L’eterna lotta tra il Bene e l’Editoria – 5° puntata

Cedendo allo spirito vacanziero che ormai da un po’ mi dava di gomito, venerdì mattina sono partito per passare un weekend lungo in spiaggia, lontano dal trambusto cittadino. La località scelta non era lontanissima, ma abbastanza isolata da far annaspare i cellulari alla disperata ricerca di campo. La cosa non mi dispiaceva, anzi; di tanto in tanto è bello rendersi irreperibili.

Ma venerdì sera, in uno degli isolati momenti in cui c’è una mezza tacca di ricezione, ricevo un messaggio. L’operatore mi avvisa che quel pomeriggio qualcuno mi ha chiamato. Chiunque fosse, ha trovato il mio telefonino spento, e anche se fosse stato acceso, non ci sarebbe stato nessuno a rispondere.

Il numero non lo conosco, e non è un cellulare. Guardo bene il prefisso. Zero due. Milano. Un telefono fisso, da Milano. Non conosco nessuno a Milano. Gli unici contatti che ho con quella città sono quelli – sporadicissimi – che ho con gli editori.

Riempio la vasca di camomilla e mi faccio un bel bagno rilassante. Devo stare calmo, potrebbero esserci mille spiegazioni. Una su tutte mi viene suggerita da una mia compagna di vacanza: visto che ho cambiato operatore, potrebbe essere la Vodafone che mi chiama per supplicarmi di restare loro cliente. Ma è molto difficile, visto che per la Vodafone sono stato il peggior cliente che abbiano mai avuto. Un mese fa mi hanno addirittura mandato un sms minatorio: effettua una cazzo di ricarica, o ti disattiviamo la SIM. In più mi sono sempre figurato che le compagnie telefoniche chiamassero da numeri brevi e stilosissimi, non lunghi e anonimi.

Però ehi, può essere. Ma ormai è venerdì sera ed è troppo tardi per chiamare in un ufficio. Di sabato gli uffici sono deserti. In più non c’è campo, e anche volendo non si riesce a tenere su una telefonata per più di trenta secondi. Domenica idem. Trepido aspettando il lunedì: chiamerò e scoprirò finalmente quale editore mi ha scelto per pagarmi un vitalizio in cambio di un romanzo all’anno.

Ma il mio crogiolarmi nell’aspettativa termina domenica sera: un iPad decide di avere abbastanza ricezione, e il numero viene cercato con San Google.

È una truffa telefonica. Se richiami (o rispondi) ti fregano cinque euro.

"Salve, siamo della casa editrice a cui ha inviato il manoscritto. Come, quale? Ah, l'ha inviato a tante? Comunque, a noi è piaciuto moltissimo. No, non le chiediamo contributi per la pubblicazione, volevamo solo fare quattro chiacchiere con lei. Ha un'oretta?"

La soluzione

«Piano! L’ultima vota mi hai tagliato troppo l’unghia, idiota. Senti come brucia.»

Malachia tiene tra pollice e indice il mignolo del piede del Segretario. Lo separa dalle altre dita, poi lo spolvera con un pennellino, togliendo i granelli di sabbia bianca che erano rimasti attaccati alla pelle e sotto l’unghia.

«Così mi fai il solletico, scemo!»

La tallonata coglie Malachia sul mento, facendolo cadere all’indietro.

«Chiedo scusa, signor Segretario.» mormora il gobbo, rialzandosi «Starò più attento.»

«Avevo detto: né troppo forte, né troppo piano. Una via di mezzo. Quanto sarà difficile da capire?»

«Mi dispiace, signore.»

Il Segretario sbuffa.

«Sbrigati, non sopporto tutta questa sabbia tra le dita dei piedi. Hai telefonato?»

«Sì, signore.»

«E…?»

«Niente spiagge senza sabbia, signore. Non su questi atolli, hanno detto.»

Il Segretario sorseggia il suo Daiquiri, il suo volto è una maschera impassibile.

«E per l’altra questione?»

«Quelli dell’editoria hanno chiamato. È tutto pronto, basta una sua firma.»

«Non firmo più niente a scatola chiusa. Ho visto di cosa sono capaci. Telefono.»

Malachia abbandona dita e pennello, e caracolla via, con le code del frac che tracciano scie sulla sabbia immacolata. Torna un attimo dopo, reggendo un vassoio con sopra un telefono dorato. La cornetta è già alzata.

«Mi sono preso la libertà di comporre il numero, signore.»

Il Segretario si porta la cornetta all’orecchio.

«Sì, sono io. Sì. Ho capito che il self-publishing comincia a dare segni di cedimento. Sì. Sì, lo so che rischiamo il rosso. No, non firmo niente se prima non vedo il progetto. Non me ne frega niente che siete sicuri. Lo decido io se mi piace o no.»

Il Segretario si interrompe un attimo, e si umetta le labbra. «Una valanga di soldi, hai detto? Ok. Senti, qui non ho il fax, spiegamelo a voce.»

Annuisce. Annuisce ancora. «Legale, illegale, quello si mette a posto in un attimo. Voglio sapere se funziona.»

La voce all’altro capo della linea parla ancora, appena udibile sopra la brezza che spazza la spiaggia. Il Segretario ascolta, annuisce. «Finalmente ve ne siete usciti con qualcosa di serio.» dice infine «Falsifica pure la firma, vi metto quella vera quando torno. Ciao, eh. Ciao, ciao.»

Il Segretario riaggancia.

«Portami un altro daiquiri, Malachia.»

«Sì, signore.»

«Anzi no, fermati.»

Malachia si immobilizza, un piede a mezz’aria, il vassoio in una mano. Ondeggia un po’.

«Facciamo un margarita. Il segreto è diversificare.» dice il Segretario, e si mette a ridere di gusto «Diversificare, capito?»

Malachia annuisce, e ride anche lui. «No, signore.» dice «Un margarita, allora. Arriva subito.»

E saltella via.

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3 risposte a L’eterna lotta tra il Bene e l’Editoria – 5° puntata

  1. Francesca scrive:

    Riuscire a mettere le mani su un computer dopo settimane di astinenza forzata e trovare un nuovo capitolo della “lotta”: non ha prezzo.
    Seconda cosa: ti rendi conto che per colpa tua ora continuerò a rimuginare su quale potrebbe essere il diabolico piano capace di incontrare l’approvazione del Segretario?

  2. Francesca scrive:

    No, ok, ci sono arrivata. Sii condiscendente: ho dormito male e ho appena finito di leggere le recensioni di Unika II, le mie funzioni cerebrali sono compromesse.

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