa. Vedete bene che leggere così è demenziale. Mettiamo allora che le pause non si leggano. Ditemi allora perché un poeta dovrebbe andare a capo così spesso. Per darsi un tono? Perché viene pagato a verso? Perché tenta disperatamente di dare un certo nonsoché a delle parole altrimenti normali? O è solo perché odia la foresta pluviale?

 

Un ettaro ogni sedici parole di Ungaretti. E l'Amazzonia ringrazia.

Spocchia spocchia delle mie brame

Ma le disgrazie non vengono mai da sole. La perdita della metrica poteva preludere ad un’esposizione più chiara, non più forzata a contorcersi per infilarsi in uno schema predefinito; e invece, guarda un po’, tutto si è fatto più oscuro. Con l’avanzare dell’anarchia metrica cominciava a diventare impossibile dire chi fosse più bravo. Quale parametro scegliere dunque, visto che le prodezze tecniche non erano più possibili?

Si decise per la spocchia.

Tutto cominciò come una sana competizione. Si giocava a tirare per i capelli i correlativi oggettivi, a proporre immagini sempre più distanti da quelle che dovevano essere intuite dal lettore. Ad esempio, se uno doveva parlare di una locomotiva, usava una teiera. E finiva per essere preso per il culo, perché andiamo, locomotive e teiere si assomigliano così tanto che sono praticamente la stessa cosa. Quando un poeta usava analogie così banali, gli sberleffi dei colleghi erano tremendi: Remo Guastaldoni, devastato dall’umiliazione subita, tentò il suicidio gettandosi sotto la teiera delle 7.15.

Teiera

In arrivo al binario due.

Nessuno voleva essere da meno: tutti cominciarono a comporre gli accostamenti più improbabili, poi dichiarandoli banali di fronte ai propri avversari, che assentivano (nessuno avrebbe mai ammesso di non aver colto l’evidente rimando) e sfoggiavano i propri ermetismi per non essere da meno. I vincitori morali erano ovviamente i poeti più spocchiosi, perché erano in grado di far passare per ovvietà anche le sparate più improbabili. Ed ecco quindi che un delfino diventava un pelapatate, le cosce di una donna erano la proiezione poetica di una risma di A4, una maniglia rappresentava la crosta terrestre, e così via.

Ad un certo punto non importava nemmeno più quale fosse il senso sottostante, tanto ormai nessuno leggeva più poesia a parte i poeti e i critici, cioè quelli che si interessavano alla contesa.

Quando la poesia perse tutti i lettori, i critici ebbero un ruolo centrale: loro era infatti il compito di interpretare le insensatezze scritte dai poeti. La critica, in equilibrio tra apologia e fantasia, diventò quasi più fantasiosa della poesia che commentava.

L’escalation verso l’originalità imperversava anche su altri fronti. E così c’erano quelli che setacciavano i dizionari per trovare tecnicismi o parole semisconosciute, quelli che adottavano una punteggiatura fantasiosa pur di mettere un po’ di pepe alla salsa di parole, quelli che disponevano i versi sul foglio a creare un disegno3.

Il gioco senza regole è durato a lungo, ma sempre meno lettori erano disposti a giocarci. E quando i poeti più famosi morirono, gli unici che ancora leggevano poesia erano i loro eredi intellettuali e i sempre fidi critici.

The next generation

I “maestri” che avevano aperto le porte all’anarchia poetica novecentesca avevano generalmente ricevuto una formazione classica, e quindi sapevano scrivere in metro, ma per i poeti delle ultime generazioni (quelli attualmente viventi e under 60, per intendersi) le cose erano molto diverse.

Per la prima volta si poteva fare poesia senza conoscere un’acca di metrica. Grazie anche al contesto storico favorevole, tutti poterono scrivere non-prosa e definirsi poeti. E lo fecero, oh se lo fecero!

Si era compiuta la democratizzazione – rabbrividisco – della poesia. Solo i critici, più potenti che mai, decidevano cos’era bello e cos’era brutto, rimestando nel calderone di robaccia e pescando i componimenti dei propri amici.

Questo scempio continua anche ai giorni nostri, e qualcuno ha pure il coraggio di lamentarsi se nessuno più compra libri di poesia. Perché pagare per roba banale e bruttarella, che vuol dire tutto e niente?

Ci sono i poeti che spingono ancora sul pedale dell’ermetismo, e quelli che scrivono una sorta di prosa andando a capo ogni mezza riga. Tutta gente che non sarebbe capace di scrivere un sonetto, e che si dovrebbe contare le sillabe sulle dita di una mano. Eppure sorridono delle forme poetiche classiche, e dicono che ormai sono solo banali esercizi di stile.

Poetry attack

MuciacciaNon lo sapevate? Anche voi amici da casa potete fare poesia! C’è una sola regola: non ci sono regole! Sìììììì!

Ma se volete scrivere qualcosa che sembri molto profondo e che faccia annuire il tizio col maglione a collo alto e il bicchiere di Porto in mano, beh, allora ci sono alcuni trucchi che potete usare. Eccoli:

  • Prendete almeno un paio di parole che non conoscete, o che conoscete ma che non usate mai. Se siete italianisti, prendete pure parole che usate abitualmente.
  • Mettete almeno un enjambement. Se nella vostra poesia non ce n’è nemmeno uno, i critici la troveranno sciocca.
  • Mi raccomando, la punteggiatura non deve l’uso tradizionale. In questo modo, anche se trascrivono la nostra poesia senza andare a capo, si capirà che è una poesia. Sbizzarritevi pure.
  • Ermetismo, ermetismo, ermetismo. Ricordate, quello che scrivete non deve per forza voler dire qualcosa. Dare un senso alle vostre poesie è il lavoro dei critici, non vostro.

Fatto? Bene. Ora aspettate che l’inchiostro si asciughi. Per mostrarvi il risultato finale ho già pronta una poesia finita. Eccola qua!

Il ramarro, se scocca

sotto la grande fersa

dalle stoppie –

 

la vela, quando fiotta

e s’inabissa al salto

della rocca –

 

il cannone di mezzodì

più fioco del tuo cuore

e il cronometro se

scatta senza rumore –

 

.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .

 

e poi? Luce di lampo

invano può mutarvi in alcunché

di ricco e strano. Altro era il tuo stampo.

Bella, vero? Ora provate voi! E mi raccomando, sempre con l’aiuto di un adulto che maneggi per voi le parole più desuete.

Come dite? Conoscete già questa poesia? Proprio non ve la si può fare, a voi! Bravi, si tratta di uno dei Mottetti di Montale, dalla raccolta Le occasioni.

Grazie, Eugenio!

Un atteso ritorno

Lo so da me che c’è bella roba scritta in versi liberi, come ci sono schifezze scritte in metro. Ma l’aver abbandonato ogni tecnica non ha reso la poesia più libera, l’ha portata ad eccessi di confusione e insensatezza.

La poesia non è mai stata per tutti. Ma Ariosto veniva declamato a corte, e i sonetti del Petrarca sono stati letti per secoli dagli innamorati. Questo perché si tratta di scrittura bella nella forma e nel contenuto. E poi, posto che uno comprenda la lingua, si capisce cosa vuol dire. Magari la comprensione non è immediata, ma la poesia ha un vero significato. Prendete quell’aborto riportato nel paragrafo precedente. È brutta, e non vuol dire niente. È sconsolante. Uno deve inventarsi un’interpretazione, per poi non essere sicuro che sia quella giusta (il trucco è che nessuna è giusta!). Oppure deve ricorrere alle parole di un critico, a meno che anche queste non siano troppo contorte e auliche per essere comprese.

E poi c’è quella vocina che grida sempre, in fondo alla testa di noi malpensanti. «E che ci vuole?» strilla «Potresti farlo uguale o migliore!»

Il risultato è che mentre una volta la poesia era letta da (relativamente) pochi e scritta da pochissimi, oggi, complici anche le maggiori possibilità di diffusione, è scritta da molti e letta quasi da nessuno.

Come al solito queste sono le mie idee, i miei gusti. Non vi nascondo che vorrei tornare a quando la poesia era una costruzione di cesello, e non una pasticciata masturbazione per intellettualoidi. A quando la bravura si misurava in tecnica, e non in numero di amici critici. A quando la poesia era musica fatta di parole, e non prosa spezzettata.

E credo che, almeno in una remota provincia dell’ambiente culturale, questo ritorno sia possibile.

Riprendiamo in mano la metrica, e vedremo chi è poeta e chi ciarlatano. Riportiamo i versi al loro antico splendore: oggi l’istruzione è più diffusa che mai, e forse la poesia potrà tornare a vivere nella testa e sulle labbra della gente.

O forse no, ma almeno toglieremo di mezzo un po’ di spocchia.

  1. Dal greco ermethos, “parole a caso”. []
  2. Che d’ora in poi non metterò più in corsivo, perché comunque diciamocelo, è una parola che viene sempre pronunciata malissimo. []
  3. Calligrammi: per i poeti dai sei anni in su! []
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17 risposte a Un calcio nei versicoli

  1. Chiara scrive:

    Apprezzo molto questo post. Qualche tempo fa ho avuto qualche screzio con una persona che conosco per aver criticato il suo libro di poesie per questo preciso motivo.

    • Mattia scrive:

      Capisco bene, hai tutta la mia solidarietà! Ma devi avere pazienza con i poeti, hanno un caratteraccio…

  2. Roberta scrive:

    Non so, questo post mi lascia un po’ divertita e un po’ perplessa. Divertita perché, leggendolo, mi prendo in giro un po’ da sola, visto che sono tra i “poeti” che scrivono con un sacco di enjambements e non saprebbero scrivere un sonetto (probabilmente, visto che non ci ho mai provato). Oltretutto mi sento un pò rinfrancata dal fatto che non sono l’unica, evidentemente, a non capire il senso di alcune poesie…
    Però mi lascia anche un po’ perplessa perché non credo che il verso libero abbia rovinato la poesia: è vero che oggi tantissimi scrivono, credendosi poeti, e pochissimi leggono (probabilmente anche a causa della quantità di poesia illeggibile che si trova in giro), ma credo che il motivo non sia la forma, quanto la sostanza. Secondo me sia da parte del lettore che da parte del poeta c’è una certa noncuranza riguardo quello che è il significato della poesia: a mio parere una poesia deve trasmettere qualcosa di forte (meglio se immediato), perciò se il poeta scrive tanto per farlo, anziché perché sente la necessità di dire qualcosa, allora è chiaro che chi legge farà una fatica enorme a capire il significato di quello che legge e dovrà poi inventarsi un’interpretazione. Da parte del lettore, poi, c’è solitamente un po’ di presunzione: si vuole fare un’analisi criptica, senza impegnarsi a fondo e mettere se stessi in ciò che si legge. Solo immergendosi tra i versi della poesia e abbandonando ogni riserva se ne può capire il significato vero.
    Forse, quindi, manca un po’ di impegno sia da parte del poeta che da parte del lettore. O forse no, questa potrebbe essere solo una mia interpretazione personale!

    • Mattia scrive:

      L’articolo è una mia interpretazione personale, per cui non ti preoccupare, anche la tua è benvenuta!
      Credo che in poesia la forma influisca molto sulla sostanza, altrimenti un componimento non trasmetterebbe niente di più di quello che dice la sua parafrasi. Quindi credo che il problema della sostanza sia anche una questione di forma, tutto sommato.
      Tu poi scrivi che:

      se il poeta scrive tanto per farlo, anziché perché sente la necessità di dire qualcosa, allora è chiaro che chi legge farà una fatica enorme a capire il significato di quello che legge e dovrà poi inventarsi un’interpretazione.

      Quindi, se traggo bene le conclusioni, quando ci troviamo di fronte ad una poesia che non vuol dire niente significa che il poeta non aveva in mente un messaggio preciso. Sono d’accordo, ma a questo punto si apre il dibattito su quali poesie non vogliano dire niente, ed è pieno di libri che spremono, come si suol dire, il sangue dalle rape.
      Grazie per esserti presa il tempo di scrivere un commento costruttivo!

  3. Sole scrive:

    Trovo infantile e anacronistico il sarcasmo di questo articolo: mi pare che dietro ci sia il disagio del critico che riempe di segni rossi e blu tutto ciò che legge, e non l’autentico bisogno dell’appassionato. Di fronte alla fede (e la poesia è una fede, per chi ne vive) la ragione sa chinare il capo e dichiararsi sconfitta.
    La metrica non è certo il criterio per stabilire il valore di una poesia.

    E’ facile comporre endecasillabi.
    Questo è il gattino che mi fa le fusa
    e questa è la tastiera del computer.
    Questo è un endecasillabo, ma sdrucciolo.

    La poesia non è un fatto umano, prima che una forma d’arte?
    Non sarebbe stato possibile nel ’59 e non è possibile adesso opporre argomentazioni razionali a una critica miope e distruttiva come questa. Per fortuna, se credi che la lettura di Magrelli, Mussapi, De Angelis, Viviani sia offensiva per la tua concezione dell’arte, ti è pure concesso di non leggerli (e sono certo che non lo fai, perché – ripeto – nessun appassionato parlerebbe così).
    Che oggi non tutti i poeti (o sedicenti tali) abbiano qualcosa da dire è una triste verità; né ha senso scrivere senza cognizione; ma in nessun modo si giustifica un tale livore.
    Chiedo che almeno si prenda coscienza – se non del valore letterario – almeno della portata etica dei versi di «Ungaretti, Montale e soci» e si risparmi questa delirante presa in giro.

    • Mattia scrive:

      Sì, sono miope: mi sfugge la portata etica di una frase spezzata da un a capo o di un collage di parole senza senso. Sarà perché non ho mai considerato la poesia come una fede, né i poeti come santi dispensatori di oro colato.
      L’argomentazione sugli endecasillabi è molto superficiale e scontata. Un conto è contare le sillabe per una quartina di versi sciolti, tutt’altra cosa è inserire un discorso poetico in una forma definita.

  4. Inanis scrive:

    Grazie. L’ho condiviso nel mio blog tempo fa, è sempre illuminante e ne condivido ogni singola parola.

  5. Tommaso scrive:

    Non so, ma quest’interpretazione non mi convince. Probabilmente in parte è vero che la poesia non ha alcun riconoscimento oggi per le ragioni che hai menzionato. Tuttavia mi sembra che questa prospettiva sia riduttiva rispetto al fenomeno. Cioè a dire che le cause dell’uso del verso libero (e non sciolto) siano più che altro sociali, economiche e tecnologiche. Semplicemente quando scrivevano Montale ed Ungaretti il tasso di alfabetizzazione era molto più basso, e la poesia era svolta da esponenti delle classi sociali più agiate e quindi, più colte. Il fatto che poi ci possa essere una produzione “popolare/subalterna” di versi rimati mi sembra che sia stato definito da Gramsci e Pasolini come un’appropriamento di formule alte desuete. Mi sembra poi evidente che se al posto di una macchina da scrivere c’è la possibile di tramettere direttamente tutto ciò che si pensa mediante internet, la produzione generale di scritti aumenti, anche se ovviamente questo non implica che tutto ciò verrà ricordato. La poesia, come ogni tipo di arte, ha bisogno di un riconoscimento sociale (scrivere su una famosa rivista, pubblicare con una famosa casa editrice, fare parte di un’avanguardia, etc…).
    Il punto è semplicemente che la figura sociale del poeta connessa con un certo circuito di elementi (l’alta borghesia colta, lo studio serio della letteratura nei licei, l’elitarietà dei licei, l’analfabetismo di massa) che preservavano la sua esistenza. In più che da dire, con Pasolini, che è meglio essere un mediocre regista (come lui) che un ottimo poeta (come Sanguineti) , perché le trasformazioni sociali ed economiche (e in Italia e nel mondo) hanno portato ad una serie di mezzi di diffusione delle informazioni più adeguati alla mondializzazione. La poesia è innanzitutto in una lingua storico-naturale, il cinema può benissimo essere tradotto o sottotitolato senza che si perda nulla (o quasi). Sul fatto che la condizione necessaria per la poesia debba essere la metrica, mi sembra una posizione abbastanza reazionaria soprattutto dopo gli studi di Todorov o di Jakobson. Come classificheresti Lautréamont, o Dino Campana, o Artaud? Convengo che la poesia, in quanto uso impreziosito e controintuitivo del linguaggio debba avere la tendenza al ritmo, alle ripetizioni ed alle regole. Il punto è che credo che partire da questi elementi per definire cosa è poetico da cosa non lo è, ovvero elementi puramente linguistici, testocentrici sia abbastanza arido, esattamente come mettere in versi un discorso solamente calcolando gli accenti e le rime. Se per anni la poesia italiana è esistita secondo determinate formule metriche è perché soprattutto doveva avere una funzione di memoria sociale, di ricordo dell’avvenuto, o di celebrazione, o – nel caso più semplice – di puro svago. Queste funzioni sono oggi svolte molto meglio da altre forme di espressione, come il cinema. C’è poi da dire che (e qui ammetto la mia ignoranza) poco so di come venisse insegnata la metrica nel ‘500 o nel ‘700, o nei primi dell’ ‘800, sicuramente in modo diverso da quello che si fa oggi nei licei. Inoltre un elemento fondamentale è che a differenza di altre arti come appunto cinema, musica, danza, pittura, la poesia non ha mai avuto un istituzione dove potesse essere insegnata, così come la scrittura in genere. Oggi abbondano le scuole di scrittura, ma c’è un ordine degli scrittori come un’ordine degli avvocati o dei medici. Questo ultimo punto mi pare il più importante per una definizione della poesia: non si tratta di regole linguistiche, anche se ovviamente la ripetizione e l’uso di un linguaggio non ordinario contano (ma non ordinario può anche voler dire appunto completamente senza senso, come nel caso di Artaud). Si tratta piuttosto di definire uno stile di vita da un lato ed una modalità storica di espressione dall’altro. Per il momento l’utilità sociale della poesia è nulla, non così quando scriveva Virgilio. E non è che la metrica deve essere così regolare perché è bella e “suona bene”, ma semplicemente perché così si ricorda meglio, è un mezzo per tramandare meglio le informazioni, o le ideologie (proverbi, filastrocche, inni nazionali). Dunque il fatto che si arrivi a chiamare “poesia” (i critici) ciò che senso non ha (la lingua inventata di Artaud), oppure che ce l’ha ma è intricatissimo (Joyce) è indice della massimo livello che questa tecnica d’uso del linguaggio può produrre. Questo limite non è stato trasceso, semplicemente ha lasciato delle macerie (il verso libero), che è una tecnica espressiva, ma non è studiata per essere ricordata, ed infatti tutta la marea di parole che circola su internet (questo messaggio compreso) è legata ad una serie di dispositivi a tempo (fornitori di servizi di blog, vita dei servers, etc…) e quindi anche se per un po’ di anni ha il suo spazio, questo non vuol dire che che lo avrà in futuro. Per concludere, secondo me poesia indica due cose: generalmente qualsiasi attività creativa, e più in specifico quell’attività creativa che modifica i linguaggi dal loro uso comune (ovvero destinato all’oblio) verso un uso modificato. Questo avviene mediante l’impiego di varie tecniche storicamente determinate e che tendono ad assumere la forma più consona alla memorizzazione e trasmissione delle informazioni.

  6. Mattia scrive:

    Quindi la poesia morirà, e dovremmo metterci tutti a fare cinema? Può darsi, ma con questi presupposti non staremmo nemmeno qui a discuterne. Diciamo che preferisco scrivere sonetti per il mio blog, sperduto nella provincia digitale, che girare il prossimo cinepanettone.
    Su un punto fondamentale mi trovi in profondo disaccordo:

    E non è che la metrica deve essere così regolare perché è bella e “suona bene”, ma semplicemente perché così si ricorda meglio, è un mezzo per tramandare meglio le informazioni,

    Dicendo così neghi che la forma poetica (sia questa in metro oppure no) abbia una qualsiasi funzione estetica. Come dire che i pittori del Cinquecento non si limitavano a disegnare omini stecchini solo perché così uno si ricordava meglio gli addominali dei martiri. Ritorna più volte, nel tuo commento, l’utilità della metrica come mezzo di memorizzazione. È innegabile che ritmo e rime facilitassero l’apprendimento del testo, ma che la metrica sia rimasta solo per questo motivo è falso; come accade per ogni fenomeno artistico, le cause che hanno portato alla permanenza di certe tecniche e modalità espressive sono anche estetiche, e perciò culturali. E poi la mia visione della poesia è arida? La negazione del bello come valore culturale non lo è?
    Le radici della metrica affondano in un substrato musicale dovuto alla modalità e allo scopo delle composizioni (esecuzione accompagnata da strumenti e memorizzazione al fine di tramandare un messaggio), questo è verissimo. Ma ad un certo punto la poesia si è staccata dalla dimensione popolare e orale, ed è diventata strumento culturale in senso ristretto, ossia di un’élite colta, che in parte poteva continuare a considerare propri gli obiettivi della produzione popolare, ma che era anche mossa da motivazioni differenti. Una di queste era proprio la bellezza, il rispondere ad un canone estetico che andava oltre l’utilità pratica della memorizzazione. Altrimenti non possiamo spiegarci come mai si sia arrivati a certe punte di perfezione (e complessità) formale. Pare che la gente ricordasse benissimo le filastrocche anche senza rime e versi perfetti, ed è per questo che filastrocche, indovinelli, proverbi (ma anche, se non ricordo male, molti dei più antichi componimenti in lingue romanze che ci sono giunti) sono zeppi di versi assonanzati, consonanzati e che non rispettano una misura sillabica esatta.
    Scrivi poi:

    Per concludere, secondo me poesia indica due cose: generalmente qualsiasi attività creativa, e più in specifico quell’attività creativa che modifica i linguaggi dal loro uso comune (ovvero destinato all’oblio) verso un uso modificato. Questo avviene mediante l’impiego di varie tecniche storicamente determinate e che tendono ad assumere la forma più consona alla memorizzazione e trasmissione delle informazioni.

    Secondo quello che scrivi qui, Il ramarro di Montale non è poesia. Con l’avvento del verso libero e della presentazione ermetica dei contenuti, la tecnica poetica non è affatto “la forma più consona alla memorizzazione e trasmissione delle informazioni”.

  7. Tommaso scrive:

    Ti ringrazio per queste osservazioni pertinenti e corrette, anche perché mi permettono di riesaminare alcuni punti chiave del discorso. Il discorso sulla funzione memoriale della poesia mi sembra possa spiegare molto chiaramente il paradigma dell’ansia dell’influenza o i modelli di critica letteraria fondati sulla teoria dell’informazione. Ma a parte questi modelli, che mi sembrano vecchi e non utilizzabili oggi, quello che volevo ribadire è il fatto che la definizione di poesia dipende da una data teoria estetica. La mia prospettiva non è quella di un estetica come scienza del bello, semmai quella di una considerazione delle funzioni antropologiche e biologiche di un fenomeno estetico (Biopoetica). Per questo è complesso definire cosa sia e cosa non sia poesia, ed anche la mia definizione precedente è parziale e denotata da una certa impostazione teorica. Il fatto è che assimilare metrica e poesia non permette di capire perché secondo la tassonomia dei generi letterari attuali le Illuminazioni di Rimbaud, o i Canti di Maldoror siano classificati come “poesia”. Mi sembra che il modello estetico che tu definisci come “ermetismo” e che ha le sua teorizzazione nei surrealisti, elabori un particolare sistema proprio per rendere un testo più memorabile rispetto agli altri. Solo questo metodo non è più fondato sulla ritmica, ma su una serie di regole di composizione che alterino a livello sintattico e semantico il contenuto del testo. Come appunto l’incontro fortuito di un cammello con una macchina da cucire – te lo ricordi appunto perché “suona strano”. Per es. come nel caso (banalissimo) di una poesia di Jim Morrison dove alla domanda “Hai mai visto Dio?” risponde “Un Mandala, un angelo simmetrico”. Ecco, cosa vuol dire precisamente “angelo simmetrico”? Boh! si possono fornire fior di interpretazioni (storiche, semiotiche, psicanalitiche-junghiane, psicanalitiche-lacaniane, antropologiche, formali, etc…). Mi sembra che il punto fondamentale del ragionamento sia la domanda “quando è poesia”, e la risposta, credo, non può essere data da una sola ragione, ovvero quella metrica, intesa come complesso di regole che strutturano un certo uso del linguaggio verbale in una lingua storico-naturale. La definizione è soggetta a teorie estetiche e quindi probabilmente Croce ti avrebbe detto che quella poesia di Montale non era “Poesia”. Diciamo che la definizione “metrica” di cos’è poesia è parziale così quanto quella del carattere memorativo, però se la domanda ce la poniamo oggi, allora forse questa seconda ipotesi è più adeguata. Questo lo dico perché se un’autore scrive qualcosa (a meno che non lo faccia per puro diletto) credo che la sua maggiore aspirazione sia quella del ricordo, e quindi dovrà studiare ed escogitare le tecniche che gli permettono di raggiungere questo fine. Fino a Mallarmè (più o meno) queste tecniche erano collegate a tutto un sistema editoriale, autoriale, sociale e politico che si è andato affievolendo, sino alla confusione attuale. Il punto è però che non è detto che le tecniche debbano essere sempre le stesse. Un confronto con la storia della pittura Europea occidentale forse aiuta. In questo caso è evidente che l’innovazione della tecnica comporta delle rimodulazioni del linguaggio, le quali possono arrivare sino ad un “grado zero” di mimesi. Il fatto è che le evoluzioni non sono determinate solo dalla volontà degli autori, ma da tutto un complesso di cambiamenti economici, sociali e tecnologici. Per cui se ci sono i colori in tubetto e si può dipingere all’aperto, cambiano le tecniche ed i soggetti. Ora, nel caso della poesia, avviene lo stesso. Se abbiamo a disposizione il medium del computer, perché dovremmo continuare a scrivere come se avessimo a disposizione solo una penna ed un foglio? Esistono anche forme di poesia digitale, di code poetry, e se mediante queste forme è possibile esprimere qualcosa di “bello”, credo che avvenga proprio attraverso gli stessi criteri che rendevano bella la poesia in metrica nel ‘300. Sul cinema il problema è complesso: c’è un passo delle Histoire(s) du Cinéma di Godard dove si chiede perché in Italia il Neorealismo ha dato registi così grandi, e la sua risposta è: perché l’uso poetico della lingua che i grandi poeti hanno fatto nei secoli precedenti si è trasferito in immagini. E sempre su questo punto è evidente che in Italia (forse più che in altri contesti) alcuni grandi sceneggiatori avevano una relazione colla poesia (vedi Guerra, Bertolucci, Pasolini). Ecco, nei film sceneggiati da Guerra (quelli degli anni ’50-’70) è evidente un uso poetico del linguaggio, ma c’è anche un uso poetico delle immagini in movimento. L’esempio più chiaro in questo senso mi sembra essere la poesia di Pasolini “Come in un film di Godard”: è evidentemente una brutta poesia, e perché? Perché Pasolini decide di dedicarsi sempre meno all’espressione scritta in lingua ed edita su libri o riviste per rivolgersi ad un altro linguaggio. Ciò che volevo dire in sostanza si può riassumere così: il concetto di metrica, inteso come insieme di regole che codificano un linguaggio diverso da quello ordinario, è applicabile anche a linguaggi che non siano quello verbale. In questo senso ogni opera che viene eletta allo statuto di “arte” è per forza scritta in una forma metrica. Però ogni linguaggio è legato anche ad un mezzo espressivo ed a condizioni di enunciazione e di distribuzione. La poesia in metro, scritta per essere pubblicata su riviste o libri è oggi totalmente minoritaria. Al contrario maggioritaria è l’enorme proliferazione di testi erroneamente definiti “poesia”, quando in realtà solo solo testi in prosa dove l’unità ‘verso’ è legata solo all’intuite regola del “vai a capo a casaccio”, come anche tu sottolinei. Però esiste anche la prosa poetica (come Rimbaud, Cioran, Aratud, Pessoa nel libro dell’inquietudine, etc…) che ovviamente non è scritta in metrica, eppure in un’ipotetica tassonomia vernacolare noi rubrichiamo come “poesia”. E qui è il nodo della questione: esiste una forma contemporanea della poesia? A quali codici fa riferimento? Quali sono i suoi contesti di enunciazione e diffusione (i poetry slam? la code poetry? un certo tipo di teatro d’avanguardia?) Ecco, a queste domande io non ho alcuna risposta. L’unica cosa che penso è che la nostra lingua è un costrutto storico, così come l’alfabeto e così le regole metriche della poesia. Ogni società elabora i suoi mezzi e le sue regole per la creazione di opere memorabili, però tutto questo è strettamente legato alle tecnologie, alle condizioni politiche ed infine, al caso.

  8. Nicholas scrive:

    Bellissimo articolo, va be tutti i tuoi articoli sono molto belli, me li sto leggendo tutti dal principio.
    Concordo su tutto, va detto che non siamo solo noi italiani, da ragazzo mi hanno fatto leggere Baudelaire… ti giuro che non capisco come faceva a baccagliare le tipe con quelle schifezze -.-“

    • Mattia scrive:

      Beh, insomma, proprio Baudelaire… Lì l’aspetto metrico era ancora importante.
      E credo che le tipe andassero con lui più che altro per l’assenzio e l’oppio!

  9. Lidia scrive:

    Adoro quello che dici in altri articoli, ma non qui. Su questo argomento devo proprio dissentire. La poesia è emozione, non è pura tecnica. E capisco che tu possa avere i tuoi motivi per dire quello che dici, ma prova a leggere qualcosa di Walt Whitman, o, ad esempio, della Wislawa Szymborska, e fammi capire cosa manchi di poesia a loro. La poesia è arte, sì, lo devo dire, è anche ritmo, il ritmo delle parole in sé, spontanee, non un ritmo stabilito necessariamente dalla metrica. E poi c’è tanta sostanza, tanta realtà da percepire, e non dipende dal modo in cui è scritta, ma da quello che dice. Quello che una poesia ti comunica le dà musicalità e intensità. Una poesia in metrica può non significare nulla, così come una poesia in versi liberi. Una poesia in metrica forse è un po’ fredda e cela il suo significato in parole un poco forzate, che si devono “adattare”. Questo sicuramente non vale per tutte le poesia in metri, ma pensa: esistono questi versi liberi e sciolti e spontanei che scorrono, nonostante l’enjambement, scorrono e ti parlano, ti parlano non come estranei, e le parole di quei componimenti sono le sole parole che possono stare lì per essere così comunicative, e tu man mano che leggi te ne convinci perché la poesia ti avvolge, la poesia incanta e ti possiede, la senti, la poesia ti racconta la realtà più cruda nella lingua più dolce…
    Io sono compiaciuta quando leggo poesia d’altri, io mi sento soddisfatta per quello che scrivono, e forse perché quello che scrivono mi riempie.
    Non ti critico affatto, potrei capirti, ma la poesia per me è qualcosa di diverso da quello che intendi tu, io sono diversa da come sei tu, e in fondo è una cosa bella. Sono una contestatrice contro corrente, vengo in pace

    • Mattia scrive:

      Una piccola autocitazione tratta dal post:

      c’è bella roba scritta in versi liberi, come ci sono schifezze scritte in metro.

      Su questo mi pare che la pensiamo più o meno allo stesso modo; la metrica non è condizione sufficiente per fare bella poesia, né strettamente necessaria. E infatti l’articolo non è una condanna nei confronti di tutta la poesia scritta in versi liberi, ma una critica degli eccessi e del nonsense che si vengono a creare in alcuni casi.
      Invece non sono d’accordo con te quando scrivi che la sostanza della poesia

      non dipende dal modo in cui è scritta, ma da quello che dice

      In poesia, come anche in narrativa, la forma influisce sulla sostanza, altrimenti non avrebbe senso trasmettere un messaggio in modo non diretto, servendosi di una forma particolare (propria anche del verso libero, in opposizione alla normale prosa) e di figure retoriche (siano queste di suono o di significato).

  10. Francesco scrive:

    Mi sono immensamente piaciute le ultime frasi dell’articolo “un calcio nei versicoli” dove invochi il ritorno all’uso della metrica perchè una poesia possa essere definita tale. Imbattermi in “poesie” che altro non sono che prosa spezzettata mi schifa e fa ridere: se il tema può dirsi buono, vederlo esposto in quel modo, si priva di musicalità e del fascino che, invece, ha una vera poesia. So che i condizionamenti della metrica, della rima, del tipo stesso di poesia (che so: sonetto, ode, terzine o quartine in rima ecc.) a volte potrebbero impedirti di scrivere compiutamente quello che vorresti, ma la vera arte, che ti impegna quanto un dipinto, sa farlo con una costruzione basata su prove, su ricerche di sinonimi, su modifiche costruttive della frase e su tanti altri segreti personali che il poeta ha ideato. Allora provi soddisfazione, allora guardi alla tua opera con orgoglio, anche se, in alcuni concorsi, le commissioni giudicanti premiano le “prose spezzettate” e snobbano le tue considerate arcaiche.

    • Mattia scrive:

      Grazie del commento.
      Una certa musicalità può esistere anche nella poesia costruita senza seguire la metrica, solo che ha diverse forme, meno regolari e più difficilmente misurabili; dopotutto esiste poesia molto bella scritta in versi liberi.
      Come hai notato, il mio vagheggiamento finale è più che altro un invito a riappropriarsi degli strumenti fondamentali della poesia (dopotutto, qui su Sudare Inchiostro abbiamo una concezione abbastanza artigianale dell’arte) e ad abbandonare certi ermetismi spinti che a mio avviso sono un “abuso di soggettività”, se mi passi l’espressione.
      Poi sì, la poesia che scrivo io è anacronistica, ma non è detto che debba rimanerlo per sempre, no?

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