Un post banale (e pure in ritardo)

Il 13 marzo è stata la giornata del post banale, e io me la sono persa. Le motivazioni del mio ritardo sono più o meno le stesse che hanno portato ad un diradamento nella frequenza dei post, e sono motivazioni noiose e banali, per l’appunto.

Banali.

Trovato l’argomento del post. Che c’è di più banale della vita quotidiana?

Visto che la mia vita privata qui nella baracca non ha nulla di interessante, prima d’ora non ho mai scritto nulla che la riguardasse. Ma ora la sfida è proprio quella, e allora lasciate che vi racconti una storia come tante altre, con una moralona come tante altre.

Essendo oggi il 28, sarà una banalità doppia +2.

Una storia banale

C’era una volta un artigiano della scrittura che viveva nella sua baracca, circondato da tutti i suoi attrezzi e dalle sue opere, concluse e non (non moltissime, per la verità). L’artigiano amava il suo lavoro, che però non gli dava di che vivere. Fortunatamente aveva anche altre passioni, e una di queste – di poco più remunerativa dell’artigianato – era la tortura.

Di tanto in tanto il nostro artigiano era chiamato a sostituire gli aguzzini statali che si ammalavano. Aveva il compito di sottoporre la gioventù valligiana a indicibili supplizi, servendosi delle tecniche più crudeli: latino e italiano.

Un bel giorno capitò che l’artigiano fosse convocato per una supplenza. Quando arrivò alla prigione e gli venne consegnato il programma delle torture, l’artigiano gioì: tra le varie pene previste per i ragazzi ce n’erano alcune che amava molto infliggere.

Una classe fu particolarmente sfortunata, perché il suo programma prevedeva lo studio del poema cavalleresco. L’artigiano non si fece sfuggire l’occasione, e vessò i ragazzi quanto più poté.

I giorni passarono, e arrivò l’ultimo giorno di permanenza del supplente in quelle carceri. Il nostro beniamino, che era crudele sì, ma di buon cuore, decise di fare un regalo a quella classe in cui aveva potuto sproloquiare di ciò che tanto amava. Quindi indisse un compito in classe, e mentre teneva d’occhio gli studenti per accanirsi su eventuali copisti improvvisati compose alcune ottave. Non si trattava solo di un passatempo, ma anche di un modo per ricordare ai ragazzi che la poesia non era una tortura caduta in disuso: con la giusta tecnica, sarebbe bastato un attimo per riportarla all’antico splendore.

L’artigiano aveva pianificato di scrivere in ottave, e con chiari riferimenti a ciò che i ragazzi avevano dovuto loro malgrado studiare – o quantomeno sentire – durante la sua permanenza. Ed essendo appunto di buon cuore, aveva deciso che quelle cinque ottave avrebbero avuto un contenuto edificante, a dimostrazione che c’era ancora speranza per il settore della tortura pubblica.

Mentre gli alunni gemevano e si disperavano alla vista del compito in classe, l’artigiano pensò alla supplenza ormai quasi conclusa, e cominciò a scrivere.

 

S’andava favellando il professore,

a passi misurando l’aula piena;

eran della mattina tarde l’ore,

e ‘l sol della giornata fuor, serena,

gittava gli studenti nel languore

sì che vegliavan pochi, e a mala pena:

gl’allievi aveano mente morta o muta,

o, al par d’Orlando il sen, l’avean perduta.

 

Più che la noia poi, poté l’Ariosto:

tra l’allargar di fauci in gran sbadigli

comincionsi a destare alcuni, e tosto

non v’è più alcun ch’appunti suoi non pigli,

che sonnolento ciondoli sul posto

o cui l’occhio la palpebra assottigli.

S’avvera il folle sogno del supplente:

aver dinanzi a sé sol teste attente.

 

Quai damigelle in arme e paladini

fronteggiano i pupilli il lor docente

come s’inante avesser saracini,

e fosser lor la battezzata gente

che incrocia le sue spade e i suoi destini

con quei d’oppositor degno e valente.

Son d’ambedue le parti scudo e lancia

bretone la materia, oppur di Francia.

 

La campanella il professor ridesta,

(lui pur s’era assopito con la classe!)

e subito gli pare cosa mesta

che tanta e tal lezion solo sognasse.

«Compiate grandi imprese, lancia in resta!»

vorrebbe dir, s’alcuno l’ascoltasse.

Ma son pensier farnetici, da matto

e, in fondo, è già finito il suo contratto.

 

Mancava almeno un’ottava, quella in cui si sarebbe detto che alcuni tra gli studenti avevano capito il motivo per cui si studia poesia vecchia di secoli, e che una mente sveglia e un animo sensibile permettono a chi studia la letteratura di vedere il mondo con occhi nuovi. Ma era troppo tardi.

L’ultima campanella era ormai suonata e, suo malgrado, l’artigiano dovette passare tra i banchi per strappare i fogli zuppi di lacrime dalle mani supplici degli alunni. Non ci sarebbe stata un’ottava edificante a concludere la breve serie.

Un’analogia banale (una banalogia?)

Ora è il momento di fare la seconda cosa peggiore che uno scrittore può fare1: interpretare la sua stessa opera, e farlo con i rubinetti della banalità aperti al massimo. Pronti?

La poesia scritta dell’artigiano è conseguenza diretta del suo status di supplente precario (perché, ce n’è di non precari?). La poesia, come il lavoro, viene troncata prima della sua conclusione ideale per motivi burocratico-amministrativi. L’arte, in questo senso, è specchio della vita: ciò che risulta dall’interruzione poetica e contrattuale è che l’incompiutezza impedisce un lieto fine, un giusto compimento delle cose.

È difficile dare un senso ad un lavoro che si deve cominciare a metà e abbandonare a tre quarti. E per quanto lo si faccia con tutta la passione e la competenza di questo mondo, si ha sempre un piede nella fossa del nichilismo, e un insegnante nichilista non sarà mai un buon insegnante.

L’artigianato è la modalità produttiva che permette al lavoratore di seguire la creazione di un oggetto dall’inizio alla fine. Oggi invece, per le varie cause che non sto qui ad approfondire2, il precariato ha spersonalizzato l’insegnamento, in nome della Grande e Magnifica Industria della Formatività. Il prodotto finito è meno curato, e spesso di minor valore.

Potrei andare avanti per ore con queste ed altre riflessioni – ho tralasciato molti argomenti altrettanto succosi –, ma è troppo doloroso investire tutti questi kilobyte in superficialità. Accontentatevi di questa dose, minima ma potente, e di queste poche ottave inconcluse.

  1. La prima è credere che gli altri trovino le sue vicende personali estremamente interessanti. []
  2. Materiale per altri post banali! []
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2 risposte a Un post banale (e pure in ritardo)

  1. Davinco De Mare scrive:

    Non mi pare per nulla superficiale.
    L’immagine del professore che si risveglia al suono della campanella, poi l’ho trovata esilarante. Complimenti.
    D’accordissimo con te nella difficoltà a costruire qualcosa di buono e duraturo se i tempi non lo permettono. Sembra quasi che ci sia una sorta di frenesia diffusa, una specie irrequietezza e di inquietudine che non permette alcuna costruzione o, se lo permette, si tratta di costruzioni che scadono quasi subito.

    • Mattia scrive:

      Grazie dell’apprezzamento. Un discorso esaustivo sull’istruzione richiederebbe molto più spazio, e di certo non è questa la sede adatta, visto che di norma non scrivo di argomenti off topic. Da qui la superficialità dell’accennare senza approfondire.

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