Hunger Games – Buoni da morire

Di sicuro il titolo Hunger Games l’avete già sentito, magari anche solo in un post apparso qualche tempo fa proprio qui su Sudare inchiostro.

Si tratta di una trilogia (sigh!) scritta dalla statunitense Suzanne Collins. Lo stile della Collins non mi piace moltissimo, ma non si può negare che sia scorrevole: il primo libro si legge in un attimo, e anche il secondo, più o meno. Quanto al terzo… ma andiamo con ordine. In ogni caso, in questo post non farò le pulci allo stile; preferisco trattare altre questioni.

Ah, e siete avvertiti: come al solito, il post è un unico, grande spoiler. Procedete a vostro rischio e pericolo.

Un po’ di trama

Vi trovate in un paragrafetto di aggiornamento per chi proprio non ha mai sentito parlare di Hunger Games. Se sapete già di cosa stiamo parlando, saltate pure al successivo. Intanto un veloce excursus sull’ambientazione.

Il romanzo è ambientato in un futuro distopico in cui l’America settentrionale è divisa in dodici Distretti, comandati da una capitale. Mentre gli abitanti dei Distretti fanno la fame, a Capitol City regna l’opulenza.

Ogni anno vengono celebrati gli Hunger Games: da ogni Distretto vengono prelevati un ragazzo e una ragazza tra i dodici e i diciotto anni; i ventiquattro “tributi” sono obbligati ad ammazzarsi l’un l’altro all’interno di un’arena, e l’ultimo che rimarrà sarà dichiarato vincitore, ottenendo per il proprio distretto un anno di razioni di cibo extra. Capitol City organizza questi giochi per ribadire la propria supremazia sui Distretti, che più di settant’anni prima avevano cercato di ribellarsi al suo dominio.

Gli Hunger Games sono sì un evento simbolico, ma anche (e soprattutto) uno show televisivo: lunghe preparazioni e interviste precedono l’evento vero e proprio, che è atteso con ansia dalla gente di Capitol City, e guardato (obbligatoriamente) in tutti i Distretti.

E ora qualcosa sulla trama.

Katniss Everdeen è una sedicenne che vive nel Distretto 12, e che provvede al sostentamento della propria famiglia cacciando nei boschi, benché ciò sia proibito.

Quando arriva il giorno della Mietitura, ossia il sorteggio dei tributi da parte degli inviati di Capitol City, il nome che viene estratto è quello di Prim Everdeen, sorella dodicenne di Katniss. Katniss si offre volontaria al suo posto, e viene portata a Capitol City assieme a Peeta, il figlio del panettiere, che è segretamente innamorato di lei da quando erano piccoli.

Con l’aiuto dell’ubriacone Haymitch, unico concorrente del loro Distretto ad aver vinto un’edizione del gioco e ad essere ancora in vita, Katniss e Peeta si preparano per entrare nell’arena1.

Non ho riassunto che la prima parte del libro, ovviamente. Gli spoiler arriveranno, non temete; se invece quello che cercate è una sinossi più dettagliata allora cercate altrove nel web.

No, non conosco il signor Takami

Prendete i personaggi di Hunger Games, tingete i loro capelli di nero e applicate del nastro adesivo tra gli angoli degli occhi e le tempie, in modo da ricreare approssimativamente dei lineamenti orientali. Come tocco finale, fate in modo che i concorrenti siano compagni di classe.

Et voilà: avete trasformato Hunger Games in Battle Royale.

Ho trovato notizie discordanti in merito alle dichiarazioni della Collins sulla sua supposta conoscenza di Battle Royale. Da un lato abbiamo l’articolo sulla Wikipedia italiana, secondo cui:

La Collins ha dichiarato che l’idea per Hunger Games è stata conseguenza di un momento di zapping televisivo e Battle Royale è servito come ispirazione per il libro.

mentre dall’altro c’è questo articolo del New York Times, in cui leggiamo la seguente dichiarazione della Collins:

“I had never heard of that book or that author until my book was turned in. At that point, it was mentioned to me, and I asked my editor if I should read it. He said: ‘No, I don’t want that world in your head. Just continue with what you’re doing.’ ”

“Non avevo mai sentito parlare di quel libro o di quell’autore fino a quando il mio libro non è stato consegnato [all’editore]. A quel punto me ne è stato fatto il nome, e ho chiesto al mio editor se dovessi leggerlo. Ha detto: ‘No, non voglio quel mondo nella tua testa. Continua semplicemente a fare quello che stai facendo.’ ”

L’articolo del Times mi è sembrato la fonte più citata in proposito2, per cui facciamo che ci fidiamo di lui.

A leggere le parole della Collins ci salta in mente un Foscolo che sostiene di non aver letto il Werther se non dopo la stesura del suo Ortis. Altro interessante parallelismo, Foscolo e Collins hanno spinto di più sul pedale della riflessione politica di quanto non avessero fatto prima di loro rispettivamente Goethe e Takami.

"Takami? È quel nuovo ristorante di sushi in corso Guazzoni?"

Non temete, i paragoni stiracchiati finiscono qui. A sentimento direi che la Collins ha letto eccome Battle Royale. Da parte sua mi pare sciocco negarlo, soprattutto perché Hunger Games non è un plagio del libro di Takami: si può parlare al più di un’ispirazione, che non è né illegale né immorale. I due libri, benché accomunati da un elemento portante della trama, sono molto diversi; entrambi hanno grandi potenzialità, derivate appunto da un’idea centrale efficacissima, che porta naturalmente a situazioni di conflitto, sia fisico che interiore. Entrambi hanno dei difetti, alcuni in comune, altri no; lo stesso vale per i pregi.

Nei sottoparagrafi che seguono vi propongo un breve confronto tra i due libri. Credo che in rete ce ne siano altri, ma non so quanto siano affidabili. Questo, in particolare, contiene varie inesattezze, probabilmente perché fa riferimento ai film.

Se avete bisogno di rispolverarvi Battle Royale, potete riprendere il mio articolo o andarvi a spulciare le solite Wikipedie.

L’ambientazione

Battle Royale e Hunger Games sono romanzi distopici, in cui gruppi di giovani ambosessi sono costretti, con cadenza annuale, ad ammazzarsi l’un l’altro fino alla vittoria dell’unico sopravvissuto. Battle Royale è però ambientato in un mondo che, tecnologicamente e cronologicamente parlando, sembra molto più vicino al nostro. Ciò può rendere la distopia molto più significativa, perché il paragone con la nostra società risulta più immediato. Ma il centro del romanzo di Takami non è il mondo distopico, bensì il gioco: vengono forniti indizi sulla società in cui vivono gli studenti e si menzionano le ragioni che hanno portato i governanti a creare un gioco così sanguinario, ma di fatto quasi tutto il libro si svolge sull’isola, e del “mondo esterno” si vede ben poco. Al contrario, in Hunger Games i combattimenti sono solo una parte della trama e, per quanto centrali, sono solo un tassello del mondo creato dalla Collins. Gran parte del primo romanzo si svolge fuori dall’arena, e lo stesso si può dire per il secondo. Nel terzo, gli Hunger Games veri e propri non ci sono nemmeno.

In conclusione, l’ambientazione complessiva di Hunger Games è più curata, ma forse anche perché in Battle Royale c’è meno bisogno di delineare il contesto tecnologico e sociopolitico (sia perché è ambientato praticamente ai giorni nostri, sia per ragioni di trama).

Il gioco

Lo scopo del gioco è lo stesso: i concorrenti devono uccidersi tra loro. Si possono stringere alleanze, ma alla fine può esserci solo un vincitore3. In entrambi i casi le mattanze sono monitorate ed eventualmente indirizzate (anche se di rado in modo diretto) dai crudeli organizzatori del gioco. Mi pare che le somiglianze finiscano qui; ora vediamo le differenze principali.

  • I concorrenti. Su questo punto Battle Royale stravince, proprio non c’è lotta. In Hunger Games i concorrenti non si conoscono tra loro, e questo toglie molto conflitto: dopo qualche scrupolo iniziale, è facile scegliere tra la tua vita e quella di uno sconosciuto (che magari non vede l’ora di ammazzarti). Come se non bastasse, alcuni dei concorrenti sono dei veri stronzi cattivoni prototipici: muscolosi, spietati e assetati di sangue al limite dell’insania. In Battle Royale la violenza psicologica è pari a quella fisica, perché i concorrenti sono compagni di classe. Tutte le dinamiche interpersonali sono stravolte dalla necessità di uccidere amici e conoscenti. Conflitto a palate! Di conseguenza anche la malvagità dei cattivi sa assumere forme più sottili dello “spakko tutto”, ed è più facile trovare personaggi chiaroscurali (che purtroppo non sono i protagonisti, ma di questo ho già parlato nel vecchio articolo).
  • Le regole. Non voglio entrare troppo nel dettaglio; credo comunque che Battle Royale sia superiore anche su questo versante. Il regolamento è pensato meglio, e di rado richiede un intervento dall’alto. Di conseguenza il ritmo delle uccisioni è più incalzante, e si prova la sensazione di un reale pericolo e costante ansia per i personaggi, mentre in Hunger Games passano anche giorni senza che qualcuno muoia. Mi è piaciuta l’idea della Cornucopia piena di armi ed equipaggiamento attorno alla quale si consuma la mattanza iniziale degli Hunger Games, ma trovo di gran lunga migliori i borsoni-sorpresa assegnati a ciascuno studente in Battle Royale: può capitarti un fucile a canne mozze, un coltellino svizzero, una balestra, una bussola, un navigatore GPS. Il sistema dei borsoni ha una deliziosa ironia, anche perché si possono creare (apposta) le tremende situazioni chi-ha-pane-non-ha-denti.
  • L’ambiente di gioco. Altro punto per Battle Royale. L’arena ipertecnologica di Hunger Games sa essere di una burineria pazzesca, come quando spuntano lanciarazzi dal suolo e sparano proiettili infuocati all’impazzata. Molto meglio tenersi sul sobrio, rende tutto più reale.

Punti di vista

È un peccato sapere che ci sono un sacco di succulente uccisioni senza potervi assistere. In altri termini, è brutto sentirsi lontani dall’azione. Questo accade precisamente quando Katniss è nell’arena e gli altri concorrenti si sbudellano a vicenda. Va da sé, se il punto di vista è uno, bisogna accontentarsi. O riconsiderare la scelta del punto di vista.

Molto più efficace Takami, che pur pasticciando qua e là con il POV ci regala in diretta tutte le gesta degli studenti.

Protagonisti

Qui Takami dà il peggio di sé. I protagonisti della Collins sono un po’ meglio, se non altro perché ci offrono una storia d’amore non scontatissima, in cui l’uomo non è un deficiente e la ragazza non è un’insulsa. Sempre di superbuoni si tratta (ne discuteremo tra poco), ma un filino meno stucchevoli.

Le solite rimostranze

Vi ho già detto che Hunger Games è un libro che fila. Anche il Re (non Elvis) ha speso parole d’elogio nel recensirlo.

Ma io ho studiato per diventare Signore del Male, e quindi sì, ho delle lamentele.

La copertina

Il concept della copertina italiana è beceramente riciclato. Prendete l’edizione Mondadori di Hunger Games:

Un fru fru tra le fratte!

E confrontatela con La solitudine dei numeri primi, di Paolo Giordano, sempre edito da Mondadori.

Un altro fru fru.

Dai, scherzavo. Ora però si fa sul serio.

Punti di vista

Passando oltre; vorrei riprendere un punto accennato durante il confronto con Battle Royale, cioè i punti di vista. Usarne uno solo è un peccato, con una trama del genere; Hunger Games avrebbe potuto guadagnare moltissimo da tutte le prospettive e le storie dei diversi personaggi. Io, da fan sfegatato dei personaggi secondari, avrei proprio voluto sapere come ha fatto il ragazzo zoppo del Distretto 10 a sopravvivere così tanto. Avrei voluto leggere la storia di Thresh, e sapere come è sopravvissuto e come è morto. Non avrebbe guastato nemmeno uno sguardo sulle realtà dei Favoriti, magari per farli apparire meno stereotipati. L’uso di punti di vista differenti avrebbe giovato molto anche all’ambientazione: sarebbe stato interessante scoprire più nel dettaglio i diversi Distretti di Panem.

Cuordipanna, odiati cuordipanna

A grande richiesta, non potevano mancare tra le lamentele quelle per i protagonisti cuordipanna, buoni ma che più buoni non si può, e per il destino cuordipanna che sempre li assiste.

Katniss e Peeta, benché costretti a partecipare al gioco, non devono mai, e sottolineo mai, prendere decisioni moralmente difficili. Non uccidono nessuno, se non i cattivoni: bella forza! Ad aggiungere panna alla panna ci sono anche le modalità di uccisione dei cattivi. Katniss infatti ammazza solo quando costretta; l’eccezione si verifica quando la sua piccola alleata Rue viene infilzata dalla lancia di un concorrente del Distretto 1: Katniss s’imbufalisce e fredda il malcapitato che, ahilui, stava solo giocando (segue grande cordoglio, poveri bambini, ma quando finirà tutto questo et similia). E anche quando tutti vorremmo che piantasse una freccia in gola al malvagerrimo Cato, ecco che una motivazione nebulosa e raffazzonata la spinge a colpirlo al polso, peraltro ritardando semplicemente la morte dell’antagonista. Peeta, dal canto suo, ammazza la concorrente più furba con la sola forza della sua scemenza. True story.

Il problema qui non sta tanto nei due protagonisti, quanto appunto nel Destyno (aka Suzanne Collins): l’autrice provvede a eliminare i concorrenti non-malvagi prima che Katniss sia costretta a finirli (una volta esauriti i veri kattivi), e così facendo ci priva del conflitto, il nostro cibo preferito.

La cuordipannità, benché prevedibile, è stata il tratto del libro che più mi ha deluso.

Un classico della kattiveria

Imparziale come sempre, mi lamento parimenti di buoni e non. Almeno nel primo libro, la parola d’ordine nell’arena è manicheismo: chi sembra cattivo è cattivo, chi sembra buono è buono (e dai, non ditemi che per un attimo avevate dubitato dell’angelico Peeta!).

Come ho detto, è stata la cuordipannità ad addolorarmi sopra ogni cosa. E tuttavia c’è stato qualcosa di ancora peggiore, anche se limitato a un solo episodio. Vi confesso che, durante la lettura, non riuscivo a credere ai miei occhi, perché non mi ero accorto che Hunger Games fosse un romanzo comico.

Dovete sapere che, ad un certo punto, Katniss si trova a dover lottare contro una dei Favoriti, tale Clove. Clove è come ce l’aspettiamo: muscolosa, cattiva, assetata di sangue. Dopo una breve colluttazione riesce ad avere la meglio su Katniss e la schiaccia a terra, bloccandola con il proprio peso. A questo punto ci aspetteremmo una bella carotide recisa, e invece accade l’irreparabile.

Sì, signore e signori, Clove inizia a parlare. Racconta a Katniss quanto la odi, come nella più becera tradizione dei cattivi di serie B. Non paga, decide – e annuncia – di volerle dare una morte lenta. Una morte lenta! Riuscite a crederci?

Ed ecco che arriva, tristemente annunciato dall’idiozia di Clove, il deus ex machina che si era attardato al bar a bere un caffè. Thresh spacca la testa della malaccorta con un sasso, e lascia andare l’imbelle Katniss perché era alleata con la sua compagna di Distretto, la piccola e ormai defunta Rue.

Basta. È ora che gli autori comincino a leggersi per davvero la Evil Overlord List.

Il numero perfetto

E infine, la bestia nera di tutti gli scrittori di bestsller per ragazzi: la necessità di scrivere (almeno) una trilogia.

Se il primo libro ha i suoi difetti, e il secondo pure, il terzo è una vera schifezza. I fattori che scatenano questa picchiata di qualità sono due.

Numero uno: la maggior parte del libro consiste nell’esposizione dei tormenti interiori di Katniss. Per carità, lei ha anche le sue ragioni per tormentarsi, ma dopo un po’ le preoccupazioni legittime diventano piagnistei. E poi è ferita4 per quasi tutto il libro, e spesso e volentieri si droga di antidolorifici. E rispetto a quello che succede, l’annichilimento interiore è davvero eccessivo. Eccessivo quasi come Bella Swan quando viene lasciata da Edward e viene colta da isteria, depressione e brutti sogni xk lui era trp bll.

E poi l’orrore. «Suzanne,» ricordo di aver pensato «Suzanne, questo non ce lo dovevi fare.»

È successo così: la Collins stava scrivendo le ultime cinquanta cartelle del terzo volume, e si era messa in testa di mandare Katniss e i suoi migliori amycy in una missione suicida. Il problema è che non c’erano i presupposti: i ribelli ormai avevano vinto la guerra, e a Katniss sarebbe bastato aspettare due o tre giorni al massimo per avere l’opportunità di uccidere il presidente Snow, come aveva giurato di fare. Chiaro, l’avrebbe fatto harrypotterescamente, magari andando contro un diretto ordine dei suoi superiori, ma alla fine l’avrebbe sfangata, in un modo o nell’altro. E invece.

Ovviamente Katniss decide di partecipare all’assalto contro Capitol City e di fare di testa propria (sempre molto harrypotterescamente). Questo è stato particolarmente sconsolante, visto che le paranoie che mi avevano tediato fino a quel punto del libro vertevano in gran parte sul mettere in pericolo le persone che si amano, sull’aver cura di loro, sulla responsabilità per la morte di gente innocente, blah blah. Katniss, Katniss, di’ la verità: era tutta una finta per avere i tranquillanti! Eh sì, perché la nostra arciera preferita non ci pensa due volte a portarsi tutti gli amici (incredibilmente consenzienti, e quindi meritevoli di morte cruenta) nel pericolo più pericoloso. Il tutto, ci tengo a ribadirlo, senza un vero motivo.

Morranno, oh se morranno. Ma non abbastanza, ahinoi, non abbastanza da saziare la mia sete di vendetta per il buco di coerenza lasciato dalla Suzy.

Non tutti gli squartamenti vengono per nuocere

Come al solito mi sono lasciato trasportare troppo, e mi sono infervorato. Ma visto che in fondo ho anch’io un dolce cuore di panna, ho lasciato per la fine dell’articolo un paio di cose che mitigheranno gli orrori appena descritti.

Hunger Games avrà i suoi difetti, eppure non è spazzatura. Io sono bisbetico, e in questo post mi sono concentrato sugli aspetti negativi, ma mi sono bevuto i tre libri in poche ore.

Al di là della scorrevolezza del testo, mi premeva fare qualche considerazione sui contenuti del romanzo, soprattutto visto il successo che ha avuto tra i lettori e le lettrici adolescenti.

Se siete cinici cominciate pure a storcere il naso, visto che stiamo per parlare dei Grandi Messaggi trasmessi dal libro. Hunger Games è un libro dai contenuti positivi, e tutto sommato importanti. Da bravo romanzo distopico ha una forte componente sociopolitica, e si concentra sull’importanza dell’informazione e sulla crudele vacuità a cui può arrivare la televisione, nonché sul rapporto tra potere e cittadini e sull’iniquità della distribuzione della ricchezza nel mondo. Tutte cose già sentite, certo, e meglio esposte in libri più blasonati.

Ora però considerate le folle di adolescenti che non leggeranno mai un Brave New World o un Fahrenheit 451, e considerate il più famoso bestseller per adolescenti degli ultimi anni. Parlo di Twilight, ovviamente: concedetemi un ulteriore paragone; questa volta però mi basta prendere le due protagoniste.

Prima Twilight. Bella Swan è una ragazza insulsa, che si realizza solo attraverso le attenzioni di un superuomo. Quando viene lasciata frigna in modo inverecondo e si riduce a una larva umana. Vuole vivere per sempre, e fa tanti capricci che alla fine l’accontentano. Il suo uomo è così “focoso” che durante la prima notte di nozze (lei è ovviamente vergine) le procura lividi e contusioni assortite; la mattina dopo Edward si scusa, ma Bella ribatte che le va bene anche così, e che anzi non si deve sentire in colpa, perché è nella sua natura di predatore essere violento: lei può ben sopportare un paio di pacche, pur di stargli accanto, e poi lui è così contrito5! Se non è un’apologia della violenza domestica questa… E non è tutto: Bella rimane incinta in seguito alla prima notte di nozze. Un tiro, un centro, insomma. Del resto è a questo che servono amore e matrimonio.

Bella Swan in un momento di riflessione

A quest’immagine malata e religiosamente perversa della donna si contrappone, molto felicemente, Katniss Everdeen: Katniss è indipendente, provvede da sola al sostentamento della sua famiglia dopo che il padre è morto e la madre ha avuto un crollo nervoso. Quando si trova a dover competere negli Hunger Games, attua una strategia di “marketing” e finge di essere innamorata di Peeta pur non essendolo: il suo scopo è tornare a casa viva per proteggere le persone che ama, non correre dietro a un bellimbusto per farsi sposare e ingravidare in un giorno solo. Al contrario, con lo svilupparsi della vicenda si crea un triangolo in cui è lei a tenere le cose in sospeso, visto che non si vuole sbilanciare né con Peeta né con Gale. Girl power, insomma. Katniss mostra inoltre di non amare tutti i ritocchi con cui il suo team di estetisti la prepara per i vari show: nel secondo libro, se non ricordo male, durante una ceretta dice pure di essere affezionata ai propri peli delle gambe.

Katniss prima e dopo. Quando la chirurgia estetica oltrepassa il limite.

Al di là dei gusti in materia di depilazione, credo che sia una declinazione interessante e concreta del trito messaggio “siamo tutti belli così”. Addirittura, in Hunger Games emerge con chiarezza un certo disgusto verso l’eccesso nella chirurgia estetica.

Il punto del confronto mi pare chiaro: se aveste una figlia, quale delle due protagoniste preferireste che prendesse come esempio? La decerebrata o l’impavida cacciatrice?

Una scelta facile

E poi, modelli femminili a parte, c’è tutta quella quintalata di questioni su cui riflettere. Libertà, povertà, ruolo dell’informazione. Un lettore dal palato più fine dirà che questi temi sono affrontati in modo scontato, e magari avrebbe pure ragione, ma non starebbe tenendo in conto tutta quella fetta di pubblico che a questi Grandi Temi ha pensato troppo poco, o che proprio non ci ha mai pensato perché ogni volta che li ha visti erano sepolti in una marea di noia scolastica. Libri di facile lettura come Hunger Games possono aprire le porte di riflessioni più ampie anche a chi, magari, è un po’ a digiuno di riflessioni.

Delectare atque monere, bitches!

Il gusto amaro del cuordipanna

Insomma, leggetevelo, ‘sto Hunger Games, se non altro per considerare che l’ultimo bestseller per adolescenti non è una boiata totale.

Io però resto sempre con l’amaro in bocca. Vorrei trovare un libro che sviluppasse questo meraviglioso espediente della mattanza, ma senza protagonisti superbuoni e destino cuoredipanna a rovinarmi il conflitto e la conseguente festa.

Me lo devo scrivere da solo?

  1. Che non è una vera arena, quanto piuttosto un’estensione di territorio che gli Strateghi, gli organizzatori del gioco, possono controllare a loro piacimento. []
  2. Anche dalla Wikipedia inglese, by the way. []
  3. Ma… aspetta… non è possibile! È un imprevisto dell’ultimo minuto! []
  4. Diverse ferite, solite lagne. []
  5. Qui mi rifaccio al quarto film, non ho avuto lo stomaco di leggere i libri dopo il primo. []
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14 risposte a Hunger Games – Buoni da morire

  1. Orrec scrive:

    Recensione puntuale su cui mi trovo sempre d’accordo! Bravo come al solito, mi trovo d’accordo su tutti i punti! Una curiosità: meglio Hunger Games o Harry Potter? Insomma, Hermione è un valido modello-per-figlie-adolescenti, o no?

    Ps. Come procede il romanzo?

  2. Mattia scrive:

    Grazie! Certo, Hermione sarebbe un valido modello, ma il pattern comportamentale potteriano è di gran lunga quello che più emerge come vincente: 1) contravvenire alle regole; 2) causare un disastro; 3) passarla liscia per pura fortuna o per intercessione di qualcuno di potente. La stessa Hermione lo adotta, di tanto in tanto. Inoltre Harry a scuola si annoia molto spesso, e questo l’ho sempre trovato offensivo: se avessi dovuto studiarle io, quelle materie, sarei stato sempre sui libri, altro che quidditch. Il buon Harry, guarda un po’, trova interessanti solo le cose per cui ha un talento innato.
    Lasciando da parte il mio livore verso il personaggio Potter, non saprei che cosa rispondere se mi chiedessero di scegliere tra la saga di Harry Potter e Hunger Games. Sono opere molto diverse, scritte con stili diversi, ma probabilmente la Rowling è più brava della Collins. Se la qualità di Harry Potter è generalmente più alta e più omogenea tra le opere che costituiscono la saga, bisogna però anche dire che i pochi messaggi presentati sono relativamente stereotipici, e a mio avviso troppo sciocchi anche per i bambini. Basti pensare al senso generale dell’eptalogia: l’Amore vince su tutto. Disney ci saluta dalla tomba. Harry Potter non è un libro fatto per veicolare un qualche significato, mentre Hunger Games può spingere a varie riflessioni e/o discussioni.
    Ma in fin dei conti la scelta dipende, come al solito, dal lettore. Quindi meglio leggerli entrambi e dare un giudizio critico alla fine.

  3. Orrec scrive:

    In realtà non ho mai letto “Hunger Games”, ma penso che a questo punto lo farò, anche solo per curiosità; c’è da dire che forse quando lessi Harry Potter per la prima volta era più nel target e avevo decisamente meno esperienza, chissà se mi piacerebbe di nuovo se lo leggessi adesso !
    Buon lavoro e continua così!

    • Mattia scrive:

      Alla fine, che piaccia o meno, è una lettura veloce. E come tutti i libri può essere abbandonato in caso di noia eccessiva.
      Per rispondere al P.S. del primo commento, il romanzo sta andando un po’ a rilento per vari motivi (nessuno del quali è legato al romanzo o alla scrittura). Ho già messo giù qualche capitolo, e a breve conto di riprendere un ritmo di stesura accettabile.

  4. Raccontango scrive:

    Oh sono proprio contenta di aver trovato qualcuno che ama i “libri per ragazzi” e riesce ad avere uno sguardo critico! Io vengo sempre tacciata come “nerd”, anche se ho un dottorato in filologia, solo per il fatto che amo questi libri. Hunger Games non l’ho ancora letto, ma grazie a questa recensione lo farò! 🙂

    P.S. Viva Harry Potter per sempre, anche se Harry è un coglione.

  5. Mattia scrive:

    Fa onore a un PhD in filologia l’avere la mente abbastanza aperta da avvicinare realtà letterarie considerate secondarie dall’accademia. Buona lettura, e se hai voglia torna a dirci se sei d’accordo con il post!
    E viva i nerd e i geek di tutto il mondo.

  6. Francesca scrive:

    Una sola domanda: la traduzione italiana com’è? Sai, per i diversamente anglofoni…

    • Mattia scrive:

      Ho letto i primi due libri in italiano, il terzo in inglese. Così a naso direi che la traduzione è quasi meglio dell’originale, almeno come stile, ma potrei sbagliarmi. Non ho notato strafalcioni, ma non ho neanche fatto un confronto diretto.

  7. Francesca scrive:

    Ah, non ho riletto il post: se l’hai scritto lì non c’è bisogno che mi rispondi, ovviamente u.u

  8. mousse scrive:

    Definirlo “l’ultimo bestseller per adolescenti” è decisamente limitativo.
    Le questioni di fondo sono molto profonde. E non capisco in questo post cosa c’entrino i protagonisti di twilight. Non sono due saghe neanche minimamente paragonabili. Twilight sì e per adolescenti, Hunger games lo è molto di meno.

    • Mattia scrive:

      Il fatto che un libro sia per ragazzi non vuol dire che sia sciocco. Hunger Games è un bestseller, su questo non ci piove, ed è stato scritto pensando ad un target di lettori giovani. Non ritengo questa caratteristica particolarmente negativa, e non credo che ce la si debba prendere se un libro che si è apprezzato viene definito “young adult”.
      Il confronto con i protagonisti di Twilight serve proprio a mostrare che non tutti i romanzi per ragazzi sono delle boiate. Dire che Twilight è per adolescenti e Hunger Games molto meno, invece, implica che la letteratura per ragazzi debba essere superficiale, altrimenti rischia di non venire capita da quelle zucche vuote dei teenager.
      Continuo a ritenere Hunger Games un libro per ragazzi, e non credo di svilirlo in alcun modo chiamandolo così.

  9. Sam scrive:

    Come al solito io leggo in ritardo ciò che va di moda: ho letto Dan Brown quando a nessuno importava più e ho cercato di tenere duro anche per quanto riguarda la Collins. Ma alla fine, mi sono arresa. Devo ammettere di aver letto solo il primo, oltretutto in condizioni strane – quei libri ultramoderni che si aprono a blocknotes e hanno i caratteri così piccoli che ti fanno pensare subito di aver bisogno di un buon oculista.
    Mi ritrovo abbastanza d’accordo con quello che è emerso dalla tua recensione, anche se io, nel leggerlo, ho borbottato molto di più. Le donne che scrivono libri in cui il pov è quello di un’adolescente femmina mi danno spesso una specie di prurito, e questo non ha fatto eccezione. E quindi sì, la cosa che mi ha più colpito della tua recensione è l’appunto su una modifica del punto di vista del libro. Se il secondo, mettiamo caso, fosse raccontato da Peeta, forse lo leggerei (e borbotterei lo stesso, credo).
    Forse, alla fine, mi arrenderò di nuovo, e il mio Buon Proposito di non leggere che il primo si trasformerà in un “va bene ma non leggo il terzo” prima di scivolare nel dimenticatoio come tanti altri propositi letterari.

    Ah, mi sono messa a commentare pensando di limitarmi a farti i complimenti e a dirti che adesso andrò a sbirciare il resto: mi sono un po’ persa…

    • Mattia scrive:

      Parli dei flipback? Non ne ho mai letto uno intero, ne ho solo preso uno in mano, e mi è sembrato molto scomodo.
      Hai ragione a borbottare, sono un borbottone anch’io. Se stavolta sono stato particolarmente clemente è anche perché ho considerato il libro anche per la sua valenza sociale, per quanto piccola sia. Dal punto di vista strettamente narrativo si poteva fare di più, e capisco, da parte tua, l’eventuale scelta di non finire la trilogia. Se la finisci, facci sapere!
      Intanto benvenuta, e grazie per il commento.

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