L’uomo che sapeva troppo

Come di certo saprete, non è facile essere un personaggio. Se il vostro autore è bravo, la vostra vita sarà piena di conflitto, e probabilmente vi capiterà qualche sventura. Se invece non se la cava molto bene, il vostro mondo sarà a dir poco bizzarro.

Chiedetelo a Bob. Come lui ben sa, è un inferno.

L’uomo che sapeva troppo

«Che ne dici di mettere giù la pistola, così ci facciamo due chiacchiere in tutta calma?»

«Fermo dove sei.» scandì Bob. Il suo indice sudato fremette sul grilletto della semiautomatica. Miss Cavanaugh, al cui collo era appoggiata la bocca da fuoco, diede un rantolo sommesso. Gli ostaggi mugolarono di rimando, qualcuno si coprì le orecchie. Ferguson si fermò, le mani sollevate e un po’ tese, come in un gesto conciliante. Ostentava un sorriso tranquillo, ma il cappello dell’uniforme non riusciva a nascondere il sudore che gli imperlava la fronte.

«Avanti, Bob, mettila giù. Come sai, è la mia arma d’ordinanza, che sei riuscito a sottrarmi solo perché mi hai colto di sorpresa. Non avevo ragione di sospettare che volessi sfilarmi la pistola dalla fondina, tanto più che lavoriamo nella stessa banca da anni, benché io in veste di guardia giurata e tu di bancario, cosa che per inciso non ha mai creato rivalità tra noi.»

Bob alzò il gomito del braccio armato, premendo l’acciaio contro la bianca pelle di Miss Cavanaugh.

«Zitto. ZITTO!»

L’urlo rimbalzò tra le pareti della banca. Ferguson alzò ancora un po’ le mani, e tacque.

«Per terra, come tutti gli altri.» ordinò Bob «E zitto. Zitti tutti! Non mi dovete parlare.»

Lasciò andare Miss Cavanaugh, che si afflosciò sul pavimento lucido e rimase dov’era, scossa da singhiozzi silenziosi. Bob fece un cenno a due clienti.

«Toglietela da qui.»

Quelli strisciarono accanto alla donna e la trascinarono verso la parete, dove tutti gli altri se ne stavano ammucchiati e tremanti. Ferguson, in ginocchio a pochi passi da Bob, alzò la testa.

«Conosci i tempi di risposta bene quanto me. In un normale giorno infrasettimanale, quale questo è, la polizia non ci metterà più di cinque minuti ad arrivare qui in forze. Di certo ricorderai quella volta, nel marzo duemilauno, in cui subimmo un tentativo di rapina. Fosti proprio tu a dare l’allarme, e le forze dell’ordine giunsero qui in meno di tre minuti. Se dai un’occhiata all’orologio, Bob, ti accorgerai che ne sono già passati tre. Come puoi vedere, sono le undici e ventisei, e il pulsante d’allarme è stato premuto alle undici e ventitré. Sono certo che le sottrazioni ti sono familiari, e che se sottrai ventitré a ventisei otterrai tre, lo stesso risultato a cui sono arrivato io.»

Bob sparò in aria. Una pioggerellina di calcinacci gli piovve addosso.

«Il prossimo te lo prendi in testa, Ferguson. Piantala di parlare così. Che ti è preso?» si rivolse agli ostaggi, che si rannicchiarono ancora di più gli uni contro gli altri «Che vi è preso, a tutti quanti?»

Tese l’orecchio, mentre Ferguson raggiungeva gli altri. Sirene. Strinse le dita attorno al calcio della pistola, ma la tremarella che gli scuoteva la mano non cessò.

«State zitti.» disse agli ostaggi «Fermi e zitti, e nessuno si farà male.»

Attraverso la vetrata a specchio, Bob vide tre volanti inchiodare di fronte alla banca. Le sirene tacquero, poi gli agenti smontarono e si disposero dietro le auto, le pistole spianate.

«Sono il commissario Kiparsky, del tredicesimo distretto, quello in cui si trova questa banca.»

Bob scrutò all’esterno per individuare la sorgente della voce metallica. Una pelata faceva capolino da dietro il cofano della volante più vicina; il volto sottostante era nascosto da un megafono.

«La tua collega, Selma Cavanaugh, ci ha contattati telefonicamente dopo aver dato l’allarme. Ci ha detto che sei un dipendente della banca. Ma deduco che questo tu lo sappia già, visto che la telefonata si è bruscamente interrotta.»

Bob prese a camminare avanti e indietro sul pavimento di marmo.

«Ci ha anche detto che il tuo nome è Robert. Va bene se ti chiamo Bob? Bob è un comune diminutivo del nome Robert, ma che te lo dico a fare? Lo saprai senz’altro, o perché ti hanno chiamato così in passato, o grazie a personaggi di fama internazionale come Bob Dylan, Bob Hope, Bob Geldof, Bob Marley…»

Mentre l’elenco continuava, altre due volanti e una camionetta della polizia arrivarono di fronte alla banca. Gli agenti che ne scesero si misero a perimetrare l’area con transenne e nastro bicolore, allontanando i curiosi.

«… e Bob Hoskins.»

Il commissario s’interruppe, e tirò un’occhiataccia all’agente che gli aveva dato una gomitata. Poi scosse la testa, rialzando il megafono.

«Beh, il concetto è chiaro. Ti chiamerò Bob, quindi, se non ti dispiace. Vedi, Bob, la banca è un edificio isolato. Dopo averci lavorato tutti questi anni, mi stupirei se non te ne ricordassi! Bene, voglio che tu sappia che tutto il palazzo è circondato e che non ci sono vie di fuga.»

Il commissario posò il megafono sul cofano della volante. Trottò fino alla camionetta, tenendosi chinato, e vi entrò. Pochi secondi dopo, il cellulare di Bob prese a vibrare.

«P-pronto?»

«Bob, sono Kiparsky. Meglio farsi due chiacchiere tra noi, no?»

«Buongiorno, commissario.»

«Per ora non è stato il massimo.»

«Le chiedo scusa.»

«Non la prendo sul personale. Piuttosto, dimmi: cosa ti è saltato in testa? Da quello che sappiamo di te non mi sembri un rapinatore.»

«Non lo sono. Non è per i soldi.»

«Sorprendimi, allora. Com’è che uno come te prende in ostaggio venti persone?»

«Diciotto.»

«Scusami, diciotto. Allora?»

Bob provò a prendere un respiro profondo, ma il nodo che aveva in gola glielo impedì.

«È per come parlano

Bob sentì in sottofondo una voce commentare: «Un altro di quegli attentatori xenofobi.»

Il commissario tossì rumorosamente.

«In che senso, Bob?» chiese poi «Chi parla come

«Tutti.» singhiozzò Bob, e ridusse la voce ad un sussurro «Mi spiegano cose che già so, e loro sanno che io le so.»

«Ah no, è solo un pazzo.» disse la voce attutita di poco prima. Il commissario fu colto da un altro accesso di tosse.

«E perché lo fanno, Bob?»

«Non lo so! Senta, lo so che le sembro pazzo, ma lei non ha idea di quello che sto passando. È da mesi che questa storia va avanti, la mia vita è un inferno!»

«Non vedo come questa mossa ti possa aiutare. Non c’è bisogno che ti dica che hai preso diciotto ostaggi, e –»

«Zitto! Non cominci anche lei. Li deve far smettere, tutti quanti. Non m’importa come, li deve far smettere, o qui le cose si mettono male.»

Bob riattaccò, e si cacciò il cellulare in tasca. Qualcuno degli ostaggi si era messo a piangere. Cercò di pensare, ma i loro lamenti lo distraevano. Allora riprese a camminare, e si diresse verso il lato opposto della sala.

«Oh no,» distinse, sopra il rumore dei propri passi «siamo stati presi in ostaggio da un uomo di nome Bob, che lavora proprio in questa banca.»

«CHI È STATO?» muggì, girandosi di colpo. La pistola passò in rassegna diciotto volti terrorizzati. «Chi è stato?» ripeté, questa volta in un sussurro «Chi di voi stava… stava riassumendo quello che è successo?»

«Calmati, Bob.» intervenne Ferguson «Nessuno vuole mancarti di rispetto, qui. In particolare, sei sempre stato benvoluto dai tuoi colleghi, come testimonia il portapenne che, di certo lo ricorderai, tieni sempre sulla tua scrivania, quello con su scritto Bob, il miglior collega del mondo. Te lo regalammo nel duemilanove in occasione del tuo compleanno, che come sai cade il giorno –»

Bob chiuse gli occhi e sparò. Quando li riaprì, Ferguson si stava stringendo la coscia destra, guardando stralunato la macchia scura che si allargava sui suoi pantaloni grigi. Gli ostaggi strisciarono indietro, inorriditi, e attorno alla guardia giurata si creò il vuoto. Una tra i clienti si mise a strillare.

«Gli ha sparato! Gli ha sparato nella gamba! Con la pistola che gli aveva rubato!»

Un’anziana signora le chiuse la bocca.

Ferguson cadde disteso. Il sangue, senza più niente a fermare il flusso, sgorgò copioso dalla ferita. Bob si inginocchiò, gli occhi gonfi di lacrime e la pistola che ciondolava dalla mano.

«Non mi hai lasciato scelta…»

Gli occhi della guardia giurata fissavano il soffitto, vitrei.

«Di’ a Polly che l’amo…» rantolò.

«Lo farò.» promise Bob, con voce rotta dal pianto, e si chinò per avvicinare l’orecchio alle labbra di Ferguson, che si muovevano ancora.

«Polly è mia moglie, sono sicuro che ti ricordi di lei. Vi siete conosciuti alla cena aziendale del novantasette, e da allora la vedi circa una volta al mese, quando venite a cena a casa nostra o quando tua moglie ci invita –»

«Addio, Ferguson.»

Avvicinò la pistola alla tempia della guardia e fece fuoco. Un ventaglio di sangue e cervella schizzò sul pavimento.

Il cellulare vibrò quasi subito. Bob intimò agli ostaggi di fare silenzio, poi rispose, sempre tenendoli sotto tiro. Era Kiparsky.

«Erano degli spari, quelli? Come puoi immaginare, siamo abbastanza preoccupati all’idea che tu possa aver ferito o –»

«Lo so perché siete preoccupati. Stanno tutti bene, qui.»

«Mente.» disse la voce in sottofondo, all’altro capo della linea. Kiparsky si esibì nella tosse di rito.

«Voglio crederti, Bob. E ho una sorpresa per te.»

Bob sorrise. Finalmente una sorpresa, finalmente qualcosa che non sapeva.

«Pronto?» disse una voce di donna.

«Amy?»

Bob si tolse il telefono dall’orecchio. Imprecò e maledisse Kiparsky a mezza voce.

«Amy, tesoro. Torna a casa.» disse poi.

«Il commissario ha detto che ti avrebbe fatto bene parlare con qualcuno di familiare. Non sei contento di sentirmi?»

Amy era sull’orlo del pianto. Bob si schiarì la gola e si sforzò di sembrare allegro.

«Certo che sono contento! Ma ora ho un po’ di questioni da risolvere, e –»

«È colpa mia?»

La domanda gli giunse in tre singhiozzi disperati.

«No, cara. Anzi, se non fosse per te sarebbe successo anche prima. Solo tu hai continuato a trattarmi come una persona normale. Cos’è successo, Amy? Cosa mi è successo?»

«Il piccolo Charlie chiede se ce la farai ad andare alla sua partita, stasera.»

Bob lottò contro le lacrime. Esitò, non voleva che Amy lo sentisse piangere.

«Il piccolo Charlie,» continuò lei «non mi dire che ti sei dimenticato di lui!»

«No, non mi sono dimenticato.»

Amy rise.

«Ci avrei scommesso. D’altronde, come ben sai, è il nostro primogenito, da me partorito il ventotto marzo di dodici anni fa. Il parto fu cesareo, visto che il piccolo era in posizione podalica. Eh sì, quello stesso Charlie che tu iniziasti al gioco del baseball quando aveva appena tre anni (tanto eri ansioso di fargli conoscere quello sport che tu segui con tanta passione, dopo averlo praticato in gioventù), e che ora gioca nella squadra del quartiere dove viviamo da quando io e te ci siamo sposati.»

Il telefono rimbalzò un paio di volte sul marmo.

Bob si infilò in bocca la canna della pistola.

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6 risposte a L’uomo che sapeva troppo

  1. Orrec scrive:

    Come tu ben sai, non è facile caratterizzare i personaggi ed evitare gli infodump, ma, come potrai immaginare, questo breve – lo saprai già, più che breve è brevissimo – mi ha addirittura invogliato a lasciare un commento sul blog che hai aperto, quello che, lo sai benissimo, si chiama ‘Sudare Inchiostro’ =D

  2. Lyssa scrive:

    Fantastico! Il primo testo con infodump che ho letto volentieri xD

  3. marilena favero scrive:

    Come sicuramente saprai, ho cominciat6o tardi a leggere il tuo blog, ma ne sono felice perchè ti trovo bravissimo….

  4. Tobia scrive:

    As you know Bob! Stupendo!

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