La morte della letteratura e altre cose da gangsta

Qualche tempo fa mi è capitato di fare due chiacchiere con una ragazza che sta studiando per prendere una laurea magistrale in lettere1. Lucrezia, così la chiameremo, ha un’ottima media ed è tra i migliori del suo corso di laurea; una studentessa brillante, insomma.

Tra una cosa e l’altra, abbiamo cominciato a parlare di poesia. Ora, Lucrezia si occupa sì di letteratura del Novecento, ma conosce bene tutta la letteratura italiana, e si muove con grande competenza nell’ambito della stilistica e della metrica. Addirittura, avendo un approccio molto più accademico del mio, conosce meglio di me la storia delle forme poetiche e i principali studi del settore.

Insomma, in una piacevole mezz’oretta di chiacchierata ho imparato delle cose interessanti da una persona competente.

E il post potrebbe finire qui, ma sarebbe fine a sé stesso e privo di conflitto come il romanzo autobiografico medio. Orrore!

"Nooo! Ogni famiglia infelice è infelice a modo suooo!"

Insomma, la chiacchierata volgeva al termine quando Lucrezia, che forse da parte mia si aspettava un maggiore (o diverso) contributo alla conversazione, ha voluto sapere come mai mi interessassi di quegli argomenti. Al che ho candidamente confessato che scrivo poesia in metro.

Altrettanto candidamente, lei mi ha chiesto: «Perché?»

Et voilà! Materiale da post.

«E perché no?» mi sono limitato a rispondere, e ho soffocato un focolaio di sterile filippica, non volendo sprecare oralmente tanto buon materiale da post. La conversazione si è spostata su altri argomenti, ed è proseguita piacevolmente com’era cominciata.

Nei giorni successivi, però, la reazione di Lucrezia mi ha dato ancora da pensare. Come mai una studentessa competente e appassionata trova strano che qualcuno possa voler scrivere poesia secondo i canoni antichi?

Ma la domanda in realtà è più generale; permettetemi di esprimerla in termini pomposi: come può una persona che nella vita studia una determinata forma d’arte2 rimanere genuinamente stupita nel sapere che qualcuno produce quel tipo d’arte?

Qui non si tratta di orgoglio ferito; Lucrezia non ha letto o giudicato la mia produzione, e comunque so bene che scrivere sonetti è meno cool di quanto lo fosse nel Duecento.

Qui – occhio che arriva la bomba – il problema è un altro: [sguardo in camera] la cultura umanistica è morta.

Bum.

Oh, io ve l’avevo detto.

Una tragica fine

L’ho messa giù un po’ troppo tragica, sì. In realtà la filippica è già finita, la domanda centrale è già stata posta. Tac. Anticlimax.

La questione è la solita, ossia che la letteratura viene spesso piazzata in una metaforica teca e vista come intoccabile, inimitabile, conclusa. Morta, appunto.

È la prima edizione ancora incellophanata e mai scartata del primo numero di un fumetto, gelosamente custodita dal nerd che l’ha comprata con lo stipendio di un mese. È un’entità inutile e venerabile che sì, mai conoscerà le manine sudaticce di un bambino, le orecchie agli angoli delle pagine o le magagne che il tempo infligge alla rilegatura, ma che per contro sarà condannata all’eterna inadempienza, a non portare mai a termine ciò per cui è stata creata.

E questo è molto triste. Avete pianto? Io ho pianto.

Dispiace constatare che, spesso, chi si occupa di letteratura è il primo a considerarla come qualcosa che non ha nulla a che fare con la vita di tutti i giorni, come una cosa distante dal mondo reale, priva di qualsiasi ragion d’essere al di fuori di un’aula.

Non c’è da stupirsi se poi gli italiani non leggono i classici, o se non leggono proprio. La letteratura presentata come un rompicapo per soli eruditi non ha alcuna attrattiva per chi non è un addetto ai lavori.

La letteratura spiegata (d)ai gangsta

Vorrei concludere con una nota positiva. Qualche post fa parlando del talent show Masterpiece, avevo citato il blog L’Arte spiegata ai Truzzi come ottimo esempio di divulgazione.

La buona notizia, appunto, è che ho trovato un altro ottimo esempio, ancora più calzante con il contenuto del post e in generale con la linea di questo blog. Si tratta di Thug Notes, un sito che pubblica video-recensioni di classici della letteratura.

La particolarità è che queste recensioni sono fatte da un letterato ahimè atipico, il dottor Sparky Sweets. La parlata e le espressioni da ghetto non pregiudicano l’accuratezza dei riassunti e la puntualità dell’analisi, anche se potrebbero ostacolare la comprensione del discorso, se non avete un buon livello di inglese.

Vi lascio con una delle mie analisi preferite, quella dell’Edipo re.

 

  1. Ovviamente non è la denominazione precisa, visto che al giorno d’oggi un titolo di studio deve avere almeno otto-dieci parole, ma insomma, ci capiamo. []
  2. Per arte intendiamo un’attività che ha fini principalmente estetici. Ve lo dico subito così possiamo mantenere tutti la calma. []
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6 risposte a La morte della letteratura e altre cose da gangsta

  1. Massimo Vaj scrive:

    La letteratura non è affatto morta, almeno fino a quando potrà descrivere, in rima o senza, l’intreccio dei tubicini che la tengono in vita. Persino l’intelligenza, col suo ingombrante carico di responsabilità, fatica a tirare le cuoia, perché se una realtà c’è significa che ha un compito da portare a termine, e c’è ancora del margine da consumare prima che tutta la specie umana si estingua senza clamore e, con lei, ciò che resta dell’intelligenza che fu, prima di riuscire a essere di nuovo.

  2. Paola scrive:

    Mattia, non per infierire, ma la fanciulla non ha dichiarato (implicitamente) la morte della letteratura tout court, ma solo della poesia in metro 🙂
    E in effetti…penso avrei espresso lo stesso stupore: che la poesia sia un genere attualmente poco frequentato si sa, del sonetto non parliamo…
    Però non lo trovo così scandaloso: i generi nascono, si evolvono, muoiono e a volte rinascono: chi scriverebbe oggi un poema cavalleresco o un operetta morale?
    Io invece ho trovato commovente uno studente di Lettere che “conosce bene tutta la letteratura italiana, e si muove con grande competenza nell’ambito della stilistica e della metrica” : ma dove l’hai beccata ‘sta mosca bianca? Conosco insegnanti che scrivono come 17enni alle prese con lo smartphone…
    Comunque complimenti per il post, che è intelligente e divertente come sempre!

    • Mattia scrive:

      Una vera mosca bianca!
      È vero che il baluardo della poesia in metro è ormai difeso da uno sparuto manipolo di audaci, ma rimango della mia opinione; anche perché credo ci sia stupore e stupore. Per fare un esempio, lo stupore di Lucrezia è quello di chi apre la porta e, vedendo il nonno, gli dice: «Oh, ma non eri morto?»
      Visto che tiri in ballo i docenti, confermo che un approccio più informale (ma non per questo meno competente, anzi) sarebbe una boccata d’aria fresca per certe materie.
      Diciamo che, in linea con il motto del blog, qui è preferito un approccio che faccia sporcare le mani, intellettualmente parlando. 🙂

      • Paola scrive:

        Poor, poor nonno!
        Mettiamola così, se mai decidessi di comporre un epos in esametri sui non-morti ottuagenari, sarei la tua più accanita fan (mi sto già sbellicando, alla faccia della Meyer!)
        🙂

      • Mattia scrive:

        Tu scherzi, ma non è da escludere che prima o poi mi ci metta. 🙂

  3. Critiquone scrive:

    Buon post! Buoni spunti! I blog che citi sono in buona compagnia, e mi pare che gli sforzi per divulgare in modo “pop” siano in aumento! non nelle scuole, però. C’è un bel festival, si chiama Popsophia, parla di filosofia in modo molto atipico, e invita anche molti letterati.
    Purtroppo come hai constatato di persona, molti degli universitari non sono veri appassionati, ma piuttosto bravi “filologi” e “metrici”. Come diceva provocatoriamente il buon Manganelli, Se vuole fare o scrittore si iscriva a geologia. In generale si tende un po’ alla conservazione, dato che (come era già successo nel Medioevo), si insiste che tutto è finito: la filosofia, la letteratura… ma non è così, e anche a noi spetta svilupparla, non per forza con la decostruzione, come nel migliore dei casi penserebbe “Lucrezia”, ma anche con l’aiuto delle forme più antiche

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