L’Inferno di Dan

Si sa che per pubblicare e vendere tanto non bisogna necessariamente scrivere bene. O almeno lo sa Dan Brown.

Come ben sapete, è da poco uscito il suo ultimo romanzo, Inferno. Prima del lancio nelle librerie erano stati resi disponibili il prologo e il primo capitolo del libro, e non ho saputo trattenermi, malgrado la visione di Scontro tra titani fosse ancora dolorosamente fresca nella memoria. «Che c’entra?» direte voi. Beh, io qualche analogia la riesco a vedere, anche a livello di pura associazione di idee. Per dire, mi viene sempre in mente questa immagine di un uomo obeso con un fucile a tracolla che si incarta gli hamburger con pagine strappate della grande letteratura europea. Ma dev’essere una cosa mia.

Io di Dan Brown non avevo mai letto niente, e prima di sfogliare Inferno il mio unico contatto con la sua scrittura risaliva a qualche anno fa. Ero ancora al liceo, e il mio compagno di banco si era procurato una copia in lingua originale di Angeli e demoni, che leggeva nei momenti di noia (lo finì in due giorni). Parte del romanzo è ambientata in Italia, e di tanto in tanto Dan non manca di riportare alcune frasi in quella buffa lingua che i villici locali usano, sempre che non siano troppo indaffarati a gesticolare, essere mafiosi o ingozzarsi di pizze e mandolini. Tra quei cammei linguistici comparivano anche parole sbagliate e frasi composte da uno che chiaramente l’italiano non lo sapeva proprio. Così a memoria mi ricordo solo “pompiero” per “pompiere” (quanto può costare controllare su un dizionario online?), ma credo proprio che troverete qualcos’altro, se avrete la pazienza di andare a controllare.

Insomma, non un gran biglietto da visita. Ma, complici il mio gusto per l’orrido, la curiosità di vedere quanto poco conti la scrittura nelle vendite di un libro, la gratuità dell’anteprima e, infine, la certezza di trovare materiale per un post, mi sono deciso a dare un’occhiata a questo Inferno.

Come al solito, la recensione contiene spoiler. Poco male, però, perché spoilererò al massimo il prologo e il primo capitolo. Almeno per ora, quello che ho già letto mi è bastato; non so ancora dire se prossimamente leggerò l’intero romanzo per completare la recensione. Come vedrete, l’inizio è più che sufficiente per farsi un’idea di quello che seguirà.

Ah, e per chi ancora non lo sapesse: sì, Dan Brown si è ispirato proprio a Dante. E giusto perché citazioni spicciole e ammiccamenti faciloni sono alla base dello svilimento della cultura, ho l’onore di aprire questo post con un bel “lasciate ogni speranza1.

Una lenta discesa

Di solito, nell’analizzare un libro, impronto la discussione sui vari aspetti della scrittura, riordinando le osservazioni secondo un ordine tematico. Stavolta però ho deciso di riportarvi i miei appunti a questi primi due capitoli passo dopo passo, perché le schifezze si susseguono a un ritmo serratissimo, e il procedere sequenzialmente rende bene l’idea di quanto etterno dolore (ammicco ammicco) mi abbia causato una pur così breve lettura.

Il prologo

Il prologo si apre con il personaggio-PdV, di cui non sappiamo nulla, che fugge da alcuni tizi, di cui non sappiamo nulla. Sappiamo però che ci troviamo a Firenze, e intuiamo un certo fanatismo del fuggitivo per la Divina Commedia.

Braccato dagli inseguitori, personaggio sale sul campanile della Badia, e cominciano le danze.

Da sotto echeggiano voci. Che mi cercano.

E già partiamo in quarta con errori da principiante. Le voci non possono cercare nessuno, in quanto non dotate di volontà. Vorrei dirvi che si tratta di una svista e che non si ripeterà più, ma mentirei. Anzi, la mia voce mentirebbe.

Il personaggio-PdV arriva in cima alla torre,

barcollando come morto nell’aria umida del mattino.

Dan, i morti barcollano solo nei film di zombi. Altrimenti stanno abbastanza fermi.

Ma non c’è tempo per discussioni scientificamente avanzate!

Dietro di me le voci gridano,

Di nuovo con queste voci-persona, che cercano, gridano, prendono un caffè e si stringono la mano. Intanto gli inseguitori

Mi fissano, adesso, mi fissano negli occhi verdi e chiari,

Il PdV vi saluta e si scusa moltissimo, ma aveva già un altro impegno. Per ripicca, il personaggio riesce a vedere i propri occhi, di colore irrilevante chiarissimo.

Ma attenzione! Gli inseguitori

non mi pregano più, mi minacciano. «Tu sai che abbiamo i nostri metodi. Possiamo costringerti a dirci dov’è.»

Perché mostrare con una semplice ed efficace battuta, quando posso benissimo appesantire il testo con un’introduzione raccontata? A questo punto, tanto vale mettere sia discorso indiretto che diretto, ad esempio: “La voce disse che aveva fame: «Ho fame.» disse la voce, dicendo che aveva fame”.

E poi, all’improvvisissimo

Senza alcun preavviso, mi volto, alzo le braccia, artiglio la sommità del parapetto con le dita e mi isso sul bordo, prima in ginocchio, poi in piedi… in equilibrio instabile davanti al precipizio.

Perché “senza alcun preavviso?”. Forse, secondo Dan, era legittimo aspettarsi che avvertisse gli inseguitori: «Oh, attenzione che mi sto per voltare. Occhio, eh, occhio che alzo pure le braccia…»

Dan ha poi un grandissimo gusto del superfluo. Notate come sia difficile artigliare qualcosa con l’ascella o, che so, con le natiche. Quel “con le dita” può essere tolto senza alcun mutamento nel significato della frase.

In un certo senso, se specificare la parte anatomica artigliante fosse necessario, allora anche il problema del preavviso sarebbe risolto. Considerate come ogni specificazione sul preavviso sia giustificabile in una riscrittura del genere: “Senza alcun preavviso, mi volto, alzo le braccia, artiglio la sommità del parapetto con le natiche e mi isso sul bordo.”

Allora sì che gli inseguitori rimarrebbero stupefatti. Ma proseguiamo.

Il personaggio-PdV è in piedi sul parapetto.

Sotto di me, vertiginosamente più in basso, i tetti di tegole rosse si estendono come un mare di fuoco fin nella campagna, illuminando quella terra armoniosa su cui un tempo camminarono i giganti: Giotto, Donatello, Brunelleschi, Michelangelo, Botticelli.

Abbiamo quindi la conferma che Dan sa aprire Wikipedia. Elencare artisti e tartarughe ninja probabilmente è uno sfoggio di cultura smisurata in America; peccato che sia irrilevante ai fini della narrazione. Ma ormai ci stiamo abituando al fatto che Dan sia un grande esponente dell’Inutilismo.

E proprio quando il personaggio-PdV ha finito i nomi da elencare e sta per buttarsi, cosa non ti vede? Vede te.

Mi fissi dal basso, dall’ombra. I tuoi occhi hanno un’espressione mesta e tuttavia nel tuo sguardo percepisco una sorta di venerazione per ciò che ho realizzato.

Oh, da quasi 70 metri d’altezza si scorgono un sacco di cose! Sarà perché il volto è in ombra.

E non parliamo della finezza borderline degli occhi che hanno un’espressione mesta, solo un filo meno squallida delle voci che gridano.

Prima di passare al primo capitolo, vorrei riportarvi anche un estratto più lungo di testo, comprendente anche alcune delle chicche appena gustate. È come se steste guardando un’opera di Giotto, Donatello, Brunelleschi, Michelangelo o Botticelli: i dettagli tolgono il fiato anche presi da soli, ma solo visti nel loro insieme acquistano vera grandezza.

Dietro di me le voci gridano, ormai vicine: «Quello che hai fatto è una follia!».

La follia genera follia.

«Per amor di Dio!» urlano. «Devi dirci dove l’hai nascosto!»

È proprio per amore di Dio che non ve lo dirò.

Sono in piedi, la schiena premuta contro la pietra fredda. Mi fissano, adesso, mi fissano negli occhi verdi e chiari, e la loro espressione si fa più dura: non mi pregano più, mi minacciano. «Tu sai che abbiamo i nostri metodi. Possiamo costringerti a dirci dov’è.»

È per questo che mi sono arrampicato fin quasi in paradiso.

Senza alcun preavviso, mi volto, alzo le braccia, artiglio la sommità del parapetto con le dita e mi isso sul bordo, prima in ginocchio, poi in piedi… in equilibrio instabile davanti al precipizio.

Guidami, caro Virgilio, attraverso il vuoto.

Increduli, si lanciano in avanti. Vogliono afferrarmi per i piedi, ma temono di farmi perdere l’equilibrio e di farmi cadere. Ora mi supplicano, in quieta disperazione, ma io ho già voltato la schiena. So cosa devo fare.

Sotto di me, vertiginosamente più in basso, i tetti di tegole rosse si estendono come un mare di fuoco fin nella campagna, illuminando quella terra armoniosa su cui un tempo camminarono i giganti: Giotto, Donatello, Brunelleschi, Michelangelo, Botticelli.

Avvicino la punta dei piedi al bordo.

«Scendi!» urlano. «Non è troppo tardi!»

Oh, cocciuti ignoranti! Non vedete il futuro? Non arrivate a comprendere lo splendore della mia creazione? A capirne la necessità?

Vi invito ad apprezzare i meravigliosi corsivi (resi in tondo nel blockquote) che sottolineano la profondità dei pensieri del personaggio-PdV, ma soprattutto la genericità spinta che anima i dialoghi. Siamo di fronte allo script di un film tv buono a malapena per essere mandato in onda nel primo pomeriggio, battute di una vaghezza imbarazzante che copiano quelle dette negli ultimi due secoli di narrativa dagli Uomini Cattivi Appartenenti ad Organizzazioni Segrete.

Come al solito, bisogna immaginarsi la situazione per capire l’entità della bruttura. C’è un tale che fugge, e gente appartenente ad una Organizzazione Segreta2. Davvero degli agenti superpreparati e presumibilmente spietati3 perdono tempo a strillare in tono lagnoso «Quello che hai fatto è una follia!»? E poi, se il fuggitivo si rifugia su una torre, è davvero una mossa furba minacciare di torturarlo? E infine l’ultimo colpo di genericità ipocrita, quel «Non è troppo tardi!». Per cosa? Per essere torturato?

Queste battute sono insignificanti, tanto più perché sono pronunciate da personaggi senza volto. Di per sé va benissimo non far sapere subito l’identità dei personaggi coinvolti nell’inseguimento, però almeno si potrebbero connotare in qualche modo attraverso le battute.

«Oppure no.» disse la voce di Dan.

Il primo capitolo

Ma bando alle ciance, eccoci arrivati al primo capitolo. Incontriamo Robert Langdon, solito protagonista browniano, in uno scenario spettrale.

C’è questa donna velata, e

Robert Langdon la guardò al di là di un fiume le cui acque agitate fluivano rosse di sangue.

Niente di difficile da tenere a mente, no? Eppure, poche righe dopo vediamo che

Langdon fece un passo verso il fiume, ma vide che era rosso di sangue

Lo sapeva già che il fiume era rosso di sangue! Com’è che se ne è già dimenticato e lo scopre come se fosse una novità?

E questa ripetizione alzheimeriana non arriva da sola. Nelle prime righe del capitolo è scritto che ai piedi della donna velata c’è un, cito testualmente, “mare di corpi”. Cioè tanti corpi, tantissimi. Eppure, dopo che Langdon (ri)scopre che il fiume è rosso sangue e rialza lo sguardo verso la donna,

si accorse che i corpi ai suoi piedi si erano moltiplicati. Adesso erano centinaia, forse migliaia.

Ora, io non so quantificare “un mare”, ma di sicuro non è meno di “centinaia”. “Un mare” vuol dire che ci sono corpi a perdita d’occhio, no? Eppure, di nuovo, Robert sembra non sapere che fino ad un attimo prima aveva visto un mare di corpi attorno alla donna; si stupisce addirittura che ce ne siano centinaia, o migliaia. E prima quanti erano?

Scusate se mi impunto, ma questa non è una questione da poco. Qui si tratta di sparare parole a caso, senza curarsi del significato di quello che si scrive. I termini sono vaghissimi, e usati con sciatteria.

Le perle, ovviamente, sono ben lungi dal finire qui. Torniamo al nostro mare di corpi.

Alcuni, ancora vivi, si contorcevano in agonia, morendo di morti inimmaginabili: arsi dal fuoco, sepolti nelle feci, divorati l’uno dall’altro.

Le morti sono così inimmaginabili che persino Dan Brown ce ne può dare degli esempi. Fuoco, feci e cannibalismo si possono immaginare, possibilmente in una bella combo che comprenda anche Dan.

Ci troviamo ancora a leggere parole a vanvera, che non vogliono dire quello che davvero significano.

Langdon sentiva echeggiare le urla luttuose della sofferenza umana

Un’altra raffinata variante delle voci che gridano. Ad urlare ora è la sofferenza.

Ma veniamo alla descrizione della donna velata.

La mascella era decisa e severa, gli occhi profondi ed espressivi

In questo passaggio più che mai si avverte l’aderenza consapevole dell’autore alla corrente inutilista. Possiamo infatti notare le caratteristiche endiadi, in cui un aggettivo su due è ridondante. Se una mascella è severa, do per scontato che sia anche decisa. E c’è davvero bisogno di dire che gli occhi sono sia espressivi che profondi?

Per dirla à la Dan Brown, “gli aggettivi erano inutili e superflui”.

A questo punto Robert sonda il proprio animo in maniera estremamente naturale.

Langdon aveva la sensazione di conoscerla, sentiva di potersi fidare di lei. Ma come? Perché?

Immaginatelo porsi questi interrogativi mentre scruta pensieroso l’orizzonte con occhi profondi ed espressivi. Bello, eh?

Per tutta risposta

La donna indicò due gambe che spuntavano scalciando dal terreno; sembrava appartenessero a un’anima disgraziata sepolta a testa in giù fino alla vita.

Perché “sembrava”? Appartenevano, punto. E se poi quella non era un’anima, pazienza! Sul momento a Langdon sembra un’anima, per cui è un’anima. Ma almeno una parola inutile per frase ci deve essere, e il verbo “sembrare” si può ficcare dentro ovunque.

Ricordate che nel prologo il personaggio-PdV artigliava il parapetto “senza alcun preavviso”? La donna misteriosa non vuole essere da meno nella Grande Gara della Stupefacenza, et voilà:

Senza alcun segno premonitore, cominciò a irradiare una luce bianca, sempre più viva.

Se avesse avvisato, sarebbe sembrata la scena di un qualche cartone giapponese di lotta («Luce esplosiva!» annunciò la donna).

Tutto il corpo prese a vibrare intensamente e poi, in un fragore di tuono, esplose in mille schegge di luce.

Langdon si svegliò di colpo, urlando.

E giusto perché nel prologo non c’era stata nessuna esplosione e perché qui bisogna mantenere un livello da film tv del primo pomeriggio, bam! La donna misteriosa salta enigmaticamente in aria, dopo aver confuso Robert con parole sibilline (che qui non ho riportato per evitare che restiate lesi dalla loro irrilevanza).

Langdon si sveglia in una stanza d’ospedale, e

Sotto i capelli arruffati, trovò i rilievi duri di una decina di punti, incrostati di sangue rappreso.

Come come? Hanno dato i punti in testa senza tagliare i capelli? E senza mettere una garza, una fasciatura? Ho capito che siamo in un ospedale italiano (spoiler), ma questo è troppo anche per noi.

E qui comincia a trasparire la concezione che Brown ha degli italiani: comparse semicivilizzate buone solo a dare il nome a qualche tartaruga ninja. Infatti, ecco che succede:

Un uomo con il camice entrò precipitosamente nella stanza, forse messo in allarme dal ritmo accelerato del monitor cardiaco. Aveva una barba poco curata e baffi cespugliosi, ma occhi gentili che, da sotto le sopracciglia incolte, irradiavano una calma riflessiva.

«Cos’è successo?» riuscì a dire Langdon. «Ho avuto un incidente?»

L’uomo si portò un dito alle labbra e poi corse fuori, chiamando qualcuno nel corridoio.

Tralasciate per un secondo la villosità scimmiesca di questo tizio, chiaro segno di subumanità, e immaginate la scena. Questo tizio che entra precipitosamente nella stanza, con occhi che irradiano una calma riflessiva. Qui siamo alla contraddizione, le parole sono messe sempre più a caso.

E poi il tizio, un medico, che fa? Mica controlla il paziente, macché! Gesticola come il servo muto di Zorro e corre via dalla stanza. Certo, però aveva occhi intelligentissimi, oh! Hai visto che roba? Sembrava vero!

La prima volta che ho letto questo passaggio, giuro che mi sono detto: questo qui muore subito. La frenologia dei personaggi secondari parla chiaro; nel mondo di Dan Brown, delle sopracciglia così, soprattutto se abbinate ad un mutismo de facto, sono una promessa di morte. E infatti il poveraccio crepa senza un lamento nel capitolo due.

Eravamo rimasti alla stanza d’ospedale. Il grassetto è mio.

Langdon voltò la testa, ma il movimento provocò una fitta di dolore che gli si irradiò in tutto il cranio. Fece qualche respiro profondo e aspettò che passasse. Poi, con molta cautela ma con metodo, esaminò l’ambiente sterile in cui si trovava.

Questo è semplicemente brutto. Perché la cautela? Perché l’avversativa tra cautela e metodo? Perché uno non può esaminare una stanza sia con cautela che con metodo, senza che questo appaia strano? Perché?

Interrogativi destinati a rimanere senza risposta. Ma per ogni enigma che non viene sciolto c’è una verità che ci viene rivelata:

Molto lentamente, girò la testa verso la finestra di fianco al letto. Fuori era buio. Notte.

Ah, ma allora vuoi dire che quando fuori è buio è notte? È proprio vero che c’è sempre da imparare!

Nel vetro vide solo il proprio riflesso: uno sconosciuto cinereo, pallido e sfinito,

Aggettivi a botte di tre, ormai. Tra l’altro in un riflesso come fa a vedere la tinta cinerea?

Sentì delle voci avvicinarsi lungo il corridoio e riportò lo sguardo nella stanza. Rientrò il medico, adesso in compagnia di una donna.

Lei sembrava avere poco più di trent’anni. In camice azzurro, aveva i capelli biondi raccolti in una coda di cavallo che, mentre camminava, le ondeggiava sulla schiena.

Rientra il buon selvaggio, in compagnia di una persona vera. Chi invece se ne va di nuovo, sempre porgendo le più sentite scuse, è il PdV. Già, perché mi spiegate come fa Langdon, steso a letto (cautamente, ma con metodo), a vedere che la coda di cavallo ondeggia sulla schiena della donna? Forse la dottoressa è entrata nella stanza camminando all’indietro?

«Sono la dottoressa Sienna Brooks» si presentò, rivolgendo un sorriso a Langdon. «Questa sera sono di turno con il dottor Marconi.»

Il nome Sienna è la storpiatura di una parola italiana4. Molto in stile con lo spirito dell’opera, non c’è che dire. Ma osserviamola più da vicino, ‘sta dottoressa, a parte la treccia escheriana che si vede da ogni prospettiva.

Alta e slanciata, la dottoressa si muoveva con l’andatura decisa e sicura di un’atleta.

E con la banalità di un autore di bestseller.

"Salve, sono Sienna Brooks e questo è un ospedale da pezzenti in cui le ferite d'arma da fuoco alla testa non vengono neanche fasciate. Ecco cosa succede ad avere la Sanità pubblica, cari elettori americani! Votate repubblicano!"

Perfino in tenuta ospedaliera, c’era in lei un’eleganza flessuosa. Nonostante l’assenza di qualsiasi traccia di trucco che Langdon potesse notare, la carnagione sembrava insolitamente liscia e l’unica imperfezione era un minuscolo neo appena sopra la bocca.

Evito di commentare la prima frase; troppa poesia. In realtà mi mancano le parole anche per la seconda. Langdon scopre che Barbie Dottoressa ha la pelle di PVC, e Dan Brown non sa che “imperfezione” si può usare per un dente marcio o per i peli del naso che escono dalle narici, ma non per un neo alla Marylin Monroe5.

Gli occhi, di un castano dolce, erano stranamente penetranti, come se fossero stati testimoni di esperienze di rado affrontate da persone della sua età.

Sono sicuro che questa cosa Langdon se la sta pensando come frase ad effetto per cuccare.

E comunque, gli occhi testimoni stanno a guardare la voce che grida e la sofferenza che urla. Nessuna pietà per noi lettori, eh, Dan? Chissà di quali esperienze inimmaginabili sono stati testimoni gli occhi della dottoressa. Forse fuoco, feci e cannibalismo.

«Il dottor Marconi non parla molto bene inglese» spiegò Brooks, sedendosi accanto al paziente «e mi ha chiesto di compilare la sua scheda di ricovero.» Sorrise di nuovo.

«Grazie» disse Langdon con voce roca.

«Okay» cominciò la dottoressa in tono pratico. «Il suo nome?»

Gli ci volle un momento. «Robert… Langdon.»

Brooks gli puntò il raggio di una piccola torcia negli occhi. «Professione?»

L’informazione emerse ancora più lentamente. «Professore. Storia dell’arte… e simbologia. Università di Harvard.»

La dottoressa abbassò il raggio di luce. Sembrava sorpresa. Il medico dalle sopracciglia cespugliose aveva l’aria altrettanto stupita.

Il secondarissimo dottor Cespuglioni non capisce una mazza di inglese, ma si stupisce pure lui. Oppure fa la faccetta stupita scimmiottando la dottoressa, da bravo selvaggio italico che non sa le lingue.

Oppure si è accorto di essere più vicino alla morte ogni riga che passa, e quella è una faccia allarmata. Sapete, non è sempre facile capire la sua mimica facciale, a causa delle sopracciglia spropositate e ipertricotiche.

«Lei è… americano?»

Langdon la guardò confuso.

«È solo che…» Brooks esitò. «Quando è arrivato qui ieri sera, non aveva documenti con sé. Però indossava Harris Tweed e mocassini Somerset, così abbiamo pensato che fosse inglese.»

«Sono americano» le assicurò Langdon, troppo sfinito per spiegarle le sue preferenze in fatto di capi ben tagliati.

Questo è un passaggio molto interessante, che ci schiude un intero universo procedurale: quando viene ritrovata una persona ignota priva di documenti, se ne stabilisce la nazionalità non consultando una lista di persone scomparse, bensì affidandosi alla marca dei vestiti.

«Si è svegliato urlando. Ricorda perché?»

Langdon ebbe un nuovo flash della strana visione della donna velata, circondata dai corpi che si contorcevano. “Cerca e troverai.” «Ho avuto un incubo.»

«Me lo racconti.»

Langdon ubbidì.

A questo punto le cose si fanno davvero surreali. Cioè – e scusate i corsivi ma non riesco ad enfatizzare quanto vorrei – in un ospedale pubblico, in Italia, un dottore chiede al paziente di raccontargli un brutto sogno? Siamo al fantasy più spinto.

In realtà la cosa sarebbe strana in qualsiasi ospedale che non fosse la tenda di uno sciamano. Ma in realtà Sienna Brooks è dottore in carineria e flessuosità, non in medicina, e fa le diagnosi un po’ come se la sente. Il dottor Cespuglioni invece è davvero laureato, ma non dice niente perché è un selvaggio metropolitano con i minuti contati.

Addirittura, Barbie Dottoressa insiste:

La dottoressa Brooks mantenne un’espressione impassibile mentre continuava a prendere appunti. «Ha qualche idea su cosa possa avere provocato una visione così spaventosa?»

Vi prego, vi prego. Devo ricorrere ancora ai corsivi. Ve lo immaginate un medico vero che approfondisce una questione così idiota e prende appunti? E tra l’altro, è così premurosa da interessarsi ai sogni del suo paziente, ma non si prende nemmeno la briga di mettergli uno fasciatura su una ferita alla testa?

La dottoressa Brooks prese un altro appunto.

Toglietele quel blocchetto!

«Desidera che avvertiamo qualcuno? Moglie? Figli?»

«No, nessuno» rispose Langdon senza esitare. Aveva sempre amato la solitudine e l’indipendenza garantitegli dalla vita da scapolo che si era scelto, anche se doveva ammettere che, in quel momento, avrebbe preferito avere un viso familiare al suo fianco.

Viva il raccontato! E viva gli scapoloni impenitenti.

Il capitolo termina con un passaggio in cui Robert Langdon vede lo skyline della città fuori dalla finestra e capisce di essere a Firenze, seguito da un cambio di PdV che ci mostra quanto segue:

una donna dalla struttura forte e atletica smontò senza sforzo dalla sua BMW

E meno male! Ve l’immaginate una persona forte e atletica che scende dalla macchina lamentandosi come un novantenne? L’Inutilismo è potente in Dan Brown. E poi dai, ancora una coppia di aggettivi! Bastava “atletica”, no?

«No.» disse la voce di Dan.

In effetti

Non c’è niente di male nel voler stupire e coinvolgere il lettore, e al momento giusto una frase ad effetto può dare quel tocco di drammaticità in più. In Inferno, il momento giusto arriva ogni due righe.

Ma cos’è esattamente una frase ad effetto? È quella cosa che, se non viene usata con parsimonia, ti fa sembrare Dan Brown.

Per sapere se una frase (può benissimo essere la battuta di un personaggio) è ad effetto, osservatela attentamente e fatevi le seguenti domande:

  • Starebbe bene in un trailer, possibilmente recitata da una profonda voce maschile?
  • Secondo le intenzioni con cui l’avete scritta, dovrebbe avere un tono particolarmente solenne?
  • Se è breve, è seguita da un a capo?
  • È separata dal resto del testo, quando potrebbe benissimo appartenere al periodo precedente?
  • È una frase nominale?
  • Conta meno di cinque parole, articoli esclusi?
  • Ha un significato vago, enigmatico e/o universale?
  • Cita qualcosa di famoso?
  • Dopo averla letta, è appropriato premere questo pulsante?

Se la risposta ad almeno tre o quattro di queste domande è sì, allora probabilmente vi trovate di fronte ad una frase ad effetto. E vorrei ripetere che, nonostante le battute e il drama button, ciò non è necessariamente negativo. Come ogni artificio stilistico, però, anche questo va usato con gusto e parsimonia, le due qualità che hanno sempre contraddistinto la cultura statunitense.

Per sapere se nel vostro testo avete abusato nell’uso di queste frasi vi basta la prova del bum. La frase ad effetto tende ad essere particolarmente drammatica, ma se avete spinto troppo sul pedale del pathos il vostro lettore non sarà per nulla colpito, e anzi commenterà con un caustico «Bum!», o con un «Sì, vabbè.» di sufficienza. I più educati si limiteranno ad alzare un sopracciglio. Anzi, come direbbe Dan, il loro sopracciglio avrà un’espressione scettica.

Nella prima facciata di Inferno, Dan ha già dato fondo alla drammaticità che un autore normale, distribuendola nei punti adeguati, si fa bastare per dieci capitoli. Ma ci può stare: sono le prime battute del romanzo, e Dan vuole che la tensione sia mozzafiato.

Io sono l’Ombra.

 

Attraverso la città dolente, io fuggo.

Attraverso l’eterno dolore, io prendo il volo.

Lungo la riva dell’Arno, corro arrancando senza fiato… volto a sinistra, in via dei Castellani, e mi dirigo verso nord, rannicchiandomi nell’ombra degli Uffizi.

E loro continuano a inseguirmi.

Il suono dei passi alle mie spalle si fa sempre più forte, mi danno la caccia con determinazione implacabile.

Mi inseguono da anni, ormai. Un’ostinazione che mi ha costretto alla clandestinità, a vivere in purgatorio, a lavorare sottoterra come un mostro ctonio.

Io sono l’Ombra.

Qui, in superficie, alzo lo sguardo verso nord, ma non riesco a trovare una strada che porti alla salvezza… gli Appennini nascondono alla vista le prime luci dell’alba.

Passo dietro il palazzo con la sua torre merlata e l’orologio dall’unica lancetta e in piazza di San Firenze scivolo come un serpente tra gli ambulanti del primo mattino dalle voci rauche e dall’alito che sa di lampredotto e olive al forno. Attraverso la strada davanti al Bargello, punto a ovest verso il campanile della Badia e mi fermo di colpo di fronte al cancello di ferro alla base della scala.

È qui che bisogna lasciarsi alle spalle ogni esitazione.

E fino a qua, va bene. Ma poi, ecco il già citato

Da sotto echeggiano voci. Che mi cercano.

Lasciamo da parte le tanto citate voci, e chiediamoci invece perché la frase relativa sia separata dalla principale. La risposta la sappiamo. Ora rileggete la frase, facendo attenzione a marcare bene la pausa indicata dal punto, e subito dopo cliccate play.

L’effetto è questo. Notate come il drammatico roditore sia molto meno incisivo (scusate, è stato più forte di me) se ripetete l’operazione leggendo la frase senza il punto di mezzo.

Poco dopo, troviamo:

Dietro di me le voci gridano, ormai vicine: «Quello che hai fatto è una follia!».

La follia genera follia.

Bum.

«Per amor di Dio!» urlano. «Devi dirci dove l’hai nascosto!»

È proprio per amore di Dio che non ve lo dirò.

Bum.

E a fine prologo, abbiamo una bella rincorsa all’effetto.

Il mio dono è il futuro.

Non ancora…

Il mio dono è la salvezza.

Non ancora…

Il mio dono è l’Inferno.

Bum.

Bibliomanzie rivelatrici

Il beneficio del dubbio non si nega a nessuno. «Magari sono solo questi primi due capitoli ad essere così brutti.» mi sono detto. E allora, grazie alla generosità di un amico che mi ha procurato gratuitamente la versione cartacea del romanzo, ho sfogliato qualche altra pagina, leggendo brani a caso.

La voce parlò in un italiano veloce [pagina 25]

E, senza alcun preavviso [pagina 33]

Ah, poi le generalizzazioni che fanno capire che Dan Brown non è mai stato in Italia dopo gli anni Sessanta.

Nell’ascensore c’era puzza di sigarette, un aroma dolceamaro che in Italia è onnipresente quanto quello dell’espresso appena fatto. [pagina 38]

Al che sono andato un po’ più avanti, a pagina 275.

Dalle ombre, il volto defunto di Dante Alighieri ricambiò il suo sguardo.

Mentre il corpo, ancora vivo, ballava un’allegra giga. Come no.

Anche qui troviamo parole a caso e personificazioni evitabili (il volto che ricambia lo sguardo). Per non parlare della profanazione, concettuale e narrativa, di uno dei padri della letteratura mondiale.

Infine, insperato, a pagina 304…

Lei aveva annuito e abbassato lo sguardo sull’amuleto di pietra blu, foggiato nell’immagine iconica del serpente avvolto intorno a una verga verticale. “È l’antico simbolo della medicina. Come di certo saprà, si chiama caduceo”.

Un As you know Bob da manuale. Ho chiuso il libro.

Jason Kaufman, o Del buonumore.

Inferno è stato tradotto in italiano da tre persone, probabilmente per procedere più in fretta, visto che il libro è uscito contemporaneamente in quasi tutto il mondo. Per quanto questo metodo, per ragioni ovvie, non sia proprio il massimo dell’accuratezza, credo che nulla di quanto è stato riportato in questo post sia imputabile alle traduttrici.

Mi sono occupato solo di aspetti stilistici, ma da quello che ho letto anche il contenuto non fa per me, perché presentato da cani.

Cani banali (bum).

Al momento, sono indeciso se proseguire nella lettura o meno. Si agita in me un miscuglio di disgusto e fascinazione, e direi che per ora il primo sta avendo a meglio.

Che altro dire? Da quanto ho letto, Inferno è un pessimo esempio per tutti gli aspiranti scrittori e per tutti gli aspiranti editor. Non c’è alcuna visibile cura nel testo, né da parte dell’autore, né da parte dell’editor, Jason Kaufman. Nei ringraziamenti riportati all’inizio del volume, Dan scrive

Come sempre, e innanzitutto, al mio editor e caro amico Jason Kaufman, per la dedizione e il grande talento, ma specialmente per l’inesauribile buonumore.

Ecco qual è la chiave di tutto, il buonumore. Se Kaufman è incompetente come sembra, ci scommetto che sia di buonumore. Io però preferisco immaginarmelo come un vinto, vincolato da obblighi contrattuali a non cambiare una virgola di quanto legge pur essendo consapevole dell’orrore che si dipana riga dopo riga; e mi immagino che una clausola del contratto lo costringa ad assecondare con allegria ogni pretesa dell’autore.

Riesco a vedermeli, Dan e Jason, seduti a un tavolo in un’elegantissima conference room. Dan sta elencando i punti focali del suo prossimo romanzo, che sono quelli di sempre: complotti, organizzazioni segrete mondiali e umanità in pericolo, il tutto condito con stereotipi culturali vari.

Jason ha appena finito di convincere Dan, sempre amabilmente, che l’Europa non è la capitale dell’Italia, quando Dan gli chiede a bruciapelo: «Come lo intitoliamo?»

Jason pensa agli anni di studio e di carriera, pensa che ha fatto l’editor per amore della bella scrittura, per il fascino che prova di fronte alle mille sfaccettature che può assumere uno stile raffinato, per il gusto di un lavoro ben fatto.

«Non saprei.» risponde, con un sorriso smagliante e gli occhi lucidi «Inferno

  1. Dan si riesce a trattenere meglio di me, e se lo gioca solo a pagina 405 dell’edizione inglese. []
  2. Ovviamente a questo punto del libro non si sa per certo che si tratti di una qualche Organizzazione Segreta, ma trattandosi di un romanzo di Dan Brown possiamo considerare vinta questa scommessa. []
  3. Si veda la nota precedente. []
  4. Il nome della città di Siena. In inglese, “sienna” indica la terra di Siena. []
  5. Che, per inciso, in inglese si chiama addirittura “beauty mark”. []
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20 risposte a L’Inferno di Dan

  1. Chiara scrive:

    Finalmente un nuovo post, interessante e divertente! Purtroppo si fanno sempre più rari, ma almeno l’attesa è ben ripagata. 🙂

    • Mattia scrive:

      È un periodo difficile, ma adesso che arriva l’estate dovrei avere più tempo per scrivere. Intanto grazie per la pazienza e per il commento.

  2. alessandro scrive:

    Bellissimo, mi hai regalato delle belle risate! Sono sempre più convinto che c’è un’ampia fetta di mercato che si illude di creare cultura per persone che utilizzano il cervello al 5%… Per fortuna qualcuno chiama le cose con il loro vero nome!
    (appena avrò la possibilità di salire, e soprattutto scendere, da uno di quei suv BMW da sboroni, voglio verificare se una persona non atletica e flessuosa come me, è in grado di farlo …senza sforzo!… e ci mancherebbe, con quello che costano!!! Povero Dan, forse non ha capito da che parte si apre lo sportello ;-))

  3. Gaia scrive:

    Grazie per le ghignate, roba degna del “sorriso volpino”, ma quello sta ne “Il mercante di libri maledetti” – a pagina 117 – e pure ne “La biblioteca perduta dell’alchimista”, a pagina 130.

    Perché si sa, quando una cosa funziona, funziona sempre.

  4. papito1492 scrive:

    Ciao,
    non ridevo così da anni:)
    Sul drama button stavo per avere un collasso da risata isterica!
    Spero che tu ti convinca a leggerlo davvero tutto (come ho fatto io!!!), per regalarci qualche altro post in merito.
    ciao e complimenti!

    • Mattia scrive:

      Se avrò uno dei miei attacchi di autolesionismo può darsi che ne legga un altro pezzo. Adesso ti direi che non succederà, ma si sa dove vanno a finire i buoni propositi di fronte al potente richiamo del trash.

  5. Elena scrive:

    Finalmente qualcuno che s’è accorto delle cagate che scrive Dan Brown! Al passo dell’ascensore intriso di puzza di sigaretta stavo per buttare il libro fuori dalla finestra!

  6. Bruno Amadio scrive:

    Non so se questo commento lo lascerai passare, vedremo.
    Sei molto bravo e di certo non lo nascondi. Ma c’è qualcosa dentro di te che non mi convince. Premetto di non essere un estimatore di Dan Brown. Anzi, non ho mai letto nulla di ciò che ha scritto. Eppure vedi, lui scrive (male ) e pubblica. Tu scrivi in modo impeccabile, ma non pubblichi. Colpa certamente dell’ignoranza dei lettori, non c’è dubbio.
    Ma, caro Mattia, solo i professori di linguistica e grammatica possono scrivere? Solo loro hanno qualcosa da dire?
    Quanto ai gusti del pubblico non puoi pretendere che siano tutti dei letterati nel senso aulico del termine. I letterati si leggono tra loro per criticarsi, ma chi ti rende degno di fama sono gli altri e se tu aspiri a pubblicare qualcosa credo che non sia la strada giusta quella che stai percorrendo. Del resto l’hai detto tu stesso che bisogna tornare a scrivere come bambini.
    A me sembra la solita vecchia solfa. Fatte salve le critiche doverose esposte negli ambienti giusti, la cultura di altissima qualità che si emargina e lascia nell’ignoranza la maggioranza della popolazione non serve alle democrazie e somiglia molto alla spocchia.
    E concludo ricordandoti che Bembo, se non vado errato, aveva messo all’indice persino Dante, salvando soltanto le liriche del Petrarca.
    Mi scuso per la sincerità e per le eventuali imprecisioni. Non sono un letterato.
    Bruno Amadio

    • Mattia scrive:

      La sincerità non richiede scuse, come del resto il non essere un letterato.
      Come ho scritto in varie occasioni, la principale ragione per cui non ho pubblicato nulla è che non ho ancora scritto nulla che sia degno di essere pubblicato, per cui il grado d’istruzione dei lettori c’entra ben poco.
      In secondo luogo, mi dipingi come un letterato d’accademia, e non capisco per quale motivo. Forse hai un po’ mischiato due cose differenti, ossia la cura del testo scritto e la diversa considerazione di cui i generi letterari godono presso certi ambienti culturali.
      Posso essere d’accordo con te se mi accusi di essere ipercritico nei confronti della pessima scrittura di Dan Brown o di altri. Il fatto è che si può scrivere bene o male a prescindere dal genere narrativo. Di conseguenza, non critico Dan Brown perché il thriller non è un genere abbastanza elevato, ma perché Inferno è un libro scritto male, con passaggi francamente stupidi.
      Devo invece contraddirti quando mi dai del letterato settario ed erudito. A me piace leggere un po’ di tutto, e mi pare di averlo dimostrato nei post di questo blog. Prova a nominare Battle Royale in un dipartimento di Italianistica, vedi cosa ti dicono. La maggior parte di ciò che leggo (e decisamente tutto ciò che scrivo) può essere considerato “pop”, e di certo farebbe storcere il naso al prototipo di letterato snob che hai delineato.
      Ti dirò di più, condivido abbastanza le tue parole in merito alla torre d’avorio della cultura cosiddetta “alta”, e proprio per questo critico libri come Inferno. Parli di cultura che serve alle democrazie, ma quanto serve alla democrazia una cultura (stavolta inteso in senso ampio) che propina scemenze alla gente? Parlo di salti logici, improprietà lessicali, banalità a livello di trama. Serve solo a renderci assuefatti alla stupidità e alla mediocrità, ad intorpidire ogni senso critico e a sopire la vivacità intellettuale, che non è spocchia, né appannaggio di un’élite di professoroni, bensì quello che potrebbe dare una spinta alla sconsolante situazione attuale.
      Credo che la letteratura d’intrattenimento (nella quale, per inciso, mi collocherò tranquillamente una volta che avrò completato un romanzo) possa essere uno strumento potente, perché, proprio in quanto piacevole e di larga diffusione, può incidere davvero sul tessuto sociale, ben più degli ermetici scritti di un’avanguardia erudita. E proprio per questo credo che non ci si debba accontentare di libri scritti male.
      Ti ringrazio per il commento.

  7. Bruno scrive:

    Sono soltanto stato colpito dal ridondante esame diagnostico al quale hai sottoposto il testo del povero Dan, ma non era mia intenzione appiopparti alcuna etichetta e tanto meno quella del settario. Il rischio c’è, ma hai due ottime carte da giocare. Il tempo ed il brillante talento. Ti auguro di non sprecarli.
    Con stima.

    • Mattia scrive:

      Se dico che qualcosa è brutto o stupido mi piace dire anche il perché, altrimenti le mie parole valgono quanto un qualsiasi parere non argomentato, cioè non molto. Ti ringrazio davvero per i complimenti.

  8. enzo scrive:

    C’è da considerare anche la traduzione dall’ inglese all’italiano, molti degli errore o frasi stupide che hai elencato sono causati da traduzioni sbagliate. Mi sembra ci sia stato in po’ troppo accanimento e forse ci si è aggrappati a cose che probabilmente non dipendono dall’ ignoranza di Brown

    • Mattia scrive:

      Qualche errore sì, può darsi che sia una svista di un traduttore frettoloso (e magari poco motivato), ma non credo che siano così tanti. Tra le cose che ho elencato ce n’è varie che prescindono dalla lingua. Date le premesse, non ho molta voglia di andare a controllare (sarebbe eccessivo accanimento?).

      • Enzo scrive:

        Se non hai voglia di controllare allora evita anche di ridicolizzare uno scrittore, per giudicare il libro in maniera seria dovresti leggere la versione inglese, perchè recensire in questo modo attenendosi solo alla versione italiana è inutile, e data l’intelligenza che dimostri mi viene da pensare che la cosa sia anche mirata, in modo da trovare tante imperfezioni, il 90% delle cose che hai elencato sono attribuibili a traduzioni sbagliate e interpretazioni altrettanto sbagliate (probabilmente in maniera volontaria), esempio: quando dici al buon Dan di controllare un dizionario online, credo sia stata la parte più spassosa, di certo una persona con un minimo di conoscenza saprà che i libri non li traduce lo scrittore, quindi dire a lui di controllare il dizionario mi ha fatto quanto meno dubitare della tua parzialità come critico, dato che non è responsabilità di Dan, secondo esempio: Quando evidenzi il passaggio sul campanile dove il tizio dall’altezza di 70 metri “vede” qualcuno, è palese che l’autore descrive un momento dove il personaggio immagina una persona, e non vede fisicamente qualcuno, non posso credere che dall’alto della tua intelligenza ed esperienza tu non abbia capito questa cosa, ergo, il tuo è un articolo chiaramente di parte e mirato a screditare uno scrittore. Ma questa è solo la mia opinione da ignorante, saluti.

      • Mattia scrive:

        L’interpretazione che dai dell’episodio del campanile è plausibile, ma personalmente non sono molto d’accordo, anche perché se non ricordo male la scena è un susseguirsi di azioni concrete frammiste a pensieri del personaggio (che però sono ben riconoscibili come tali). In un contesto del genere, a me sembra proprio che il personaggio narrante veda davvero la persona a cui si rivolge.
        Vari errori – non il 90% – potrebbero essere imputabili effettivamente ad una traduzione poco accurata, anche se in molti di essi mi pare di riconoscere delle tendenze non specifiche di una lingua in particolare, e quindi quasi sicuramente presenti nell’originale. A questo punto, come dici tu, dovrei andarmi a recuperare l’originale. Il punto è che le altre cose che ho notato dimostrano con una certa chiarezza che Brown scrive con poca cura, diciamo così. Si veda ad esempio la quasi totalità dell’episodio in ospedale. Di conseguenza, gli errori chiaramente non linguistici, a mio avviso abbastanza gravi per un autore di fama così conclamata, mi fanno desistere dallo spendere dei soldi (e in realtà soprattutto tempo) per andare a controllare la versione inglese.
        Per quanto riguarda la parte che hai trovato più spassosa, ti devo chiedere di leggere con più attenzione: in quel passaggio mi sto riferendo a

        una copia in lingua originale di Angeli e demoni

        di conseguenza sto parlando di termini in italiano (o considerato tale da Brown) inseriti in un testo in inglese. Se tu scrivi qualcosa in italiano e non sei certo della grafia corretta di una parola straniera che vuoi utilizzare, non consulti un dizionario? Certo, poteva anche farlo il suo editor, ma a me piace pensare che un autore abbia abbastanza rispetto del proprio lavoro per documentarsi anche su aspetti come questi. Di certo in tutto questo il traduttore non ha alcun ruolo, tanto che probabilmente nella versione italiana quel “pompiero” è stato corretto.
        Anche quest’ultima faccenda, a mio parere, è indice della qualità di Brown come autore. Poi, certo, non ho letto tutto il libro, né tutti i suoi romanzi; ma, lo ripeto, è anche perché quello che ho visto non mi è piaciuto per niente.

      • Enzo scrive:

        Ti ringrazio per la risposta, non avevo pensato a certi aspetti, io ho letto il libro in questione e sulla vicenda del campanile l’ho interpretata nel modo che ti ho descritto, però io non sono un esperto di scrittura, e potrei non aver notato cose che tu invece hai visto, in ogni caso, grazie per le delucidazioni

  9. Stela scrive:

    Mi sono divertita un sacco leggendo la tua recensione. Le tue osservazioni sono accuratissimi nella loro ironia. Comunque, penso che il pubblico target dei suoi romanzi è un lettore di primo livello (conformemente alla classificazione di Eco) ergo un lettore più interessato nella trama che nella stilistica.

    In ogni caso, l’architettura del tuo argumento è ammirevole e mi ha fatto un immenso piacere leggerti, benché abbia sparato ad una mosca con un cannone.

    • Mattia scrive:

      Sì, qui siamo degli artiglieri antimosca!
      È vero anche quello che dici sul target; però i difetti che riscontro non sono solamente nello stile, a meno che non si usi un’accezione molto ampia del termine. Diciamo che per godersi un libro del buon Dan è fondamentale avere due o tre quintali di sospensione dell’incredulità, altrimenti non si finisce la lettura.
      Sono contento che tu abbia apprezzato, grazie per i complimenti. 🙂

  10. Maty scrive:

    Davvero divertente e….. illuminante ( che sono certa nessuno con fonderà con illuminati). Ebbene si, faccio parte dei lettori più attenti alla trama che allo stile, ma nonostante la premessa, anch’io (lettrice distratta) devo confermare che sono parecchie le “assurdità letterarie”, se mi passi il termine, nel libro. Sai però perché è stato divertente leggere te??? Perché mentre leggevo il libro mi rendevo conto che c’era qualcosa che non andava (vedi storia ospedale……. nemmeno in in una tenda da campo in mezzo al deserto e con paramedici penso si possa avere un’assistenza come quella descritta), ma è stata la lettura del tuo articolo che me ne ha fatto mettere a fuoco i motivi! Non solo…… devo ringraziarti, perché mi hai ricordato qualcosa che presa dalla quotidianità e dal leggere per evadere avevo dimenticato: bisogna leggere con attenzione e soffermarsi, se è il caso riflettere e argomentare, anche nel silenzio della tua stessa mente, altrimenti finisce che leggere è come…… una mangiata pantagruelica dove mischi sapori e odori e di cui perdi la vera essenza!

    • Mattia scrive:

      È naturale che chi non è un addetto ai lavori non abbia una lettura analitica, e che magari non abbia gli strumenti per dire cosa “suoni strano” in un libro. A prescindere dal buon Dan, non trovo sbagliato leggere in modo “leggero”, anzi, spesso è il modo migliore per godersi un romanzo. Rovescerei però la questione, dicendo cioè che un buon libro dovrebbe essere in grado di farsi leggere senza distrarre il lettore con una castroneria dopo l’altra.

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