Come scrivere poesia – 1° puntata

Questo post è il primo di una serie probabilmente molto breve, che mira a dare qualche dritta su come imparare a scrivere poesia in metro.

Si tratterà di consigli pratici, che mirano a facilitare l’acquisizione delle competenze di base, ma non mancherà, soprattutto in queste prime battute, un po’ di fondamento teorico.

Alcune delle cose che dirò saranno molto ovvie: questa mini-guida punta a rendere accessibile a tutti un corretto uso della metrica, anche a chi non sa o non si ricorda alcune nozioni fondamentali. In ogni caso, un veloce ripasso delle basi non fa male.

Noioso preambolo

Le definizioni e nozioni che userò saranno pensate per questo contesto, ossia i primi passi dello scrivere poesia, e non costituiscono in alcun modo una trattazione approfondita degli argomenti. Se volete studiare la metrica in modo più dettagliato e con una prospettiva più accademica potete consultare un manuale1.

A questo proposito vorrei fare una precisazione: i consigli che darò non sono presi pari pari da un manuale. Per ciascun aspetto della metrica, i manuali riportano le varie tendenze presentatesi nel corso della storia della poesia; ne consegue che una tendenza è tanto più importante quanto più si manifesta. È giusto che sia così, visto lo scopo del testo.

Invece in questa sede noi prediligiamo un approccio bricolagistico (o un “approccio del fare”, se vogliamo parlare politichese): dobbiamo imparare a costruirci da soli la nostra poesia, ed è il risultato che conta, non l’autorità. Cercherò sempre di rendere chiare le mie scelte e di motivarle portando ad esempio dei risultati. Qualcuno a cui non piacciono le cose belle potrà essere in disaccordo estetico fin da subito, ma il mio invito è quello di seguire fedelmente tutte le direttive, e solo alla fine, quando si è riusciti a costruire una poesia secondo le indicazioni proposte, valutare il risultato.

OMG!

Il concetto di base è il solito: la tecnica è alla base dell’arte. Se non siete d’accordo, questi post non fanno per voi.

Il verso

Il verso è una sequenza di parole raggruppate a livello metrico-ritmico, sintattico e grafico. Nella poesia contemporanea basta un raggruppamento grafico per creare un verso, ma qui apparteniamo a tutt’altra scuola. Scordatevi i versi liberi e scordatevi gli enjambement: un verso ha un certo numero di sillabe, crea il ritmo attraverso uno schema di accenti ragionato, ed è dotato di una certa coesione sintattica. “Coesione sintattica” significa che i sintagmi non si spezzano. Giù le manacce da quei sintagmi.

Infine, ma proprio infine, il verso è un fatto grafico. Decidiamo di andare a capo solo per tradizione e per aiutare il lettore ad individuare il ritmo, sebbene rime e accentazione permettano una lettura corretta anche senza salti di riga.

Qualche termine da conoscere

Ci sono alcuni termini che probabilmente conoscete già, ma che sono prerequisito fondamentale per chiunque voglia fare un discorso sulla metrica. Se sapete di cosa stiamo parlando potete passare al paragrafo successivo, altrimenti ecco una lista per un veloce ripasso:

  • Parola tronca, ossia che ha l’accento sull’ultima sillaba. Esempi di parole tronche sono: verità, perché, così, farò, vieppiù. Un verso è tronco quando ha l’ultimo accento sull’ultima sillaba. Di conseguenza, un verso che termina con una parola tronca è un verso tronco.
  • Parola piana, ossia che ha l’accento sulla penultima sillaba. Sono parole piane, ad esempio: sudare, stamberga, narrativa, inchiostro, lume. Un verso è piano quando ha l’ultimo accento sulla – rullo di tamburi – penultima sillaba. Perciò sì, un verso che termina con una parola piana è piano.
  • Parola sdrucciola. Parole e versi sdruccioli sono accentati sulla terzultima sillaba (ad esempio: calamo, merito, libero, comodo, unico).

Esistono anche parole bisdrucciole, trisdrucciole e quadrisdrucciole2, ma noi le useremo molto di rado, se non addirittura mai: la difficoltà d’uso in metrica si accompagna, soprattutto negli ultimi due casi, a una certa bruttezza.

Una formula insufficiente

Nella metrica italiana i versi traggono il nome dal numero di sillabe che avrebbero se fossero piani. Questo vuol dire che il loro ultimo accento è alla posizione (n – 1) rispetto a quella indicata dal loro nome. Ad esempio, facciamo il calcolo per l’ottonario: (8 – 1) = 7, e infatti gli ottonari hanno l’ultimo accento sulla settima sillaba. Poi se sono tronchi hanno solo sette sillabe, se sono piani ne hanno otto, se sono sdruccioli nove, ma l’ultima sillaba accentata è sempre la settima.

Per scrivere dei bei versi non basta sapere quante sillabe dovremo mettere in fila, ma saperlo è essenziale. Il problema però è: sapete contarle davvero, queste sillabe?

Il conteggio delle sillabe, ovvero quando 2 + 2 = 3 (ma non sempre)

Facile contare le sillabe, direte voi. E invece non è vero. Le consonanti sapete sempre da che parte stanno: dalla vostra. Sono vostre amiche, chiare e ragionevoli. Ma le vocali sono ambigue, sempre pronte a fingersi consonanti, a unirsi, a separarsi e a saltare da una parte all’altra.

Per questo motivo è necessaria una premessa linguistica.

Dittonghi e iati

Piccola premessa: le sillabe sono costruite attorno ad un nucleo di sonorità, e in italiano questo nucleo può essere costituito solamente da vocali.

Detto questo, chiariamo un paio di termini fondamentali: dittongo e iato. Quando due vocali sono vicine, possono comportarsi in vari modi. Se appartengono alla stessa sillaba formano un dittongo, ossia un gruppo vocalico in cui una sola delle due vocali è nucleo di sillaba, e l’altra è priva di sillabicità (che sarebbe la possibilità di costituire una sillaba). Lo iato è il caso opposto, in cui le due vocali restano separate, e ciascuna delle due è il nucleo di una sillaba3.

A questo punto un po’ di linguistica non ve la toglie nessuno. La poesia si fa con le parole, e se vogliamo andare alla radice del perché certe scelte siano preferibili ad altre bisogna analizzare bene quello che succede quando parliamo.

Nel dittongo, una delle due vocali vicine ha perso sillabicità, ossia la capacità di costituire il nucleo di una sillaba. In un certo senso, potremmo dire che si è avvicinata un po’ allo status di consonante.

Le vocali che perdono più facilmente la sillabicità sono quelle più alte. La ragione del fenomeno è fisiologica: nell’articolazione delle vocali alte (in italiano [i], [u]), l’apertura del canale vocale è più ristretta, e quindi più simile alla costrizione del flusso d’aria tipica delle consonanti.

Semplificando brutalmente il discorso, possiamo dire che [i] e [u] tendono a diventare le semivocali4 [j] e [w] quando accostate a un’altra vocale. Attenzione: la perdita di sillabicità non avviene in vocali accentate, che in quanto tali sono necessariamente nucleo di sillaba.

Quando abbiamo due vocali vicine, quindi, possiamo trovarci di fronte a casi diversi:

  • una delle due vocali è alta e non accentata: in questo caso il risultato sarà un dittongo, ossia quella sequenza vocalica farà parte di un’unica sillaba (ad esempio “lingua” [lin.gwa]).
  • una delle due vocali è alta ed è accentata: entrambe le vocali restano sillabiche, e avremo quindi uno iato (“faina” [fa.i.na]).
  • nessuna delle due vocali è alta, perciò saremo di fronte a uno iato (“aedo”, [a.e.do]).
  • entrambe le vocali sono alte: una delle due diventa semivocale, generando un dittongo (se una delle due è accentata, è certamente l’altra, come si vede in “piuma”[pju.ma]).

Ci sono poi alcuni casi in cui vocali alte non accentate non creano un dittongo. Ad esempio, la parola “diurno” ha tre sillabe, [di.ur.no], e non è il bisillabo [djur.no] che ci potremmo aspettare. Allo stesso modo, la versione crusca-approved è [vi.a.le], e non [vja.le]. Queste eccezioni sono motivate generalmente dalle derivazioni e dai prestiti che hanno generato o portato le parole nella lingua. Più avanti vedremo come è meglio trattarle.

Fin qui tutto bene. Solo che le cose non sono così semplici, perché ci si mette in mezzo la pigrizia innata di ogni parlante. Abbiate pazienza e seguitemi ancora per un po’, vedrete che presto tutto tornerà ad avere un senso.

Uno dei princìpi generali che motivano il cambiamento linguistico è il principio del minimo sforzo: il parlante cercherà di articolare le parole con il minimo sforzo articolatorio possibile (purché le parole restino riconoscibili). Questo principio tende ad essere tanto più potente quanto più l’esecuzione delle parole è veloce e non sorvegliata.

Ciò fa sì che anche vocali non alte possano essere asillabiche, e stare nella stessa sillaba con un’altra vocale. Un ottimo esempio è la parola “leopardo”, che anche pronunciata normalmente tende ad essere sillabata [leo.par.do] o [leo.par.do]5. Lo stesso vale per “coalizione”, pronunciata [koalitsjone] [koalitsjone]6. Un altro caso, ancora più comune, è “fino ad oggi”: credo che molti di noi la pronuncino [fi.noa.dɔd.dʒi]7.

In realtà possiamo dire che tutti noi, parlando, diamo vita a fenomeni di dittongamento, sia interni alle parole sia tra parole diverse.

La ragione sta nella tendenza verso un minore sforzo articolatorio. Articolare due sillabe è più difficile che articolarne una, soprattutto se ci sono due vocali vicine, perché per distinguere bene le due vocali e rimarcare la sillabicità di entrambe dobbiamo eseguire entrambe con grande chiarezza. Possiamo quindi dire che la lingua “tende” naturalmente verso il dittongamento.

E questo ci porta all’argomento vero e proprio: sineresi, dieresi, sinalefe e dialefe.

Sineresi e dieresi

Quando, all’interno di una parola, un nesso di due vocali è contato come appartenente ad una sola sillaba, si ha una sineresi. Se invece tale nesso è suddiviso in due sillabe, si parla di dieresi. Ricollegandoci a quanto detto finora, la sineresi comporta dittongamento, la dieresi iato. Talvolta la dieresi è indicata graficamente con due puntini sopra la vocale interessata (sulla “i” o sulla “u” se queste sono presenti, altrimenti sulla prima delle due vocali, ad esempio “dïavolo”, che si legge [di.a.vo.lo] anziché [dja.vo.lo]).

In genere è meglio ricorrere sempre alla sineresi.

I casi in cui la dieresi è preferibile sono pochi: di solito la si usa quando si ha un nesso vocalico con una vocale non alta (“a”, “e”, “o”) in prima posizione e una vocale tonica in seconda posizione (come accade in “beato”, “leale”, “koala”, “poeta”). Queste sono infatti le occorrenze in cui, anche nella lingua parlata, si tende a conservare di più la bisillabicità del nesso.

Sinalefe e dialefe

Mentre sineresi e dieresi agiscono all’interno delle parole, sinalefe e dialefe si applicano ai nessi che si formano quando ad una parola che termina per vocale ne segue una che inizia per vocale.

Non usate mai la dialefe. Usate sempre la sinalefe. Facile, no?

Esiste anche l’episinalefe, ossia la sinalefe realizzata tra verso e verso. La trovo brutta, e la sconsiglio vivamente. Il verso è un’unità metrica, ed è giusto che i fenomeni metrici che ne influenzano la durata riguardino solo il verso stesso. Ma la motivazione che mi spinge a evitare l’episinalefe è simile a quelle per cui evito dieresi e dialefe, ossia il rapporto tra lettura e ritmo. Di questo parlerò tra poco, ma prima è meglio chiarire come comportarsi quando ci si trova di fronte a gruppi di tre o più vocali.

Nessi di più vocali

Quando abbiamo nessi di tre vocali, spesso sinalefe e sineresi non sono la soluzione migliore. Per sapere se è il caso di separare il gruppetto, basta vedere la vocale centrale: se è alta sarà necessariamente una semiconsonante, perciò sarà lì che faremo iniziare una nuova sillaba. E infatti nessuno dubita che parole come “aia” o “noia” abbiano due sillabe.

Lo stesso vale con la sinalefe: ad esempio, il sintagma “lo iato” è trisillabo ([lo.ja.to], o [loj.ja.to] in pronuncia standard), mentre “hai avuto” è quadrisillabo ([a.ja.vu.to]).

Lettura e ritmo

La poesia è musica fatta di parole, e la musica ha un suo ritmo8. Le sillabe sono i battiti di cui il ritmo è composto.

Nel fluire della lingua parlata, sineresi e sinalefe sono fenomeni così naturali che al momento di leggere un testo, anche poetico, vengono usati di default. Le dieresi e le dialefi sono separazioni per lo più artificiali, e infrangono la consuetudine che regola la lettura normale del verso.

In altre parole: visto che un lettore applica naturalmente sineresi e sinalefe, rischia di applicarla anche in caso di dieresi o dialefe9, e di realizzare quindi un verso ipometro.

Prendete questa quartina:

Tra i dubbi e le domande che mi pongo

mi logora e m’assilla assai lo iato,

che non badando al suo significato

sfoggia senza imbarazzo un dittongo.

C’è qualcosa che non va nell’ultimo verso, no? Certo: il quarto verso è ipometro. O almeno, lo è se lo si legge applicando la sinalefe, che ci ha portati senza problemi attraverso i tre versi precedenti. Affinché il quarto verso sia un endecasillabo dovremmo usare la dialefe o tra “senza” e “imbarazzo”, o tra “imbarazzo” e “un”. La seconda soluzione è la migliore, ma comunque è brutta, perché crea al lettore inutili complicazioni e spezza il ritmo.

Il buon poeta allora evita queste ambiguità e opera una diversa scelta di termini al fine di poter usare la sinalefe:

Tra i dubbi e le domande che mi pongo

mi logora e m’assilla assai lo iato,

che non badando al suo significato

in testa sfoggia impavido un dittongo.

Evitate uscite del tipo “Ma Dante in questo verso usa la dialefe!”. Lo so che in certi casi i grandi poeti del passato hanno usato la dialefe. Ma se avete letto il preambolo avrete anche capito lo spirito che anima questa raccolta di consigli.

Se volete imparare a scrivere in metro, eliminate dieresi e dialefe.

La rima

Aggiungo un’ultima ovvietà per permettere agli interessati di esercitarsi con gli strumenti necessari.

La rima perfetta non è semplicemente “due parole che finiscono uguale” (ahimè, definizione realmente sentita). Due parole rimano quando sono identiche dalla vocale accentata in poi, vocale accentata compresa.

Per quanto riguarda le vocali accentate, possiamo considerare affini le vocali medioalte (é, ó) e mediobasse (è, ò), e includerle in un unico grado di altezza (media). Di conseguenza, potremo far rimare “mèta” con “séta”, e “nuòvo” con “róvo”. Questa tendenza è tipica di tutta la poesia italiana, e la differenzia dalle altre tradizioni poetiche romanze.

Altrimenti come faremmo, a far rimare “cuore” con “amore”?

Compiti per casa

Se volete esercitarvi, vi consiglio di cominciare con qualcosa di semplice: scrivete una quartina di endecasillabi, rimata come più vi piace, usando sinalefe e sineresi quando necessarie. Io la mia l’ho scritta sul contrasto dittongo-iato, ma voi scegliete il tema che più vi piace.

Se vi va, potete pubblicare le vostre quartine qui sotto. O, se proprio il risultato non vi piace e volete capire perché, potete inviarmele all’indirizzo di posta elettronica per una veloce correzione. In entrambi i casi, buon lavoro.

La prossima puntata di questa rubrica darà l’altro strumento essenziale per ottenere una buona prosodia: la distribuzione degli accenti all’interno del verso.
Non mancate!

  1. Io prendo come riferimento La metrica italiana di Pietro Beltrami. []
  2. Bisdrucciolo è il termine o verso che presenta l’ultimo accento in quartultima posizione. Esistono parole naturalmente bisdrucciole (“abitano”), ma per la maggior parte sono verbi con pronomi enclitici appiccicati (“caricalo”).

    Trisdrucciolo. Le parole trisdrucciole hanno l’accento sulla quintultima sillaba. Le parole trisdrucciole sono unicamente verbi con l’aggiunta di pronomi enclitici (ad esempio “caricamelo”).

    Quadrisdrucciolo. Praticamente inesistente, a meno di non voler fare un bel collage di particelle enclitiche. Tra gli esempi che ho trovato, non uno era una parola che si potrebbe usare nella vita reale. []

  3. Si noti la suprema ironia: la parola “iato” inizia con un bel dittongo. []
  4. O semiconsonanti che dir si voglia. []
  5. Metto tra parentesi le vocali asillabiche, visto che i diacritici sono difficili da usare in un testo html. []
  6. Si noti comunque che, benché tutte le vocali possano perdere la sillabicità, la perdono più facilmente all’aumentare della loro altezza. []
  7. Confini di parola non creano automaticamente confini di sillaba: gli spazi vuoti tra parole sono solo un espediente grafico per riconoscerle meglio, ai quali non corrisponde alcuna pausa a livello di fonazione. []
  8. Nel prossimo post approfondiremo questo discorso parlando della disposizione degli accenti all’interno del verso. []
  9. Ricordo che, mentre c’è un segno per indicare la dieresi, la dialefe è un’insidia invisibile. []
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49 risposte a Come scrivere poesia – 1° puntata

  1. marilena favero scrive:

    Sarei lieta di leggere i commenti, ma non so come raggiungerli… E sarei anche lieta di farti leggere alcuni dei miei scovazzi, che qualcuno ha chiamato poesie…
    Grazie comunque per questo lavoro. Spero vivamente di leggere anche le prossime puntate!
    P.s.: C’è un modo più “tangibile” per esprimere riconoscenza, tipo pulsanti, ecc?

    • Mattia scrive:

      Il tuo commento a questo post è il primo, Marilena, per ora non ce ne sono altri da leggere.
      Se vuoi mandarmi i tuoi scovazzi li leggerò volentieri; magari seleziona quelli che preferisci. In ogni caso, un po’ conosci i miei gusti, per cui sai che pareri aspettarti.
      Le prossime puntate arriveranno quando avrò un po’ di tempo, ma arriveranno sicuramente, non temere.
      Non ho in programma, almeno per ora, di inserire un pulsante per le donazioni. Se ci incontriamo in giro, comunque, accetterò qualunque somma e/o bevanda omaggio!
      Scherzi a parte (ero serissimo), al momento i veri Pulsanti della Riconoscenza sono quelli in fondo ai post. Se nel blog trovi qualcosa che ti piace, diffondilo sui social network e nella rete in generale, o più semplicemente consiglia Sudare Inchiostro a chi potrebbe essere interessato. Grazie!

  2. domitilla di pietro scrive:

    Mattia,innanzi tutto grazie infinite per le tue delucidazioni esaustive e concise! Purtroppo però ho così scoperto di scrivere delle vere schifezze… Nel senso,le emozioni e quella che per me è musica in quanto tali,non bastano per scrivere una poesia. Le mie “poesie” sono risultate del tutto scorrette,non rispettano assolutamente le regole da te elencate,sia per quanto riguarda le rime sia per quanto riguarda le sillabe,ecc… Ci sono versi endecasillabi.dodecasillabi,settenari…insomma un vero obrobrio! Nell’esempio di una poesia da me appena scritta,ho ricevuto molti complimenti,evidentemente le emozioni arrivano,ma immagino che se,per assurdo,la facessi leggere a un addetto ai lavori (come te) questo inorridirebbe…
    mmm…e mò? devo riguardarla tutta se voglio imparare,giusto? Di mandartela un po’ mi vergogno a questo punto… 😉
    Un abbraccio Domitilla

    • Mattia scrive:

      Bisogna fare i dovuti distinguo.
      La poesia che viene scritta oggi è quasi sempre in versi liberi. Il tuo componimento si colloca nel solco di questa tendenza, e quindi non può essere giudicato con i canoni proposti in questo post. Di conseguenza, quello che hai scritto è scorretto solo se prendi per buone le regole che propongo, e chiaramente nessuno ti costringe a farlo.
      Se hai voglia di mandarmi qualcosa sei la benvenuta, ma non credo di poterti dare un giudizio valido su qualcosa che è scritto senza regole formali. Il parere seguirà la modalità di scrittura, sarà soggettivo e impressionistico. Potrà essere argomentato fino a un certo punto, ma poi si entrerà nel regno del gusto personale, dove ciò che è bello è bello “perché sì”.
      Non cercare di “correggere” quello che hai scritto in verso libero, faresti tanta fatica per ottenere un risultato probabilmente mediocre. Le tue poesie in verso libero sono scritte in verso libero, capitolo chiuso; anche nel migliore dei casi, forzarne la struttura con un impietoso taglia e cuci non le renderà più belle. Se vuoi scrivere in metro, il mio suggerimento è di creare qualcosa di nuovo. Rimango a disposizione nel caso volessi inviarmi qualcosa.

  3. Riccardo scrive:

    Ancora oggi torna il rossore
    che spugna via, affranto, il lavoro
    lasciando l’eco danzar per ore,
    sul tuo sorriso, mentre lo divoro.

    • Mattia scrive:

      L’ultimo verso è un endecasillabo perfetto, gli altri hanno qualche problema. Il penultimo è un decasillabo, mentre negli altri due, per arrivare a considerarli endecasillabi, bisogna applicare la dialefe in ogni punto possibile. Cerca di usare la sinalefe, il risultato è garantito.
      Grazie per aver postato la tua quartina!

      • Riccardo scrive:

        Non c’è di che, purtroppo è la prima volta che mi avvicino a queste nozioni di metrica ed anche se penso di aver capito cos’è e come funzione la sinalefe, quando guardo i versi e provo a pensare a come utilizzarla ho in mente il vuoto assoluto. Non è che a scappatempo può sfuggirti qualche esempio su come potrei applicarla?
        Ti ringrazio comunque per questa guida che ho trovato interessante e comprensibile anche per un profano come me.

      • Mattia scrive:

        Per quanto riguarda la sinalefe (e la sineresi, che hai applicato correttamente con la parola “tuo”), tutto sta nell’abituarsi a considerare le vocali vicine come parte di un’unica sillaba. Il primo passo è accorgersi sempre dei contesti in cui la sinalefe è applicabile; in altre parole, bisogna stare sempre attenti ai casi in cui si presentano delle vocali adiacenti. È una cosa che dopo un po’ viene automatica, soprattutto se nel frattempo si sta lavorando anche al ritmo del verso (trovi tutto nella seconda puntata di questa rubrica).
        Nei primi tempi, comunque, è sempre il caso di osservare bene i versi dopo averli scritti, eventualmente contando le sillabe. È un’operazione che può sembrare pedante, ma per imparare bisogna capire dove si sbaglia.
        Ovviamente è fondamentale leggere tanti endecasillabi. C’è l’imbarazzo della scelta, ma così su due piedi consiglierei Poliziano e Ariosto, per pulizia e regolarità dei versi.
        Rimango a disposizione per la revisione di ulteriori esperimenti!

  4. Michele scrive:

    Non sarà, non sará con tutto questo
    Che a una classe di discoli chiassona
    Libagioni alle vergin d’Elicona
    Potrò insegnar, così men vado mesto

  5. Lele scrive:

    Se la sillabazione metrica si discosta da quella della lingua, diventa arbitraria. Il dizionario Sabatini-Coletti registra “le-o-pàr-do” e non “leo-pàr-do”, “co-a-li-zió-ne” e non “coa-li-zió-ne”, come vorrebbe questo articolo. Sospetto che la metrica sia una questione soggettiva. I nostri versi, analizzati da qualcun altro, potrebbero risultare sbagliati, senza esserlo (per noi).

    • Lele scrive:

      Quindi la dialefe, da artificio antiquato, potrebbe risorgere come strumento di separazione delle sillabe: “vïale” indicherebbe al lettore di sillabare “vi-a-le” e non “via-le”.

    • Mattia scrive:

      La divisione in sillabe proposta dai dizionari è quella ufficiale, e ha carattere più normativo che descrittivo. In molti casi, è proprio quella che si discosta da quella della lingua.
      Per le ragioni spiegate nell’articolo (tendenza a dittongare), possiamo dire che la lettura metrica rispecchia la lingua parlata più di qualcosa imposto dall’alto.
      Non per niente, nella tradizione poetica esistono parole nelle quali coppie di vocali adiacenti che, benché siano degli iati secondo la divisione in sillabe “da dizionario”, sono sistematicamente conteggiate come un’unica sillaba. Ora vado a memoria, ma una di queste dovrebbe essere il frequentissimo “avea”.
      Ti porto un altro caso, non altrettanto rilevante per la poesia, in cui la divisione in sillabe prescritta da grammatiche e dizionari non rispecchia le vere tendenze linguistiche: andare a capo con la s è innaturale (i bambini lo sbagliano per questo), e va contro il principio linguistico della scala di sonorità. L’unico motivo per cui si divide “co-sto” e non, più naturalmente, “cos-to” è un discorso di analogie con il quale non ti annoio, ma che ha origine esclusivamente prescrittiva.
      La metrica è quindi una questione esclusivamente soggettiva? Direi di no, ma bisogna sempre considerare che se si vuole cercare un’analisi linguistica il più possibile efficace e oggettiva bisogna tenere in conto un certo margine di variazione.
      In altre parole, per la mia analisi io cerco di sfruttare una linguistica più descrittiva e legata alla realtà, che ammette eccezioni, ma si affida a tendenze vere, riscontrate e dimostrabili. Un approccio più prescrittivo (“si dice così perché sì”) è spesso aprioristico, e cerca un’esattezza assoluta che di fatto non esiste.
      Personalmente, non credo di aver mai detto “le-o-par-do” con quattro sillabe, checché ne dica il Sabatini-Coletti, e sono convintissimo che il mio leopardo a tre sillabe, in una poesia, sarebbe letto come tale.
      Sono d’accordissimo con il tuo ultimo commento: segnalare la dieresi toglierebbe ogni dubbio. Resterebbe però il problema delle vocali adiacenti in confine di parola: lì non si potrebbe segnalare, o bisognerebbe ricorrere a qualche altro espediente grafico.

      • Lele scrive:

        Grazie per la risposta, però il dubbio rimane. In mancanza di norme affidabili, se ci affidassimo all’orecchio, l’orecchio sarebbe soggettivo, e quindi lo sarebbe anche la metrica. Qualche regola empirica che ci aiuti? Non vorremmo trovarci a scrivere tanti versi per poi scoprire che molti sono sbagliati: un verso sonoro costa fatica (scommetterei che a questo serve la dieresi: ti salva un verso che dovresti buttare). Idea: noto che leggiamo “leo-pàr-do” perché lo iato non è accentato. Se lo fosse: “leòpardo” o “lèopardo”, allora sillaberemmo diversamente? Così abbiamo anche “poe-sì-a”, “neo-clà-ssi-co”, ma “nè-o”, “cor-tè-o”, “ca-cà-o”, “ma-ò-ri”. Sarebbe un accorgimento che potremmo estendere alla sinalefe: guardare agli accenti dopo aver unito le parole.

      • Mattia scrive:

        Una regola molto empirica l’ho già data nell’articolo: usare sempre sinalefe e sineresi. Così sembra semplicistica, per cui provo a spiegarne ulteriormente le ragioni.
        Il principio dell’accento di cui parli è ragionevole, ma purtroppo non sempre vero. Una parola come “via”, ad esempio, dovrebbe avere due sillabe, “vì-a”, visto che l’accento cade sulla vocale che formerebbe il dittongo. Eppure “via”, nella poesia italiana, è quasi sempre trattata come un monosillabo. Mi permetto di citare Dante, solo per dare un’idea:

        per altra via mi mena il savio duca,

        Il punto è che il principio della tendenza al dittongamento è sempre valido, ma non si tratta di un fenomeno polare (o sì o no). Ci sono casi che dipendono dal contesto, ossia casi in cui è più “difficile” che le vocali facciano parte di una stessa sillaba. I casi più difficili, ovviamente, sono quelli in cui le vocali non sono alte, ma questo non vuol dire che, nel fluire parlato, una vocale non alta non possa rinunciare alla sua sillabicità.
        E quindi per noi qual è la soluzione? La soluzione è fare in modo che il verso abbia un ritmo che guida la lettura (a questo proposito, si veda la seconda puntata). Esemplifico subito, ché in questi casi un verso vale più di mille parole in prosa.
        Secondo tutti i ragionamenti fatti in questo articolo e nei commenti, “le-o-ne” è trisillabo, e quello iato è molto forte, difficile da dittongare, per due motivi:

        È formato da due vocali non alte.
        Una delle due vocali è accentata.

        Di conseguenza sarebbe più naturale (e più saggio) non usare la sineresi. Ma se volessimo proprio fare un esperimento, potremmo creare il contesto per una lettura dittongata, scrivendo un paio di versi i cui accenti “costringano” la “e” e la “o” in un’unica sillaba:

        Il gatto, tra i felini, è il più gagliardo
        se ignori tigre, leone e gattopardo.

        Certo, non è un verso celestiale, ma il ritmo è mantenuto, perché gli accenti hanno una cadenza regolare, su cui tutto il restante materiale sillabico tende ad adattarsi. Ma ovviamente non è un meccanismo di cui bisogna abusare, o si rischia di andare incontro ad una pesante sensazione d’artificiosità. Per convincersene basta dare un’occhiata ai primi due versi di questo sonetto del Petrarca, in cui appunto si fa un uso esagerato e innaturale della sinalefe.
        Quindi mi dispiace deluderti, ma di regole scolpite nella pietra non ce ne sono. L’ideale sarebbe avere sempre uno sguardo critico, consapevole e competente su ciò che si sta scrivendo (a questo proposito, un po’ di fonologia è l’ideale). Mi pare però di aver tracciato dei principi molto validi, su cui basarsi per valutare caso per caso. In fin dei conti, è anche su questo che si misura la bravura del versificatore.
        Proprio a questo proposito vorrei ricollegarmi a quanto scrivi sulla dieresi (e sulla dialefe, aggiungo io).
        A mio avviso, ricorrere a dieresi e dialefe non è mai il giusto modo per salvare un verso. Anzi, si crea una toppa che rimane sempre molto visibile, e che spesso è sgraziata. Se un verso riesce male, è molto meglio riscriverlo che aggiustarne il computo sillabico a posteriori. Poi, se vogliamo usarla per dare un’ironica patina di antico, chiaramente è la benvenuta. Ma quello, ancora una volta, è un uso consapevole, e non riparatorio.

        P.S.: nel caso di “neo-clas-si-co” ci vuole anche una “s” in coda alla sillaba “-clas-“, perché lì la “s” è geminata, o lunga che dir si voglia, ed è quindi ambisillabica.

  6. Lele scrive:

    Mattia, grazie per le spiegazioni esaurienti. Di teoria e di esempi da ponderare ne hai scritti abbastanza. Ne avrò per un po’ 😉

  7. Lele scrive:

    Affinché questo verso di D’Annunzio in “Consolazione”:

    > Usciamo. Non coprirti il capo. È un lento

    sia un endecasillabo, occorre la sinalefe “ca-poèun-len-to”. Il punto non indicherebbe una pausa? E una pausa non spezza una sinalefe, che presume continuità?

    Grazie.

    • Mattia scrive:

      Dubbio legittimo, e di conseguenza ottima domanda. Il punto, in teoria, indicherebbe una pausa, che appunto spezzerebbe la sinalefe. Come procedere, dunque? Dipende a cosa si dà più importanza. Personalmente, io leggerei la sinalefe unita, perché a livello gerarchico la forma metrica, che dà coesione all’intero componimento, è superiore alla punteggiatura, che riguarda la sintassi e l’intonazione di una sola frase.
      Però dovresti sentire altre campane, uno studioso di D’Annunzio potrebbe anche non concordare con me.

      • Lele scrive:

        Dubito che chiedendo potrei ricevere una risposta differente: spezzare la sinalefe aggiungerebbe una sillaba, invalidando il verso. Mi pare indiscutibile. Come mi pare risolutiva la tua soluzione: quel punto è una separazione semantica, non ritmica. Quindi va letto variando l’intonazione, senza pause.

        Grazie per il chiarimento.

      • Lele scrive:

        Ho trovato un controesempio ne “L’infinito” di Leopardi:

        > il cor non si spaura. E come il vento

        Qui la pausa viene sottolineata evitando la sinalefe: “spau-ra-e-co-meil” invece di “spau-rae-co-meil”. Suppongo che — al contrario del verso dannunziano di sopra — qui sia importante una lettura appropriata che evidenzi la pausa. Queste pause sono ciò che s’intende per “cesura”?

      • Mattia scrive:

        Qui la scansione è:

        il-cor-non-si-spa-u-rae-co-meil-ven-to

        Sì, con il nesso “au” non dittongato. Come facciamo a capirlo? Grazie agli accenti; come al solito il ritmo è prioritario rispetto al resto. Se “au” fosse un’unica sillaba, l’accento sulla “u” cadrebbe in 5° posizione, cosa che in un buon endecasillabo non accade mai, perché impedisce sia la creazione di un ritmo binario (accenti in posizioni (4) – 6 – 8 – 10, come in questo caso) che di un ritmo ternario (posizioni 4 – 7 – 10).

  8. Lorenzo Francioni scrive:

    Buongiorno, ho preferito inviare una email, con un esempio

  9. Eibon scrive:

    Spero di aver effettivamente capito come funziona e di non aver fatto errori troppo grossolani

    Chioma di fiamma color del tramonto
    vetri leggeri le irradiano il viso
    cute candida come neve e luna
    ella è fonte di tutti i miei sospiri

    • Mattia scrive:

      Molto bene, gli endecasillabi sono formati correttamente! Il passo successivo potrebbe essere la cura del ritmo attraverso l’accentazione (in realtà sto solo facendo pubblicità al secondo post della rubrica).

      • Eibon scrive:

        Ti ringrazio e complimenti per l’articolo davvero ben fatto ^__^
        Oggi appena avrò tempo darò un’occhiata al 2 articolo.
        Condivido la poesia per intero,l’ho scritta ieri pomeriggio,in teoria dovrebbe essere un sonetto ma non ho la presunzione di definirlo tale.
        Chioma di fiamma color del tramonto
        vetri leggeri le irradiano il viso
        cute candida come neve e luna
        ella è fonte di tutti i miei sospiri

        irresistibile è la sensazione
        che vince il mio cuore diffidente sol
        quando la vedo passare fugace
        in quell’attimo che a me pare eterno

        e sembra di vedere il cielo terso
        dove prima infuriava la tempesta
        che scuoteva il mare dei miei timori

        non più naufrago galleggio in balia
        della dolcezza e se mi son perduto
        adesso più non ne ho la certezza

      • Mattia scrive:

        Solo un paio di appunti: l’ultimo verso, applicando la sinalefe, sarebbe decasillabo, e la forma sonetto prevede anche uno schema di rime (solitamente ABBA ABBA CDC DCD, ma non necessariamente), mentre i tuoi versi sono sciolti. Non è questione di presunzione o meno, quindi, ma solamente di rime! Messe a posto quelle, sarà un sonetto a tutti gli effetti.
        Grazie per aver condiviso i tuoi versi!

  10. Eibon scrive:

    Hai ragione,avendo sempre scritto in verso sciolto mi sono dimenticato che il sonetto oltre ad avere la struttura di due quartine e due terzine deve necessariamente avere anche uno schema di rime,per uno studente di lettere questa può definirsi una vera e propria gaffe.
    Oggi ho letto il tuo secondo articolo che mi ha fatto capire che se scrivere rispettando un numero prestabilito di sillabe è relativamente semplice non lo è per niente farlo rispettando una musicalità data dagli accenti,ho molto da lavorare se voglio arrivare a produrre qualcosa che valga la pena leggere,altro che il mio “sonetto”.
    Solo una cosa non mi è chiara,ma probabilmente sono io che ho una svista o faccio un errore:la divisione del mio ultimo verso dovrebbe essere:
    1)a-2)des-3)so 4)più 5)non 6)ne 7)ho 8)la 9)cer-10)tez-11)za
    la sinalefe cosa congiunge?Per caso 6)-7) ignorando la presenza dell’ h?

    • Mattia scrive:

      Esattamente, congiunge le sillabe 6 e 7. l'”h” è semplicemente un segno grafico per distinguere la terza persona singolare del presente indicativo di “avere” dalla congiunzione “o”. A livello fonico, quella “h” non corrisponde ad alcun suono; basta pronunciarlo per averne la conferma.
      Il rispetto della musicalità (o meglio, di una musicalità) è effettivamente un livello più raffinato rispetto al semplice computo sillabico, ma questo non significa che un po’ di pratica ben indirizzata non porti a dei buoni risultati.

      • Eibon scrive:

        Ti ringrazio per la risposta,mi metterò all’opera per vedere cosa sarò in grado di creare.Per mandarti una mail devo scrivere all’indirizzo che trovo alla voce “contatti” giusto?Mio malgrado non posso né offrirti una collaborazione né un lavoro, ma se ti accontenti di ricevere un componimento dilettantistico e magari scambiare due parole (tempo permettendo) mi farebbe piacere condividere con te il componimento quando sarà ultimato.

      • Mattia scrive:

        Sì, l’indirizzo è quello. Contattami pure quando hai qualcosa di pronto, se vuoi un parere!

  11. Marco scrive:

    Carissimo collega ligio al metro
    che insegni assai brillante, ti ringrazio
    dacché, nel tuo poetare, hai dato spazio
    a quanto a un verso degno venga dietro.

    La tua è una delle migliori trattazioni sull’argomento reperibile in Internet. Da povero studente ho dovuto, ahimè, imparare la metrica raffrontando, grazie al mio buon orecchio, i testi dei nostri Grandi con le spiegazioni (sbagliate!) date dai libri di testo. Ad maiora!

    • Mattia scrive:

      La Rete è grande, i libri sono tanti,
      e la tua lode è molto generosa:
      se già è cosa gentile detta in prosa
      l’apprezzo ancor di più, perché la canti.

      Vista la mancanza di un approccio teorico orientato alla pratica e non al commento critico, mi sa che tutti noi abbiamo cominciato andando a orecchio.
      Grazie per il commento, una quartina ben scritta non capita ogni giorno.

  12. Domenico scrive:

    Per me che ho sempre scritto un po’ distratto
    dapprima ragioniere e poi impiegato
    eppur d’economie laureato
    sognando un divenir un po’ più astratto

    • Mattia scrive:

      Grazie! Il terzo verso è quello che scorre meno, perché per essere endecasillabo ha bisogno di due iati (economi-e e laure-ato). In “laureato” la separazione e-a è abbastanza naturale, meno quella i-e in “economie”.

  13. Gianna Clelia scrive:

    Mi piacerebbe scrivere poesie in metrica. Mi sto già cimentando, in qualche modo, ma da sola non riesco ad essere obiettiva. Ho trovato questo blog per caso 🙂 spero che tu possa aiutarmi a realizzare il mio sogno. Grazie Mattia.

    Comincio a farti leggere questi versi …

    M’immergo tra i fari di un ideale,
    portando con me stille di silenzio
    in quest’emisfero che si frantuma

    con le sue mani aride e labbra infide.
    Cerco l’erba matura dei sorrisi
    le verità nascoste in fondo al mare

    gli spazi tersi, dove costruire
    nuovi puzzle animati di speranza.
    Affondo i vecchi e ostili timori

    nel raggio d’una Stella che mi porta
    in quel mondo, tanto atteso, che poggia
    su nuvole di pace il suo domani.

  14. Nico scrive:

    Oh, qual diletto e gaudio senza metro
    trovare di parole l’armonia,
    scrivendo quel che ha nome di poesia,
    e viver fare ancor l’antico metro!

    Ciao, Mattia! Ho un dubbio riguardante il terzo verso di questa quartina: avevo letto, da qualche parte su internet, che l’ultima parola di ogni verso deve essere scandita secondo la “sillabazione ufficiale”; in altre parole, non potrei applicare la sineresi fra la “o” e la “e” di “poesia”, scandendo “poe-si-a”, ma dovrei per forza dire “po-e-si-a”, contando, quindi, una sillaba in più. Tu confermi?
    Comunque, nel terzo verso, ho effettivamente applicato la sineresi, e il risultato non mi sembra pessimo all’orecchio; peggio sarebbe stato, secondo me, se avessi scritto “Che bello scriver queste poesie”, che mi sembra un verso ipometro. Dante, in effetti, non mi sembra che si ponesse questo problema, ma, vedendo quante dialefi utilizzava, non lo ritengo molto affidabile…
    D’altro canto, se scrivo “Ma non saria bastevole un poema”(e scusa per il “saria” di gusto un po’ dantesco), dittongare la “o” e la “e”, magari inserendo un “gran” fra “un” e “poema” per arrivare ad undici, non mi sembra altrettanto corretto… Forse perchè, in questo caso, una delle due vocali porta l’accento?
    Un’altra cosa: hai in mente di scrivere una terza puntata di questa guida, o diciamo che può bastare quello che già sappiamo per (sperare di) scrivere bene in metro?
    Grazie di tutto, Mattia!

    Poiché tu sei di questo mondo esperto,
    ti prego di mostrare a me la via,
    acciò che il mio comporre sia più certo
    e dica finalmente: “fo poesia”.

    • Mattia scrive:

      Intanto ti ringrazio per l’ultima quartina. Qual lusinga!
      Venendo al problema che poni, vediamo se riesco a dare qualche risposta.
      Non conoscevo la regola che riporti all’inizio del tuo commento, ossia quella della sillabazione ufficiale obbligatoria per le parole finali dei versi. Questo non vuol dire che non fosse adottata. Ad ogni modo, è una regola su basi puramente convenzionali, tanto che, come hai notato anche tu, il terzo verso della tua prima quartina scorre benissimo, e la sineresi non suona forzata. Personalmente non la applico. Con la pigrizia che mi contraddistingue ti chiedo se puoi dirmi dove l’hai trovata.
      Per far suonare bene un verso come “Che bello scriver queste poesie” dovremmo calcare molto la dieresi (“Che bello scriver queste poësie”), e qui sì, la pronuncia risulterebbe meno naturale. Quando l’ultimo accento del verso cade sulla seconda vocale di uno iato, invece, la dieresi (lo iato, appunto) viene molto più naturale, più della sineresi, come hai notato. E infatti suona molto meglio “Ma-non-sa-ria-ba-ste-vo-leun-po-ë-ma” che “Ma-non-sa-ria-ba-ste-vo-leun-gran-poè-ma”.
      Oh, io ho scritto e scritto, ma nella sostanza ho ripetuto tutto quello che avevi già individuato da solo.
      In conclusione, io non applico la regola della sillabazione ufficiale obbligatoria per le parole finali perché è una convenzione che non aiuta la formazione del ritmo poetico. Ogni tanto non la ostacola, ma ogni tanto sì. Personalmente preferisco seguire i principî (mi concedo un circonflesso snob) che ho presentato in questi due articoletti, e che hanno basi fonetiche e musicali.
      In conclusione:

      E quando un dubbio arriva e ti molesta
      medita e scegli, e non ti dar pensiero:
      la decisione è libera davvero
      se è presa con l’orecchio e con la testa.

      • Mattia scrive:

        Ah, dimenticavo! Non so se ci sarà una terza puntata. Se ci fosse, però, quali aspetti dovrebbe trattare? Si accettano suggerimenti.

      • Nico scrive:

        Mattia, anzitutto grazie per la risposta 🙂
        Non saprei dirti di preciso dove ho letto quella regola: posso dirti solamente che l’ho trovata sulla rete, cercando qua e là una guida sulla scrittura in metro(ricerca che mi ha, tra l’altro, fatto conoscere questo tuo blog); io, da inesperto della materia, mi sono limitato a seguirla acriticamente, almeno finchè non sono sopraggiunti i problemi del genere di cui ti ho scritto.
        Nell’eventualità in cui tu decidessi di scrivere un terzo capitolo, mi piacerebbe leggere qualcosa sui vari tipi di rime(per l’occhio, per l’orecchio, siciliana… E, soprattutto, composta, che trovo una delle più complesse da realizzare), magari insieme ad alcuni esempi pratici: io ho capito le altre regole proprio grazie a quelli. In effetti, quasi tutto quello che ho appreso l’ho fatto qui, grazie ai tuoi.
        Quindi sì, ecco: mi sa che puoi sentirti orgoglioso di te stesso. 🙂

      • Mattia scrive:

        Ah, la rima composta! Potrei avere già due o tre idee in proposito; ci pensavo giusto un paio di mesi fa. Grazie per il suggerimento, mi fa piacere scrivere qualcosa che sia utile a qualcun altro. Sì, ho appena usato “utile” in riferimento alla poesia. 🙂

  15. Davide scrive:

    Così qua, un po’, mi domando dove stia,
    fra quella gran tecnica, sola e cruda,
    fra tutto il gran amore, che si suda,
    quel bel valore, espresso poi in poesia.

    Qua ci si dice, chiede : “Non sia d’etnia
    l’abilità a capir la poesia nuda
    o solamente, a Libertà, siam Giuda?”
    Così qua, io dò voi, la umil risposta mia.

    Uso: struttura, che è propria al sonetto,
    per dire che è mio credo fare.. proprio!
    qualsiasi stile ci colpisca il capo;

    noi qua non siamo solo per diletto
    di saper fare tecnica, è, improprio!
    Può un’eccezione aggiungere, di certo,

    l’arte un poco
    del suo fuoco.

    Non so se questi commenti li leggi ancora, ma sappi che hai ispirato anche un altro aspirante poeta:D
    Sono alle prime poesie, io preferisco il verso libero, ma la metrica mi affascina:)

    Complimenti per l’articolo, completo, chiaro, conciso e ben impostato!

    • Mattia scrive:

      Ciao Davide! Certo che leggo i commenti, solo che WordPress non me li notifica più, perciò fino a quando non gli farò mettere la testa a posto risponderò con un po’ di ritardo.
      Grazie per il commento! Mi compiaccio di averti portato un po’ verso il Lato Oscuro della Metrica.

  16. InaB scrive:

    Ok! Premetto che il contenuto è ampiamente discutibile, le mie domeniche mattina a volte non sono entusiasmanti, ma volevo vedere se avevo capito il conteggio delle sillabe e l’utilizzo della sinalefe.
    La cipolla rossa fumava lenta,
    sul fuoco del mattino, vaporosa.
    Quando entrai in cucina, sgomenta,
    non ebbi una colazione gustosa.
    Uscendo per comprare il giornale,
    scivolai silenziosa per la via
    sorridendo al mattino banale,
    con occhi cisposi e poca energia.

    Grazie!

    • Mattia scrive:

      Grazie a te per averci scritto il tuo componimento.
      Allora, se applichiamo la sinalefe ovunque alcuni dei tuoi versi risultano ipometri, cioè troppo corti.
      Per chiarezza metto in grassetto l’ultima sillaba accentata, che dovrebbe stare in decima posizione, e indico tra parentesi la posizione in cui si trova.
      – Quan-doen-traiin-cu-ci-na-sgo-men-ta (8°: verso novenario)
      – U-scen-do-per-com-pra-reil-gior-na-le (9°: verso decasillabo)
      – Sor-ri-den-doal-mat-ti-no-ba-na-le (9°: verso decasillabo)

      Abbiamo poi un altro problema, ossia che i versi 1 e 8, pur essendo endecasillabi, hanno la 5° sillaba accentata, cosa che si tende a non fare per questioni di convenzione ma soprattutto, per quanto mi riguarda, di ritmo. Nella seconda puntata se ne parla un po’ meglio.

  17. Graziella scrive:

    All’aurora, sempre, a te il mio pensiero
    e come ruscello scendi nei palpiti del cuore.
    Ti prego, tra le dolci pieghe delle tue mani
    trattieni i miei pensieri e con amore immergili
    nel candido Tuo amore.

    • Mattia scrive:

      Solo il primo verso è endecasillabo! I versi 3 e 4 sono coppie di settenari, l’ultimo è un settenario e il secondo è una coppia ottonario + settenario.

      • Graziella scrive:

        Se posso chiedere, come cambieresti i versi?
        Grazie!

      • Mattia scrive:

        Non è solo una questione di metrica, ma anche di struttura sintattica (nel periodo che occupa i primi due versi non c’è verbo, ad esempio). Provo a rimaneggiare il tutto per restituire una versione in endecasillabi senza stravolgere troppo il contenuto dei tuoi versi.

        “All’alba sempre a te va il mio pensiero,
        che scorri dentro i palpiti del cuore
        e nelle dolci pieghe delle mani
        trattieni i miei pensieri e poi li immergi
        nel candido rifugio del tuo amore.”

        Al posto di quell’ultimo “rifugio”, un’aggiunta mia, puoi chiaramente mettere qualsiasi parola piana di tre sillabe che inizi per consonante (ruscello, viluppo, ecc…).

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