Grifondorismi – Giapponesi a Hogwarts

Alcuni protagonisti sono malati. Sono affetti da un morbo incurabile e tuttavia, ahinoi, non letale. Anzi, uno dei sintomi più lampanti di questo disturbo è proprio l’immortalità.

Ma nei romanzi ci sono molti protagonisti che non muoiono; non possono essere tutti infetti. Come riconoscere uno sano da uno malato?

Esistono alcuni segnali che, se si presentano contemporaneamente, vi danno la quasi totale certezza dell’avvenuto contagio.

Se infetti, i protagonisti:

  • Sono buonisti. Credono in tutte quelle sciocchezze sulla bontà delle persone, eccetera.
  • Possono essere molto bravi in un’attività ludica (uno sport, un gioco, un hobby), in genere più grazie ad una predisposizione naturale che allo studio intenso e continuativo. Tale attività è generalmente considerata molto cool. Ad esempio, se il romanzo è ambientato in Italia è difficile che il protagonista sia campione di curling.
  • Al contrario, è difficile che eccellano nello studio o nelle attività intellettuali. La parte del pensare è generalmente lasciata ai gregari.
  • Hanno amici intelligenti o dotati di particolari abilità, senza i quali non capirebbero niente di quello che succede, o addirittura senza i quali sarebbero già morti alla decima pagina del romanzo. Molto spesso sono gli amici a portare avanti la trama, e tuttavia, per quanto siano intelligenti, riconoscono al protagonista il ruolo di capo in virtù del suo innato carisma.
  • Sono irascibili, spesso rissosi. Questa caratteristica tende ad essere più evidente quando qualcuno non parla bene degli amici/parenti/partner del protagonista. Per “non parlar bene” non si intende per forza parlar male. Ad esempio, poniamo che Lele, il nostro protagonista, arrivi con la polizia sulla scena di un crimine e trovi il suo migliore amico Renzo in piedi accanto alla vittima, intento ad estrarre un’accetta dal cranio del malcapitato. Il poliziotto accanto a Lele chiederà a Renzo di alzare le mani e di consegnarsi spontaneamente, ma Lele si inalbererà per quell’accusa certamente fasulla mossa contro il suo più caro amico, e spaccherà la faccia dell’agente con un gancio ben assestato (superfluo dire che quest’aggressione ad un pubblico ufficiale non avrà conseguenze).
  • Sono irragionevoli. Non importa quanto venga dimostrato loro che qualcosa è particolarmente stupido/pericoloso; vi si getteranno a pesce se lo ritengono giusto in base ai loro Grandi Ideali.
  • Possono essere orfani, o comunque avere una storia familiare tragica. Questo permetterà ai protagonisti di atteggiarsi a ribelli incompresi, o comunque di essere più eroi degli altri (che invece hanno mamme che li inseguono per ravviare frangette e sistemare colletti di camicia).
  • Hanno come unico vero difetto (secondo le intenzioni dell’autore) la spigliatezza.
  • Se ne fregano di regole e autorità. Fuck the police è un po’ il motto della categoria.
  • Per quanto di tanto in tanto agiscano in modo sciocco o criminale, non affrontano mai le conseguenze delle proprie azioni.

Lo avete riconosciuto? È il comunissimo disturbo di Mary Sue.

Battle Royale – copertina italianaAlcuni tra questi sintomi (ottusità, suscettibilità, incapacità di controllare l’ira, irragionevolezza, impunità) formano un nucleo particolarmente significativo, che chiameremo grifondorismo in onore del contagiato più illustre. Ma Enrico Pentolaio non è il primo né l’unico a soffrire di grifondorismo.

Il caso che vorrei esaminare risale al 1999, anno in cui venne dato alle stampe Battle Royale, romanzo scritto da Kōshun Takami. Battle Royale non ha proprio nulla a che vedere con maghi e streghe, ma il suo protagonista, Shuya Nanahara, dimostra pattern comportamentali inequivocabili.

Si tratta quindi di contaminazione intercontinentale e trasversale ai generi letterari? Dobbiamo pensare a modelli comuni, incrociare le fonti, scrivere saggi comparativi e gettarci in dispute per disquisire su chi ha plagiato chi1? No. Anche perché, non fosse per alcune caratteristiche dei rispettivi protagonisti, Harry Potter e Battle Royale non avrebbero praticamente nulla in comune. Focolai di grifondorismo possono manifestarsi in modo molto indipendente, e questa ne è la prova.

Battle Royale: come Hogwarts, ma con più sangue

La seguente recensione (o quello che è) contiene spoiler. Cercherò comunque di contenermi il più possibile, perché, che Battle Royale piaccia o meno, vorrei che la lettura di questo post non pregiudicasse troppo il piacere di scoprire come gli studenti della Shiroiwa Junior High School si massacreranno l’un l’altro.

Senza indugiare oltre, riporto in soldoni la trama dell’opera.

È l’anno 1997 di una realtà alternativa. Il Giappone fa parte della Repubblica della Grande Asia dell’Est, uno stato totalitario con a capo un dittatore.

Dal 1947 lo stato svolge un particolare Programma: ogni anno una classe di terza media viene condotta in un luogo isolato e gli studenti sono costretti a combattere fra loro fino a quando ne rimane in vita solo uno. Il vincitore riceverà un vitalizio e un foglio di congratulazioni firmato dal dittatore.

Una normale classe del terzo anno della Shiroiwa Junior High School2, salita sull’autobus che dovrebbe portarla in gita, viene narcotizzata e portata sull’isola di Okishima, che è stata evacuata per l’occasione. Gli studenti si risvegliano in un’aula della scuola dell’isola, e Kinpatsu Sakamochi, supervisore governativo, spiega loro le regole del gioco.

Al collo di ciascuno studente è fissato un collare metallico che esplode se si tenta di rimuoverlo. Se passano ventiquattr’ore senza che almeno uno studente sia morto, tutti i collari esplodono.

A ciascuno studente viene assegnata un’arma diversa (spaziando dalle freccette al fucile a pompa), dopodiché il gioco comincia. La classe è composta da ventuno ragazzi e ventuno ragazze; qualcuno decide di “giocare”, altri si rifiutano di uccidere e cercano di convincere i compagni a fare altrettanto, altri ancora stringono alleanze per sopravvivere più a lungo o per fare un ultimo, disperato tentativo di sfuggire alla sanguinosa partita.

Le premesse sono ottime, si preannuncia conflitto a palate. Non parlo dell’ovvio conflitto fisico, ma di quello psicologico: quarantadue personaggi che già si conoscono tra loro, e tra i quali quindi sussistono rapporti molto diversi (amicizie, rivalità, amori, gelosie, e tutto quello che sta in mezzo) si trovano in una situazione estrema, messi l’uno contro l’altro. Senza contare che poi ciascuno deve fare i conti con la propria coscienza: meglio colpire per primi o fidarsi di chi fino a un attimo prima è stato un amico?

Conflitto interno, conflitto esterno, conflitto all around! Con una trama così il libro è un successo sicuro, no?

No?

Shuya Potter (aka Harry Nanahara) & friends

Shuya corrisponde fedelmente al paradigma dell’eroe scemotto che ha come unica abilità la prestanza atletica innata e che combatte sotto lo stendardo dei buoni sentimenti. Ha un carattere nobile – neanche a dirlo –, e questo lo porta a prendersi cura di Noriko Nakagawa.

Noriko si prende un proiettile nel polpaccio poco dopo il risveglio della classe e quindi sarà, per tutto il libro, una vera e propria palla al piede. Non ha particolari abilità, e in più ha una cotta per Shuya, come la metà delle ragazzine della classe.

Se i due non muoiono subito è solo perché a loro si unisce Shogo Kawada, un marcantonio che sotto le fattezze da ceffo cela un cuore d’oro e un cervello niente male. Shogo ha tutto ciò che serve per sopravvivere: intelligenza, esperienza in tecniche di sopravvivenza, nozioni basilari di medicina, buona mira. Grazie a Shogo (e al provvidenziale intervento di altri benefattori) il lettore non riesce mai davvero a temere per la vita di Shuya e Noriko; durante tutto il libro è chiaro che non sono davvero in pericolo.

Points to Gryffindor

Quando ci vuole, ci vuole!

Possiamo allora davvero sorprenderci se il trio Nanahara/Nakagawa/Kawada è incredibilmente simile al dream team Potter/Weasley/Granger? Abbiate la pazienza di assecondarmi.

  • Shuya è Harry. Mi pare che non ci sia bisogno di ulteriore argomentazione.
  • Noriko è Ron. Inutillima, un peso morto che di fatto ostacola l’altrui sopravvivenza. A un certo punto, sia in Harry Potter che in Battle Royale, l’autore si rende conto di quanto una figura del genere giochi più a favore dell’antagonista che del protagonista, e fa succedere qualcosa in cui il personaggio riesce, con un colpo di fortuna o un casuale sfoggio di abilità inaspettate, ad espiare la propria inettitudine.
  • Shogo è una Hermione appena più nerboruta dell’originale. La trama prosegue e si risolve solo grazie al suo know how e al suo buon giudizio (e al suo fucile a pompa). Potrebbe allora essere lui il vero protagonista? Decisamente no. Come Hermione anche Shogo sa troppo, e ciò che sa lo sa/capisce troppo presto nel libro. Se conoscessimo davvero i suoi pensieri ogni mistero sarebbe svelato prima della metà del romanzo, e la tensione si allenterebbe irreparabilmente. Ciò non toglie che questi personaggi grilloparlanteschi e macgyveriani siano indispensabili quando il protagonista è affetto da grifondorismo.

Salvo uno sbilanciamento delle corrispondenze per quanto riguarda i sessi e le conseguenti attrazioni interne ai due diversi terzetti, gli abbinamenti calzano.

Aspetti tecnici

Battle Royale sarebbe potuto essere scritto meglio. Il POV è onnisciente, ma nella maggior parte dei casi il narratore si concentra sul punto di vista di un solo personaggio, per cui possiamo tranquillamente dire che se il libro fosse stato scritto utilizzando diversi POV interni sarebbe di certo stato più coerente nella struttura.

Gli interventi del narratore, peraltro, sono inutili, e spesso potrebbero essere tagliati senza problemi.

Harry Potter

"Omniscientio!"

Per quanto riguarda le scelte sintattiche e lessicali, non so bene come giudicare il livello dell’opera. Nel leggere altri romanzi giapponesi mi è sempre capitato di avvertire un che di artificioso nella lingua, soprattutto nei dialoghi. La sensazione poi in genere scemava mano a mano che facevo l’abitudine al testo, e ho sempre pensato che si trattasse, almeno in parte, di una questione di traduzione. I giapponesi hanno una lingua molto diversa dalla nostra (o dalle altre lingue indoeuropee di cui siamo abituati a leggere traduzioni), e lo stesso si può dire della loro cultura3, che per quanto sia influenzata da quella occidentale conserva infinite peculiarità.

Grandi diversità di lingua e cultura portano ad approcci espositivi diversi. In altre parole, la mia visione del mondo è filtrata dal mio bagaglio culturale, e la mia capacità di esprimere concetti passa attraverso le strutture permesse dalla mia lingua. Da qui le difficoltà di tradurre, maggiori quanto più la lingua di partenza è distante da quella di arrivo (principalmente a livello sintattico e lessicale).

Il traduttore di Battle Royale è Tito Faraci. Aspetta, non è vero niente, come lo stesso Faraci scrive in uno dei commenti a questo post. Che Mondadori voglia lasciare nell’anonimato i suoi traduttori dopo l’affaire Bigliazzi? Beh, non importa; si dice il peccato, e non il peccatore. Leggete questo estratto (ho cambiato i nomi, così se leggerete il libro non vi sarete rovinati la sorpresa). Stefania ha visto Fausto uccidere Guglielmo, e ricorda la scena mentre fugge correndo tra gli alberi.

Stefania (femmina numero 9) stava correndo attraverso il boschetto. […] Rivide nella sua mente la scena di cui era appena stata testimone. Ciò che aveva visto dai cespugli. La testa spaccata di Guglielmo Bassi. Fausto Settimini che aveva sfilato la lama dell’ascia coperta di sangue dalla sua testa. […]

Finché Fausto non aveva tolto l’ascia dalla testa di Guglielmo, Stefania era rimasta paralizzata, non riuscendo a distogliere gli occhi dalla scena. Ma non appena vide quel colore rosso sull’ascia, la paura prese il sopravvento. Era scappata via afferrando il sacco e tenendo la mano sulla bocca per evitare di gridare.

È deciso. Organizziamo una bella colletta e compriamo a Mondadori un bel pacco di trapassati.

Bestseller

In Giappone, stando a quanto si legge nel web, Battle Royale è il romanzo che detiene il record di copie vendute. Che lo abbia ottenuto grazie a un’operazione commerciale su larga scala o che effettivamente la qualità del testo originale sia migliore di quello tradotto? Boh. Senza analisi più approfondite, l’esistenza di un manga e di un film ispirati al romanzo può essere letta come argomento a supporto di entrambe le tesi.

State lontani in particolare dal fumetto, che in certi punti svacca e/o non è fedele al libro. Il film l’ho visto molto tempo fa, e non lo ricordo bene. Non dovrebbe essere un capolavorone, ma c’è quel pazzo di Takeshi Kitano nel ruolo di sovrintendente.

Tra poco dovrebbe anche uscire il film tratto dal romanzo The Hunger Games, che a voler essere buoni è molto ispirato a Battle Royale. Vedremo se sarà una scopiazzatura, una rilettura migliorata, o una cosa totalmente diversa.

Ciononostante

Battle Royale – English translation coverLa trama principale, quella che gira attorno al terzetto, non è però l’unica. La classe è formata da altre trentanove persone, tutte più interessanti del protagonista. Sono proprio gli altri personaggi che, a mio avviso, salvano il libro da una disfatta totale.

Il mio giudizio, come sempre, è influenzato dal mio gusto personale. Una buona trama mi rende indulgente, e mi fa chiudere un occhio su difetti anche importanti. Battle Royale ha una trama in potenza ottima, che malgrado sia trattata male dall’autore è comunque riuscita a farmi divertire. Non solo; in Battle Royale ho potuto soddisfare il mio fetish per i personaggi secondari. Eh sì, è il momento di fare coming out: ho sempre avuto un debole per i coprotagonisti e i gregari, i grandi dimenticati. Mentre quelle primedonne dei protagonisti si beccano tutta la gloria, i personaggi secondari sgobbano e basta, spesso morendo in modo orribile (e questo è il caso), perché c’è sempre bisogno di qualcuno da vendicare.

In Battle Royale i personaggi secondari riportano a galla un libro che i protagonisti fanno di tutto per far affondare. Proprio perché non sono protagonisti, non sono seriamente affetti da grifondorismo, e possono essere credibili. Non voglio dirvi di più, perché mentre parlare di Shuya Nanahara non costituisce un vero spoiler – è stereotipato e prevedibillimo –, il vero senso del libro sta nelle vicende dei personaggi secondari, decisamente più ricche di conflitto.

Un’altra cosa che ha risollevato l’opinione che ho del romanzo è la motivazione alla base del Programma. Le spiegazioni che vengono date nei primi capitoli sono abbastanza semplicistiche, e mi aspettavo che rimanessero tali. Non è una novità che un libro splatter si inventi delle scuse penose pur di far scorrere un po’ di sangue, e invece Takami non ha del tutto trascurato il versante più distopico dell’opera.

Peccato che, alla fine, quei trenta punti a Grifondoro non glieli tolga nessuno.

  1. Date e pregiudizi concorrerebbero a far additare l’autore giapponese come colpevole. []
  2. Scuola media di Shiroiwa (città fittizia). []
  3. Come al solito, in senso antropologico. []
Questa voce è stata pubblicata in Libri, Recensioni, Romanzi, Scrittura e contrassegnata con , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Grifondorismi – Giapponesi a Hogwarts

  1. estuan scrive:

    Occhei…però a me hai fatto venire voglia di leggerlo! Sarà perchè il Pentolaro non mi dispiaceva 🙂
    Analogie col Signore delle mosche? Perchè Golding invece mi aveva lasciato parecchio turbata…soprattutto per le immagini usate. A me in teoria piacerebbero l’horror e lo splatter, solo che poi a distanza di giorni-mesi-anni mi viene la tachicardia.

    • Mattia scrive:

      Ma sì, è una lettura divertente!
      Ho letto più volte, nei vari trafiletti riassuntivi che si trovano online, che Battle Royale somiglia in qualche misura al Signore delle mosche. È vero che si è sempre su un’isola, ma di analogie non ne ho notate molte: quelle più lampanti sono così generali (minorenni più o meno soli su un’isola) che si colgono anche solo leggendo la trama, ma si stemperano parecchio durante la lettura, e in fin dei conti non si sentono più di tanto.
      Però il romanzo di Golding l’ho letto tanto tempo fa, quindi il mio raffronto non è troppo attendibile.
      In Battle Royale di splatter ce n’è, ma vorrei dire che ce n’è la giusta quantità, considerando la trama.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Provami che sei reale (e che hai la licenza elementare)! *