Dove si annida la noia – Un approccio medio inferiore

Di tanto in tanto, anche se di rado, mi è capitato di essere contattato da docenti di lettere impegnati nell’organizzazione dei cosiddetti “incontri con l’autore”, durante i quali le classi hanno l’opportunità di conoscere uno scrittore, magari in seguito alla lettura di una sua opera, e insomma, di sentire cos’ha da dire questa testa d’uovo.

Anni fa, complice il Campiello Giovani, ricevevo questi inviti un po’ più spesso, ma ormai era da anni che non me ne capitavano.

In queste ultime due settimane, però, ho avuto l’occasione di annoiare ben quattro classi delle scuole medie. Sulle prime ero stato restio nell’accettare l’invito, e per due ragioni: per prima cosa io non sono uno scrittore in senso stretto, perché non ho ancora pubblicato (o autopubblicato) nulla; e poi ero abituato a parlare di scritture ed editoria a ragazzi delle scuole superiori, che magari si annoiavano in uguale proporzione, ma con i quali il livello della discussione poteva essere un po’ più elevato.

Di per sé, un incontro tra una classe delle medie e il sottoscritto non meriterebbe particolare attenzione in questo blog (e in nessun altro), eppure è capitata una cosa che mi ha dato da riflettere.

«Io ad esempio ho letto un libro, no? Ecco, ed era noioso!» si è lamentato uno degli studenti. Io ero sul punto di scusarmi a nome di tutti quelli che producono quella robaccia o che hanno in programma di farlo, ma il mio spirito di maestrino ha avuto la meglio, e ho deciso di punire il malcapitato trasformando un incontro noioso in un incontro di alto valore pedagogico.

Da questo punto in poi i fatti narrati potrebbero, come anche no, essere leggermente romanzati.

«E dimmi, caro giovanotto, cos’è che rende noioso un libro, secondo te?»

«Eh, che è noioso!» ha esclamato lui, sorpreso che non ci arrivassi.

«Ma cosa, esattamente, lo rende noioso?» ho insistito io, testardo. Lui mi ha guardato come si guardano i vecchi bacucchi che non sanno scrivere un sms e si è rimboccato le maniche.

«Allora, che un libro –» ha detto con grande proprietà sintattica, afferrando un blocco d’aria alla sua sinistra e spostandolo a destra «– è noioso

A quel punto lo spirito della Montessori mi ha afferrato le spalle, impedendomi di gettarmi sul saputello.

«Perché?» ho chiesto, schiumante «Perché è noioso?»

Il ragazzino ha roteato gli occhi, ma il compagno di banco ha risposto per lui: «Perché è pieno di descrizioni.»

Questa risposta ha incontrato l’approvazione di tutta la classe, nonché del primo studente, che mi ha guardato come se mi fossi fatto spiegare la cosa più ovvia di questo mondo.

Allora mi sono sovvenuti i lunghi anni di studio e messa in pratica delle tecniche narrative, e ho tentato ciò che mi ero ripromesso di non tentare, cioè l’esposizione di aspetti tecnici.

"Prof, possiamo fare matematica?"

Non mi sono addentrato troppo nello specifico, però ho dato qualche cenno sulla contrapposizione tra descrizioni statiche e descrizioni dinamiche. La spiegazione in sé è stata accolta con tiepido interesse, come tutto il resto, ma la vera rivelazione l’ho avuta quando ho fatto i due esempi.

Prima ho semplicemente detto che il mio protagonista, di nome Gigi, aveva i capelli rossi, era il capo di una banda di rapinatori e aveva un cane di nome Bob. Non ci sono state variazioni nel grado di entusiasmo.

Ma poi ho inserito i dettagli in modo funzionale all’interno di una mini-azione (l’irruzione dei rapinatori nella banca, una guardia che grida: «Tirate al rosso! Tirate al rosso!» e Bob che le addenta una mano), e lì ho visto un picco di partecipazione davvero inaspettato.

La classe è tornata in uno stato di quiete non appena la scenetta si è interrotta, ma intanto io avevo avuto la mia epifania.

Quell’undicenne annoiato

A chi ha ficcanasato almeno un po’ nel mondo dello show, don’t tell sarà capitato, almeno una volta, di sentire argomentazioni di tipo cognitivo a sostegno dell’efficacia di questa tecnica. Ecco, per la prima volta ho avuto l’opportunità di verificare con i miei occhi la validità di queste argomentazioni, anche se con un’immediatezza empirica che ha poco di scientifico.

Però ci sono gli spunti per stabilire dei nuovi parametri con cui misurare la noia che le nostre descrizioni instillano.

È molto rischioso dire che se la nostra descrizione annoia uno studente delle medie, allora è noiosa, su questo credo che saremo tutti d’accordo. Preferisco quindi rovesciare la questione, e affermare che se una descrizione non annoia uno studente delle medie, allora probabilmente non annoia nemmeno il lettore medio.

In fondo a tutti noi c’è un undicenne che sbuffa quando legge descrizioni statiche, anche se non sa cosa sia una descrizione statica. Magari con l’età impariamo a ignorarlo, ma lui rimane lì, a spiegare (a modo suo) al nostro inconscio che le descrizioni sono noiose. Non dobbiamo per forza dargli retta, ma possiamo nascondere pezzetti di descrizione dentro l’azione, dove serve, ed eliminare le parti superflue. Lo faremo felice1.

  1. Felice quanto lo farebbe felice un’ora buca durante un lunedì mattina di ottobre. []
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2 risposte a Dove si annida la noia – Un approccio medio inferiore

  1. Nicholas scrive:

    Se la pessima letteratura spingesse gli studenti verso la matematica avremmo finalmente trovato un buon uso del 90% dei libri in commercio.
    La vera sorpresa di questo articolo è che tu non abbia mai pubblicato nulla, non so perchè mi ero fatto l’idea che avessi pubblicato almeno un libro e alpiù tre libri.

  2. Mattia scrive:

    Se la pessima letteratura spingesse gli studenti verso la matematica avrei pubblicato i tre romanzi che ho già cestinato. Come scrivi tu, avrebbero avuto una loro utilità!
    Il romanzo che sto progettando ora dovrebbe essere quello buono (ma in realtà è quello che mi dico sempre).

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