World War Z

Di recente ho visto alcuni film con Brad Pitt. Di solito veniva lui a casa mia, ma dipendeva dalla serata.

La grande comicità è solo su Sudare Inchiostro!

Un mesetto fa mi sono sorbito L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, e ho constatato che a titolo troppo lungo talvolta corrisponde film troppo lungo. Ma mi sono fatto davvero del male solo due settimane dopo con Troy, pellicola del 2004 che per mancanza di tempo e interesse (o forse perché all’epoca avevo maggior buonsenso) non avevo ancora visto.

Troy non si avvicina ai picchi di americanità trash come quelli di Scontro tra titani1, ma va ad ingrossare il mucchio degli adattamenti cinematografici che si potevano elegantemente evitare.

Però Brad, interpretando Achille, può essere definito a buon diritto “Bello come un (semi)dio greco™”.

Errare humanum est, perseverare autem ollivudianum

Brad, oltre che molto bello, è anche recidivo. Ed è anche molto bello (cit.). Ma è anche recidivo, non dimentichiamolo: si è prestato infatti a un nuovo adattamento cinematografico, questa volta non di un poema omerico, ma del romanzo World War Z di Max Brooks.

Da ignorante quale sono non avevo mai sentito nominare il libro prima di vedere il trailer del film, e quindi non sapevo che questa specie di quarta di copertina cinematografica sarebbe stata fuorviante.

Prima di proseguire, gustatevi il trailer.

Eroismo, senso del dovere, americanità. Americanità fin dove lo sguardo può arrivare. Al minuto 1:10 c’è pure una app per iPad che fa il conteggio istantaneo delle vittime!

Fremevo al pensiero della scorpacciata di buoni sentimenti misti a raffiche di artiglieria, e la mia parte più masochista pregustava con cupa gioia la visione del film. Mi sono aggirato febbrilmente per il web alla ricerca di gustosi preview: esaltazione dell’Americard a parte, World War Z prometteva guerra, con l’esercito Merigano che scende in campo in grande stile per l’operazione Libertà Duratura II e sforacchia una marea di non-morti famelici e centometristi. Non più lo sparuto gruppetto di caratteri tipizzati2 tipico degli zombie movies, ma l’esercito più attrezzato del mondo contro un nemico inumano che rischia di spazzare via la nostra intera specie.

"We want dental care!"

Aspetta un attimo… l’esercito più attrezzato del mondo contro un nemico inumano che mette in pericolo tutta la nostra specie? A pensarci bene, è da due o tre guerre che gli Stati Uniti raccontano questa roba.
E mica dicevano fesserie, stavano solo preparando il mercato cinematografico per World War Z. In fondo le ultime guerre non sono che state un unico, grande preview di questo film. Pensateci un attimo: ingenti perdite tra i civili? Combattimento senza quartiere contro un nemico numeroso, disarmato e molto affamato? Il richiamo è inequivocabile.

Ad ogni buon conto, la presenza di Brad “pater-familias” Pitt era il condimento ideale per l’insalata di tamarraggine preannunciata dallo scontro epocale tra zombi e americani.

Sì, zombi contro americani. In pratica, una guerra civile.

Scusate, ora la smetto.

È sempre meglio il libro

Insomma, curiosando nella rete ho subito scoperto che il film era tratto dal libro omonimo, World War Z di Max Brooks, figlio di Mel Brooks nonché autore del Manuale per sopravvivere agli zombi (più conosciuto con il suo titolo originale, The Zombie Survival Guide).

L’edizione italiana di World War Z ha anche un sottotitolo: La guerra mondiale degli zombi. Attratto dall’irresistibile richiamo del trash, ho cominciato la lettura, realizzando subito che le mie aspettative erano state disattese. World War Z non è affatto trash, e anzi dà degli spunti originali ad un sottogenere che spesso arriva al grande pubblico nelle sue varianti più trite.

Per prima cosa, World War Z è la prima opera narrativa sui non-morti, tra quelle che ho letto o visto, in cui l’ambientazione e le vicende sono sviluppate su scala davvero ampia.

Mi direte che è pieno di film di zombi in cui il contagio arriva a colpire la maggior parte della popolazione terrestre. È vero, ma di solito la storia si svolge in uno scenario geograficamente ben localizzato, e alla situazione internazionale si accenna soltanto.

Invece Brooks segue il diffondersi del fenomeno in tutto il pianeta, dai primi casi attestati in Cina alle conseguenze nelle varie aree del mondo, esaminando la devastazione causata dalla pandemia e le successive reazioni degli stati. Per un’opera di costruzione della realtà così ampia, Brooks si è dovuto documentare molto:

Everything in World War Z (as in The Zombie Survival Guide) is based in reality… well, except the zombies. But seriously, everything else in the book is either taken from reality or 100% real. The technology, politics, economics, culture, military tactics… it was a LOT of homework.

Tutto in World War Z (come nel Manuale per sopravvivere agli zombi) è basato sulla realtà… beh, a parte gli zombi. Ma davvero, tutto il resto nel libro o è tratto dalla realtà o è vero al 100%. La tecnologia, la politica, l’economia, la cultura, le tattiche militari… ho fatto UN SACCO di compiti per casa.

Ma parliamo un po’ di te

Ma come si fa a rappresentare in un solo romanzo (di nemmeno trecentocinquanta pagine) una simile mole di eventi? Come si fa a definire bene un’ambientazione così diversificata?

Con un romanzo di stampo tradizionale sarebbe stato molto difficile, e infatti World War Z è un esempio molto particolare di zombie fiction: consiste in una serie di interviste più o meno lunghe, in cui gli intervistati sono generalmente lasciati liberi di raccontare le proprie esperienze, e diventano quindi narratori3. L’introduzione (fittizia) alla raccolta è scritta da un personaggio che ha l’incarico di raccogliere testimonianze su ciò che è accaduto nel mondo, e che non “vedremo” più, se non nelle rare domande poste agli intervistati e nei brevi interventi che contestualizzeranno le testimonianze.

Wikipedia definisce World War Z “romanzo epistolare”, denominazione che calza solo se non la prendiamo troppo rigidamente.

Brooks seleziona bene i personaggi a cui dà la parola, e riesce a mettere in scena un’ampia gamma di situazioni, coprendo l’intera vicenda in senso cronologico e geografico, ma non solo. Ricorrere alle testimonianze dirette di molti personaggi permette di esaminare realtà differenti anche dal punto di vista umano, e non solo sociopolitico. Di conseguenza i racconti dei vari narratori riescono a restituire al lettore un affresco complessivo di quanto succede sulla Terra durante la zombie apocalypse, senza che il risultato della raccolta sia una cronaca fredda e strettamente evenemenziale.

Ovviamente, trattandosi principalmente di resoconti di fatti vissuti in prima persona dagli intervistati, ci troviamo di fronte ad un ampio uso del raccontato, e non potrebbe essere altrimenti: chi mai, nel parlare di qualcosa che gli è accaduto, riesce a mostrare tutto?

Comunque la presenza dei narratori, alle volte più forte, altre volte meno marcata, non è un male, perché Brooks riesce a caratterizzare bene ciascuna “voce” (tematicamente, più che stilisticamente, ma l’effetto è buono).

Il ricorso diffuso al raccontato, reso necessario dalla forma testuale della testimonianza, non rende comunque la lettura noiosa. Il motivo? La gestione dell’informazione. Brooks non fornisce subito tutti gli elementi, ma conduce il lettore attraverso vicende personali e resoconti più tecnici in modo da fornirgli a poco a poco i vari pezzi del puzzle. Le interviste non sono direttamente collegate tra loro, ma con riferimenti sottili e chiari creano i nodi informativi centrali da cui partono i fili che compongono la trama intesa nel senso più ampio.

Apocalissi a confronto

A mio avviso, i non-morti non sono il tratto più interessante di World War Z, né di certo il più originale. L’aspetto meglio riuscito è la ricostruzione della realtà mondiale durante l’apocalisse zombi e la sorta di ucronia distopica che ne deriva.

In World War Z, la vera protagonista è l’ambientazione. Vi ricorda qualcosa? È già successo che per le pagine virtuali di questo blog passasse una recensione di un romanzo distopico in cui l’ambientazione era ben più importante dei personaggi. Bravi, si tratta de La fine del mondo storto, di Maurizio Corona.

Quel libro non mi era piaciuto molto, perché più che proporci un romanzo Corona ci fa la morale. Tanta voglia di salire in cattedra trova un preciso riscontro nell’assenza di personaggi: Corona vuole farci vedere che noi, in un mondo privo di petrolio, carbone ed energia elettrica, moriremmo come mosche, e ce lo dice senza troppi giri di parole. Ci dice quello che succederebbe, fa un elenco di conseguenze al blackout energetico che ipotizza, e ci fa sapere che siamo inadeguati ad una vita priva di comfort, ce lo spiattella lì, e lo ripete a dovere.

Per la cronaca, siamo inadeguati (individualmente, ma anche sociopoliticamente) anche quando si tratta di affrontare una zombie apocalypse. Max Brooks però non si limita a fare un resoconto del caos planetario, ma offre una serie di spaccati di varie situazioni personali e collettive, e le fa raccontare a chi le ha vissute in prima persona.

In narrativa i personaggi servono (non avrei mai pensato di dover dire una cosa del genere): anche se si tratta di narratori, come in World War Z, contribuiscono a far calare il lettore nelle situazioni di cui sono o sono stati protagonisti, a rendere più vero l’universo creato dall’autore.

Senza personaggi, la prospettiva da cui i fatti sono raccontati è troppo distante, troppo fredda, più adatta ad un manuale di storia che ad un romanzo.

Conclusioni

Mi sono divertito a leggere World War Z. È un interessante e riuscitissimo esperimento del tipo “e se…?”, e la forma di testimonianza che Brooks ha dato al libro non mi ha stancato quanto credevo.

E poi, lo ripeto, la catena di eventi ipotizzata da Brooks è davvero ben fatta. Tra piccoli – e inaspettati – conflitti nucleari, intere popolazioni che svaniscono nel nulla, città sotterranee e convegni delle Nazioni Unite in mezzo al Pacifico, vi sorprenderete nel vedere quali nazioni riescono a spuntarla e quali stati invece soccombono all’ondata di non-morti. E come se la caveranno gli eserciti contro un nemico che non prova dolore, e che continua ad avanzare anche quando viene fatto a pezzi da raffiche di mitragliatrice e bombe a mano?

Troverete molte situazioni curiose, ma proprio lì sta il bello del libro: tutto sarà ben motivato, e quindi credibile anche se inatteso.

Il film mi sembra banale, ma magari è solo colpa di un trailer pensato per portare al cinema il grande pubblico4. Il libro invece è originale, ed è una lettura piacevole anche se, come me, non siete grandi appassionati di zombie fiction.

Per chi scrive, World War Z è una lettura ricca di spunti. Ci troviamo di fronte ad un’operazione di world building estremamente accurata e credibile, tanto importante nell’economia della narrazione da essere praticamente il soggetto principale. Ci viene dato un ottimo esempio di come a volte l’autore si debba documentare estensivamente su argomenti diversissimi, e di come poi la mole di informazioni acquisite vada utilizzata. Non si percepisce la presenza dello scrittore ansioso di sfoggiare le proprie conoscenze: Brooks lascia che siano i personaggi, con le loro voci e attraverso le loro storie, a presentare l’universo narrativo nella sua complessità, con dettagli tecnici e spiegazioni (quando servono, e quando sono narrativamente opportuni).

Insomma, World War Z è un libro ricco di particolarità, ed ha il pregio aggiuntivo di indicare le destinazioni più sicure da raggiungere in caso di zombie apocalypse. Meglio di così si muore!

E poi si resuscita.
Ok, la smetto.

  1. Film in cui, mi preme ripeterlo, non c’è un titano neanche a pagarlo. []
  2. L’eroe, la bionda, la minoranza etnica dalla dipartita facile, il veterano survivalista, il piagnone, etc… []
  3. Il sottotitolo originale è An Oral History of the Zombie War. []
  4. Ma il fatto che nel film gli zombi siano in grado di correre e arrampicarsi (nel libro no) mi fa temere il peggio. []
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6 risposte a World War Z

  1. Panssj scrive:

    Complimenti per la recensione! Avevo visto il trailer ed essendo una fan degli zombie mi ero segnata il film nella lista “da vedere assolutamenteeehGAH” (la presenza del buon Brad non ha nulla a che fare con l’ansito finale, proprio no. Giuro.). Però avevo dimenticato che era tratto da un libro. Gravissimo, perché ho già letto (e apprezzato) il manuale per sopravvivere all’apocalisse zombie del buon Mel Brooks, grazie a cui ho rapidamente abbandonato l’idea di usare una katana come arma principale nel caso di un incontro ravvicinato con un non morto affamato.

    Hai decisamente risvegliato il mio interesse con l’ampia dissertazione sul world building (uno degli aspetti che mi affascina di più in una storia), quindi lo recupererò appena possibile. Del resto la mia fame di zombie (ah-ah) deve essere placata nell’attesa del film, ed è dall’uscita di “Benvenuti a Zombieland” che non trovo un buon prodotto sul genere ): (Del resto ho visto quasi tutto!)

  2. Mattia scrive:

    Sono circa a metà della lettura del manuale, per cui non so ancora se descrive il “lobo” (abbreviazione per “lobotomizer”). Nel caso non ne parlasse, sappi WWZ ti darà anche uno spunto per l’arma migliore nel corpo a corpo con gli zombi. Se ti sei già procurata il machete, puoi tenere quello!

    Temo molto l’adattamento cinematografico. Come ho scritto in nota, in WWZ gli zombi non corrono, né si arrampicano. Perché nel film sì? Forse hanno voluto dare un taglio tutto azione, per niente fedele all’atmosfera originale. Per quanto mi riguarda, parte del fascino degli zombi di Brooks sta proprio nella loro camminata, ciondolante ma inarrestabile, e una delle scene più memorabili del libro, quella dello scontro tra l’esercito americano dispiegato in grande stile e una marea di non-morti, ci offre immagini inquietanti proprio grazie a questa inesorabile lentezza.

  3. ivan scrive:

    a dire il vero mi pare che brooks dicesse che, tra le armi da taglio, la katana sia la migliore in circolazione, e che l’unico problema ad essa collegata sia la quantità di esperienza necessaria per adoperarla a dovere (ma quello, in fondo, succede un po’ con tutte le armi).
    cooooooooooomunque, passavo solo per dirti che ho adorato questa recensione.
    da zombielover, ti assicuro che hai fatto un ottimo lavoro!
    penso – in segreto, o forse ora non più – di amarti un pochettino.

    ..e penso anche che ti fregherò qualche citazione.

  4. Mattia scrive:

    Vero! Ho appena controllato, ed effettivamente tra le armi migliori di cui si può disporre Brooks indica la katana per gli scontri ravvicinati. Per quanto mi riguarda, credo che se ne prendessi una in mano mi mozzerei un orecchio nel giro di pochi secondi.
    Grazie dell’apprezzamento e dell’amore. Sei libero di fregare tutto quello che desideri; ti chiedo soltanto di citarne la fonte.

  5. Max The Stampede scrive:

    Ho visto il trailer… che tristezza! Zombie che corrono e saltano come cavallette. Se volevano rovinare completamente un buon libro ci sono riusciti, un pò come quando è uscito il film di Dylan Dog americanata che di Dylan Dog aveva solo il titolo!

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