Natale a San Guinario – 3° puntata

Un’Accademia del Male non è il peggior posto in cui passare le vacanze natalizie, e qui a Sudare Inchiostro ormai è tradizione fare una capatina a San Guinario, almeno per la vigilia.

Se ancora l’ambiente non vi è familiare vi consiglio di dare un’occhiata alla prima e alla seconda puntata, altrimenti rischiate di capirci poco. Anche perché quest’anno, a San Guinario, non si parla davvero di Natale, ma di narrativa, retorica, insegnamento e di altre adorabili nefandezze.

Natale a San Guinario

Un lungo indice ossuto uscì da una piega delle vesti del Direttore e picchiettò sul microfono. Dalle profondità del cappuccio emerse un «Prova, prova. È acceso?»

La platea mormorò qualche assenso. Dal tavolo della commissione, il professor Suplicio alzò un pollice.

«Molto bene.» disse il Direttore «Vi do allora il benvenuto alla finale dei Giochi del Solstizio 2013. Cominciamo la serata facendo un bell’applauso alla commissione giudicatrice, presieduta dalla professoressa Bondaggi.»

Gli studenti applaudirono. Senza staccare gli occhi dalle carte che stava consultando, la professoressa alzò la mano guantata di latex nero e fece un breve cenno di saluto agli studenti dietro di lei.

«Con l’eliminazione dei Moderni Prometei, sono rimaste solo due squadre in gioco.» riprese il Direttore «Diamo un caloroso benvenuto alle Matrigne, coordinate dal professor Malicius, e ai Cerberi, coordinati dal professor Schianta.»

Un’ovazione riempì l’auditorium mentre sei studenti uscivano da dietro le quinte e si disponevano alle due estremità del palcoscenico, tre da una parte e tre dall’altra.

Seduto in prima fila, il professor Malicius studiava la propria squadra. Lucertolo si stava torcendo le mani, brutto segno, ma Lamia sfoggiava il solito sorriso sibillino. Umbra era immobile accanto ai compagni, il viso nascosto dai lunghi capelli neri.

«Vi asfaltiamo.» gli sussurrò all’orecchio il professor Schianta, seduto dietro di lui. Malicius non si scompose, ma si augurò che i giudici non avessero sorteggiato una prova fisica. Il solo Mongibello pesava più di tutte e tre le Matrigne messe insieme, e Rosha aveva vinto per quattro anni consecutivi le Olimpiadi dell’Efferatezza. E poi c’era ArMario, che torreggiava anche sui suoi due compagni di squadra.

«Senza ulteriori indugi» disse il Direttore «andiamo a scoprire quale sarà la prova finale.»

Fece un cenno verso il tavolo della commissione. La professoressa Bondaggi passò una busta al professor Suplicio, che si alzò e salì sul palco, fermandosi dietro al microfono che il Direttore gli aveva lasciato.

«La prova finale sarà…» cominciò. Sollevò la busta davanti a sé e la aprì. Il sussurro della carta si perse nel silenzio generale.

«Confessione.»

La platea fu attraversata da un mormorio. Mentre il professor Suplicio tornava al tavolo della commissione, un maxischermo cominciò a scendere alle spalle del Direttore, che riprese il suo posto al centro del palco.

Lo schermo arrestò la sua discesa con un sussulto e si accese, mostrando un’ampia stanza quadrata. Cinque sedie erano disposte l’una accanto all’altra lungo una delle pareti, e su ciascuna sedia era legato un ragazzo.

«Molti di voi riconosceranno i nostri prigionieri. Sono tutti regolari studenti della nostra Accademia. Quello che non sapete è che uno di loro è un Buono.»

Il mormorio del pubblico si colorò d’indignazione, e dalle ultime file arrivò qualche insulto.

«Ebbene sì, i nostri nemici sono riusciti a introdurre due spie tra di noi, e purtroppo non è la prima volta. La buona notizia è che i nostri docenti sono riusciti a individuarle, e a creare due gruppi di sospetti, entrambi comprendenti un Buono. Ciascuna squadra si confronterà con un gruppo, e i concorrenti dovranno indurre l’infiltrato a confessare. Ma non è tutto!» il Direttore sfoderò di nuovo l’indice, questa volta sollevato in un ossuto ammonimento «I giocatori non potranno arrecare lesioni permanenti ai prigionieri, visto che, per ogni gruppo, quattro di loro sono normali studenti.»

Il pubblico rumoreggiò.

«Ma non temete. Per compensare la mancanza di crudeltà, i giudici hanno deciso di rendere obbligatorio l’uso dell’ultimo ritrovato in fatto di tecnologia applicata al Male: una FidoGrinder 2700.»

Il cappuccio del Direttore si scosse in un cenno d’assenso verso il professor Suplicius, che sollevò la cornetta del telefono di fronte a sé. Disse poche parole che Malicius non riuscì a distinguere, e riattaccò. Un istante dopo le porte della stanza proiettata sul maxischermo si aprirono, lasciando entrare due bidelli. Uno spingeva un monolite metallico alto quanto lui, l’altro un carrello di rete metallica colmo di cuccioli. I due carichi furono posizionati di fronte ai cinque prigionieri, e il primo bidello prese ad armeggiare con il retro del monolite, da cui estrasse un tubo di una spanna di diametro. Una delle estremità era rimasta collegata alla macchina, mentre l’altra fu tuffata tra i cuccioli. Intanto il secondo bidello aveva estratto dal corpo della FidoGrinder un profondo cassetto a scomparsa, posizionato proprio sotto la rosa di forellini che si apriva a mezzo metro dal terreno.

Malicius strinse i braccioli della poltroncina mentre Schianta assicurava alla moglie di avere ormai vinto. Non aveva tutti i torti. Due dei tre Cerberi, Rosha e ArMario, avevano seguito il corso di Tecnologie della Distruzione, mentre nessuna delle Matrigne aveva mai visto una tritacuccioli da vicino.

«Secondo il regolamento» disse il Direttore «è la squadra con il punteggio più basso a cominciare. Vi ricordo che il punteggio per questa prova sarà calcolato in base al tempo impiegato per ottenere la confessione. Ciascuna squadra avrà un massimo di dieci minuti, e che vinca il peggiore. Cerberi, siete pronti?»

L’assenso dei Cerberi fu coperto da un applauso assordante. Il Direttore attese che l’entusiasmo del pubblico si fosse placato prima di parlare.

«Molto bene. Il conteggio del tempo comincerà quando metterete piede nella stanza. Buona fortuna!»

Gli applausi ripresero e i Cerberi vennero scortati fuori dall’auditorium dalla professoressa Bondaggi.

Schianta si chinò avanti e poggiò una mano sulla spalla di Malicius. «Sai qual è il tuo problema?» gli disse, investendolo con una fiatata che sapeva di pop corn «Hai scelto con il cuore, non con questa.»

Malicius chiuse gli occhi e respirò a fondo mentre l’indice di Schianta gli picchiettava sulla tempia.

«Dovevi prenderti qualcuno di più esperto, non tre matricole. E poi, vuoi dirmi perché –»

«Caro, siediti composto.» lo interruppe la signora Schianta.

«Non tormentarti troppo, eh, Malo?» concluse Schianta «Godiamoci lo spettacolo e che vinca il migliore.»

Nel frattempo i Cerberi erano entrati nella stanza degli interrogatori, e in un angolo del maxischermo erano apparse le cifre di un cronometro. Mongibello camminava avanti e indietro davanti ai prigionieri, e benché nell’auditorium non si sentisse ciò che diceva, la smorfia compiaciuta dipinta sul suo volto parlava chiaro.

Dileggio e sfida, pensò Malicius. Era una buona strategia da adottare per individuare il Buono, faceva presa sul suo insopprimibile senso dell’orgoglio. Stava tutto nel sottolineare l’impotenza del Buono di fronte all’eccidio di creature inermi: quello sarebbe scattato in piedi in un attimo per difendere il proprio onore e dimostrare al Cattivo che si sbagliava di grosso.

Per il momento, però, i cinque prigionieri rimanevano impassibili. In piedi in un angolo, la professoressa Bondaggi prendeva appunti sulla sua cartellina.

Mongibello si voltò e disse qualcosa ai due compagni di squadra. ArMario tenne l’estremità del tubo di alimentazione mentre Rosha digitava qualcosa sul pannello dei comandi. Un cucciolo schizzò su per il tubo, e un attimo dopo lunghi filamenti di carne macinata uscirono dai forellini della FidoGrinder 2700 per poi adagiarsi nell’apposito cassetto.

Mongibello continuò a parlare, scambiandosi di tanto in tanto un cenno d’intesa con i compagni di squadra, che ogni volta provvedevano a tritare un nuovo cucciolo. Nell’angolo del maxischermo, sotto il cronometro, era apparso un nuovo contatore che scattava ad ogni risucchio del tubo.

Malicius osservò le Matrigne, cercando di stabilire un contatto visivo, ma i tre stavano confabulando, noncuranti del maxischermo e dei commenti del pubblico.

Passarono i secondi, poi i minuti, e nell’auditorium il tifo si affievolì fino ad ammutolire del tutto. Il cassetto della FidoGrinder era ormai colmo, e ArMarius dovette schiacciare il macinato sul fondo per continuare a tritare senza spandere carne sul terreno. Mongibello grondava sudore, e l’espressione di superiorità di poco prima si era trasformata in un ghigno teso. Rosha gettava occhiate nervose all’orologio e alla Bondaggi.

All’inizio dell’ottavo minuto, quando ormai mancavano appena sei cuccioli perché il carrello fosse vuoto, uno dei prigionieri crollò il capo, e i tre Cerberi esultarono, mentre la Bondaggi annotava qualcosa sulla cartellina e li precedeva fuori dalla stanza.

«Otto minuti e tre secondi!» annunciò il Direttore, nel boato che scuoteva l’auditorium «Ora starà alle Matrigne battere questo tempo.»

Sul maxischermo si videro i bidelli liberare i quattro studenti – il Buono venne preso in custodia da due agenti della sicurezza – e condurre nella stanza altri cinque prigionieri, che vennero legati alle sedie. Il carrello di cuccioli semivuoto venne sostituito con uno pieno, e il cassetto della FidoGrinder 2700 fu svuotato in un sacco che venne portato via da un inserviente vestito di bianco.

Il ritorno dei Cerberi fu accolto da un’ovazione. I tre concorrenti salirono sul palco salutando il pubblico, mentre le Matrigne raggiungevano la professoressa Bondaggi e si incamminavano con lei fuori dall’auditorium.

«Sono andati bene, amore?» chiese la signora Schianta al marito «Non ci capisco niente, di queste cose.»

«Potevano andare meglio.» sussurrò Schianta.

«Parla più forte, non ti sento, con tutti questi qua che gridano!» disse lei.

Malicius sorrise.

«Silenzio!» ingiunse il Direttore, e l’auditorium tacque.

Il maxischermo mostrò le Matrigne che entravano nella stanza. Il cronometro partì. Umbra raggiunse il carrello, prese in braccio un cucciolo e andò a piazzarsi tra Lamia e Lucertolo, in piedi di fronte alla fila di prigionieri. Lamia cominciò a parlare ai prigionieri, seguita da Lucertolo. Umbra accarezzava il cagnolino.

La professoressa Bondaggi seguiva le mosse dei concorrenti senza batter ciglio, eppure Malicius avrebbe potuto giurare di aver visto l’ombra di un sorriso increspare il lucido rossetto borgogna.

Un prigioniero scoppiò a piangere. L’auditorium assistette alla scena nel silenzio più assoluto: Lamia e Lucertolo che si abbracciavano, la professoressa Bondaggi che prendeva nota, Umbra che rimetteva a posto il cucciolo nel carrello. Il tutto con il cronometro immobile in sovrimpressione. Un minuto e ventidue secondi.

Il pubblico esplose. E mentre ogni studente in sala gridava, ululava e batteva mani e piedi, Malicius chiuse gli occhi e ascoltò il silenzio di Schianta, a cui la moglie stava chiedendo: «Bravi questi, no?»

Un attimo dopo i tre studenti furono in sala, e l’esultanza generale si fece ancora più forte. I Cerberi strinsero la mano ai vincitori, e il Direttore chiamò sul palco i Moderni Prometei e i tre docenti coordinatori per la premiazione finale.

Malicius si alzò, salì le scale del palco e, sempre tra gli applausi scroscianti, raggiunse le Matrigne. Le sue Matrigne.

Lamia doveva aver colto la domanda nel suo sguardo, perché rispose. «Uccida un cucciolo, e avrà ucciso un cucciolo.» disse, continuando a fronteggiare il pubblico festante «Ma uccida il piccolo Rufus, salvato da un padrone crudele il giorno della vigilia di Natale e destinato a rallegrare i bambini di un orfanotrofio per piccoli malati terminali, e avrà ucciso tutto ciò che c’è di buono al mondo.»

Lucertolo si girò appena. «Male e Bene esistono in un contesto. Abbiamo creato il contesto.»

Male e Bene esistono in un contesto, ripeté Malicius tra sé e sé. Erano le parole con cui ogni anno apriva il suo corso di Teoria del Male.

Qualcosa gli tirò la giacca. Guardò giù e vide Umbra; non l’aveva vista avvicinarsi. Attraverso i capelli che le coprivano il volto, Malicius scorse un bagliore bianco e qualcosa che poteva essere un canino.

«Ben fatto, Umbra.» disse, e lei gli prese un indice nella sua mano sottile.

Il Direttore consegnò le medaglie di bronzo ai Moderni Prometei, quelle d’argento ai Cerberi e infine mise quelle d’oro al collo di Lamia, Lucertolo e Umbra. Malicius sentì un improvviso bruciore agli occhi, che gli si appannarono. Sbatté le palpebre un paio di volte, e si ritrovò le ciglia umide. E dire che non aveva mai manifestato alcun sintomo di allergia, prima di allora.

«Dichiaro conclusi i giochi del Solstizio.» annunciò il direttore «Non mi resta che ricordarvi, visto che legalmente sono obbligato a farlo, che nessun cucciolo è stato maltrattato nel corso dei Giochi del Solstizio, tutto ciò che avete visto è stato un effetto speciale. Vi auguro –»

Il Direttore s’interruppe mentre una donna corpulenta con un cappello da cuoco saliva sul palco e gli andava a sussurrare qualcosa all’orecchio.

«Ah, sì. Dal servizio ristorazione mi segnalano che il menu vegetariano è previsto per domani, non più per stasera. Detto questo, vi auguro una buona serata.»

Gli studenti cominciarono ad alzarsi, mentre il Direttore e le squadre vincitrici scendevano dal palco. Malicius aspettò che la folla fosse defluita fuori dall’auditorium e si prese un minuto per contemplare la sala vuota, misurando il corridoio centrale a passi lunghi e lenti. Poi uscì anche lui.

La professoressa Bondaggi era fuori ad aspettarlo.

«Congratulazioni.»

«Li hai aiutati tu, Brigitta?» sospirò Malicius.

«Questa insinuazione ti costerà cara, tra poco.» rispose lei, impassibile. Lo prese sottobraccio e insieme si avviarono verso l’ala ovest. «Allora, pensi ancora di lasciare l’insegnamento?»

Lui sospirò. «Ancora un altro anno, Brigitta. Ancora un altro anno.»

Buon cenone!

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