Pablito e il cavallo a cinque zampe

Maliziosi.

Ora che siete stati attirati da un titolo così promettente, tanto vale che leggiate pure il post, che no, non parla di equini superdotati. Almeno per una buona metà.

Pablito

Pablo Diego José Francisco de Paula Juan Nepomuceno María de los Remedios Cipriano de la Santísima Trinidad Ruiz y Picasso, meglio conosciuto come Pablito, una volta ha detto più o meno una cosa del genere:

A dodici anni dipingevo come Raffaello, ma ci ho messo tutta una vita per imparare a dipingere come un bambino.

Dico più o meno perché l’ha detta in spagnolo, che non si capisce bene come l’italiano.

Non sono un esperto d’arte, ma siccome Sudare Inchiostro è la sede perfetta per prendere citazioni, decontestualizzarle e dire un po’ quello che mi pare, mi è parsa una buona occasione per millantare una cultura a tuttotondo.

Come quella di Botero.

Tutto tondo – Botero. Tutto tondo – Botero. Capita? Eh?

E anche per oggi abbiamo fatto il pieno di simpatia.

Torniamo quindi alle parole di Pablito e alla loro sconcertante umiltà. Ultimamente ho cominciato a sentire questa citazione molto calzante rispetto alle difficoltà produttive che sto incontrando.

Vero, non sono un pittore.

Vero, non ho raggiunto la perfezione tecnica a dodici anni (e temo che ci sia ancora un bel po’ da aspettare).

Ma, come dicevo, con le citazioni basta decontestualizzare un attimo, adattare qui e là, e miracolosamente il messaggio comincia a rispecchiare alla lontana esattamente la nostra situazione.

Facile spiegare, dunque, perché ho l’ardire di paragonarmi a Pablito. Ma prima, veniamo al vero motivo per cui siete qui.

Un caso increscioso

L’aneddoto che segue è accaduto davvero. In realtà non ci sarebbe bisogno di specificarlo, visto che non si tratta di niente di incredibile, ma volevo far venire un tuffo al cuore a quelli che si aspettavano cosacce scabrose.

Ho un’amica che, negli anni delle superiori, ha frequentato un istituto d’arte. Un giorno, il professore di discipline grafiche e pittoriche assegnò alla classe un compito: disegnare un cavallo. Gli studenti avevano la massima libertà nella scelta della tecnica e dello stile.

La mia amica – la chiameremo Cassandra – ci teneva a fare un ottimo lavoro. Si mise a disegnare un bellissimo cavallo al galoppo, curando tutto nei minimi dettagli, dalle proporzioni alla pulizia del tratto, dalla stesura del colore alla resa della luce.

Al momento di consegnare il lavoro, la compagna di banco di Cassandra si sporse per dare un’occhiata al suo cavallo.

«Bello, eh?» fece Cassandra, soddisfatta. Il cavallo era perfetto: si stagliava sul foglio con una grazia potente, catturato nel momento di massima tensione della falcata. La criniera ondeggiava setosa, le froge erano dilatate ad inspirare il soffio vitale che accendeva gli occhi di una scintilla selvaggia, e sotto il manto lucente i muscoli si tendevano e si rilassavano, in un’apoteosi di bilanciamento e dinamismo.

«Ha cinque zampe.» osservò la compagna.

Questa è l'unica immagine presentabile che si trova usando la chiave di ricerca "cavallo a cinque zampe".

Perseveranza e fallimento

Quando si vuole migliorare in qualcosa, l’insoddisfazione può essere la lama che dà il colpo di grazia alla motivazione, ma può rivelarsi anche un motore potente, sempre che sia alimentato a determinazione (e a metafore ardite, a quanto pare). Questo vale anche per la scrittura.

Non mi dilungo sul discorso in generale, che è già stato affrontato molto meglio in uno degli ultimi post del Duca, da cui riporto un paio di brani.

La fiducia in sé è un elemento fondamentale per scrivere: serve sicurezza e testardaggine, una gran fiducia nelle proprie capacità (e la convinzione irrazionale che ci sia giustizia al mondo e che prima o poi l’impegno venga premiato), per resistere anni e anni continuando a scrivere, senza mollare, ricevendo pesci in faccia e buttando nel cesso una dozzina di romanzi che nessun editore reputerà degni di pubblicazione (o che verranno pubblicati o autopubblicati con risultati nelle vendite demoralizzanti).

Ricordate questo quando state per gettare la spugna: il fatto stesso che vogliate rinunciare DAVVERO per mancanza di fiducia in voi stessi indica che non siete i peggiori imbecilli! Non siete voi il problema, non rinunciate!

Se siete aspiranti scrittori, leggetevi l’articolo: è un toccasana per la motivazione e aiuta a vedere le cose da una prospettiva sana e tutto sommato incoraggiante.

In questo post però volevo trattare un problema un po’ più specifico. Ora, sappiamo tutti che per migliorare bisogna non solo imparare le regole della buona scrittura, ma anche imparare ad applicarle. Questo richiede pratica e pagine e pagine di sudore e lacrime, che verranno destinate al Cestino dell’Ignominia anche dopo mille revisioni.

La perseveranza però dà i suoi frutti, e prima o poi si riesce ad interiorizzare la moltitudine di regole e accorgimenti, rendendone quasi automatica l’applicazione.

E allora ci gettiamo a capofitto nella stesura di un capitolo finalmente confezionato con tutti i crismi: curiamo sia la lingua – lessico e sintassi – sia gli aspetti più legati alla narrazione – punto di vista e gestione dell’informazione –, provando un piacere fisico a schivare quei tranelli che l’istinto di scrivente semicolto ci tende ad ogni riga. Ma noi i tranelli abbiamo imparato ad evitarli; sappiamo sfrondare gli intricati roveti dell’ipotassi e aggirare le seducenti sabbie mobili del cliché.

A stesura terminata, ammiriamo la discreta mole di caratteri (concedendoci magari un feticistico conteggio parole), e carezziamo con sguardo amorevole il neonato capitolo, prima di passare alla revisione. Sì, perché siamo genitori amorevoli ma severi con ciò che partoriamo, perciò prendiamo il testo e ci prepariamo a dargli la fisiologica raddrizzata.

Lo leggiamo.

Ha cinque zampe.

La quinta zampa

Capita insomma che il testo non scorra. O meglio non corra. Benché sia corretto, c’è qualcosa di poco fluido nel suo incedere. È colpa di quella che io chiamo – più o meno da adesso, e più o meno per altri dieci minuti – la quinta zampa. Il nostro cavallo è disegnato benissimo; ci siamo attenuti alle regole e siamo stati attenti a tutto, ma proprio a tutto. Eppure.

Quello che manca al testo, ce ne accorgiamo anche da soli, è la naturalezza.

«Hai visto?» interviene un Talento Naturale «È inutile fare tanto i secchioni teste d’uovo che studiano e studiano e studiano, se poi non si scrive con la spontaneità di uno sternuto!»

La questione è un po’ diversa. Innanzitutto la tecnica va studiata. Poi le regole si possono seguire o infrangere, ma solo se si conoscono approfonditamente; altrimenti si sta lavorando senza alcun criterio, senza alcuna competenza, come potrebbe fare chiunque al nostro posto.

Però, una volta assimilata la tecnica1, forse possiamo provare a dimenticarla, soprattutto nella prima stesura. Ricordo di aver letto un manuale – ora ovviamente mi sfugge il nome – che prescriveva proprio questo, dopo aver sviscerato tutte le questioni tecniche: dimentica tutto quello che hai appena imparato.

Pablito ci ha messo una vita a “liberarsi” dalla perfezione per tornare all’immediatezza infantile.

«Ma dietro alle opere di Picasso c’è tutto uno studio sulla spazialità e la simultaneità e bla bla bla!» fa notare un pedante. E ha ragione. Infatti non dobbiamo regredire davvero allo stadio di ignoranza da cui siamo partiti, ma semplicemente ricercare lo stesso impulso creativo. Studiando siamo cresciuti, e quello che abbiamo appreso non ce lo porta via nessuno, ma la parte veramente difficile arriva adesso. Bisogna ritrovare l’“innocenza perduta”, la spontaneità, la naturalezza.

Questo – immagino – non significa che scrivere non sarà più faticoso, né che la prima stesura sarà soddisfacente. Dovremo continuare a sudarci ogni periodo, ogni parola, e a rivedere ogni brano con spietata oggettività.

Però il nostro capitolo non si muoverà più come un equino pentàpode: si lancerà in un galoppo sciolto, preciso e invisibile sotto gli occhi di chi legge, regalando a noi autori un nitrito di trionfo.

E scusate se è poco.

La soluzione

«Come fai a sapere tutte queste cose?» potreste chiedermi.

Può darsi che sia andato a scomodare Pablito per niente, questo lo concedo. Può darsi che sia una questione di pratica, e che debba solamente scrivere e buttar via qualche altro romanzo prima di ottenere uno stile che mi soddisfi. Può darsi che mi stia facendo mille paranoie benché il mio stile sia già perfetto2.

Ma dopo aver sbattuto il naso contro lo stesso problema per troppo tempo, forse è il caso di cercare una soluzione diversa dal mero incaponimento. Probabilmente, crescere come scrittore richiede anche un passaggio di questo tipo. O magari lo richiede solo a me, o magari sto semplicemente prendendo una cantonata.

Vi farò sapere! Intanto vado a contare zampe. Anzi no. Stavolta devo sforzarmi di abbandonarmi all’impeto creativo, devo montare in sella bendato. Avete presente, no? Come quei samurai che dopo tanto allenamento riescono a bloccare gli shuriken anche ad occhi chiusi. O come i guerrieri jedi che –

Avete presente.

Ecco, vado a usare la Forza su un cavallo ninja a cinque zampe. Bendato.

  1. E posto che non si finisce mai di imparare e migliorare. []
  2. Spoiler alert: non è così. []
Questa voce è stata pubblicata in Scrittori esordienti, Scrittura e contrassegnata con , , , , . Contrassegna il permalink.

6 risposte a Pablito e il cavallo a cinque zampe

  1. Milena scrive:

    Caro Mattia, quello che scrivo io ha sei zampe. Cosa faccio?

    • Mattia scrive:

      È pieno di animali che hanno sei zampe e se la cavano benissimo. Sei sicura che non vada bene così?
      Altrimenti, dovrai procurarti una buona mannaia.

  2. Nicholas scrive:

    Il cavallo bellissimo e potente ma con 5 zampe sarebbe la Bizarro Fiction? 🙂

    PS
    Ogni volta ci metto 10 minuti a dimostrare che ho almeno la licenza elementare per commentare… la cosa triste è che ho una laurea in ingegneria!

    • Mattia scrive:

      Può darsi. Ma la Bizarro probabilmente è più simile a qualcosa come un cavallo a trecentoventuno zampe, fatto di gelatina, e che si esprime solamente in canto jodel. E che però, a differenza del destriero a cinque zampe, non inciampa nei propri stessi zoccoli (forse perché i suoi sono gelatinosi).

      PS
      L’ansia da commento è sana, ci impedisce di scrivere sciocchezze (o almeno, e parlo per me, ci impedisce di scrivere sciocchezze più grosse di quelle che alla fine pubblichiamo). Le lauree di qualsiasi tipo, invece, non hanno mai impedito a nessuno di rendersi ridicolo.

      • Nicholas scrive:

        Lol, me lo sono meritato.
        Detto questo secondo me dovresti avere una sezione di libri che consigli, è così difficile trovare un po’ di buona letteratura oggi e tu sembri intendertene.

      • Mattia scrive:

        No, la considerazione sulle lauree non era minimamente rivolta a te, ma era una mestissima osservazione generale!
        Grazie del consiglio, magari lo attuerò. Ma credo che tu mi dia più fiducia di quella che merito; in realtà anch’io sono alla costante ricerca di bei libri, e non sempre ne trovo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Provami che sei reale (e che hai la licenza elementare)! *