Menestrelli – 1° puntata

Se dovessimo dire quale forma letteraria si avvicini di più alla canzone della musica leggera, indicheremmo subito la poesia lirica. E giustamente: entrambe hanno testi relativamente brevi, e pasteggiano ad amori felici, amori tristi, insalata di sentimenti.

Ma la corrispondenza canzone1/lirica2 conosce delle eccezioni. È vero che la poesia epica ha più o meno tirato le cuoia e che nessuno più declama in versi le gesta di eroi e cavalieri, eppure di tanto in tanto qualcuno decide di raccontarci una storia messa in musica: ecco che, cantando le azioni di un protagonista, ci si allontana dalla lirica per avvicinarsi al racconto in versi. Si tratta sempre di testi brevi, sconosciuti alla poesia epica, ma possiamo dire che una “canzone narrativa” sta a un poema come un racconto molto breve sta a un romanzo.

Ecco quindi la materia trattata in questa nuova rubrica intitolata Menestrelli: canzoni che raccontano storie; un ponte tra poesia, narrativa e musica.

Il primo menestrello

Il menestrello con cui inauguriamo la rubrica è Sting. Musicalmente parlando Sting mi sta molto simpatico, in quanto bassista e amante dei tempi dispari. In più è uno che è riuscito a raggiungere un grande pubblico con musica che, per quanto pop, è di qualità. E chiunque storca il naso e lo tacci di canzonettismo deve prima riuscire a cantare/suonare un qualsiasi suo pezzo in sette o nove ottavi.

Inoltre Sting, al secolo Gordon Sumner, ha una certa cultura personale, e ha scritto canzoni su un po’ di tutto, dalla teoria junghiana della sincronicità ai desaparecidos del regime di Pinochet, senza trascurare la guerra fredda o riferimenti letterari a romanzi3 e a sonetti shakespeariani. Insomma, se ci si mette ad ascoltare i testi si scoprono molte cose, magari non sempre edificanti: ad esempio la celeberrima Every Breath You Take, composta quando ancora i Police non si erano sciolti, può sembrare una banale canzone d’amore, ma altro non è che l’accorato appello di uno stalker alla propria vittima.

Ma non è per tutto questo che Sting è il primo menestrello esaminato in questa rubrica. La ragione è che il buon Pungiglione ha fatto un intero album di canzoni narrative. O quasi.

"E poi perché so suonare il liuto. E perché porto dei foulard pazzeschi."

Ten Summoner’s Tales

L’album in questione è appunto Ten Summoner’s Tales. Il titolo è un gioco di parole che sfrutta la somiglianza del cognome di Sting, Sumner, con la parola summoner. Il summoner, in italiano apparitore, è uno dei personaggi delle Canterbury Tales di Geoffrey Chaucer. Insomma, potremmo tradurre il titolo dell’album come Dieci racconti dell’apparitore. Molto brutto. Ad ogni modo, riferimento chauceriano a parte, già quel tales rende chiara l’intenzione narrativa che anima le canzoni.

La tracklist è questa:

  1. (Prologue) If I Ever Lose My Faith in You
  2. Love is Stronger than Justice (The Munificent Seven)
  3. Fields of Gold
  4. Heavy Cloud No Rain
  5. She’s Too Good for Me
  6. Seven Days
  7. Saint Augustine in Hell
  8. It’s Probably Me
  9. Everybody Laughed But You
  10. Shape Of My Heart
  11. Something the Boy Said
  12. Epilogue (Nothing ‘bout Me)

I dieci tales programmatici sono calcolati senza prologo ed epilogo, che peraltro non hanno nulla di narrativo.

A dir la verità, poi, attraverso il titolo Sting ha fatto un po’ di falsa pubblicità: non tutte le dieci canzoni sono dei veri racconti. Ma bisogna anche dire che il grado di narratività di testi così brevi può variare molto tra i due opposti di un’ipotetica scala. E allora, se da un lato una canzone come It’s Probably Me non racconta proprio nulla, ci sono invece pezzi che presentano dei personaggi, i quali di per sé non costituiscono una storia, ma che di sicuro sono un punto di partenza. Un ottimo esempio è Shape Of My Heart, ritratto di un giocatore d’azzardo: non si racconta la sua storia, ma il binomio musica-testo traccia una figura senz’altro affascinante, anche se non caratterizzata con precisione.

Un ulteriore passo verso la maggiore narratività è fatto presentando interazioni tra personaggi o azioni di personaggi in un ambiente, vale a dire situazioni. Non abbiamo ancora dei veri eventi su cui si appoggia la narrazione ma, se il conflitto è già presentato in qualche modo, l’immaginazione dell’ascoltatore potrà lavorare su quanto viene suggerito; la musica può intervenire a sottolineare il conflitto, come succede per la simpatica dinamica di coppia di She’s Too Good For Me.

In Heavy Cloud No Rain ci vengono suggerite addirittura due o tre trame, accomunate dalla causa del conflitto, vale a dire appunto l’assenza di pioggia: un astrologo di corte deve far piovere per ritardare la propria esecuzione; un contadino ricorre alla magia nera per evitare il pignoramento della propria fattoria; un uomo viene respinto dalla propria amata, che conserva il proprio amore per i giorni di pioggia. Nessuna trama viene conclusa, ma il meccanismo narrativo viene comunque messo in moto. Restiamo a bocca asciutta anche con Seven Days, visto che non ci viene detto che cosa farà il protagonista di fronte all’ultimatum della donna amata. Anche qui viene presentato un personaggio, questa volta un eterno indeciso, messo di fronte ad una decisione difficile.

Ciascuna delle altre cinque canzoni segue invece una vicenda dall’inizio alla fine. Fields Of Gold ed Everybody Laughed But You sono canzoni d’amore, e in entrambe il protagonista maschile è quella che potremmo chiamare la “voce narrante” che si rivolge in prima persona alla donna. Sting utilizza spesso questo espediente della narrazione in prima persona, e probabilmente fa bene. La prima persona è più immediata della terza e il solo impiegarla crea già un personaggio. Questo tipo di narrazione, presente in tutte le canzoni di questo album, richiama anche la struttura chauceriana (e ancor prima boccacciana, con il Decameron) del racconto-cornice: è vero che nell’album non è presente un racconto-cornice che veda una serie di personaggi riuniti a raccontarsi storie, ma l’utilizzo di tante voci narranti quanti sono i racconti contribuisce comunque a creare una gamma di personaggi, che in fondo sono raggruppati nel contesto comune che è l’album.

Ma torniamo alle canzoni. Anche in Fields Of Gold ed Everybody Laughed But You, benché i fatti narrati siano presentati (o tratteggiati) fino alla fine, non sentiamo la stessa presa narrativa che potrebbe avere un racconto, forse perché i due testi si concentrano su panoramiche molto ampie delle storie d’amore raccontate, e non si va molto sul concreto.

Diverso è il discorso per Saint Augustine In Hell. La storia è sempre raccontata in prima persona dal protagonista, in questo caso il santo, che alla fin fine tanto santo non è. La storia è raccontata tutta in una strofa, e visto che gli eventi si articolano in un lasso di tempo piuttosto breve il risultato è più concreto, e quindi migliore da un punto di vista narrativo. Il resto del testo, dando spazio alla voce del protagonista, rinforza il messaggio non strettamente narrativo, ossia lo sviluppo del personaggio che, consumato com’è dal conflitto interiore, è ben riuscito. In questa canzone abbiamo addirittura un piccolo monologo recitato (un compiaciuto Satana che accoglie Agostino) seguito da un assolo di hammond che più peccaminoso non si può.

Something The Boy Said mi tormenta da quando, anni fa, ne ho capito il testo. Non spoilero troppo; basterà dire che succede qualcosa di orribile e non si dice come. L’accaduto si può interpretare in maniera molto semplice, ma una fervida immaginazione può immaginare mille storie che riempiano il buco lasciato dal testo. Il ricorso all’inquietante presagio di un bambino crea molto bene l’atmosfera, ma alla fine mi trovo sempre a desiderare qualche macabro dettaglio in più.

Ma la più narrativa di tutti questi tales è senz’altro Love Is Stronger Than Justice. È una storia di cowboy, di quelle che piacciono tanto al pure britannico Sting. E questo sì, è un vero e proprio racconto. Inizio, sviluppo, fine (con morale amorale).

Altre menestrellate

Ma quelli presenti in Ten Summoner’s Tales non sono i primi brani narrativi del repertorio di Sting. In The Dream Of The Blue Turtles, l’album del 1985 con cui intraprese la carriera solista, troviamo la suggestiva Moon Over Bourbon Street, canzone ispirata al romanzo di Anne Rice Intervista col vampiro. Un paio d’anni dopo uscì …Nothing Like The Sun4, in cui è presente Rock Steady, un’atipica ricostruzione del diluvio universale e rielaborazione dell’adagio popolare “Tra moglie e marito non mettere il dito”.

L’album The Soul Cages del 1991 è un’unica grande narrazione, stando alle interpretazioni che si trovano in giro, ma non lo conosco bene, e non ne saprei parlare con cognizione di causa. Lo ascolterò.

In Mercury Falling troviamo almeno tre racconti. Twenty Five to Midnight per certi versi richiama lo schema situazionale già visto in Seven Days, con un protagonista eterno indeciso e una fanciulla che, se lui non metterà la testa a posto, lo lascerà per un altro uomo. I’m So Happy That I Can’t Stop Crying è incentrata su una storia piuttosto comune, che però non risulta banale visto il modo in cui è presentata. A rendere il testo efficace sono come sempre i dettagli concreti, che fanno intendere la situazione complessiva senza ambiguità e rendono il lettore/ascoltatore più partecipe. A mio avviso, molto validi il discorso indiretto della moglie (riportato dal narratore/protagonista), i “sunday fathers” e il gelato sciolto; gli ultimi due sottolineati dal cambio di tonalità. Poi nel resto della canzone c’è spazio per l’introspezione, ma trovo significativo che le parti più riflessive partano comunque da contesti narrativi.

Degna di nota è anche I Hung My Head, sempre nello stesso album, una storia di colpa con ambientazione western, tanto western che perfino Johnny Cash ne ha fatto una cover, purtroppo volgarizzando l’originale tempo in nove ottavi della strofa in un banalissimo quattro quarti.

Note conclusive

Direi che per ora basta così; di sicuro Sting, durante e dopo la collaborazione con i Police, avrà scritto altri brani narrativi, ma non conosco alla perfezione tutta la sua discografia. Il punto della questione, però, mi sembra chiaro.

Nella fusione tra racconto e canzone si possono raggiungere vari gradi di narratività, se così vogliamo chiamarla, che spaziano dalla definizione di un personaggio all’esposizione di tutta la trama vera e propria, passando per la presentazione di situazioni che, benché statiche, suggeriscono attraverso la presenza di conflitto il passaggio ad un diverso stato delle cose, e quindi di fatto gettano le basi per una fabula.

La cosa interessante è che certe soluzioni semi-narrative presenti in questo tipo di brano non si realizzano così spesso o così facilmente nella prosa. Mi riferisco ovviamente a tutta quella zona grigia di cui si sono dati molti esempi nel post, quei diversi gradini della scala di narratività che abbiamo proposto.

Soluzioni narrativamente incomplete (ritratti di personaggi, situazioni di conflitto irrisolte) riescono ad esercitare su di noi influenze e reazioni paragonabili a quelle di veri e propri racconti5. Come mai? La musica, certo; è una risposta ovvia, ma se problematizzata può portare a considerazioni interessanti. Se assumiamo che sia proprio la musica a colmare la distanza tra un testo narrativamente completo e uno incompleto, possiamo ipotizzare che il suo compito non sia solo quello di sottolineare ciò che viene detto attraverso le parole (ruolo che comunque ricopre), ma anche quello di stimolarci a riempire i vuoti lasciati nella vicenda. In altre parole, la musica innesca un processo creativo inconscio che ci porta a terminare una narrazione parziale.

Detto così sembra una scemenza totale. Ma abbiate ancora un attimo di pazienza.

Figuratevi questa ipotetica scena di un film: una persona cammina nella propria casa, passando di stanza in stanza. Non importa cosa fa la persona, non importa l’inquadratura. Non c’è musica. È la prima scena del film, di cui noi non conosciamo nulla se non, al limite, il titolo.

Di per sé la scena ci dice solo quello che ci mostra. Ma riavvolgete il nastro e riguardatela con un sottofondo dissonante di archi. Che angoscia; il killer salterà fuori da un momento all’altro.

È un esempio banale, eppure rende chiara e in qualche modo plausibile la tesi di poco fa. La musica ci permettere di ricorrere al nostro immaginario per riempire i buchi di un quadro narrativo incompleto6, e in questo meccanismo, probabilmente, gioca anche il peso che la musica ha nel definire l’ambientazione.

Quando ascoltiamo una canzone che ci parla di un particolare personaggio, la musica può aiutarci a collocarlo in un sistema di archetipi, di standard presenti nel nostro immaginario, e può tratteggiargli attorno un particolare mood.

Se viene presentato l’inizio di una vicenda ma non la fine, saremo naturalmente portati a ipotizzare una conclusione, e in una certa misura la musica può influenzare la direzione della nostra compensazione creativa. Banalmente, musica triste/finale triste, musica allegra/finale allegro. Sto semplificando brutalmente, tralasciando le infinite sfumature che possono essere generate dall’interazione musica-testo, ma il discorso è chiaro.

Ora, visto lo scopo della rubrica abbiamo esaminato dei testi narrativi scritti per o assieme alla musica. Ma se procedessimo al contrario? Vale a dire, e se venisse scritta della musica come colonna sonora per un testo narrativo?

Per ora butto lì quest’idea; la riprenderò in un altro post.

Un’ultima considerazione: così come la dimensione del racconto può essere presente in diverse concentrazioni all’interno della forma-canzone, così l’aspetto lirico non viene necessariamente escluso da quello narrativo. Anzi, spesso il ruolo della narrazione è quello di veicolare un messaggio che esposto in maniera lirica sarebbe di sicuro meno originale: questo perché la concretezza coinvolge di più, principio già ampiamente affrontato da tutti, e spesso ripreso anche in questo blog. È più efficace dire che l’amore è più forte del senso morale o raccontare la storia di un tale che, pur di avere per sé la donna amata, ammazza i suoi sei fratelli?

Sì, in fondo è sempre la stessa storia. Vi annoia? Magari la prossima volta ve la canto.

  1. In questo post useremo il termine “canzone” solo con accezione contemporanea, non intenderemo mai la forma poetica. Non siate snob. []
  2. E per lirica intenderemo sempre poesia lirica, non gente che spacca bicchieri a suon di urlacci. Non siate grezzi. []
  3. Come The Sheltering Sky di Paul Bowles. []
  4. I puntini sono presenti nel titolo, non sono miei. Sciagura a voi se l’avete anche solo pensato. []
  5. Sempre che le canzoni non ci facciano schifo. []
  6. L’aspettativa (nell’esempio, la suspense) è una strategia di completamento temporaneo. []
Questa voce è stata pubblicata in Musica e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

7 risposte a Menestrelli – 1° puntata

  1. Orrec scrive:

    Bello! Ho sempre immaginato una colonna sonora per le mie storie (parlo al plurale, ah ah), e anzi scrivo sempre con un buon album in sottofondo per aiutarmi a creare l’atmosfera che ho in testa.
    Fra le altre cose, mi stimoli anche ad ascoltare Sting; cercherò qualche suo album; però nelle prossime rubriche voglio vedere Tom Waits o Bob Dylan, pena un anno di ascolti forzati di “Metal Machine Music” di Lou Reed.

    • Mattia scrive:

      Per le prossime due puntate ho in programma dell’altro, ma Waits e Dylan sono senz’altro dei menestrelli, quindi hai fatto bene ad inoltrare la request.

      • Orrec scrive:

        Perfetto, attenderò con ansia^^ nel frattempo cerco Sting e qualche suo brano, grazie!

  2. Silvia scrive:

    “Vendo casa”, Mogol&Battisti: specchio della condizione della donna negli anni ’60!

  3. Francesca scrive:

    >È più efficace dire che l’amore è più forte del senso morale o raccontare la storia di un tale che, pur di avere per sé la donna amata, ammazza i suoi sei fratelli?

    Uh, solo a me viene in mente De André con “La ballata dell’amore cieco”? Certo, non erano i fratelli, ma direi che siamo lì…

    • Mattia scrive:

      Forse ammazzare la madre è anche peggio, soprattutto se ci aggiungiamo il dettaglio del cuore.
      La più grossa differenza tra i due brani è che quello di De André finisce in modo “morale”, quello di Sting no.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Provami che sei reale (e che hai la licenza elementare)! *