Concorso Ottottave 2013

Se avete letto l’ultimo post sapete che ho partecipato all’Ottottave, un concorso di scrittura poetica in ottava rima. Avevo saputo di questo concorso nell’autunno 2012, quando ormai l’edizione di quell’anno si era conclusa, ma stavolta non mi sono lasciato sfuggire l’occasione.

La serata

Se c’è una città ideale in cui partecipare alla premiazione di un concorso di poesia, beh, è Firenze. Girando per la città nelle poche ore prima della serata, ho incrociato almeno tre statue di Dante. La migliore è quella in piazza Santa Croce, che raffigura il Sommo Vate da osso duro qual è. Avvolto nel suo mantello, è il supereroe della poesia, che veglia su tutti noi e punisce esemplarmente chi usa il verso libero.

"Deh, ti pare un endehasillabo? Riscrivilo, via!"

La premiazione ha avuto luogo nella biblioteca delle Oblate, su una terrazza che praticamente è il secondo e ultimo piano di un chiostro, e dalla quale si vede la cupola del vicinissimo Duomo.

La serata è stata totalmente all’insegna della poesia. Le letture dei componimenti in gara sono state inframezzate dagli interventi di due bravissimi poeti estemporanei, che hanno improvvisato ottave cimentandosi nella nobile arte del contrasto.

Gli otto finalisti erano tutti presenti, e ciascuno ha potuto declamare le proprie ottave. Malgrado il buio, la miopia galoppante, un po’ di emozione e la caratteristica postura da Quasimodo tipica di chi non ha avuto la furbizia di alzarsi il microfono, credo di non aver fatto una pessima figura.

Infine sono stati proclamati i vincitori, e ho avuto l’onore di ricevere il primo premio.

Lo dico davvero senza retorica: è stata una grandissima soddisfazione, prima di tutto perché è bello ricevere un riconoscimento per qualcosa che si fa con passione, e poi perché in gara c’erano ottave davvero valide, e il risultato finale non era scontato.

La targa!

Un concorso a cui partecipare

Riporto l’articolo 8 del bando:

Art. 8

I parametri di valutazione su cui peserà il giudizio della Commissione saranno il rispetto della forma metrica, l’attinenza al tema e la valutazione estetica del contenuto poetico.

La forma metrica predefinita permette dei criteri di valutazione oggettivi (che non sono gli unici, ma rimangono fondamentali). La maggior parte dei concorsi che si possono trovare in rete ammette componimenti di qualsiasi tipo, e presumibilmente riceve solo testi in versi liberi. Non mi dilungherò in ragionamenti che ho già esposto esaurientemente in passato; se seguite il blog da un po’ sapete quali sono le mie posizioni in merito alla poesia. Questo concorso mi ha fatto considerare la questione sotto un aspetto nuovo, ossia quello del riconoscimento esterno: mi sono sentito molto orgoglioso di essere stato premiato, oltre che per il contenuto della mia opera e per il suo valore estetico, per le capacità tecniche che ho dimostrato, anche perché il fatto che le ottave dovessero essere incatenate ha reso tutto più stimolante (non è scontato trovare cinque parole rima non banali, nonché costruire un discorso poetico in uno spazio di sessantaquattro versi, che non sono né tanti, né pochi).

Anche senza considerarne il valore intrinseco, Ottottave mi è sembrato un concorso serio. Prima di tutto perché, se ho capito bene, la giuria ha valutato i testi finalisti senza sapere nomi e dati dei rispettivi autori (certo, mi direte voi, non dovrebbe essere sempre così?), e in secondo luogo perché la partecipazione è gratuita. Questa potrebbe sembrare una questione da poco, eppure dal mio punto di vista testimonia un impegno serio da parte dell’Accademia di Letteratura Orale (e della Regione Toscana, che finanzia il progetto).

Si tratta di un investimento per tenere viva una parte importante del patrimonio culturale italiano, e se questo vi sembra poco, allora non avete letto abbastanza poesie di Sandro Bondi.

Un gioco da ragazzi?

E visto che si parla della sopravvivenza della poesia in metro, vale la pena riportare l’unica nota amara della serata.

Marco Betti, il poeta che si è occupato della prima scrematura dei testi, ha fornito un po’ di dati: alla segreteria del concorso sono arrivati 64 componimenti, un buon numero, considerando la specificità del concorso; eppure, di questi 64 testi, solo 14 avevano le caratteristiche formali richieste.

I canoni metrici da rispettare erano esposti chiaramente nel bando:

Art. 5

Le composizioni devono essere scritte in lingua italiana. La forma dialettale è permessa solo se ritenuta ben comprensibile, […]. Ogni ottava è intesa come metro poetico italiano, […], formato da otto endecasillabi con rime alternate per i primi sei versi e baciate per gli ultimi due. Le ottave devono essere concatenate, ossia ogni ottava successiva deve riprendere la rima del distico finale precedente: partendo dallo schema ABABABCC, continuare CDCDCDEE, per passare a EFEFEFGG, ecc.

Alcuni concorrenti semplicemente non avevano letto il bando (né, mi viene da pensare, il titolo del concorso); e hanno inviato sonetti, ottave singole, componimenti in versi sciolti e probabilmente in altre forme. Altri invece hanno scritto sì otto ottave incatenate, ma non sono stati in grado di rispettare la metrica. Evidentemente, scrivere in endecasillabi non è così banale come sostengono alcuni detrattori della poesia in metro.

Altro dato sconsolante: i giovani. Tra i 64 partecipanti c’erano vari studenti universitari (di Lettere, eh!), nessuno dei quali è stato in grado di rispettare i canoni metrici previsti.

L’eccezione sono io: in un certo senso sono ancora studente1, e comunque classificabile come “giovane”.

Gli altri finalisti non erano certo decrepiti, però ad occhio e croce ero l’unico under 30.

Si dice che la poesia non sia per tutti, e che quella in metro forse lo sia ancora meno, ma io non credo che sia necessariamente così.

Sarebbe bello se ci fossero più concorsi come Ottottave, o anche solo più occasioni per portare la poesia in metro ad un pubblico che non consista necessariamente in una cerchia di eruditi.

Non dico che sonetti e terza rima potrebbero diventare il nuovo fenomeno pop, ma forse, paradossalmente, una riscoperta diffusa delle forme metriche potrebbe avere risvolti inaspettati, in quest’epoca 2.0.

Dopotutto, l’avvento del verso libero ha contribuito a volgarizzare la produzione di poesia, ma non ad aumentarne la fruizione. Quella strada è stata già ampiamente battuta, ed ora sarebbe interessante vedere se, riprendendo canoni e regole (che nelle altre arti non sono mai stati abbandonati), si possa cominciare una piccola rinascita.

Pizza + mandolino = tenore di vita

La serata di sabato è stata un’esperienza molto positiva, che certo non si esaurisce nell’aver vinto un premio. Ho visitato una delle città che per ricchezze artistiche ha dell’incredibile, e ho potuto constatare che la poesia è ancora viva, malgrado tutto. In un certo senso, posso dire di aver passato un week-end all’insegna della bellezza, e di essere tornato a casa sempre più saldo nelle mie convinzioni: la bellezza, in ogni sua forma, incide moltissimo sul tenore di vita.

«Bum.» dissero i lettori.

Ve lo concedo, era un po’ una frase ad effetto, ma solo perché priva dell’adeguato contesto. Riprenderò questo discorso, peraltro molto ampio, in un altro momento.

Per citare uno dei miliardi di turisti americani a spasso per Firenze: "Pretty awesome".

Chiudo l’articolo con le otto ottave che ho composto per il concorso. Il tema di quest’anno era “Il privilegio e lo sfruttamento” e, al momento di scegliere l’argomento, ho optato per qualcosa di concreto, al contrario di quanto avevo fatto per il Concorso di Poesia Scientifica Charles Darwin. Ho anche deciso di usare l’ottava in modo narrativo, visto che è un metro che si presta benissimo allo scopo, e, trovandomi a scrivere una piccola scena, ho utilizzato la forma di mostrato che mi permetteva la maggiore sinteticità, ovvero il discorso diretto.

Ed ecco qui il risultato:

La giovane formica lenta arranca
– la briciola le pesa sulla schiena –
eppure non s’arresta e si rinfranca
pensando alla dispensa quasi piena.
La scorge la cicala da una branca
ed interrompe allor la nenia amena;
dal ramo scende e fa, con voce chiara:
«Perché tanto sgobbare, amica cara?

 

C’è un premio che non so, per qualche gara?»
L’altra la guarda e replica allibita:
«Com’è che dell’autunno resti ignara?
Se ancor t’attardi a far la dolce vita
tu finirai l’inverno in una bara!
Sai che ti dico?» aggiunge impietosita
«Aiutami a portare le provviste:
starai con noi durante il gelo triste.»

 

«Sudar per ciò che ho gratis? Non esiste!»
fa la cicala «Già m’è garantito
l’accesso alla riserva che allestiste.
Starò da voi, però non muovo un dito.»
Ma la formica non ci sta ed insiste
a farla sdebitare per l’invito.
«S’ascolti» la cicala fa, paziente,
«vedrai che a me nessun regala niente.

 

Un tempo lavoravo alacremente,
ed or, che m’è concesso, sto in disparte:
lo Stato un po’ di tregua infin consente
a chi ha pagato già la propria parte.»
«Ma tu non sei né vecchia, né dolente!»
«Sei libera di controllar le carte:
“finestra” l’han chiamata, “finestrone”,
oppure perlopiù “baby pensione”.»

 

Soppesa la formica la questione,
poi dice: «Ti daremo alloggio e vitto
come prevede la legislazione:
bisogna far così, se questo è scritto.
Allor per noi sarà consolazione
saper ch’avremo, un dì, pari diritto.»
Sospira la cicala, e di rimando
«Amica,» dice «tu ti stai ingannando.

 

Finanza e erario ormai sono allo sbando,
voi non avrete mai le vostre quote:
per sostentare noi le stanno usando.
Suvvia, siate formiche patriote:
per voi, sì forti, è un sacrificio blando.
Vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e senza conseguenza:
noi facciam con, e voi farete senza.»

 

«Saremo condannate all’indigenza
se, vecchie, non ci giungerà in aiuto
il soldo di Sociale Previdenza.
Prestate ancora il vostro contributo!
Mostrate almeno un poco di coscienza!»
«Il mio diritto è già riconosciuto.
Tornare a lavorare? Fossi scema!
È vostro, mica mio, questo problema.»

 

S’invola la cicala, e un anatema
le scaglia la formica, chiaro e forte,
poi s’issa in groppa il peso che la strema
(e che la stremerà fino alla morte)
e avanza, e pensa a tutto quel sistema
pensa alle cose dritte, e a quelle storte
e che, checché la favola ne dica,
è meglio esser cicala che formica.

Edit del 13/07/2013: è stata pubblicata la classifica finale, completa di tutti gli otto componimenti.

  1. Contrariamente a quanto avviene nel mondo civilizzato, in Italia i dottorandi sono considerati studenti. []
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11 risposte a Concorso Ottottave 2013

  1. Nicholas scrive:

    😀
    Hai meritato di vincere!
    Però ora sono curioso di quelle degli altri.
    Cmq hai ragione la poesia in rima è molto cool, a quando una sfida di gansta-ottave?

    • Mattia scrive:

      Grazie!
      Le altre poesie dovrebbero venire pubblicate a breve nel sito dell’Accademia.
      Sono sempre disponibile per una tenzone, qualsiasi sia il metro.

  2. Francesca scrive:

    Complimenti per il riconoscimento e ancor più per la poesia ^^ Il mostrato in ottave rende magnificamente, la citazione dantesca calza a pennello e ho trovato bellissima l’incisività di quel “noi facciam con, e voi farete senza”. Di nuovo complimenti, davvero.

  3. la Clarina scrive:

    Complimentissimi, Mattia!
    Aguzzo, amarognolo e perfetto.

    Quanto alle volpi desertiche che non leggono i bandi, non rispettano il tema neppure per sbaglio o sforano il limite con selvaggio abbandono, mi vien sempre da domandarmi se si siano disturbati o se siano convinti che la loro prosa sfavillante abbacinerà la giuria al di là di ogni stupido limite formale…
    Ma devo ammettere che la psiche di un poeta che invia un singolo sonetto a un concorso chiamato Ottottave è affascinante oltre ogni dire…

    E poterti definire (alla maggior parte degli effetti pratici) l’unico Forgiatore di Endecasillabi italiano della tua generazione non è vanto da poco. 🙂

    • Mattia scrive:

      È pur vero che in Italia molti concorsi letterari (e non) non sono fiscalissimi nel far rispettare il bando, e che spesso i concorsi di poesia hanno come unico limite il numero di versi. Possiamo dunque davvero biasimare chi ha scritto di getto, sospinto da un ispirato vento di inconsapevolezza, troppo rapito dall’estasi versificatrice per leggere le regole da capo a fondo?
      Direi di sì.
      Quanto alla mia sorte di ultimo mohicano della poesia in metro, trattengo a stento un rant verso gli studenti di Lettere che non sanno mettere in fila sessantaquattro endecasillabi. Voglio anche sperare di non essere davvero l’unico “metrico” rimasto, per quanto ciò getti su di me un’indubbia aura epica.
      Grazie davvero per i complimenti!

  4. la Clarina scrive:

    Ah, il vecchio e triste discorso della Selvaggia Ispirazione, della Spontaneità Incontrastata, del Poetare con il Cuore…

    *sospiro*

    Ma ne abbiamo già parlato, vero? Ma noi teniamo duro, come un Fronte per la Difesa dell’Autore Pensante (FDAP)…

    • Mattia scrive:

      Siamo FDAPpisti irriducibili!
      Tanto che adesso, per la prosa, ho quasi il problema opposto: rimugino troppo e scrivo troppo poco! Mi sa che tu sei più brava a gestirti, almeno a giudicare dai piccoli bollettini che pubblichi…

  5. marilena Favero scrive:

    Complimenti vivissimi! Ho letto, e molto apprezzato. Ho letto anche le opere pubblicate e segnalate, e posso dire di concordare con la giuria (per quel che
    vale il parere di una ex ragioniera).
    Ciao, e auguri!

  6. Bruno scrive:

    Ti faccio i miei complimenti, non solo per l’innegabile talento nello scrivere in rima e non, ma anche per la lodevole capacità divulgativa delle tue conoscenze. Mi riferisco alle tue guide.
    Non condivido però la tua disapprovazione per altre forme poetiche.
    Io scrivo per diletto ed ho cominciato quando, con la pensione, ho avuto il tempo per farlo. I miei studi sono stati di tutt’altra natura che quelli umanistico-linguistici e quindi non ritengo di scrivere poesie. Tuttavia credo che prima del metro, prima della rima e prima ancora della dieresi e sinalefe ci sia stato un uomo che abbia scritto o detto con estrema semplicità ciò che sentiva nell’animo, poetando a modo suo. La tecnica, voglio dire, è venuta dopo.
    Anch’io preferisco le rime e credo che la poesia sia più bella se trasporta una musica dentro di se, ma forse non è tutto lì.
    Con stima,
    Bruno Amadio

    • Mattia scrive:

      Come ho risposto ad altri in altre sedi, non credo affatto che l’unica poesia possibile sia quella in metro, né che la metrica costituisca l’unico criterio secondo cui stabilire ciò che è poesia e ciò che non lo è. Grazie mille per i complimenti, e benvenuto su Sudare Inchiostro.

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