Il ritorno della Rowling – Miserie babbane

In un brevissimo post del suo (ormai defunto?) blog La Vera Editoria, Anonimo Informato chiedeva :

secondo voi esiste uno scrittore capace di inserirsi in più generi restando su livelli qualitativi alti?

Con un post altrettanto breve ci dava anche la sua personale risposta:

La mia risposta è no, non esiste uno scrittore capace di esistere in più generi mantenendo una qualità alta.

La restrizione “qualità alta” è necessaria: tutti siamo capaci di scrivere schifezza, di conseguenza chiunque è in grado di saltare da un genere all’altro con disinvoltura, se non c’è una soglia qualitativa minima.

Ma anche lasciando da parte facili relativismi e riconoscendo dei parametri più o meno fissi per determinare la qualità di un libro, credo che l’affermazione di Anonimo Informato non sia sempre vera. Tuttavia, se Anonimo è davvero chi dice di essere, ossia un editor con una lunga esperienza nel settore, allora ne ha viste tante, e le sue parole sono sostenute dalla forza dei grandi numeri. In altre parole, ha ragione quasi sempre.

Eh sì, quasi sempre: probabilmente avete già pensato ad almeno una prova contraria, a un autore che ha saputo affrontare due generi diversi senza combinare disastri. La mia eccezione alla regola è Roald Dahl.

Quasi tutti i bambini che leggono hanno letto un libro di Roald Dahl. Ma Dahl, benché abbia riscosso maggior successo nella narrativa per ragazzi, ha scritto anche due romanzi e vari racconti destinati ad un pubblico adulto. I romanzi non li ho letti, ma posso dire che molti dei racconti sono davvero riusciti.

Prima o poi scriverò un post su Roald Dahl, ma non ora. Qui parliamo di una scrittrice per ragazzi acclamata a livello mondiale, che ha deciso di abbandonare la vena d’oro di una saga fortunata e di scrivere per un pubblico adulto.

Mi riferisco ovviamente a J.K. Rowling.

The Casual Vacancy

Come probabilmente saprete, la Rowling ha da poco pubblicato The Casual Vacancy (titolo tradotto in italiano come Il seggio vacante), il suo primo romanzo per adulti. “Per adulti” vuol dire semplicemente “non-per-ragazzi”: non è un libro dal contenuto piccante, e benché il sesso sia presente non è l’elemento centrale della trama. Per cui, le prossime volte che scriverò “per adulti”, voi non andate subito a immaginarvi Christian Grey in tanga che sguazza nella panna montata con un frustino fra i denti.

La decisione di J.K. di abbandonare Enrico Pentolaro non è stata accolta nel migliore dei modi e, benché su The Casual Vacancy siano stati espressi anche pareri positivi, le critiche negative sono state particolarmente impietose.

Effettivamente è difficile dimenticarsi che chi scrive è l’autrice della Saga Pentolariana ed evitare il confronto con i sette romanzi precedenti, ma certe recensioni trasudavano così tanta bile che sembravano scritte da fanboy del maghetto fortunello. Sono tutte così riassumibili: «Questo ci fa schifo, vojamo Erripòtter!»

Io, pur partendo con delle aspettative e dei pregiudizi, ho cercato di essere un minimo oggettivo. Il non essere un pentolariano convinto ha aiutato.

Come al solito, la recensione conterrà spoiler. Non troppi, e non troppo grossi, ma saranno sempre in agguato.

Prima di cominciare, vorrei fare un paio di precisazioni. Leggerete in giro per il web che The Casual Vacancy è un giallo. È tutto falso. Leggerete in giro per il web che The Casual Vacancy è comico, o ha elementi comici. Falso anche questo, benché a dirlo sia stata anche la stessa Rowling, la quale evidentemente non eccelle in umorismo.

Ma la vera questione qui non è se il libro sia giallo o no, bensì se sia all’altezza di quanto la Rowling ha scritto in precedenza.

Timeo bàbbanos

La vicenda si svolge a Pagford, un ridente paesino della campagna inglese. Una sera Barry Fairbrother, membro del Parish Council di Pagford (qualcosa di analogo a un consiglio comunale), muore per un aneurisma. La morte di Barry porterà ad un’esacerbazione del conflitto interno al Consiglio, che è diviso su due questioni spinose: la riassegnazione di un’area malfamata a un altro comune e la chiusura di una clinica di riabilitazione per tossicodipendenti.

Sembra semplice, ma non lo è: in realtà la trama vera e propria è composta da varie sottotrame, nessuna delle quali è davvero più importante delle altre. Le questioni discusse dal consiglio e il problema stesso della casual vacancy, ossia del posto vacante lasciato da Barry, passano in secondo piano rispetto alle singole vicende personali dei molti protagonisti (approssimando un po’, posso dire che quelli su cui si concentra almeno una volta la focalizzazione sono una quindicina).

Non mi dilungherò su ciascuna storia, basti sapere che per costruire i personaggi la Rowling è andata a ravanare nello straripante cassonetto dell’umana (babbana) miseria. Miserie di tutte le taglie e di tutti i colori: c’è chi si barcamena in una situazione disagiata con una madre tossicomane e chi vive nell’agio ma schiavo di un’eterna ipocrisia, ci sono adolescenti che si tagliano con la lametta da barba per far fronte al senso di inadeguatezza, ci sono amplessi cimiteriali, padri iracondi, eccetera. Insomma, violenze varie, fisiche e non, dettate tutte da una diffusa povertà d’animo e inabilità emotiva.

Le sottotrame s’intrecciano, i personaggi s’incontrano e si scontrano, ma il risultato è più un ritratto collettivo che una trama vera e propria. In fin dei conti la vera protagonista è la middle class inglese, che non ci fa una gran figura.

In relazione al suo contenuto, direi che il libro è un po’ troppo lungo; le stesse cose si sarebbero potute dire in, la butto lì, quattrocento pagine anziché cinquecento. Soprattutto la prima parte si poteva sveltire notevolmente. The Casual Vacancy è un romanzo che tarda a decollare, e che non atterra mai: il finale è deludente, non risolve nulla. E del resto come si fa a risolvere una manciata di trame?

Non è che non succeda niente, eh, è solo che da metà in poi sono rimasto a pregustarmi un disastro che non c’è stato. E dire che la tensione c’era! La Rowling poteva salvarsi in corner alla fine e farsi perdonare la dispersione delle trame con un bel climax di quelli tremendi, e invece la torta narrativa lievita a metà e poi si sgonfia. Solo un paio delle vicende si risolvono davvero, e lo fanno in modo abbastanza sbrigativo; la loro conclusione non appaga e non giustifica un’attesa così lunga. Le altre restano sospese in un limbo, nella vana attesa di essere terminate in un modo narrativamente rilevante.

Et dona ferentes

Ma ci sono anche cose buone.

È vero, al romanzo manca una direzione precisa, però non annoia. Almeno, io non ho avuto difficoltà a finirlo, e anzi, l’ho letto in appena un paio di giorni. Solo nelle prime battute, quando venivano introdotti in continuazione nuovi personaggi, ho avuto qualche momento di stanca, ma da un quarto circa in poi sono andato avanti come un razzo.

Di sicuro i capitoli brevi aiutano, ma il vero motivo è il conflitto. Tutte le sottotrame hanno sempre una tensione ben motivata che le tiene in moto, e quando cominciano a incrociarsi (verso metà del romanzo) l’effetto è trascinante.

Altro punto degno di nota è la caratterizzazione dei personaggi. Qualcuno, in un recensione che non saprei ritrovare, li ha definiti stereotipi, macchiette: ogni personaggio interpreta un ruolo nelle dinamiche sociali nel piccolo paese di provincia, e nulla più. È una descrizione impietosa, e abbastanza falsa. È vero che alcuni dei personaggi sembrano abbastanza tipici in quel contesto, ma il punto è proprio che The Casual Vacancy è ambientato lì, nella minuscola e immaginaria Pagford, nel buco del sedere dell’Inghilterra. È un paese di provincia, ed è normale che alcune delle persone che vi abitano abbiano una mentalità provinciale.

È normale che la gente chiacchieri e sparli dei propri vicini, o dell’unica famiglia non caucasica del paese, ed è plausibilissimo che ci sia un primo cittadino conservatore che vuole piazzare il figlio nel consiglio comunale, o che sua moglie sia così avida di pettegolezzi da non essersi mai accorta delle scappatelle del coniuge.

Eppure i protagonisti di The Casual Vacancy non sono solo materiale da aneddoti. La Rowling riesce a farne delle figure chiaroscurali, e a salvarle dallo stereotipo. L’autrice ha il merito di non risparmiarsi con nessuno dei suoi personaggi, e se all’inizio ci stanno tutti antipatici (a me è capitato così, almeno), verso la fine riusciamo a provare attimi di empatia nei confronti di tutti loro, o quasi.

A questo proposito mi sento di contraddire la livorosa recensione che Michiko Kakutani ha scritto per il New York Times. La signora Kakutani è un membro non dichiarato del partito “Vojamo Erripòtter”, e arriva addirittura a vagheggiare la “complessa ambiguità” (parole sue) dei personaggi presenti negli ultimi volumi della saga, in contrapposizione a quei sempliciotti dei babbani di Pagford.

È una castroneria, ovviamente. Piton e Silente potranno anche aver avuto un certo spessore, ma proprio non si può citare la saga di Harry Potter come esempio di profondità dei personaggi. Cioè, il senso della saga è che il bene è più forte del male, che amore e amicizia vincono sempre su tutto, e i protagonisti sono buoni oltre ogni livello di cuordipannità1.

Invece in The Casual Vacancy la Rowling esamina le piccole e le grandi ipocrisie che creano e incrinano i rapporti sociali, e non c’è nessun personaggio che sia davvero “buono”.

Ho insistito su questo punto perché proprio su questo le mie aspettative sono state contraddette. Credevo che mi si sarebbero parati davanti protagonisti senza macchia, o con appena qualche risibile dubbio etico, e invece ho trovato un esercito di babbani problematici, in cui nessuno è un santo e nessuno è l’incarnazione del Male. Sarò fissato io, ma per me questa è una buona base su cui costruire.

J.K., perché ci hai abbandonati?

Piccola nota stilistica

La Rowling scrive in terza persona con focalizzazione interna, anche se a volte l’uso abbastanza libero del punto di vista e la scelta di un’espressività poco trasparente danno un tocco di onniscienza. Negli ultimi capitoli il punto di vista è spostato volontariamente da un personaggio all’altro; mi torna in mente almeno una scena in cui questo artificio è motivato, e la resa è buona.

Buona è anche la resa linguistica dei personaggi. Sarà banale, ma la Rowling tiene conto dell’estrazione sociale dei suoi protagonisti, e li fa parlare come ci si aspetta che facciano. Non solo con imprecazioni assortite, ma con le abbreviazioni e le modifiche delle varianti diastratiche più popolari. Sono curioso di vedere se questo aspetto sarà completamente perduto nella traduzione.

Il peso eptalogico della postpotterianità

L’impressione che mi sono fatto all’inizio del libro è che, ancor più dei lettori, fosse innanzitutto la Rowling a piegarsi sotto il peso eptalogico della postpotterianità. Forse era un’impressione data da un mio pregiudizio, anche perché in parte è svanita durante la lettura.

Il primo indizio è stato stilistico: in The Casual Vacancy la Rowling usa uno stile piuttosto ricco, abbondando con metafore e similitudini. Queste, abbinate a un lessico molto vario, mi hanno dato l’impressione che J.K. sentisse di avere qualcosa da dimostrare, e che spingesse sul pedale dello stile ornato per far vedere di cos’è capace. Potrei sbagliarmi: leggo regolarmente in inglese, ma non ho una competenza nativa. Ad ogni modo, la sensazione che ho avuto è stata abbastanza netta: una volontà di raggiungere la “letterarietà”. Come ho già scritto, proseguendo nella lettura ho avvertito sempre meno questi fattori, ma non so dire se fosse lo stile a farsi più sobrio o io a essermi abituato.

L’altro aspetto è di natura tematica; è rimasto fino alla fine del libro, e anzi, si è progressivamente rafforzato. The Casual Vacancy è un libro all’insegna del disincanto, e affronta aspetti, anche crudi, della vita reale. Niente di male in questo, anzi, è solo che ogni tanto mi è venuto da chiedermi se tanta sfiducia nel genere umano non fosse resa così estrema dalla necessità di distacco dal mondo potteriano, in cui, come sappiamo, vincono sempre l’amore, l’amicizia e Grifondoro.

Vojamo Erripòtter

The Casual Vacancy avrebbe mai venduto 2,6 milioni di copie nelle prime due settimane scarse se fosse stato scritto da un’altra persona? Neanche per sogno2. Ma questo non ne fa un brutto libro.

Non gli mancano i difetti: è un po’ troppo lungo, parte lentamente, stilisticamente non è impeccabile, ed è privo di un senso generale che trascenda la sola descrizione della meschinità della middle class inglese.

D’altro canto è ricco di personaggi riconoscibili e chiaroscurali (pure troppi), ed è la prova di come il conflitto sia sufficiente a tenere su un romanzo non perfetto. Tirando le somme, è un romanzo che posso dire di aver letto volentieri, ma che non lascia molto.

Possiamo dire che Harry Potter è un prodotto di alta qualità? Ci sono opinioni discordanti in merito, ma dobbiamo comunque riconoscergli un certo livello. The Casual Vacancy è un romanzo tutto sommato onesto, che si fa leggere. Credo che, seppur con un buon margine di miglioramento, la Rowling abbia dimostrato che non sa scrivere solo di maghi e streghe.

Purtroppo è pieno di fanboy e fangirl che, smaniosi di avere tra le mani un ottavo volume di Harry Potter, hanno proiettato le loro frustrazioni sulla povera3 J.K., si lamentano per la “mancanza di originalità” del nuovo romanzo che, inaspettatamente, non è l’ottavo Harry Potter. Tanto astio ha causato questo cambio di genere che The Casual Vacancy, a dispetto della sua brevissima permanenza nelle librerie, si è già guadagnato il dubbio onore di una parodia (The Vacant Casualty) e di uno sprezzante pamphlet denigratorio (The Casual Backlash).

La Rowling ha sempre reagito con grande calma, dicendo che lei scrive quello che le pare e che sapeva che avrebbe ricevuto molte critiche. Apprezzo la sua serenità – del resto, i milioni di sterline ti fanno vedere tutto in un’altra prospettiva – ma credo che, volendo, potrebbe essere meno passiva. Per fermare i detrattori, almeno a giudicare dal livello delle critiche, basterebbe dir loro che si stanno comportando come dei Serpeverde.

In conclusione

The Casual Vacancy non sta alla letteratura “da grandi” come Harry Potter sta a quella per ragazzi. Tornando al discorso iniziale, possiamo dire che la Rowling deve fare di meglio per raggiungere il livello di alta qualità di cui parlava Anonimo Informato.

Io però trovo che sia interessante, o quantomeno curioso, poter leggere l’opera di uno scrittore conosciuto che si è cimentato con un genere del tutto nuovo.

Prima si parlava di Roald Dahl; ecco, Dahl riesce a declinare in modi diversi la propria spietatezza – suo tratto distintivo, e grande qualità autoriale – a seconda che stia scrivendo per adulti o per ragazzi. I risultati sono differenti, ma riconoscibili.

E voi che pensate? È possibile dedicarsi con successo a generi diversi? Se avete begli esempi, fatevi sentire. E non siate dei Serpeverde.

  1. Chi non è familiare con il concetto, si legga questo vecchio post. []
  2. E infatti non credo molto alla Rowling quando racconta di aver contemplato la possibilità di usare uno pseudonimo. []
  3. Mai termine fu usato in maniera più figurata. []
Questa voce è stata pubblicata in Libri, Recensioni, Romanzi e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

5 risposte a Il ritorno della Rowling – Miserie babbane

  1. Paola scrive:

    Risposta alla domanda: assolutamente sì!
    Ma forse il problema è che nel mare magnum della letteratura “di genere” trovare un autore di qualità è abbastanza raro.
    Nessuna spocchia, io leggo pure gli Harmony; ma ammettiamolo: di Tolkien o di Ende ce n’è uno su un milione (e il successo editoriale di un genere favorisce l’iper-produzione mediocre).

    A braccio proporrei: S.King (“L’uomo in fuga” o “La lunga marcia” non sono certo romanzi horror), la maggior parte degli autori di fantascienza degli anni ’50 (Asimov, Robert Bloch, Fredric Brown spaziavano nel giallo e nell’horror con scioltezza), Daniel Pennac (“Kamo” per ragazzi, il resto affatto), G.K. Chesterton (giallo e non) ecc ecc

    Epperò, intendiamoci, siamo anni luce sopra la Rowlings (per tacer di vampiri…)

    • Mattia scrive:

      Sì, hai tirato in campo dei campioni!
      Guardando i tuoi esempi mi è venuta questa impressione: ad uscire dal seminato sono più che altro scrittori di genere, mentre chi scrive cose più mainstream tende a restare nel proprio campo. Può essere vero? Non saprei, ma sarebbe carino approfondire.

  2. Loriene scrive:

    Come?Dei serpeverde? Loro sono intelligenti di solito,quindi non si può fare il paragone. Comunque,ho letto qualche mese fa il libro e anche io mi aspettavo un disastro ….insomma un vero disastro.,il finale mi è sembrato meno disastroso di come si preannunciava. Io ritengo stupido l’atteggiamento dei ‘vojiamo errriiiiiii’anche perché queste persone non hanno considerato che 1 Harry potter è una saga buona ma non eccellente e che 2 quesi poveri bimbiminchia babbani non hanno per nulla capito che the casual vacancy è uno studio sulla vita dei più miseri babbani

  3. grazia scrive:

    concordo sul fatto che il finale per alcuni dei personaggi sia stato un po’ sbrigativo, ma per altri il fatto che non si vada da nessuna parte mi è sembrato azzeccato, come se questi personaggi si trovassero in un girone infernale, dove ogni nuovo giorno viene riproposta la stessa tortura prevista per il precedente…questo mi è sembrato angosciantemente realistico

    • Mattia scrive:

      Il tuo parere è condivisibile, ma tutto quel conflitto irrisolto mi ha lasciato insoddisfatto. È vero che nel mondo reale le situazioni non hanno sempre una vera e propria conclusione, ma è anche vero che la narrativa è regolata da logiche e necessità diverse da quelle delle realtà che rappresenta.
      Ma con me dovete avere pazienza, la mia è una deformazione professionale. 🙂

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Provami che sei reale (e che hai la licenza elementare)! *