Natale a San Guinario – 2° puntata

Sotto Natale siamo tutti più buoni, e questo è problematico per chi studia o lavora a San Guinario, la più rinomata Accademia del Male.

Se siete nuovi da queste parti, prima di passare al racconto di oggi andate a leggervi quello di un anno fa, altrimenti proseguite senza indugio.
Buone malefatte a tutti.

Natale a San Guinario

«D-dio?» azzardò Fatalia.

Lo sguardo gelido del professor Malicius si fissò su di lei. La studentessa s’ingobbì e incassò la testa ricciuta tra le spalle, come per evitare un colpo che non arrivò.

Malicius era rimasto immobile, in piedi accanto al banco, le mani giunte in paziente attesa. Lasciò che la studentessa realizzasse di non essere stata percossa e si sedesse di nuovo composta. Aspettò che il fremito timoroso delle palpebre si placasse, che i giovani lineamenti si distendessero, animati dalla speranza.

«No.» sentenziò.

Fatalia deglutì, il volto trasformato nuovamente in una maschera di terrore.

«Le fate?» tentò.

L’intera classe tratteneva il respiro. Malicius girò sui tacchi e percorse l’aula con passi misurati, apprezzando l’irrigidirsi degli studenti al suo passaggio. Trattenne un sorriso compiaciuto nello scorgere le mani tremanti di Stabberella, e riuscì persino a vedere i peli che si rizzavano sul collo di Lycantro. Eh sì, il contatto con i ragazzi era davvero una delle poche gioie del mestiere di insegnante.

Giunto alla cattedra, sciolse l’intreccio delle lunghe dita, si sedette e aprì il registro. Scorse le pagine fino ad arrivare a quella giusta: Fatalia, al secolo Livia Pontecervo.

«Dunque, il tuo tutor è…»

«La Bondaggi.» completò Fatalia, con un filo di voce. Malicius alzò lo sguardo dalla pagina e rivolse alla ragazza un’occhiata polare.

«La professoressa Bondaggi.»

«La professoressa Bondaggi.» ripeté lei, in un sussurro inudibile.

Con uno svolazzo della mano, Malicius estrasse una penna rossa dal taschino della giacca. Dal suo banco in fondo all’aula, Fatalia lo guardava supplicante.

Il professore sorrise bonario.

«Guardie.» chiamò.

La doppia porta si spalancò, e due guardie con l’uniforme di San Guinario irruppero in aula, piantandosi accanto alla cattedra. Malicius indicò la studentessa.

«Quattro. E due giorni di gogna nel cortile centrale.»

«No!» singhiozzò Fatalia.

Le guardie la raggiunsero, la presero sotto le ascelle e la sollevarono di peso dalla sedia. La ragazza si aggrappò al banco, come se una zavorra potesse ritardare l’inevitabile, ma i due energumeni la strapparono via in un istante.

«Professore, la prego, sta nevicando!» piagnucolò Fatalia, trascinata tra le file di banchi dove i compagni sedevano con le teste chine «Professore!»

«Il prossimo semestre, invece di guardare lungometraggi Disney, leggiti un po’ di Antico Testamento.» ribatté il professore, impassibile.

«Non può farmi questo!» strillò la ragazza, dibattendosi invano nella stretta delle guardie. Malicius annotò il voto sulla pagina del registro.

«Non finisce qui, Malicius! Lo dirò a mio padre!» gridava Fatalia, scalciando e divincolandosi «La farà licenziare! Lei non può farmi questo!»

Le guardie uscirono dall’aula, trascinandosi dietro la studentessa indemoniata. «Non finisce qui, mi ha sentito, Malicius? Non finisce qui!» strillò Fatalia, prima che le porte si richiudessero.

Nel silenzio che era calato sulla classe, il professore si prese il tempo di aggiungere mezzo punto alla votazione sul registro. La teatralità era una dote rara, e andava premiata.

Chiuse la penna, la rimise nel taschino e lasciò vagare lo sguardo sugli studenti.

«Allora, qualcuno vuole rispondere?»chiese. Una mano si alzò nell’angolo in fondo a destra, ma il professore la ignorò.

«Qualcun altro?»

Il resto dei ragazzi fissava con esagerato interesse la formica dei banchi. Malicius sospirò.

«E va bene, Devastatore, rispondi tu.»

Il Devastatore abbassò il braccio spesso come una coscia.

«Babbo Natale.» disse, mettendo in mostra una chiostra di denti metallici.

«Sii più discorsivo.» ordinò il professore. Lo studente si raddrizzò sulla sedia, che emise uno scricchiolio sofferente.

«La divinità più buona è Babbo Natale perché premia con doni anche gli apostati, che in tutte le altre credenze sono automaticamente esclusi dalla ripartizione dei benefici riservati ai fedeli. Inoltre Babbo Natale, pur conoscendo i peccati di ogni individuo, non li usa contro di loro.»

«E che mi dici del carbone?»

«È comunque un regalo. Il babbonatalesimo non prevede vere punizioni per chi agisce male, ma solo una riduzione nell’entità del dono. E anche sul concetto di riduzione ci sarebbe da discutere, in un’epoca in cui i combustibili fossili sono sempre più rari e costosi.»

La campanella suonò, e gli studenti cominciarono a sgattaiolare fuori dall’aula, qualcuno mormorando un saluto nel passare di fronte alla cattedra. Con un cenno Malicius chiamò a sé il Devastatore, che lo raggiunse quando i compagni di classe furono usciti tutti.

«Sono costretto a metterti un altro buon voto, Devastatore.» disse il professore. Lo studente lo guardò dall’alto dei suoi due metri e venti.

«Devo proprio insistere affinché cambi specializzazione.» continuò Malicius «Sei sprecato, come bruto. Potresti essere un ottimo cattivo a tuttotondo: ben caratterizzato, colto, potente.»

«Preferirei di no, professore.»

«Lo sai che a fare il bruto ce le si prende, vero?»

Il Devastatore si strinse nelle spalle gigantesche.

«Anche a fare il secchione. E non si ha la soddisfazione di restituirle.»

Il professore sorrise. «Promettimi di pensarci.»

«Si fida delle promesse degli studenti di un’Accademia del Male?»

Malicius si concesse una risatina e congedò il Devastatore, che se ne andò a passi pesanti, facendo tremare il pavimento e le vetrate. Rimasto solo, il professore annotò il voto, poi ripose penna e registro nella ventiquattrore e uscì dall’aula. A quell’ora gli studenti erano tutti a cena, e i corridoi erano deserti. Il vento si accaniva contro le finestre, tempestandole di fiocchi di neve, ma Malicius riuscì comunque a scorgere due figure che ne assicuravano una terza alla gogna illuminata in mezzo al cortile principale. Scosse la testa, ripensando alle minacce di Fatalia. Le nuove generazioni erano proprio rammollite. Ai vecchi tempi gli studenti non si nascondevano dietro ai genitori, avevano il coraggio di portare avanti da soli le proprie faide contro i docenti.

Sentendosi vecchio, Malicius attraversò la scuola e raggiunse le proprie stanze. Fece per aprire la porta, ma si rimise la chiave in tasca. Il battente era già socchiuso.

Si chinò e sfilò il pugnale dal fodero che portava nello stivale. Entrò. Il caminetto nel soggiorno era acceso, e la sua poltrona girevole era orientata verso le grandi finestre che davano sulle montagne. Il paesaggio era invisibile, coperto dalla bufera che si faceva sempre più violenta.

«Ti aspettavo.» disse una voce di donna.

La poltrona ruotò di centottanta gradi.

«Brigitta.»

Eccezion fatta per il viso scoperto, la professoressa Bondaggi si mimetizzava perfettamente sulla poltrona: cuoio nero su cuoio nero. Solo la fiamma del caminetto, accendendo di riflessi gli abiti aderenti, lasciava intuire la sinuosa figura della donna.

«Una mia studentessa è alla gogna.»

«Un’ignorante ha quello che merita.»

La professoressa Bondaggi si alzò, in un gemito di cuoio contro cuoio. Socchiuse gli occhi, e la sua voce divenne un sibilo.

«E tu, vuoi avere ciò che meriti?»

I tacchi a spillo sprizzarono scintille contro il pavimento di pietra quando Brigitta scattò. Prima che Malicius avesse il tempo di ribattere, la donna gli fu addosso.

Ventiquattrore e coltello caddero sul pavimento, seguiti dai due professori, le bocche incollate in un lungo bacio.

Brigitta si staccò per prima; i suoi capelli lisci e neri ricaddero sul viso dell’uomo.

«Sei stato molto, molto buono quest’anno.» disse «Sei pronto a ricevere il tuo regalo?»

«Non saprei. Di che si tratta?»

«Oh, è qualcosa di completamente nuovo.»

Brigitta mosse i fianchi con un fremito provocante. Malicius sorrise con aria complice.

«Fatico a crederlo, mia cara.»

«Vedrai. È qualcosa di… proibito.»

Con una fluida carezza, la donna gli infilò una mascherina nera. Malicius, abbandonandosi alla temporanea cecità, sentì Brigitta che si alzava e si fece guidare sul divano.

«Hai pensato a tutto.» disse.

La risposta gli giunse sussurrata ad un orecchio, accompagnata dal profumo di lei. «Oh, non sai quanto.»

Malicius si sorprese ad essere impaziente. “Qualcosa di proibito”, aveva detto lei. Eppure era sicuro di aver esplorato con lei ogni angolo dell’erotismo, ogni risvolto della perversione.

Un ronzio di chiusure lampo gli disse che Brigitta si stava spogliando.

«Aspetta qui.» gli disse, e i suoi passi si allontanarono. A giudicare dal rumore si era tolta anche gli stivali, cosa insolita. Malicius sentì i fornelli del cucinino che venivano accesi, poi l’acqua che scorreva dal rubinetto in bagno, il tutto inframezzato da fruscii che non riusciva a riconoscere. Si fece cullare da quei rumori, dal crepitio del fuoco e dal soffio della bufera lì fuori. Era stata una giornata faticosa.

Trasalì quando sentì la mano di Brigitta che si posava sulla sua spalla. Non l’aveva sentita ritornare.

«In piedi.»

Malicius obbedì. Gli venne sfilata la giacca, poi la cravatta. Le dita di Brigitta aprirono la camicia bottone dopo bottone, senza fretta, e infine tolsero anche quella. Poi fu la volta delle scarpe, dei calzini, della cintura e dei pantaloni.

Rimasto in mutande, alzò le braccia, guidato dal tocco leggero della professoressa. Qualcosa di morbido gli scivolò addosso: Brigitta gli stava infilando una maglia, facendo attenzione a non rimuovere la mascherina. Gli fece quindi alzare i piedi, uno dopo l’altro, e gli tirò su dei pantaloni che, Malicius poteva sentirlo, non erano gli stessi che gli aveva appena tolto.

Si doveva trattare di un nuovo gioco di ruolo, qualcosa che prevedeva un travestimento. Malicius si chiese che parte avrebbe dovuto interpretare, questa volta. Conservava ancora i lividi dalla settimana prima, quando aveva impersonato il drago contro una Brigitta vestita da San Giorgio, armatura compresa.

Le casse dello stereo presero a diffondere una musica sommessa. Malicius tese l’orecchio. Archi, campanellini, e una voce maschile con due o tre donne a fare il controcanto. La melodia era inconfondibile.

«Puoi guardare.» disse Brigitta, e Malicius si tolse la mascherina.

La prima cosa che vide fu l’albero. Festoni, palline e addobbi di mille altre forme ne appesantivano le fronde, tra le quali lampeggiava un firmamento di lucine multicolori. E sotto i rami più bassi, i regali. Tanti regali.

Malicius spalancò gli occhi: erano abbastanza da farli licenziare in tronco entrambi. Per non parlare dell’albero, della musica, delle decorazioni!

«Te l’avevo detto che sarebbe stato qualcosa di proibito.» disse Brigitta, uscendo dal cucinino con una tazza fumante in ciascuna mano.

Se non fosse stato per la voce, Malicius non l’avrebbe riconosciuta. Era struccata, i capelli erano raccolti in uno chignon spettinato dietro la nuca. Le forme provocanti erano sepolte dentro un informe pigiama di flanella rossa, decorato con una fantasia di pupazzi di neve e renne stilizzate. Malicius guardò in basso, scoprendo di averne addosso uno uguale.

«La tua cioccolata.» disse Brigitta, porgendogli una tazza, poi si sedette su divano e batté sul cuscino accanto a sé. Malicius le si sedette a fianco, e lei gli appoggiò la testa sulla spalla.

«Non è carino? Te l’avevo detto, che avremo fatto qualcosa di proibito.»

«Tu…» Malicius s’interruppe e scosse la testa, sorridendo. Quella donna lo spiazzava sempre.

«Cos’è, hai paura che ci colgano sul fatto?» lo sfidò Brigitta.

Lui posò la tazza sul tavolino lì accanto e distese un braccio per cingerle le spalle. L’attirò a sé, e la baciò teneramente. Era il momento di stare al gioco.

«È solo che…»

«Che?» chiese lei, maliziosa.

«Questa serata è incredibilmente importante.» ammise Malicius, la voce carica di sentimento «Tu sei incredibilmente importante. Quello che provo per te non l’ho mai provato con nessun’altra donna.»

Brigitta ridacchiò, e un po’ di cioccolata le finì di traverso. Si raddrizzò tossicchiando, e mise giù la tazza. «Ed evita di fare il Christian Grey.» disse «Dev’essere una serata romantica, non idiota. Coccole, non scemenze.»

Lui annuì, la baciò di nuovo e la strinse a sé, mentre Jingle Bells imperversava in sottofondo. “Coccole” pensò, e la parola gli diede un piacere perverso.

Fuori dalle ampie bifore la neve turbinava, sospinta dal vento instancabile. Malicius abbracciò Brigitta un po’ più forte e, vergognandosi un po’ – ma la vergogna faceva parte del gioco – si godette il brivido di essere buoni.

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2 risposte a Natale a San Guinario – 2° puntata

  1. Estuan scrive:

    Gustoso! Ma a San Guinario si fa lezione solo sotto Natale?

  2. Mattia scrive:

    Ovviamente no, i cattivi non vanno mai in vacanza. Ma per loro Natale è spesso causa di conflitto, interiore e non; e allora il narratore sa di andare a colpo sicuro facendo un po’ di stalking.

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