Vivisezione di un libro autopubblicato

I libri di cui ci siamo occupati qui su Sudare Inchiostro sono stati, fino ad ora, solo titoli scritti da autori famosi, o comunque pubblicati da grandi case editrici. In questo post invece voglio proporvi qualcosa di diverso.

È da un po’ di tempo ormai che di self-publishing si sta parlando anche in Italia, ed ora che il Kindle Store è arrivato anche da noi probabilmente se ne parlerà ancora di più. Perché allora non dare un’occhiata a qualche opera autopubblicata? L’idea mi ronzava in testa da un po’, ed è per questo che, quando un autore mi ha contattato chiedendomi di recensire il suo romanzo, ho accettato volentieri.

Il temerario in questione è Federico Gobbo, alias @goberiko su Twitter. Dico temerario perché ha richiesto una recensione sincera, sapendo che non sarebbe stata necessariamente positiva. E va beh, se poi mi avesse chiesto una recensione necessariamente positiva quest’articolo proprio non l’avrei scritto, e probabilmente non mi sarei nemmeno dato la pena di leggere Mary Everest e il mistero del Pantelegrafo.

All’analisi più tecnica dell’opera seguiranno alcune considerazioni in merito al self-publishing, in modo da inserire questa recensione in un discorso più ampio in merito a cosa voglia dire pubblicarsi da soli, e a quali sono le pratiche buone e quelle meno buone.

Se non vi interessa l’analisi tecnica del libro e volete saltare subito alla parte dedicata al self-publishing, cliccate qui.

Recensione – Mary Everest e il mistero del pantelegrafo

Ovvietà: questa recensione contiene spoiler! Detto questo, possiamo cominciare. Dunque, sul sito ilmiolibro.it il romanzo viene presentato così:

La prima indagine della geniale e imprevedibile detective ciclista in una Londra vittoriana steampunk.

Una Londra vittoriana steampunk, dove l’industria inglese è governata dalle Macchine Analitiche Babbage, i computer a vapore. Uno studio investigativo quasi in rosso, in una traversa di Baker street, dove lavora la geniale e imprevedibile Mary Everest, la detective ciclista. Un giorno il nipote di Alexander Bain, l’inventore scozzese, entra nello Studio Everest… Giovanni Caselli, l’inventore del pantelegrafo, era atteso a Londra qualche giorno prima, ma è scomparso! Mary e la sua assistente Sheena dovranno salvare Caselli e scoprire chi vuole ostacolare il pantelegrafo.

Questa presentazione dà un’idea abbastanza fedele del contesto in cui si svolge la vicenda. La trama consiste essenzialmente nelle indagini condotte dalla detective.

Poco steam in questo punk

Confesso di aver avuto un cattivo presentimento nel leggere steampunk1: è un sottogenere abbastanza di tendenza, e proprio per questo molti definiscono steampunk i propri lavori solo perché hanno aggiunto elementi estetici particolari (roba d’ottone, gente con occhialoni da pilota, ingranaggi e valvole a casaccio).

E in Mary Everest? La vicenda si sviluppa attorno al pantelegrafo, un marchingegno realmente esistito, per cui fino a qui l’ambientazione poteva essere semplicemente vittoriana. Altra invenzione centrale per la trama è la macchina analitica, una sorta di computer ante litteram, realmente ideata e parzialmente realizzata da Charles Babbage. In Mary Everest le macchine analitiche sono ormai diffuse, per cui possiamo dire che in fondo si tratta di una realtà alternativa. Un altro elemento tecnologico peculiare è la metropolitana pneumatica, che però appare poco, e non è mai mostrata bene.

La discrepanza maggiore con la realtà dell’epoca sta nel fatto che, nell’Inghilterra descritta in Mary Everest, uno studio investigativo potesse essere gestito da una donna; ciò sarebbe stato impensabile per la Londra (e il mondo intero, immagino) del 1871.

Orologio elettrico di Bain

Orologio elettrico di Bain

Quindi no, il romanzo non potrebbe essere ambientato semplicemente nel reale corso della storia e restare esattamente com’è; però non so se sia corretto definirlo steampunk. Per esempio, il pantelegrafo opera regolato da un orologio elettrico (pg.47), e benché non sia specificato se sia mosso dal vapore o dall’elettricità, gli accenni dell’autore e la pagina Wikipedia mi fanno propendere per quest’ultima ipotesi. Di vapore però ne ho visto molto poco, anzi, non l’ho nemmeno sentito nominare: la parola vapore è totalmente assente, a parte un’occorrenza con un altro significato (“i vapori dell’alcol”, pg. 35). Non so valutare se il termine steampunk qui sia usato con coerenza, ma la questione ha un’importanza molto relativa, e in fondo non è che la conseguenza di altre caratteristiche del romanzo.

Le dimensioni (relative) contano: problemi di esposizione

Veniamo quindi al problema principale di questo libro: è troppo corto. Così corto da essere un racconto lungo, più che un romanzo. Sono circa 60 pagine formato 15×23 (poco più grandi di un foglio a5), 600 location di ebook, per un totale di poco più di 11000 parole.

Poco importa, direte voi. È il contenuto che conta, e alla fine uno è liberissimo di scrivere quanto gli pare. Sacrosante verità. Già Federico, contattandomi su Twitter, aveva definito Mary Everest un romanzo breve, e chi sono io per dirgli che deve buttar giù almeno un migliaio di pagine?

La lunghezza minima di un’opera di narrativa è, in una certa misura, determinabile dalla quantità dei suoi contenuti. Non puoi far stare, che so, I miserabiliin cento pagine. Anzi puoi, ma il risultato è una specie di riassunto molto, molto lungo (e molto, molto brutto). Per carità, può esserci molto margine di variazione a seconda dello stile, ma in questo caso secondo me c’era da scrivere di più. Il problema però è più complicato di così.

A little steam

"Più vapore! Ci vuole più vapore!"

La mia impressione è che l’esposizione della trama non sia adeguata. La storia si svolge infatti al termine di una serie di intrighi perfettamente paragonabile a qualsiasi vicenda di spionaggio industriale. Protagonisti di queste peripezie sono Alexander Bain, inventore dell’orologio elettrico, e Giovanni Caselli, inventore del pantelegrafo. Il punto è che questi due personaggi compaiono solo alla fine del libro, di sfuggita, e non dicono neanche una parola. Come mai? Perché tutta la loro storia ci viene raccontata dagli altri personaggi: Andrew Bain all’inizio, e poi Mary Everest, quando prosegue nelle indagini. Di fatto, gli eventi che noi lettori vediamo accadere in Mary Everest e il mistero del pantelegrafo non sono che la fine di una storia più grande, che ci viene tutta raccontata durante il romanzo e di cui non vediamo che il lieto fine (la liberazione dei due inventori da parte della detective).

Sia chiaro, far raccontare ai personaggi porzioni di storia che altrimenti resterebbero ignote è accettabile, a volte necessario, ma bisogna cercare di farlo con parsimonia. Altrimenti, da soluzione consona al principio show, don’t tell, si tramuta nell’esatto opposto: stiamo raccontando tutta la storia, solo che lo facciamo per bocca di qualcun altro. E in Mary Everest succede proprio questo: la trama è sospinta dalle spiegazioni dei personaggi.

Uno studio in rosso – copertinaNon sono un lettore di gialli, e ricordo pochissimo di Uno studio in rosso, unico romanzo di Conan Doyle che ho letto (e a cui Mary Everest mi pare faccia spesso riferimento). Tuttavia in molti gialli capita che l’intera vicenda criminosa abbia avuto luogo prima dell’inizio della narrazione. In quei casi però, se il libro è ben scritto, la trama del libro non consiste semplicemente in un riassunto della vicenda pregressa.

Leggendo Mary Everest, ho avuto l’impressione di essere stato piazzato lontano dall’azione. E questo perché ci sono così tante parti in cui si racconta una storia “altra”, estranea al palcoscenico della narrazione, che quella che ho davanti agli occhi sembra avere poca importanza. Parte del problema è data anche dalla brevità del romanzo: le informazioni date nei brani raccontati dai personaggi si sarebbero potute “diluire” di più e gestire meglio in un testo di respiro più ampio.

In questo senso le dimensioni relative di un testo sono importanti: se passo la maggior parte del tempo a raccontare un’altra storia la tensione cala, e il mio romanzo non funziona più molto bene.

Gestire l’ambientazione

Quando si ambienta un romanzo in un mondo di fantasia o in un contesto storico diverso da quello odierno una delle sfide principali è quella di presentare tutto ciò che differisce dalla nostra realtà (oggetti, creature, ma anche usanze, o conoscenze che in quella realtà sono date per scontate) in modo che il lettore si senta calato nella narrazione. Chi legge non dovrebbe mai sentirsi uno studente a cui viene spiegato qualcosa, ma dovrebbe acquisire tutte queste nuove informazioni quasi senza accorgersene. Raggiungere un risultato perfetto spesso non è facile, ma le chiavi per il successo sono – guarda un po’ – un buon uso del mostrato e del punto di vista. Sì, sempre la solita solfa.

Purtroppo in Mary Everest ci sono vari punti in cui l’autore racconta invece di mostrare, e spesso ci sono incoerenze nella gestione del punto di vista.

Prendiamo l’incipit, per esempio:

Londra, 1871. Un passato alternativo. Una giovane ragazza di circa vent’anni stava risalendo le scale dell’uscita dalla metropolitana pneumatica, fermata Baker Street. Si trattava del primo treno sotterraneo al mondo senza sbuffi di fumo.

La metropolitana pneumatica era una meraviglia della tecnica: spediva persone in capsule gigantesche dotate di sedili con cinture di sicurezza. Le capsule venivano risucchiate in tubi che percorrevano la Londra di sotto come una ragnatela. I londinesi ne erano entusiasti: era pulita e veloce. Così cominciarono a chiamarla familiarmente the tube, il tubo.

Sheena (questo il nome della ragazza di origine indiana) era arrivata di buon mattino alla stazione ferroviaria di King’s Cross e grazie alla metropolitana pneumatica aveva guadagnato un’ora di tempo del suo solito viaggio da casa. In quel momento stava comprando una copia del Times da uno strillone.

Arrivata all’altezza del numero civico 221B di Baker Street Sheena prese la traversa di Crawford Street fino ad arrivare al numero civico 11, dove una piccola scalinata portava a una porta rossa dipinta di fresco.

Le prime due frasi non ci dovrebbero essere. La prima, se proprio la si volesse usare, sarebbe da mettere come annotazione preliminare fuori dal testo. Quando cominciamo a leggere un testo di narrativa dovremmo essere già proiettati nella testa del personaggio-POV (se la focalizzazione è interna, e qui lo sarà), mentre queste due frasi sono praticamente extratestuali, sono avvertimenti dati da un’entità superiore: il buon vecchio Narratore Onnisciente. Ma andiamo avanti.

Si trattava del primo treno sotterraneo al mondo senza sbuffi di fumo.

E chi ce lo dice? Sempre lui, il Narratore Onnisciente, che usa la sua arma preferita, il raccontato. Peggio, questo è infodump: si danno informazioni inutili ai fini della trama, rallentando la narrazione. Se proprio queste informazioni si vogliono trasmettere per meglio rendere l’universo in cui è ambientato il romanzo, allora bisognerebbe fare in modo di mostrarle. Al limite potremmo fare in modo che un personaggio-POV faccia mentalmente queste considerazioni, inserito in un contesto coerente, ma qui non c’è un personaggio-POV.

La metropolitana pneumatica era una meraviglia della tecnica: spediva persone in capsule gigantesche dotate di sedili con cinture di sicurezza. Le capsule venivano risucchiate in tubi che percorrevano la Londra di sotto come una ragnatela. I londinesi ne erano entusiasti: era pulita e veloce. Così cominciarono a chiamarla familiarmente the tube, il tubo.

Continua l’infodump, anche se qui sarebbe stato più interessante mostrare il funzionamento della metropolitana. Il punto di vista continua ad essere onniscientissimo; il narratore ci dà addirittura un giudizio sulla metropolitana (“era una meraviglia della tecnica”) e ci parla dello stato d’animo di un’intera città (“i londinesi ne erano entusiasti”). Ma non è tutto. Visto che non mostra, l’autore usa termini generici: gigantesche, pulita, veloce. Cosa devo immaginare quando leggo che le capsule sono “gigantesche”? Sono grandi quanto un treno? Quanto un palazzo di dieci piani? E cosa vuol dire che è veloce? Che attraversa Londra in dieci minuti (pochissimo, al confronto di una carrozza)? O che ci mette dieci secondi?

Metropolitana pneumatica sperimentale

La metropolitana pneumatica sperimentale di Alfred Ely Beach (1867)

Da rivedere è anche l’espressione “una giovane ragazza di circa vent’anni”. “Giovane ragazza” è una ripetizione, e “giovane” è ridondante anche se accostato a “di circa vent’anni”.

L’ultima frase contiene un errore nell’uso dei tempi verbali: l’autore si riferisce ad un fatto che accade prima del tempo della narrazione, e perciò dovrebbe usare il trapassato. Quando la narrazione è al passato, il passato remoto indica un accadimento contemporaneo al presente narrativo. Dovrebbe essere: “Così avevano cominciato a chiamarla familiarmente the tube, il tubo”.

Sheena (questo il nome della ragazza di origine indiana) era arrivata di buon mattino alla stazione ferroviaria di King’s Cross e grazie alla metropolitana pneumatica aveva guadagnato un’ora di tempo del suo solito viaggio da casa. In quel momento stava comprando una copia del Times da uno strillone.

La frase tra parentesi è ancora narrazione onnisciente, tutto il resto del periodo è raccontato. L’ultima frase necessita della locuzione avverbiale temporale “in quel momento” solo perché prima non viene mostrato nulla, e quindi c’è la necessità di fissare un punto nel tempo narrativo.

E infine:

[…], dove una piccola scalinata portava a una porta rossa dipinta di fresco.

Chi ci dice che è dipinta di fresco? È la ragazza che lo sa, o il narratore che ce lo dice? E quanto di fresco, poi? La vernice non è ancora asciutta?

Di qui in poi il POV sarà (almeno per un po’) quello di Sheena. Perché non adottarlo dall’inizio, mostrando tutto attraverso i suoi occhi?

Provo a riassumere un’ipotetica riscrittura della scena.

  • Sheena scende le scale della stazione della metro di XXX Street [e qui mostriamo come sono fatte le stazioni, il sistema dei biglietti e il treno in sé].
  • Durante il viaggio due gentiluomini le fanno avances spinte, chiamandola “cagna indiana” quando lei li respinge [mostriamo la sua provenienza, e anche il modo in cui i non bianchi erano considerati a fine Ottocento. Se non ci piace questa soluzione, possiamo sempre immaginare che indiani e africani fossero relegati nei posti in fondo alla carrozza, come negli USA della segregazione razziale].
  • Sheena smonta alla stazione di Baker Street e imbocca la traversa che la porta allo studio.

Usando il mostrato, facciamo comunque capire:

  • Com’è fatta la metropolitana pneumatica (vista attraverso gli occhi di un personaggio, quindi niente storia dell’orso sulle origini).
  • Che Sheena è indiana (e l’atteggiamento che gli inglesi hanno nei confronti di chi non è bianco).
  • Dove va Sheena.

Poi, durante il resto del romanzo, potremo far dire ai personaggi “il tubo” al posto di “la metropolitana”, facendo capire l’espressione gergale senza bisogno di spiegarla.

Troviamo problemi analoghi nel brano in cui viene introdotto il velocipede (pgg. 6-7):

La detective era affascinata dai “calessini per pedoni”. Così venivano chiamate dalla stampa le draisine e i velocipedi. I velocipedi erano veicoli per una persona in legno, senza pedali, di moda tra i dandy. Lei però preferiva la draisina, nome derivato dall’inventore francese Drais. La draisina era costruita in metallo, e in alcuni modelli aveva i pedali sulla ruota anteriore, leggermente più grande di quella posteriore.

La detective amava fare esperimenti con le nuove tecnologie di cui veniva in possesso. Aveva letto su Mechanics Magazine, la rivista di tutte le invenzioni, che un fabbro di Glasgow aveva provato a collegare il movimento delle due ruote del velocipede per aumentare la stabilità, come fossero le ruote di una locomotiva. Ispirata da questa notizia, provò a mettere una ruota dentata a ciascuna ruota, che aveva collegato con una catena. La catena sembrava funzionare. Benché il suo mezzo assomigliasse molto più a una draisina che a un velocipede, Mary si ostinava a chiamarlo “velocipede” perché trovava il nome “draisina” sconvenientemente francese.

Peccato che da quando si aggirava con la draisina a catena nel quartiere dello Studio era stata soprannominata, con un po’ di ironia, la “detective ciclista”.

Il narratore onnisciente e un po’ infodumposo è sempre lì, che racconta quando si potrebbe mostrare (magari altrove). E anche qui troviamo un errore nell’uso dei tempi verbali: c’è un “provò” quando dovremmo avere un “aveva provato”, perché si sta narrando qualcosa di antecedente al presente narrativo, e non di contemporaneo.

Più avanti scopriamo anche com’è fatto il pantelegrafo:

Il pantelegrafo era un oggetto imponente. Si trattava di una struttura in legno e ferro, di forma vagamente triangolare, slanciata verso l’alto, con un orologio elettrico di Bain a un lato. Al centro pendolava un’asta in legno che tracciava eleganti disegni inchiostrati, seguendo il ritmo dell’orologio elettrico.

Pantelegrafo

Pantelegrafo

Qui non c’è infodump; ma definizioni come “vagamente triangolare” non sono il massimo. I termini privi di un significato concreto rischiano di confondere invece di illustrare, ed è precisamente quello che “vagamente” fa qui. Anche “imponente” forse sarebbe da evitare; una persona imponente ho più o meno idea di come possa essere fatta, ma un oggetto? È alto due metri? O dieci? Solita solfa. La vaghezza di “eleganti” è più innocua, ma qui l’autore perde un’occasione per far vedere davvero quanto il pantelegrafo fosse un’invenzione meravigliosa. Mostrare un disegno ricco di dettagli sarebbe stato senz’altro più efficace.

Ma la resa dell’ambientazione non è il solo problema. In Mary Everest troviamo difetti di vario tipo, la maggior parte dei quali si potrebbe evitare usando gli “attrezzi del mestiere”. L’incipit forse è la parte che andrebbe rivista più pesantemente, ma anche nel resto del romanzo non ho trovato quasi nessuna pagina che avrei lasciato così com’era. Poi va be’, lo sapete che io sono un rompiscatole.

Raccontato ridondante

Consideriamo il seguente stralcio. Mary e Andrew sono in sella ad un cavallo lanciato al galoppo lungo dei binari, e il treno sta sopraggiungendo.

Mary non si fece sorprendere: scartò dai binari appena fuori dal mercato e si infilò in una viuzza che portava al monastero.

La scena poteva essere descritta meglio, con più dettagli, visto che si tratta di un inseguimento (e più o meno dell’unica scena d’azione del libro). Ma non è questo il punto. Si potrebbe togliere tranquillamente quel “non si fece sorprendere”: è implicito, visto che poi leggiamo “scartò”. Qui il mostrato c’è, ma si porta dietro un raccontato didascalico. La stessa cosa la troviamo altre volte, in questa stessa scena (le parentesi sono mie, indicano i pezzi omissibili):

Mary [prese una decisione:] slegò un cavallo dalla carrozza, e ci saltò sopra. (pg. 55)

 

Il cocchiere [era talmente sorpreso che] rimase a bocca aperta, incapace di reagire. (pg. 55-56)

 

[A sentire quelle parole,] Mary arrossì, [tutta emozionata]. (pg. 57)

Qualcosa di analogo lo troviamo in:

[Mary capì al volo.]

– Un prete italiano non avrebbe mai destato attenzione.

Che Mary capisca al volo si intuisce da quello che dirà dopo.

Comunque, al di là di questi esempi, in genere il raccontato non è supportato dal mostrato.

Punto di vista e genialità

Ho riscontrato imprecisioni abbastanza consistenti anche nella gestione del punto di vista. In quasi tutto il libro il POV è interno, ma in vari casi (alcune tipologie le ho già citate) passa ad onnisciente. Non solo, spesso capita che il POV resti interno, ma che il personaggio-POV cambi.

[POV Sheena] Sheena fece di no con la testa, incapace di parlare. Si sarebbe dovuta licenziare, e lei non voleva. Mary le piaceva molto, c’era da imparare e anche da divertirsi.

– Che ne pensi di fare un giro a Scotland Yard? Magari becchiamo qualche informazione di prima mano.

Sheena fece un sorriso tirato.

– D’accordo. Vado a fare un giro. Ci vediamo tra un’oretta, va bene?

[POV Mary e Sheena – onnisciente] Mary e Sheena sapevano tutt’e due che le probabilità di tirare su un caso per lo studio da Scotland Yard erano vicine allo zero. Ma sapevano anche che il tentativo andava fatto comunque.

Si salutarono con un cenno della mano. Sheena uscì e si avviò a piedi. [POV Mary] Mary pensò che con il velocipede ci avrebbe messo una decina di minuti, ma Sheena non voleva saperne di nuove tecnologie.

Addirittura, in questo passaggio (pg. 9) abbiamo un punto in cui ci sono due personaggi-POV, il che equivale ad un narratore onnisciente. Gli altri casi sono meno evidenti (a volte il cambio di POV è dato da una sola parola), ma ci sono. Ad esempio, nel brano che ho citato qui sotto (pg. 53) il personaggio-POV era stata Mary fino a quel momento, e però:

– Sì, mi ricordo del resoconto. Ma continuo a non capire cosa c’entra l’industria delle Babbage in tutta questa storia, confessò il giovane uomo, [POV Andrew] che cominciava a sentirsi esasperato.

Il POV cambia solo per quella frase, poi ritorna a Mary. In un’altra occasione invece, mentre il personaggio-POV è Sheena, il lettore viene messo a parte di qualcosa che chiaramente il personaggio non può sapere. Anzi, si dice addirittura che il personaggio non poteva sapere (pg. 46):

[…] Sheena non passò nel proprio stanzino, perché doveva accompagnare il Priore. Non poté dunque notare la busta sigillata che era stata posata sullo scrittoio mentre lei non c’era.

E si ricorre quindi alla narrazione onnisciente.

Visto che Mary Everest è, almeno in parte, chiaramente ispirato alle opere che hanno come protagonista Sherlock Holmes, si potrebbe fare un appunto sull’uso del punto di vista. Nei racconti di Conan Doyle il punto di vista è quasi sempre quello di Watson, che narra in prima persona. Questa scelta non è casuale: lasciare che il lettore entri nella testa di un personaggio geniale (e un po’ pazzo, e decisamente drogato) non solo non è facile, ma non è neanche la soluzione ottimale ai fini della narrazione. Conoscere i ragionamenti di Sherlock toglierebbe tutta l’imprevedibilità alle sue deduzioni, e quindi toglierebbe al lettore il piacere di scoprire i ragionamenti che le precedono. In un certo senso, quelle deduzioni sono un mini-giallo nel giallo, e seguirle dalla loro nascita equivarrebbe a raccontare una storia di detective iniziando dalla scena in cui l’assassino prende l’arma del delitto e ammazza la vittima: leggere il resto del libro sarebbe molto meno entusiasmante, perché la curiosità è già stata soddisfatta.

Federico Gobbo inserisce una bella deduzione in stile doyliano (si può dire?), ma purtroppo è una sola, ed è all’inizio del libro, nel secondo capitolo. Per il resto Mary Everest è un personaggio sveglio, per carità, ma non geniale come ci aspettiamo dopo quell’episodio.

Il trafiletto/sottotitolo del libro (una specie di self-blurb) ci dice che la detective è “geniale e imprevedibile”. Anche se esterno al testo vero e proprio, questo è un esempio di raccontato: ci viene detta qualcosa, e visto che è nel titolo ci aspettiamo che ci venga mostrata. Io mi ero fatto delle aspettative (anche a causa di quella scena del secondo capitolo), ma ho scoperto che in fin dei conti Mary è più un mago del travestimento che della deduzione. Insomma, più un Lupin III che uno Sherlock. E in questo non c’è niente di male, ma non ha senso raccontare un cosa se poi se ne mostra un’altra.

Tornando al POV, forse sarebbe stato meglio tenerlo un po’ di più su Sheena, e far interagire di più i personaggi, in modo che Mary avesse l’opportunità di sfoderare ancora la propria arguzia. Ma come ho detto, lo spazio era poco!

Coerenza

Gli errori di coerenza sono, in un testo narrativo (e non solo!), i più gravi. Anche i più fastidiosi, perché se ne accorgono tutti, anche chi non è puntiglioso come me.

Alcuni sono molto facili da commettere: basta cancellare una parola qui, spostare un pezzo di frase là durante una revisione lampo, et voilà.

Occhi azzurri, capelli biondo oro che sfuggivano ribelli dalla bombetta nera, indossava una camicia bianca senza colletto, con nemmeno una macchia di polvere – ma come faceva? si chiese Mary tra sé e sé senza volere. Sotto aveva una giacca da cui spuntava un orologio da taschino.

Qui (pg. 11) Andrew Bain sembra proprio indossare una giacca sotto la camicia. Deh, scomodo invero! Questo poi ci lascia spiazzati: come si fa a vedere l’orologio da taschino (o più probabilmente la sua catenina) se sporge da una giacca indossata sotto la camicia? Certo, sono sviste.

E quella che troviamo al capitolo 7 è ancora peggio, perché confonde il lettore. In questa scena Mary ritorna allo studio, dove trova Andrew Bain che la sta aspettando. Mary, che ha appena appreso che Alexander Bain e Giovanni Caselli sono in pericolo, comincia a spiegare tutta la faccenda ad Andrew, in un dialogo che dura varie pagine. A voler essere precisi, prima di tutto dice (pg. 52):

– Ti spiegherò strada facendo. Dobbiamo andare a South Kensington, alla sede centrale di Pelham Street.

Però poi nessuno si muove. Non che il lettore sappia, almeno. E poi si rimane un po’ così nel vedere Mary che, poche righe dopo (sempre pg. 52), di punto in bianco si lamenta così:

– […] Uffa, ma quanto sono lente queste carrozze!

Alla prima lettura io ho liquidato quest’uscita pensando che fosse un rimasuglio di una parte di testo che l’autore aveva cancellato, e sono andato avanti, ignaro. Il dialogo-spiegazione prosegue, e ci dimentichiamo di queste frasi sospette fino a pagina 54, dove leggiamo:

Stavano per arrivare.

Chi stava per arrivare? O dove? E una paginetta dopo, la trappola scatta.

Scesero con un salto dalla carrozza.

Dalla carrozza su cui non erano mai saliti.

Ma si può ancora fare di peggio. Il peggio è la contraddizione. Nel primo capitolo intuiamo (perché per fortuna ci viene mostrato, e non raccontato) che Mary Everest non ama molto i francesi. A pagina 6 si lascia prendere dall’ira, in un moto di disprezzo verso l’inettitudine dimostrata dai transalpini nel costruire i velocipedi:

– Dannati francesi! Perché non hanno inventato un modo per farli più leggeri, questi scuotiossa?!? Così è impossibile frenare!

Ma già a pagina 7 apprendiamo che l’odio della detective ha radici ben più profonde di un banale incidente in bici:

Benché il suo mezzo assomigliasse molto più a una draisina che a un velocipede, Mary si ostinava a chiamarlo “velocipede” perché trovava il nome “draisina” sconvenientemente francese.

E del resto è più che naturale: inglesi e francesi si detestano dal Medioevo. Ma a pagina 39 – orrore! – Mary addirittura si cimenta nella moscia pronuncia gallica! E senza alcun motivo!

– Mary Everest c’est moi, come dicono i francesi.

Non solo, la detective ci tiene a precisare quale fosse la lingua straniera appena sfoggiata. Ma perché parlare francese così, a caso, se si disprezzano i francesi?

Nel sesto capitolo troviamo qualcosa che stride con l’ambientazione. Sheena, fingendosi un monaco che ha fatto il voto del silenzio, si infiltra in un monastero. Ci va con il velocipede, e il monaco che la fa entrare le dice (pg. 44):

– Prego, entrate. Potete lasciare il vostro, ehm, destriero, nella scuderia in fondo al chiostro. Vogliate seguirmi.

Perché chiamarlo destriero? Non sono oggetti comuni? Dobbiamo supporre che velocipedi e draisine siano così inconsueti da essere sconosciuti? O è solo una battuta del monaco? Boh, non mi è molto chiaro. Più evidente è la causa del doppio infodump (che qui è più che altro un As you know, Bob) a pagina 14. A parlare è Mary, a cui Bain ha chiesto se avesse sentito parlare del telegrafo elettrico.

– Sì, ho visto come funziona l’alfabeto Morse. Un impulso elettrico corto e uno lungo. Con queste due informazioni si può codificare l’alfabeto e trasmettere messaggi in tempo reale da una parte all’altra dell’America. Con buona pace dei Pony Express, il servizio postale a cavallo.

La parte sull’alfabeto Morse è inutile; Bain sa benissimo cos’è e come funziona, a che pro ripeterlo? Per il lettore, ovviamente. E per lo stesso motivo viene specificato cosa sia il Pony Express, servizio postale famoso ancora oggi. Di sicuro entrambi i personaggi lo conoscevano già, e spiegarlo con la voce di uno di loro è una forzatura.

Pony Express

"Scusi, in che senso 'con ricevuta di ritorno'?"

Infine vorrei annotare due imprecisioni, una linguistica e una storica. La prima la troviamo a pagina 52:

Mary era passata al tu senza accorgersene.

La vedo un po’ difficile; l’inglese non distingue tra “tu”, “lei” e “voi”.

L’altra è un po’ più avanti (pg. 55):

Andrew Bain impallidì davanti a tanta audacia di suffragetta.

La vicenda è ambientata nel 1871. Ok, è una realtà alternativa, ma si tratta pur sempre dell’Inghilterra vittoriana, e presumiamo che, ove non sia specificato altrimenti, somigli in tutto e per tutto al suo corrispettivo realmente esistito.

Beh, mi è venuto un dubbio, e ho pigramente controllato su Wikipedia. Quella italiana dice che il movimento delle suffragette è da farsi risalire al 1872, ma non era proprio questa l’informazione che cercavo. Quella inglese mi è stata più d’aiuto: pare infatti che il termine suffragette, inizialmente derisorio, sia stato coniato dal tabloid britannico Daily Mail per definire la Women’s Social and Political Union fondata da Emmeline Pankhurst nel 1903.

Insomma, un personaggio che dice “suffragetta” nel 1871 è un anacronismo.

Lingua

Lo stile linguistico è stato l’aspetto che ho apprezzato maggiormente. Federico Gobbo usa una prosa semplice e scorrevole, con una sintassi chiara. Ma nemmeno la lingua è usata sempre in modo impeccabile.

Il giovane invece non se lo fece ripetere e saltò sul cavallo, che Mary fece partire a spron battuto in mezzo alle botteghe del mercato, tra la gente che imprecava contro questa pazza di una detective vestita da cavallerizza, pensò Andrew Bain.

Qui (pg. 56), forse per una dimenticanza, abbiamo il pensiero di un personaggio che si inserisce a bomba nella narrazione in terza persona. Decisamente da rivedere.

Un’altra cosa che non mi è piaciuta per niente è l’uso del presente storico nei lunghi racconti fatti da alcuni personaggi. Il presente storico di per sé non è un errore, e si adatta bene al parlato, ma come potete vedere nei prossimi esempi va e viene. Ad esempio (pg. 58):

– Speravano di eliminare un pericoloso concorrente dal mercato delle telecomunicazioni. Hanno tentato di rapire Caselli fin da quando era in Francia. Ma quando Caselli si è accorto che la sua corrispondenza veniva spiata, ha cercato di venire in Inghilterra con l’aiuto di Alexander Bain. I due inventori allora escogitano un piano per far arrivare Caselli in Inghilterra incolume. Lo Studio Everest e il nipote di Bain, Andrew, avevano lo scopo di depistare gli scagnozzi al soldo della Lovelace-Menabrea, cioè Sly e Term.

C’è una frase al presente, e poi torna tutto al passato. Troviamo lo stesso meccanismo a pagina 16, solo “diluito” in uno scambio di battute.

–Loro erano soddisfatti del ruolo di mio zio nella Compagnia, ma lui no. Mio zio infatti non si è mai arreso, intendeva riprendere i suoi esperimenti sulla trasmissione delle immagini a distanza una volta giunto alla pensione.

Andrew Bain si interruppe per riprendere fiato.

– Quando è andato in pensione? chiese Mary.

– Due anni fa, riprese il giovane.

– A questo punto accade un fatto inatteso. Appena andato in pensione, mio zio riceve una lettera dall’Università di Firenze. Gliela spedisce Giovanni Caselli, docente di fisica in quella Università e inventore. [N.B.: qui è sempre Andrew che parla]

– Mio zio era diventato famoso anche in Italia per aver inventato l’orologio elettrico. [N.B.: anche qui è sempre Andrew che parla]

Un paio di volte, quando si narra qualcosa di antecedente al tempo della narrazione (che, lo ricordo, è al passato), l’autore usa il passato remoto anziché il trapassato. Un caso l’abbiamo già visto; l’altro è questo (pg. 27), che vede protagonista Sheena:

Iniziò dal Mechanics Magazine. Al pantelegrafo veniva dedicato ben poco spazio: nel 1862, quando entrò in funzione la linea Parigi-Lione, il pantelegrafo venne liquidato in poche righe, come un modo veloce per spedire firme a mano di autenticazione dei documenti. Nessun riferimento agli usi militari.

Sheena sta leggendo una rivista scientifica in cui è riportato un pezzo di storia del pantelegrafo. Tale narrazione è per forza al passato e quindi, riportata in forma indiretta, va posta al trapassato.

Le imprecisioni sono anche di altro tipo (pg. 52):

Andrew Bain rimase interdetto e immobile dalla rivelazione.

È chiaro che “dalla rivelazione” si riferisce a “interdetto”. Si sarebbe potuto scrivere: “Andrew Bain rimase immobile, interdetto dalla rivelazione”.

Ho trovato solo un paio di errori di battitura.

Formattazione dei dialoghi

Graficamente il libro si presenta bene, essendo stato creato usando XeTeX (una versione di LaTeX, come ci spiega l’autore alla fine del volume). Non ho trovato errori di punteggiatura, né di formattazione; i font sono leggibili ed esteticamente piacevoli.

Però l’autore, nella resa dei dialoghi, ha fatto un paio di scelte che trovo discutibili.

Le battute sono introdotte da un trattino lungo a mezza riga, che non è separato dalla prima parola (nei brani citati qui ho messo un trattino medio separato, per ragioni di compatibilità). Al di là dell’aspetto, il problema più grosso è che non viene mai messo il trattino in chiusura, e questo può creare confusione quando il tag di dialogo (ad esempio “disse Mary”) viene subito dopo la battuta. È vero che le battute introdotte dal trattino non si chiudono, ma solo se sono “sospese”, cioè se dopo che il personaggio ha finito di parlare si va a capo. È per evitare confusioni che io sono un accanito sostenitore, al limite del feticismo, delle virgolette caporali.

Ancora peggiore è l’uso di spezzare un monologo troppo lungo in diverse battute attaccate, come a ricreare la paragrafazione della prosa in terza persona. Riporto un passaggio già citato:

– A questo punto accade un fatto inatteso. Appena andato in pensione, mio zio riceve una lettera dall’Università di Firenze. Gliela spedisce Giovanni Caselli, docente di fisica in quella Università e inventore.

– Mio zio era diventato famoso anche in Italia per aver inventato l’orologio elettrico.

È sempre lo stesso personaggio che parla! Ma a prima vista sembra che sia in corso un botta e risposta, a cui del resto il lettore si è abituato, visti i molti dialoghi presenti. Questo metodo l’ho visto applicato anche in libri pubblicati. Dal mio punto di vista è comunque sbagliato. Se il lettore si concentra sulla formattazione anziché sul testo, sto sbagliando.

Vi sembrano pedanterie? Io tendo a voler rimuovere qualsiasi ostacolo rischi di distogliere il lettore dal mondo in cui si è calato. Pensare a dove finisca la battuta, anche solo per un istante, rompe l’illusione tanto faticosamente creata. Non ne vale la pena.

Giudizio complessivo

Alla luce di quello che avete letto, potete trarre da soli le vostre conclusioni. Mary Everest e il mistero del pantelegrafo è un libro con molti difetti, che ho elencato in abbondanza qui sopra. Il testo è troppo breve, e sono principalmente i personaggi ad esporre l’intreccio con lunghissimi dialoghi, relegando ad una percentuale davvero troppo esigua il numero di passaggi in cui succede qualcosa di concreto. E bisogna ricordare che Mary Everest si propone come un romanzo steampunk/giallo, generi in cui l’azione è importante.

Ho apprezzato lo stile scorrevole, pregio però offuscato dallo stile troppo raccontato e da alcune mancanze a livello linguistico.

Altro aspetto che mi ha colpito positivamente è stato l’oggetto della narrazione; pantelegrafo e macchine analitiche sono più interessanti di quanto avrei pensato all’inizio della lettura. Quello che più mi ha affascinato però è che a fine Ottocento esistessero già gli antenati di fax e computer, e proprio per questa ragione credo che Mary Everest sarebbe molto più significativo se fosse ambientato nella vera Londra vittoriana: non bisognerebbe rinunciare quasi a nulla di indispensabile ai fini della trama, e paradossalmente l’esistenza di fax e computer ante litteram è un elemento molto più meraviglioso di un’ambientazione dichiaratamente steampunk (ma effettivamente poco steam).

Insomma, l’idea di fondo può anche essere buona, ma Mary Everest andrebbe totalmente riscritto. Certo, diventerebbe un altro libro.

Una riflessione sul self-publishing

I libri autopubblicati hanno qualche speranza di conquistarsi una fetta di mercato? Le case editrici hanno un monopolio assoluto; cosa normale, visto che i self-publishers sono una figura totalmente nuova.

Ma allora questi self-publishers cosa devono fare per conquistarsi uno spazietto? Io la metterei giù in modo molto semplice: basta vederla come una gara che si disputa sui tre campi visibilità, qualità e prezzo.

  • Visibilità.
    Le case editrici partono con un ampio vantaggio, dato anche dalla propria autorità di, beh, case editrici. I self-publishers hanno però la grande arma del web per cercare di assottigliare il divario con l’editoria. Social network e blog sono gli strumenti di punta dell’autopromozione, ma attenzione: non si dica che, solo perché passa dal web, questo tipo di pubblicità è low-cost. Dal punto di vista pecuniario sarà sicuramente meno onerosa, ma richiede un impegno costante in termini di tempo ed energie. Poi immagino aiuti organizzare reading, presentazioni, eccetera; tutte cose che fanno entrare in gioco la capacità dell’autore di relazionarsi.
    Possiamo considerare parte della visibilità la pubblicità che viene fatta attraverso i media, web compreso. Banner e booktrailer sono buoni esempi. Non è facile per il self-publisher portarsi in vantaggio su un editore a livello di visibilità, perché l’editore, se è sveglio, ha più possibilità di promuoversi. La speranza dell’autore è quella di distinguersi in qualità, creandosi una comunità di lettori, e quindi una sua nicchia di mercato.
    Sempre in relazione alla visibilità si dovrà anche tenere conto della distribuzione: è difficile per un autore autopubblicato raggiungere la grande fetta di lettori che non acquista libri da internet.
  • Qualità.
    Per qualità intendiamo la qualità del prodotto, sotto tutti i suoi aspetti. Il libro infatti non è composto dal solo testo, ma anche dalla forma in cui questo viene distribuito. A livello testuale, posto che i gusti sono gusti, possiamo intendere la qualità come il raggiungimento di un certo livello di cura; prima di tutto nella correttezza2 del testo, e poi nello stile. Poi c’è la veste grafica, per cui si guarderà alla formattazione/impaginazione e alla copertina.
    La maggior parte dei testi autopubblicati non riceve un editing come si deve, e probabilmente molti autori non si danno neanche la pena di rileggere quello che hanno scritto. Formattazioni pessime e copertine a dir poco amatoriali completano l’opera, dando al libro quella tipica aria di roba fatta in casa che fa passare la voglia di comprare. Tutto questo contribuisce a creare l’impressione – per ora ampiamente giustificata – che i self-publishers siano scrittori che non sono riusciti a farsi pubblicare per davvero, e che i loro testi siano di qualità scadente, non comparabile con quella offerta dall’editoria tradizionale.
    In realtà, grazie a edizioni scandalose e a scelte editoriali fatte a casaccio anche da case editrici molto grandi, la battaglia è tutta da combattere.
  • Prezzo.
    Vanno fatti due discorsi separati, uno per il cartaceo e uno per gli e-book. L’autore che si rivolge a servizi di print-on-demand può decidere il prezzo del proprio libro, ma per guadagnarci non può scendere oltre una certa soglia. Un servizio combinato di stampa e distribuzione, come quello offerto da ilmiolibro.it, fissa direttamente il prezzo minimo. L’autore autopubblicato non può permettersi grandi sconti o promozioni sul libro cartaceo, cosa che la grande distribuzione può fare.
    L’area in cui invece il self-publisher parte avvantaggiato è quella digitale. Conosciamo tutti i costi ridicolmente alti delle novità e-book proposte dalle case editrici più grandi. Il self-publisher dovrà allora cercare di far leva sul prezzo conveniente del proprio e-book, ricordando che in genere un prezzo minore tende a moltiplicare non solo il numero di vendite, ma anche il guadagno complessivo.

Quest’analisi è elementare, ma può essere utile al self-publisher che fa sul serio come schema per pianificare il lavoro che lo aspetta, o per valutare se le risorse investite nel progetto di pubblicazione fino a quel momento sono adeguate o meno.

Vediamo quindi come si piazza Mary Everest e il mistero del pantelegrafo secondo questi parametri. Ovviamente non ho seguito di persona il processo di autopubblicazione, per cui mi baserò sulle informazioni reperibili attraverso l’opera o cercando nel web.

Visibilità

Mary Everest e il mistero del pantelegrafo è disponibile sia come libro cartaceo sia come e-book. I servizi che l’autore ha sfruttato sono stati quelli offerti da due siti: ilmiolibro.it per il cartaceo e Narcissus per la versione digitale.

  • Versione cartacea.
    La versione cartacea del libro la trovate a questa pagina. Per ora il titolo viene visualizzato erroneamente (Mary e il mistero del pantelegrafo), cosa che può impedire il successo di una ricerca tramite Google o motore interno al sito. Come apprendiamo dalla pagina web, l’opera si può ordinare anche nelle librerie Feltrinelli.
  • Versione digitale.
    Si trova un po’ dappertutto, grazie alla distribuzione fornita dalla piattaforma STEALTH di Simplicissimus. Vi linko, ad esempio, la pagina dell’e-book su Ultima Books.

L’autore ha poi una pagina dedicata al libro sul proprio sito web, ed ha creato la pagina Facebook della protagonista. Federico Gobbo è poi attivo su Twitter come @goberiko, e i suoi tweet sono letti da 210 follower (oggi).

Da segnalare anche il booktrailer del libro, visibile su youtube o più comodamente qui sotto.

Devo dire che mi aspettavo molto di peggio. I booktrailer in genere fanno ribrezzo, mentre in questo l’autore si è mantenuto sul semplice, evitando di degenerare in trashate paurose. Peccato che appaia la copertina del libro, e che il titolo non riesca a completarsi.

A conti fatti, sotto l’aspetto della visibilità Mary Everest non è messo male. Certo, poi la promozione non basta mai. Ah, quasi dimenticavo, anche le recensioni contano: questa non è positiva, ma fa comunque salire la rilevanza del libro nei motori di ricerca, e conta come pubblicità.

Qualità

Tutto quello che dovevo dire sulla qualità intrinseca del testo l’ho già detto nel primo maxiparagrafo di questo post; ora possiamo concentrarci sul resto.

L’autore sa usare LaTeX, per cui la formattazione è ottima. Il file pdf è davvero degno di un editore, e anche la versione e-book è ben fatta.

C’è una nota dolentissima, però. La copertina. La copertina è terribile, davvero indegna di un libro, indipendentemente da come questo sia stato scritto. L’autore specifica, nella nota tecnica che chiude il libro:

La copertina è un mio disegno naïf fatto con l’indice su iPad e l’applicazione Brushes.

L’adagio popolare vuole che non si debba giudicare un libro dalla copertina. Giusto o sbagliato che sia, la copertina influisce sull’immagine che ci facciamo del libro, e una copertina simile al disegno di un bambino delle elementari trasmette una sensazione di sciatteria, di poca serietà. Tanto più che l’autore ci specifica anche come l’ha fatta, con un’applicazione iPad tutt’altro che professionale.

Mary Everest e il mistero del pantelegrafo – copertina

La copertina

A vedermelo davanti, io un libro con quella copertina non lo comprerei. Per carità, sarei incuriosito e lo aprirei, ma aspettandomi di farmi una risata.

Non ci vuole moltissimo per procurarsi una copertina decente. Possiamo ricorrere a immagini il cui utilizzo è libero (come quella del pantelegrafo che ho inserito in questo articolo, tratta da Wikipedia) o cercare un artista che accetti di disegnarla/elaborarla per noi. Non sapete dove trovare un artista o un grafico? Fate un salto su deviantART e cercate quello con lo stile che meglio si adatta al vostro gusto e alla vostra opera. Magari vi costerà una ventina di euro, o qualcosa in più. ma il vantaggio che ne avrete in termini di immagine sarà ben maggiore. O addirittura, può darsi che l’artista si accontenti di avere il proprio nome su un’opera pubblicata, e che voi ve la caviate senza sborsare un quattrino.

Ad ogni modo, una pessima copertina fa pensare ad un pessimo libro, una accattivante può invitare all’acquisto. Si vuole competere con l’editoria tradizionale? Bisogna curare ogni aspetto della propria opera, copertina inclusa.

Per quanto riguarda la qualità c’è ancora molto da fare, prima di poter competere con un libro edito tradizionalmente.

Prezzo

Il mercante di libri maledetti – copertinaVediamo infine il parametro prezzo. Per dare un’idea più precisa ho scelto un termine di paragone: si tratta de Il mercante di libri maledetti, romanzo di Marcello Simoni edito nel 2011 da Newton & Compton. Ho scelto questo per vari motivi: innanzitutto sembra che abbia venduto bene, quindi in visibilità e qualità non deve aver avuto cattive prestazioni. In secondo luogo  Newton & Compton usa i social DRM, e non i DRM normali. Infine bisogna dire che il prezzo dell’e-book è ragionevole, visto poi che si tratta di una quasi-novità.

A mio parere il termine di paragone non può essere preso tra i libri la cui versione digitale costa un euro meno di quella hardcover: lo scopo del confronto è quello di fissare dei parametri entro cui attenersi per poter, almeno in teoria, concorrere con gli editori, e quindi bisogna confrontarsi con i casi migliori, altrimenti ci si sta solo prendendo in giro. Questo vale anche per la qualità. Dire: «Il mio libro è meglio editato di Storia della tortura di Mondadori!” è (dovrebbe essere) un’ovvietà, e non dà alcuna garanzia sulla sufficienza dell’editing. Allo stesso modo, non è il caso di rimarcare che, in proporzione, il vostro e-book costa meno dell’edizione digitale Einaudi di Elogio della lettura e della finzione3 (il discorso tenuto da Mario Vargas Llosa in occasione dell’assegnazione del Nobel per la letteratura nel 2010).

Ecco quindi perché ho scelto di paragonare Mary Everest ad un libro dal costo ragionevole in ogni versione. La questione del prezzo ovviamente è legata alle dimensioni del testo, che per comodità calcoleremo in numero di pagine. Il mercante di libri maledetti ha 351 pagine, mentre Mary Everest e il mistero del pantelegrafo ne ha 72 (in realtà di romanzo vero e proprio sono appena 60, ma teniamo per buono 72). Approssimando un po’ e ipotizzando che il numero di parole per pagina sia simile, possiamo dire che Mary Everest è un quinto dell’altro romanzo. Vediamo allora la battaglia sul prezzo.

  • Versione cartacea.
    Come ho scritto poco fa, per la versione cartacea non c’è molto margine di contenimento del prezzo, a meno che un autore non acquisti le copie a fondo perduto e poi si occupi di smerciarle da sé: in quel caso può decidere di perdere del denaro (fissando un prezzo di copertina inferiore al costo di stampa) pur di divulgare l’opera più facilmente. Ma Mary Everest è stato pubblicato su ilmiolibro.it, che si occupa della distribuzione e non permette all’autore di fissare il prezzo sotto la soglia del costo di stampa. Sul sito è possibile fare un preventivo del costo del proprio libro, ed io ho inserito i parametri di Mary Everest (72 pagine, formato 15×23, copertina morbida, stampa in bianco e nero). Il risultato è di 7,14 € per una copia (senza applicare eventuali sconti per acquisti superiori alle nove unità). Sapendo questo, possiamo anche calcolare quello che l’autore ci guadagna, considerando che il libro costa 9€. In realtà il prezzo di copertina è 12€, ma credo venga applicato solo agli acquisti tramite Feltrinelli, e quindi tramite libreria concreta, non online.
    Il prezzo di copertina de Il mercante di libri maledetti è di 9,90 €. Anche in questo caso acquistando online si può risparmiare, ad esempio su ibs lo si paga 8,42€.Il raffronto è immediato: Mary Everest lo pagate un po’ di più, per avere in mano un quinto delle pagine.
  • Versione digitale.
    Con l’e-book va un po’ meglio, ma il rapporto è sempre insoddisfacente. L’e-book de Il mercante costa 4,99€, quello di Mary Everest 2,99: Mary Everest è un quinto de Il mercante, ma costa tre quinti. Sono conscio del fatto che un libro (cartaceo o e-book che sia) non dev’essere trattato come una merce qualsiasi, e che il suo valore è (dovrebbe essere) dato anche dai suoi contenuti, ma qui ho voluto dividere i vari aspetti, e credo che ad un livello molto basilare della pianificazione del self-publishing vadano bene anche ragionamenti rozzi in termini di vile danaro.

Con gli occhi di chi legge

La prospettiva del lettore spesso è quella più pragmatica, e non solo per ignoranza o volontario sprezzo della cultura, ma perché quando ci troviamo davanti ad una scelta tra due libri da acquistare non ci è possibile sapere nel dettaglio quanto ci piaceranno.

Ma proviamo a fare un esempio prendendo in considerazione i tre parametri di giudizio adottati in questo post. Fingiamoci potenziali acquirenti di un libro, e valutiamo le nostre reazioni di fronte ad una scelta tra due romanzi.

  • Visibilità.
    Beh, se la visibilità di uno dei due volumi è scarsa probabilmente non ne verrò nemmeno a conoscenza. C’è poi il caso, frequente nel circuito del self-publishing, in cui un libro sia molto facile da reperire attraverso il web. Le librerie di mattoni sono ancora dominio incontrastato delle case editrici. Se non sono un utente che gira molto per il web è difficile che venga in contatto con un libro autopubblicato.
  • Qualità.
    Mi trovo in una libreria e vedo due romanzi che potrebbero interessarmi, a giudicare dalla trama. Li prendo in mano e li sfoglio. In uno trovo due refusi/errori nel primo paragrafo che leggo. Lo scarto.
    Addirittura, potrei lasciarne direttamente uno sullo scaffale perché ha una copertina trash (in realtà io leggerei la quarta di copertina proprio per quello, ma poi lo rimetterei a posto).
  • Prezzo.
    Se i contenuti dei due libri mi interessano più o meno allo stesso modo, affido la decisione al vantaggio misurabile. Se un libro è molto più corto dell’altro o costa molto di più (in proporzione, ma anche no), lo lascerò dov’è.

Considerate poi che i fattori si influenzano l’uno con l’altro. Perché pagare di più per un libro qualitativamente più scadente? Perché fidarsi di un autore sconosciuto se il libro non è conveniente in termini di prezzo e nessuno me ne ha parlato bene? E via così.

Un lavoraccio

Il self-publisher non è solo uno scrittore. Dev’essere anche il primo promotore del proprio libro, di cui spesso è anche unico editor. Se fatto bene, quindi, il self-publishing è un lavoraccio, e richiede un grosso investimento di tempo ed energie.

Avendo tra le mani un libro autopubblicato, ho colto l’occasione per proporvi una piccola riflessione. Tenete però conto che la mia prospettiva, in questo caso, è più quella del lettore rompiscatole che quella dell’autore: io non sono, almeno per ora, un self-publisher, e al momento nutro dei seri dubbi sulla mia capacità di esserlo. Ma non si sa mai; magari domani riceverò l’ennesimo rifiuto (sì, ho finito una nuova cosa mentre continuavo con l’editing cruento del solito romanzo in coma) e deciderò anch’io di tentare la fortuna senza il sostegno di un editore.

Però quel giorno mi farà bene ricordare che essere un self-publisher vuol dire fare da solo tutto quello di cui in genere dovrebbe occuparsi l’editore. E magari questo post potrà aiutarmi a rinfrescarmi la memoria annebbiata dall’entusiasmo.

Conclusioni

Quest’analisi vi è stata utile? L’avete trovata interessante? L’avete trovata sbagliata? Caldeggio il commento, come al solito. La discussione non farà che bene a queste idee ancora in fase embrionale.

Se volete approfondire l’argomento self-publishing fate un salto sul sito più adatto: Self Publishing Lab, la comunità degli autori e dei lettori liberi. O meglio, indipendenti, aggiungo io.

Concludo con un saluto a Federico Gobbo, sperando che a quest’ora non si sia pentito troppo di aver messo il suo primogenito tra le mie grinfie. La recensione non sarà stata positiva, ma credo contenga qualche spunto per il lavoro sui prossimi, annunciati seguiti delle avventure di Mary Everest.

A buon intenditor poche parole, così si dice, ma io ne ho già scritte 8600, e se vado avanti un altro po’ supero il romanzo che ho recensito.

  1. Se non sapete di cosa stiamo parlando, fate un salto su Wikipedia o ancora meglio leggetevi l’introduzione del Duca, che sullo steampunk ne sa molto più di me (e forse di chiunque altro). []
  2. Ortografica, sintattica, lessicale. []
  3. Le cui ben 34 pagine cartacee, vendute al modico prezzo di 8,00€, sono state convertite in un e-book che costa ben 6,99€. Occhio Einaudi, a regalare e-book in questo modo si rischia la bancarotta! []
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7 risposte a Vivisezione di un libro autopubblicato

  1. Pingback: L’operazione è riuscita, la paziente è ancora viva « Federico Gobbo

  2. Federico Gobbo scrive:

    Grazie Mattia dell’impegno profuso in un oscuro esordiente come me.

    Ho risposto ad alcune questioni generali che poni sul mio blog:

    http://federicogobbo.wordpress.com/2011/12/16/loperazione-e-riuscita-la-paziente-e-ancora-viva/

    PS
    Ho abbassato i prezzi di copertina, il tuo ragionamento mi ha convinto.

    • Mattia scrive:

      Speriamo che l’aver abbassato il prezzo aiuti con le vendite. Per avere un parere ben più esperto del mio consiglio la lettura del blog di Joe Konrath.
      Joe Konrath è uno di quegli autori che hanno deciso di abbandonare il proprio editore per passare all’autopubblicazione. Le ragioni sono l’indipendenza e il maggior guadagno, per cui direi che per un esordiente autopubblicato può essere interessante sentire cos’abbia da dire un autore così.
      Sono contento che la paziente sia ancora viva; grazie per il post e buona fortuna per le prossime avventure di Mary Everest!

  3. Flavio Graser scrive:

    Complimenti per la recensione, l’ho trovata molto utile e interessante.

    Fammi sapere se vuoi ripetere l’esperimento di vivisezione su un altro romanzo autopubblicato 😉

    • Mattia scrive:

      Grazie. Non credo che ripeterò a breve, alla fine ho fatto quasi un mezzo editing, ed è stato un lavoraccio!

  4. xpmatteo scrive:

    Chi legge non dovrebbe mai sentirsi uno studente a cui viene spiegato qualcosa, ma dovrebbe acquisire tutte queste nuove informazioni quasi senza accorgersene.

    Ne deduco che non ti piace Umberto Eco? :o)

    • Mattia scrive:

      Non molto, infatti. Ma di suo ho letto solo Il nome della rosa e La misteriosa fiamma della regina Loana. Ho un bruttissimo ricordo specialmente di quest’ultimo. Mi hanno parlato bene di Baudolino; magari darò al professor Eco un’altra chance leggendo quello.

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