La bella raccontata nel bosco

Se di tanto in tanto vi capita di leggere la produzione di un narratore alle prime armi, o se voi stessi siete stati scrittori in erba, vi sarete accorti che chi non ha molta padronanza della tecnica tende all’uso massiccio del raccontato e del punto di vista onnisciente.

Azzardo una motivazione: raccontato e onniscienza sono il primo modo in cui affrontiamo la creazione di una storia. Nel progettare una trama, la prospettiva che ne abbiamo è quella di un demiurgo che causa e ordina gli accadimenti di un mondo fittizio, mai quella di un personaggio. Per quanto ci possiamo identificare con un protagonista, non è partendo dal suo punto di vista che pianifichiamo la storia, altrimenti non la potremmo conoscere prima di aver finito di scriverla.

La Palice

Il maresciallo La Palice, sponsor di quest'ultimo ragionamento.

In un certo senso, potremmo dire di avere in testa una sorta di riassunto, che poi sviluppiamo, gestendo l’informazione a seconda del nostro gusto e dell’effetto che vogliamo creare. In questa seconda fase (ideale, beninteso) verranno selezionati i punti di vista e la scansione temporale della narrazione vera e propria.
In un’ipotetica scala che abbia come estremi show e tell, il punto estremo del tell sarà la trama stessa: nulla è meno mostrato di una sinossi. Forse è per questo che la narrazione più istintiva, quella “meno educata”, è principalmente raccontata. La vicenda si presenta nella testa del narratore in tutta la sua (semplice) completezza, e il narratore la trasmette così come l’ha pensata. I dettagli vengono aggiunti poi.

Se raccontato e onniscienza sono il modo più naturale di raccontare una storia, non ci stupisce che caratterizzino anche le fiabe, forme appartenenti al folklore e quindi a una dimensione narrativa poco controllata.

La narrazione di oggi va dalla parte opposta. Quando scriviamo un romanzo è preferibile mostrare anziché raccontare, e bisogna fare attenzione alla gestione del punto di vista1.

Riassumendo:

  • Fiaba: raccontata, POV onnisciente;
  • Romanzo: mostrato, POV non onnisciente (generalmente interno).

A meno che non vogliamo prendere la fiaba e darle un bella svecchiata.

Questione di points of view

Qualche settimana fa mi trovavo nel mio capanno degli attrezzi, e chiacchieravo con alcuni apprendisti. L’oggetto della discussione era il punto di vista, e i modi in cui una stessa trama può cambiare a seconda dei personaggi-POV selezionati. Per fare un esempio serviva una storia che tutti conoscessero, perciò abbiamo preso La bella addormentata nel bosco.

Questa fiaba ha varie versioni; quella che noi ci siamo ricordati è questa (occhio agli spoiler):

Un re e una regina non riescono ad avere eredi, fino a quando non nasce loro una figlia. In occasione del battesimo, la coppia reale chiede alle fate del reame di essere le madrine della piccola. Le fate donano alla bambina molte virtù (bellezza, saggezza, bravura nel canto).

Ma una fata malvagia non aveva ricevuto l’invito, e per ripicca si presenta al ricevimento e maledice la bambina: se questa si pungerà con un fuso prima di compiere sedici anni, morirà. Una delle fate buone riesce però a contrastare la magia della fata cattiva: la maledizione mitigata non prevede più la morte della fanciulla, bensì un sonno lungo cent’anni, che potrà essere interrotto solo dal bacio di un principe.

Il re vuole comunque evitare rischi inutili, e bandisce dal regno fusi e arcolai. Gli anni passano, e prima del suo sedicesimo compleanno la principessa incappa in una vecchia che sta filando (in realtà la fata cattiva sotto mentite spoglie).  La fanciulla, visto che la vecchia insiste, prova a filare, e appena tocca l’arcolaio, si punge e cade a terra priva di sensi. Sopraggiunge la fata buona, che addormenta tutta la corte, e attorno al castello cresce un impenetrabile bosco di rovi.

Cent’anni dopo, un principe giunge al castello. I rovi lo lasciano passare; lui trova la principessa e la bacia. La corte si risveglia, e vivono tutti felici e contenti.

E ora vediamo che cosa si ottiene guardando la storia da diversi punti di vista. Proprio perché stiamo cercando di rendere il racconto in chiave contemporanea possiamo anche prenderci la libertà di ipotizzare gli stati d’animo dei vari protagonisti, e anche di inventare ciò che nella trama originale non viene specificato.

  • La fata buona.
    I fatti: la fata buona si trova al ricevimento in occasione del battesimo della principessa, assiste alla maledizione e lancia il controincantesimo sulla neonata. Quindici anni dopo fallirà nell’accorrere in aiuto della fanciulla e, arrivata troppo tardi, addormenterà tutta la corte. Nella versione disneyana le fate sono tre, e ci sarebbe qualcosa in più da raccontare, visto che sono state Fauna, Flora e Serenella a crescere l’ignara Rosaspina (aka Aurora).
    Risultato: con questo punto di vista, La bella addormentata diventa una storia di continui fallimenti. Non solo la fata non riesce a contrastare totalmente il maleficio dell’avversaria (che quindi si rivela più forte), ma non riesce nemmeno ad arrivare in tempo per impedire che l’oscura profezia si compia. L’unica cosa che sarà in grado di fare sarà mettere a dormire l’intera corte, in modo che la principessa, al suo risveglio, non si trovi sola in un mondo sconosciuto. Che fine fa la fata? Ad esempio, può impegnarsi notte e giorno nella ricerca di un principe, in una nuova girandola di fallimenti. Se è mortale, si dà all’alcool e all’accattonaggio e finisce i suoi giorni nello squallore e nella disperazione. Se è immortale vive fino al lieto fine, e sarà umiliata dalla facilità con cui il primo principe capitato da quelle parti sveglierà la principessa, riuscendo dove lei tante volte ha fallito. La frustrazione la condurranno al suicidio o a diventare una fata cattiva. E perché no? La storia si ripeterà con il figlio della Bella e del principe.
  • Il re.
    I fatti: è da parecchio (mesi? anni?) che il re vorrebbe avere un figlio, ma niente. Poi finalmente il bebè arriva (tanta pena per una femmina, diamine!), e il re tiene un sontuoso banchetto, a cui invita tutte le fate del regno, meno una. A questo punto il romanziere è costretto a porsi la prima domanda: perché non l’ha invitata? Perché ha una pessima fama (di fata cattiva, appunto)? Perché si veste male e lo farebbe sfigurare di fronte ai suoi vassalli? Perché è stata lei a fornirgli le pilloline blu che hanno permesso il concepimento della tanto sospirata principessa, e lui teme che il segreto venga svelato? È necessario chiarire questo punto. Da quel giorno in poi, comunque, il re vive nel terrore. La paranoia lo porta a bandire da tutto il reame gli attrezzi per la filatura. Sa che non riuscirà ad avere un altro figlio, non senza le pillole della fata malvagia, che di certo ora non è più disposta ad aiutarlo. Un romanziere che si rispetti deve poi rispondere a un’altra domanda: perché il re non dice alla figlioletta di tenersi lontana da arcolai et similia? Nella risposta a questa domanda è in gioco non solo la coerenza della storia, ma anche il tono generale del romanzo. Ad ogni modo, la ragazza si punge appena prima di arrivare alla maggiore età2. Non sappiamo se la fata buona addormenti la corte prima che la funesta notizia giunga alle orecchie del regale genitore; se così non fosse, immaginiamoci la disperazione del povero re. Vada come vada, il re si sente le palpebre pesanti e s’addormenta. Al suo risveglio, trova la figlia già piazzata ad un prestante giovanotto di sangue blu.
    Risultato: questo punto di vista permette un buon grado d’introspezione; è facile sviluppare il re in qualità di personaggio insicuro e psicologicamente debole. La sua principale fonte d’insicurezza è data dall’incapacità di mettere incinta la moglie. Sta invecchiando senza eredi, e sa che i suoi sudditi ridono della sua scarsa virilità, malgrado lui abbia cercato di mettere in giro voci secondo cui la regina non sarebbe poi così fertile. Non solo: i suoi vassalli sono resi inquieti e pericolosamente ambiziosi dall’assenza di un erede al trono. Potrebbe essere sempre per insicurezza che il re non invita la fata “malvagia” al ricevimento (sopra ho ipotizzato alcune cause, ma c’è l’imbarazzo della scelta). Bisogna poi chiarire perché il re lasci la figlia all’oscuro della maledizione che la riguarda: che si vergogni di aver lasciato che una maledizione venisse scagliata sulla neonata? Di certo quella neonata, ormai adolescente, non perderebbe l’occasione di rinfacciarglielo. Insomma, si sente vecchio e debole, questo re, e immaginate il suo scorno nell’apprendere (prima o dopo il sonno) che il suo provvedimento di eliminazione di fusi e arcolai non è servito a un bel niente, e che gli sarebbe bastato mettere in guarda la figlia per evitare la figuraccia. A completare il tutto si aggiunge il fatto che a garantire il lieto fine è un aitante bellimbusto che sposa sua figlia senza neanche averlo consultato in proposito. Ma il re tace e acconsente, perché finalmente può abdicare e ritirarsi a vita privata, liberandosi di tutte le pressioni che fino a quel giorno hanno reso la sua vita un inferno.
  • La fata malvagia.
    I fatti: la fata non viene invitata al banchetto. E le girano, oh se le girano. Si presenta al ricevimento, lancia la maledizione e se ne va. Poi passa gli anni in attesa. Aspetta che manchi poco al sedicesimo compleanno della fanciulla, in modo che il re e le fate si illudano di averla scampata, e poi, assunte le sembianze di una vecchia, fa in modo che la principessa si punga. Stupita dalla facilità con cui la fanciulla è caduta nella palese trappola, ritiene la vendetta compiuta, e si ritira a vita privata.
    Risultato: la fata malvagia è un personaggio vincente. Non ha importanza che dopo cent’anni la maledizione venga infranta: la fata malvagia o non lo sa, e rimane felice nella sua ignoranza, o è morta (felice nella sua ignoranza), o sa tutto e ha deciso di non intervenire perché è soddisfatta così. Sappiamo infatti che a corte tutti vivranno per sempre felici e contenti, per cui si esclude un ritorno dell’antagonista. Insomma, per la fata cattiva c’è il lieto fine. Narrando la storia sotto il suo punto di vista dovremmo immaginare bene le sue motivazioni, e le cause che hanno portato il re a non invitarla. Serve quindi una backstory che venga svelata a poco a poco, o qualche capitolo introduttivo sui rapporti fata/re. Come spesso succede quando vediamo una vicenda con gli occhi di un personaggio, potremmo perfino immedesimarci in lei, e sono certo che non ci sembrerebbe poi così cattiva. In fondo ha tutte le ragioni di essere furiosa, e sta a noi dargliene altre, migliori e più fondate. Personalmente configurerei un romanzo raccontato attraverso il punto di vista di questa fata come un romanzo di vendetta, non privo di una certa problematica sociale. Il re è il potente che si dimentica presto dei sudditi che lo hanno servito o che ritiene sgradevoli, e la fata (malvagia solo agli occhi del regime) rivendica il diritto alla dignità anche per i più deboli e trascurati.
  • La bella addormentata.
    I fatti: la fanciulla vive una normale vita di principessina, fino a quando, un giorno, incontra una vecchia che le propone di filare. Lei accetta, incuriosita dallo strano strumento, che mai in vita sua aveva visto, ma non passa un minuto che già si è punta un dito, e tutto diventa buio. Si risveglia con uno sconosciuto che la sta baciando. Lo sconosciuto dice di essere un principe, e la fanciulla acconsente a pomiciare un altro po’ e a sposarlo.
    Risultato: c’è pochissima carne al fuoco. I motivi sono due: innanzitutto la principessa è ignara di quasi tutti gli avvenimenti della storia, e in secondo luogo è un personaggio insulso come pochi. Nel caso il re le avesse parlato della maledizione, è pure stupida: visto il fuso, sarebbe dovuta scappare a gambe levate. Aggiungiamo poi la reazione pacata che ha nello svegliarsi mentre uno sconosciuto la bacia, e abbiamo il perfetto esempio di ragazza bella e stolta di cui i malintenzionati si approfittano. A onor del vero bisogna dire che Charles Perrault, il primo a codificare la storia nella sua versione più famosa, ha eliminato un elemento che caratterizzava tutte le fonti precedenti, ossia la violenza sessuale perpetrata dal principe di passaggio ai danni della dormiente. Stupida o no, la principessa ha poca parte nella storia, e il suo punto di vista, preso da solo, non è consigliabile.
  • Il principe.
    I fatti: il principe arriva a giochi fatti. S’imbatte in un bosco di rovi che gli fa gentilmente strada, vi si inoltra, giunge a un castello, entra, trova una ragazza addormentata, la bacia, e nel giro di dieci minuti si ritrova erede non a uno, ma a due troni. Quando si dice una giornata fortunata!
    Risultato: che razza di uomo è uno che si approfitta di una ragazza sotto l’effetto di droghe? Uno di sangue blu. Il principe è in realtà un personaggio spregevole e molto, molto fortunato3. Non ci offre nemmeno un buon punto di vista: è ignaro della storia finché non gliela spiegano, e anche allora non vi presterà molta attenzione. Che gli frega?
La bella

Lo sguardo acuto e indagatore della principessa

Il marmocchio che è in noi

Ecco quindi risultati dell’esperimento: dei cinque punti di vista presi in considerazione, tre possono sostenere tutta la narrazione da soli, due no. La cosa curiosa è che uno di questi due è proprio quello della bella addormentata. Darà anche il titolo alla storia, dunque, ma come personaggio-POV non conta nulla. L’avreste mai detto? E il principe/cavaliere, tradizionalmente ruolo da protagonista, non arriva che alla fine, a insidiare la dormiente con i suoi baci (quando va bene). Inadatto anche lui.

Il risveglio della principessa (incisione di Walter Crane)

Abbiamo escluso principessa e principe sulla base delle poche informazioni che potremmo conoscere usandoli come personaggi-POV, ma questa decisione viene rafforzata anche da un altro livello di analisi, quello del conflitto.

Principe e principessa sono personaggi che non affrontano alcuna difficoltà e che, al contrario degli altri tre, non sono mossi da particolari problematiche morali o psicologiche. Le trame migliori sono quelle che presentano più conflitto, e lo stesso possiamo dire, su scala più piccola, per i personaggi.

Ma quello che è nato come un lavoro sui punti di vista può diventare una riflessione più ampia su un aspetto altrettanto importante: la coerenza.

Nel progettare una riscrittura de La bella addormentata nel bosco secondo i vari punti di vista ho dovuto ipotizzare risposte a due domande che, di fronte a certi “buchi” nella trama, non si possono non fare:

  • Perché nessuno avvisa la principessa della maledizione? E se questa viene avvisata, perché si arrischia a provare l’arcolaio? Ricordo che in narrativa i personaggi devono agire sempre al massimo delle loro capacità, pena la scarsa credibilità della storia: non è plausibile che la principessa rincretinisca senza una giusta causa (e nessuno ha mai detto che era già cretina).
  • Perché la fata cattiva è cattiva? Nella fiaba la malvagità potrà anche essere data per scontata, ma in un romanzo che si rispetti no. A questo proposito, il film della Disney è il perfetto esempio di come non gestire un antagonista: Malefica (questo il suo nome!) è una campionessa di antipatia e frasi fatte, e in sostanza non è un personaggio4. Il corollario a questa domanda è: perché la fata cattiva non è stata invitata al banchetto? Ovviamente non si accetta un “perché è cattiva” come risposta.

In altre parole, il romanzo deve spiegare in modo esaustivo i rapporti di causa ed effetto. È ovvio che le contraddizioni vadano evitate, ma bisogna tenere presente che alcune omissioni rendono il lettore altrettanto sospettoso. L’universo narrativo è un universo ordinato, in cui ogni informazione è utile al disegno complessivo, e in cui l’assenza di informazioni non è giustificabile.

Quando lavoriamo a una trama dovremmo essere i suoi giudici più critici, e farci continuamente domande sugli eventi e sui personaggi. Ci sono certi bambini saputelli che, quando qualcuno racconta loro una storia, continuano a chiedere “perché?”. SaputelloAlcuni bimbi fanno domande per semplice curiosità, ma il saputello lo fa con aria di sfida, aspettando solo di beccare il narratore impreparato. Ecco, dovremmo sentirci costantemente sotto esame, interrogati da quel marmocchio. Ancora meglio, dovremmo imparare ad essere noi, quel marmocchio.

Nella prima parte del post ho scritto che fiaba e romanzo si differenziano per punto di vista e opposizione raccontato-mostrato. È il caso di fare un’aggiunta. Fiaba e romanzo si differenziano anche per la posizione che il bambino saputello, garante della coerenza, ha in relazione a loro: nella fiaba il marmocchio è quello che ascolta (e interrompe) la storia, nel romanzo è quello che la scrive.

  1. Potremmo dire che un’altra differenza importante tra la fiaba e il romanzo contemporaneo è costituita dalle dimensioni delle due tipologie testuali. È vero, ma solo in parte. La fiaba è così corta anche perché è tutta raccontata, e il raccontato tende a occupare meno spazio del mostrato. []
  2. Ossia sedici anni. Da ciò intuiamo che La bella addormentata nel bosco è ambientato negli URA (United Realms of America, gli USA medievali). []
  3. E i personaggi fortunati sono forse i peggiori protagonisti sulla piazza. []
  4. In realtà, nel film, gli unici personaggi appena degni di questo nome sono le tre fate. []
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4 risposte a La bella raccontata nel bosco

  1. la Clarina scrive:

    Uh, questo è un esperimento che adoro e che commino sempre nei corsi – in genere con Cappuccetto Rosso, and sure enough, il POV del Lupo è sempre il migliore.

  2. netalex scrive:

    hai riflettuto su quello che ha dovuto fare la povera Ann Rice per rendere Bella e il principe personaggi un poco interessanti?
    parte proprio dal “bacio” reinserendo e ampliando quello che perrault ha tolto:
    http://en.wikipedia.org/wiki/The_Sleeping_Beauty_Trilogy

    • Mattia scrive:

      E infatti, se ho letto bene, prende semplicemente spunto dalla fiaba per costruire una storia nuova, che inizia più o meno alla fine della versione perraultiana.
      Hai letto il libro della Rice? Che te ne è parso?

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