Dammi sei parole

Quante parole deve avere un romanzo per essere considerato tale? C’è una misura minima? Come facciamo a distinguere un romanzo breve da un racconto lungo? E quanto corto dev’essere un racconto per essere definito “breve”?

Stabilire un canone metrico della narrativa è un compito arduo e probabilmente un po’ idiota. Eppure qualcuno deve aver cominciato a darsi da fare partendo dal basso, perché qualche tempo fa sono incappato nelle storie di sei parole.

“Sette parole sono troppe”, disse Ernest

Ad avermi fatto conoscere queste short, short stories è stata la Clarina1, precisamente nel suo post del 7 agosto 2011. Grazie a lei ho conosciuto la prima storia in sei parole, attribuita a Hemingway:

For sale. Baby shoes. Never worn.

Non ditemi che non sapete tradurvela da soli. E va be’.

Vendesi2 scarpe bambino. Mai usate.

A onor di cronaca, sembra più che probabile che Ernest non sia il vero autore di queste sei parole, che hanno cominciato a trovare una certa diffusione attorno agli anni ’90. Qualcuno ha poi scovato un annuncio simile in un quotidiano di Tucson datato 1945.

Annuncio

Si distingue chiaramente la grafia di Hemingway.

Se avete voglia di approfondire vi rimando alla relativa pagina su Snopes.com, un sito che si occupa di leggende metropolitane e affini.

A prescindere dalle questioni di attribuzione, la six word story ha un suo fascino. Non avete già voglia di provare a scriverne una anche voi?

Sei parole, ma non qualsiasi

Finire un racconto in meno di dieci secondi è una prospettiva allettante, ma senso dell’esperimento narrativo, se così vogliamo chiamarlo, non consiste nei tempi di stesura ristretti. È stata la brevità, comunque, a fare la fortuna di questo esercizio di bravura. La Clarina segnala, ad esempio, Six Word Story Every Day ((Che sembra aver interrotto la produzione a fine 2011.)), e cercando nel web è facile incappare in blog che nei commenti raccolgono le six word stories degli utenti. Il sito/blog Six Word Stories addirittura ha come scopo quello di raccogliere le varie submissions e pubblicarle come post. In quest’ultimo sito, ma non solo, troviamo anche le six word stories di scrittori di professione.

Però, e lo si avverte subito, non tutte le storie di sei parole sono vere storie. Anzi, pochissime lo sono. La Clarina nel suo post lo fa notare, e chiede il motivo (lei lo sa benissimo, ma vuole metterci alla prova). Anche se in ritardo, voglio provare a rispondere.

Una leggera sindrome di Korsakoff

Per capire cosa non va nella maggior parte delle 6ws dobbiamo prima capire il principio di funzionamento alla base di questa micronarrativa.

Prendiamo pure come esempio le sei parole attribuite a Hemingway. Le informazioni che il testo ci dà sono poche, anche a volerle ridurre ai minimi termini:

  • qualcuno vende scarpe;
  • le scarpe sono da bambino;
  • le scarpe non sono mai state usate.

Prese singolarmente, queste tre informazioni non contengono niente di speciale. Eppure, mettendole insieme, ecco la magia.

Di recente ho letto Noi siamo il nostro cervello, un saggio divulgativo scritto dal neurologo Dick Swaab, e ho imparato che il nostro cervello, di fronte a ricordi frammentari, è capace di riempire da solo i “buchi” e di restituirci un ricordo unico e coerente.

Un fenomeno simile caratterizza la sindrome di Korsakoff. Le persone affette da questa sindrome hanno grossi vuoti di memoria, che riempiono con racconti totalmente inventati, ma dotati di una loro coerenza. Questo meccanismo, detto confabulazione, è totalmente involontario, e i pazienti credono davvero alle storie che raccontano. Insomma, il cervello fa da sé e, quando gli mancano delle informazioni, mette insieme il poco che ha per costruire una storia che abbia senso.

Non so dire se a livello neurologico confabulazione e recezione di six word stories siano connessi, ma da un punto di vista logico è questo che dobbiamo ricercare, quando buttiamo giù le nostre sei parole: le poche informazioni presenti devono abbozzare un disegno che poi il cervello del lettore definirà, inchiostrerà e colorerà. Più ampia è la storia che vogliamo trasmettere, più alto sarà il pericolo di essere troppo vaghi. Ma se la storia è troppo piccola, non è una storia. O meglio, raccontare una storia che ci stia tutta in sei parole toglie ogni senso all’esperimento.

Il gatto mangiò i due topi.

Non c’è niente al di fuori della situazione presentata, non c’è un universo al di fuori della claustrofobia delle sei parole. E poi, chiaramente, la storia che vogliamo far costruire al cervello del lettore (è lui che fa tutto il lavoro, se noi abbiamo fatto bene il nostro) è giudicabile secondo tutti i canoni tradizionali: ad esempio, ben venga il conflitto.

Poche parole, tante storie

Questi concetti però sembrano sfuggire alla maggior parte di coloro che si cimentano nell’impresa di scrivere una six word story.

Alcuni tentativi si risolvono in enunciati poetico-esistenziali, che però non narrano proprio un bel niente. Quasi tutte le storie di Six Word Story Every Day sono così, forse perché gli autori si concentrano di più sul progetto grafico nel suo complesso. I risultati comunque somigliano più a dei motivational poster che a delle storie.

You can go your own way. (da Six Word Story Every Day)

Puoi andare per la tua strada.

I’ll choose happiness every damn time. (da Six Word Story Every Day)

Sceglierò la felicità ogni dannata volta.

Awaken. The dream has begun; life. (tratto da Six Word Stories)

Sveglio. Il sogno è cominciato; la vita.

Altri tentativi fanno riferimento a contesti dati per scontati. In questi casi la storia è già conosciuta, e le sei parole si limitano a farvi riferimento.

Wax wings, high hope, long fall. (tratto da Six Word Stories)

Ali di cera, grandi speranze, lunga caduta.

Mother’s Day came, doubling Oedipus’ pleasure. (Bruce Benderson)

La Festa della Mamma arrivò, raddoppiando il piacere di Edipo.

“Adam, apples are delicious!” “Uh oh.”(dai commenti a questo post)

“Adamo, le mele sono deliziose!” “Oh oh.”

Dorothy: “Fuck it, I’ll stay here.” (Steven Meretzky)

Dorothy: “Fanculo, me ne resto qui.”

Leia: “Baby’s yours.” Luke: “Bad news…” (Steven Meretzky)

Leia: “Il bambino è tuo.” Luke: “Brutte notizie…”

Ne ho scritte un paio anch’io.

“Sette parole sono troppe.” disse Ernest.

Dottor Lecter riceve. Presentarsi ore pasti.

Per quanto simpatiche, queste sequenze non sono vere storie, perché si appoggiano ad altre narrazioni. Altrettanto simpatica è questa:

Machine. Unexpectedly, I invented a time (Alan Moore)

Tempo. Inaspettatamente, ho inventato una macchina del

Però è più un giochetto che una vera storia.

C’è poi chi tenta con il dialogo.

It’s behind you! Hurry before it (Rockne S. O’Bannon)

È dietro di te! Sbrigati prima che 

Computer, did we bring batteries? Computer? (Eileen Gunn)

Computer, abbiamo portato le batterie? Computer?

Ma ho dei dubbi anche su queste linee di parlato, per quanto simpatiche. Non perché siano battute, ma perché non ci danno davvero il quadro generale di una storia; si limitano a dipingere una scenetta. Lo stesso effetto, anche senza ricorrere al dialogo, me l’hanno dato questi tentativi:

Cat leaps from shadows. Floating feathers. (tratto da Six Word Stories)

Il gatto balza fuori dalle ombre. Piume che volano.

As she fell, her mind wandered. (Rebecca Miller)

Mentre cadeva, la sua mente vagava.

In altri casi la storia c’è, ma c’è tutta. In pratica, si tratta di riassunti alla massima potenza, dei concentrati narrativi che non dicono molto:

Lazy optimist dies happily of starvation. (tratto da Six Word Stories)

Ottimista pigro muore di fame felicemente. 

Big bang. No God. Fadeout. End. (Stephen Baxter)

Big bang. Nessun Dio. Dissolvenza. Fine.

Defenestrated baby, methamphetamine, prison, rehab, relapse. (Jeffrey Eugenides)

Bambino defenestrato, metamfetamine, prigione, riabilitazione, ricaduta.

Lie glasses detector perfected: civilization collapses. (Richard Powers)

Perfezionati occhiali che riconoscono le bugie: la civiltà crolla.

Anche questi magari ci strappano un sorriso, ma manca la parte importante: il cervello non è stimolato, non è coinvolto, se ne sta lì ad assistere da lontanissimo ad una vicenda che comincia e si conclude in un attimo. In queste storie non c’è nessuna sorpresa, proprio perché in realtà sono delle sinossi concentratissime, l’essenza del raccontato.

Questa è già meglio:

Nerdy kid. Rocket launcher. Bully’s gone. (tratto da Six Word Stories)

Bambino secchione. Lanciarazzi. Il bulletto è andato.

Anche se io l’avrei cambiata così, per essere meno conclusivo:

Nerdy kid. Rocket launcher. Bully runs.

Vi riporto le due storie che mi sono piaciute di più tra quelle che ho avuto occasione di leggere.

Bob’s last words: “Bermuda Triangle, baloney.” (Elmore Leonard)

Le ultime parole di Bob: “Triangolo delle Bermuda, fesserie!” 

Vacuum collision. Orbits diverge. Farewell, love. (David Brin)

Collisione nel vuoto. Le orbite divergono. Addio, amore.

Entrambe riescono a creare da sole un certo background (in particolare la seconda) e a dare un’idea dell’intero arco della vicenda, pur comunicandone solo una parte al lettore. Forse la seconda si avvicina troppo a dire tutta la storia, ma per me riesce comunque a trasmettere bene l’ineluttabilità della situazione, e in fin dei conti mi pare abbastanza riuscita.

Non so quanto grande sia il ruolo giocato dalla soggettività nel valutare componimenti del genere. Per esempio, rileggendo l’ultima storia mi è venuto il dubbio che, mentre io mi sono subito figurato un incidente nello spazio siderale, qualcuno avrebbe potuto intenderla in maniera molto più metaforica, e quindi – in questo caso – vaga e banale.

For sale. Baby shoes. Never worn.Immagino che la ricezione delle storie e la capacità di riempire i gap informativi varino da cervello a cervello. E allora l’autore di six word stories è sempre in bilico tra l’ovvietà e l’indeterminatezza, con il rischio di cadere in entrambe contemporaneamente.

Non sono in grado di dare dei consigli universalmente validi su come costruire una six word story, ma la mia impressione è che, come al solito nella narrativa, andare sul concreto sia una buona idea. Hemingway, o chi per lui, è andato sul concreto, e ha colto nel segno. Ma il concreto non basta, ci vogliono le emozioni, e infatti le sei parole sulle baby shoes evocano una tragedia familiare che non può lasciare indifferenti.

«Concretezza e sentimenti, concretezza e sentimenti.» mi sono detto. E ho scritto la mia storia in sei parole.

Lei lo baciò. Poi lo riseppellì.

Pontificando

Dare un’occhiata da vicino a queste microstorie mi ha fatto riflettere su quanto il non detto sia potente, e di quanto le parole non siano la sede delle idee, ma un tramite verso i concetti, un ponte che possibilmente dev’essere ben solido.

Non dobbiamo scrivere pensando di fare un resoconto della storia, ma pensare che la storia è già lì, e il lettore ha bisogno di qualcuno che getti un ponte tra la nostra misera dimensione esistenziale e l’iperuranio narrativo.

Più facile a dirsi che a farsi.

Dite – scrivete – la vostra

Non siate timidi e scrivete nei commenti la vostra storia di sei parole. Lo so che lo volete.

  1. o “La Clarina” bimaiuscolata? []
  2. Giustamente la Clarina sottolinea che sarebbe più corretto un bel “vendonsi”. []
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22 risposte a Dammi sei parole

  1. Andrea scrive:

    Commento l’articolo. O forse no.

  2. la Clarina scrive:

    Arrivo – criminalmente tardi, ma arrivo.

    Bel post e bella 6Wstory. Suggerisce un sacco di possibilità – thriller o storiellona gotica, solo per citarne un paio – col giusto equilibrio tra particolari specifici e subtesto.

    Grazie per la citazione e…

    Fratellino, rispondimi! Credevo che fosse scarica!

    Ok, ho barato – però la tragedia famigliare c’è… 🙂

    • Mattia scrive:

      Non c’era alcuna fretta!
      Ottima storia, la mozione degli affetti è sempre vincente.
      Purtroppo me lo vedo male un feuilleton a puntate di sei parole, altrimenti avremmo un tesoro tra le mani.

  3. la Clarina scrive:

    Be’, sarebbe perfetto per Twitter…

    • Mattia scrive:

      Che si fa, si lancia la moda?
      Forse Twitter è un po’ troppo immediato, e ci troveremmo di fronte a composizioni improvvisate. Ma magari vale la pena tentare!

  4. “Chiusi gli occhi. E vidi lontano”.

  5. “Mi penetrasti. Mi stuprasti? Ti amo.”

  6. “Sei parole e trentadue lettere? Facile!”.

  7. Silvia scrive:

    Secondo me l’uso dei tempi verbali fa la differenza.

    • Mattia scrive:

      Vero. Con così poche parole qualsiasi pezzettino di significato fa la differenza, tempo verbale incluso.

  8. Vins scrive:

    Interessantissimi ed esaustivi tutti i tuoi raggionamenti, e complimenti per la tua storia.
    Ma quante parole per descrivere solo la funzione di sei, ti sei dilungato alquanto, avresti potuto dire tutto scrivendo:
    _
    “Un funambolo confabulando tra ovvietà e indeterminatezza”
    _
    A parte gli scherzi davvero interessante.
    _
    Una costatazione o dubbio che mi è venuto subito, funziona meglio parlare in prima persona o in terza persona?
    Parlando di storia viene spontaneo usare la terza persona, ma con un pò di analisi della cosa, la mia conclusione è che:
    Scrivere la mini storia in prima persona è audace ma a volte funziona e bene.
    cito una poesia di Ungaretti del 1925 composta da sole 5 parole, ma che generano un mondo.
    “D’altri diluvi una colomba ascolto”
    un uomo che parla della sua grande fede e descrive un momento sommesso, di intima preghiera,
    ci rimanda a un evento bibblico ma ci fa notare come questo può ripetersi nel quotidiano di ognuno di noi, come un silenzioso miracolo.
    C’è l’elemento climatico, l’elemento religioso, un protagonista (l’autore), un secondo essere vivente (la colomba)
    e il gesto di “ascoltare” che può essere inteso in molti modi. C’è la metafora, c’è il pathos.
    _
    io mi occupo di arti visive, e ti dirò, è la stessa matematica;
    in una buona fotografia, in una fotografia vincente,
    non puoi immaginare quanto il “non visto” sia potente 😉
    (per citare le tue parole)
    _
    Però io non avrei sottovalutato l’elemento ironico, che molti, forse inconsciamente hanno tentato di usare, forse sbagliando e creando solo sketch buffi, ma lo slancio di base era giusto.
    Perchè secondo me, per ogni chimica, i cardini o i pilastri portanti sono sempre tre, bisogna dare almeno tre input al lettore.
    Come aveva formulato Félix Fénéon, nei suoi “romanzi in tre righe”
    Una riga per l’ambiente, una per la cronaca più o meno nera e l’ultima per l’epilogo, si chiama formula Fénéon”.
    Quel che tocca fare a noi, è di rendere questo avendo a disposizione due parole per ogni input.
    _
    Quindi alle tue parole chiave ne aggiungerei altre, e direi che per creare una storia vincente ce ne debbano essere almeno tre:
    Concretezza; Sentimenti; Ironia; finale a sorpresa o imprevedibile;
    Suspance (anche grazie alla punteggiatura);
    Metafora, similitudine o doppio significato;
    Descrizione, nome o presenza di un protagonista;
    Descrizione di un ambiente/tempo/o fenomeno atmosferico;
    Dare un identità o un carattere ben definito, tema macabro, tema erotico etc.
    _
    Ti ringrazio ancora per la tua logica, mi sarà utile. e ti saluto con una mia proposta di 6ws un po’ improvvisata (e ispirata a un detto popolare di un epitaffio).
    _
    “Moltiplicò, mai sottrasse, i parenti allegramente divisero”
    _
    Vins

  9. Mattia scrive:

    È ben riuscita, direi! Però bisognerebbe togliere “allegramente” per avere davvero sei parole.
    Riguardo a quanto dicevi all’inizio del commento, possiamo dire che intuitivamente la prima persona potrebbe essere meglio della terza. Questo perché, banalmente, in italiano i verbi in prima persona non hanno bisogno di un soggetto esplicito all’interno della frase. Però, a conti fatti, vediamo che in queste storie di sei parole possiamo omettere tranquillamente anche il soggetto di un verbo alla terza persona, dando per scontato un “personaggio X” che viene definito attraverso il significato degli elementi esplicitati. L’esempio più vicino è proprio la storia che hai scritto tu. Quindi direi che non c’è molta differenza nell’uso di una persona o dell’altra.

  10. Renato scrive:

    Non è mia. L’ho sentita qualche tempo fa in occasione di un concorso per racconti di sei-parole-sei: SI CONSIDERI ASSUNTA. ORA PUO’ RIVESTIRSI.

  11. Criticone scrive:

    “Quando si svegliò, il dinosauro era ancora là”
    Queste non sono sei parole, sono otto, ma mi attizza parecchio, allora ho pensato di scriverlo.
    E’ un “racconto breve” di Augusto Monterroso. Tra l’altro è uno specialista di racconti brevi (quelli che ho trovato su internet sono di circa un capoverso), mi sembrano racconti molto concentrati e dal contenuto filosofico, alcuni sono stati tradotti in italiano

  12. Fabrizio scrive:

    C’era una volta, ma poi crollò.

    Se “c’era” vale come fossero due parole, allora la modifico così:

    C’era una volta, poi crollò.

  13. Fabrizio scrive:

    Aggiungo anch’io 6 parole:

    Siamo solo a metà e invano

  14. Roberto scrive:

    Sto solamente scrivendo queste fottute parole.

    Un po’ d’ironia 🙂

  15. Maty scrive:

    Le mie banali sei parole!
    Libro dimenticato al fischio del treno.

    A volte un post stimola la nostra curiosità spingendoci ad approfondire un argomento che non conoscevi. Infatti ho letto su google della novella attribuita ad Hemingway e così…. curiosando curiosando sono arrivata qui!

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