Schiavi della realtà

Già da bambino mi ero accorto di una cosa importante, ossia che i grandi non capiscono niente. La regola non era sempre valida, naturalmente, ma si applicava ad un aspetto fondamentale della mia vita di fanciullo drogato di libri: le storie.

L’insipienza dei grandi era dimostrabile ogniqualvolta si trovassero a discutere di storie vere. Parlando di un libro o un film non mancavano di aggiungere, quando possibile, «È tratto da una storia vera.», annuendo come chi la sa lunga. A questo punto l’altro adulto annuiva a sua volta ed esprimeva il proprio apprezzamento. Di tanto in tanto lo dicevano anche a me, che un film era tratto da una storia vera, e lo facevano con la faccia di chi si aspetta di suscitare un più vivo interesse. Ecco, questo proprio non lo capivo. Tra le mille cose che potevano convincere un bambino del valore di un’opera, quella era in fondo alla lista. Avrebbero potuto addurre motivazioni molto più efficaci, dicendo cose come:

  • «È tratto da [libro che ti è piaciuto].»
  • «L’attrice protagonista è Alessandra Martines
  • «Contiene un mostro.»
  • «Contiene molti mostri.»
  • «Non è tratto da una storia vera.»

Sì, amavo creature fantastiche ed eroine, alla facciaccia dell’establishment realistico-maschilista. Ero un bambino estremamente schierato. Magari un giorno ritornerò sul grande amore che ha segnato la mia fanciullezza, ma ora proseguiamo con il post (Fantaghirò, se mi stai leggendo, chiamami! Non ti ho mai dimenticata!).

Dove eravamo rimasti? Ah, sì. Mi avrebbero potuto dire una qualsiasi di queste cose.

E invece no: «È tratto da una storia vera, sai.».

Il me bambino ascoltava quella moscia rivelazione con un sorriso condiscendente, preparandosi a sciropparsi un polpettone carico di mestizia e inevitabile biografismo.

Senza mostri.

Senza indimenticabili eroine con i capelli a scodella.

Senza senso.

E poiché il me bambino era già dotato di una precocissima inclinazione per l’oratoria, non in una pacata osservazione si riassumeva il mio pensiero, ma in una stringentissima domanda retorica: “Se devi raccontare una storia, perché rovinare l’occasione raccontandone una vera?”

Poi sono cresciuto, e ho capito che mi sbagliavo.

Poi ho visto 12 anni schiavo, e ho capito che in realtà non mi sbagliavo affatto.

Bum1.

Fidarsi è bene…

Il post conterrà spoiler, siete avvertiti. Certo, il titolo è già un mezzo spoiler di per sé: ci dice che il protagonista diventa schiavo, e ci dice che rimane schiavo per dodici (anzi, 12) anni. E il film è un po’ tutto qui, se non fosse che… [sguardo allarmato in camera] ma andiamo con ordine.

12 anni schiavo è tratto dall’omonima autobiografia scritta da Solomon Northup. Lo so, autobiografia. «Te le vai a cercare.» mi direte. Sì e no, perché non si tratta di un’autobiografia intimista qualsiasi, ma di una vicenda drammatica e potenzialmente avventurosa ambientata nel diciannovesimo secolo. In sintesi, le premesse sono queste:

È il 1841 quando Solomon, violinista afroamericano che vive con la famiglia nello stato di New York, viene rapito e portato in Louisiana, dove viene venduto come schiavo.

Sì, il buonismo era in agguato, ma nella carrellata di premi vinti dal lungometraggio c’erano ben tre Oscar a motivarmi: miglior film, miglior attrice non protagonista, miglior sceneggiatura non originale. Che dire, questa volta Hollywood ci si è messa d’impegno per farmi cadere nella trappola. Sono quasi lusingato.

A posteriori, l’Oscar che più mi ha lasciato sbalordito è quello per la miglior sceneggiatura. Ma è stata colpa della mia disattenzione: l’Oscar infatti è stato assegnato per la miglior sceneggiatura non originale, cioè banale. Tutto quadra.

La bella parlata di una volta

Uno dei primi aspetti a colpirmi è stato il linguaggio usato dai personaggi (N.B.: ho visto il film in lingua originale). Si è voluto dare l’effetto di un inglese di metà Ottocento, e suppongo che qualcuno abbia svolto delle ricerche sulla lingua parlata allora negli Stati Uniti, o che quantomeno ci si sia basati sulla lingua dell’autobiografia di Northup.

In ogni caso, è rischioso usare un codice linguistico distante da quello dei destinatari, perché l’effetto spesso non è quello di rendere l’opera più realistica, ma di ostacolare l’immedesimazione del fruitore. Non dico che il protagonista si dovesse esprimere come il principe di Bel Air, ma forse il tono generale poteva essere più neutro.

Per chi si occupa di narrativa storica, questa è una questione interessante: è meglio ricalcare la vera parlata del personaggio (quando possibile) o cercare di mediare tra il codice linguistico dell’epoca e quello del lettore/spettatore? Prima d’ora non ci avevo mai pensato molto, ma propenderei per la seconda opzione. Il motivo, già accennato, è che la lingua è un mezzo, e se attira tutta l’attenzione su di sé impedisce di concentrarsi su ciò che davvero conta, ossia il contenuto della battuta.

Naturalmente, se la battuta in sé è insulsa, la lingua desueta è solo un trucco per far credere allo spettatore che sia stato detto chissà che.

I tormenti del giovane Brad

[Brad Pitt è a letto, gli occhi spalancati. Angelina Jolie dorme accanto a lui.]

Brad: Angelina.

Angelina: …

B.: Angelina.

A.: Mh?

B.: Non riesco a dormire.

A.: Mh.

B.: …

A.: …

B.: Angelina.

A.: Che c’è? Sono le… [guarda la sveglia] le tre e venti, maledizione.

B.: Non riesco a prendere sonno.

A.: Non mi dire!

B.: …

A.: …

B.: Non mi chiedi perché?

A.: Sento che me lo dirai comunque.

B.: …

A.: …

B.: Dobbiamo adottare un altro bambino.

A.: [si alza a sedere] Ancora con questo discorso?

B.: Eddai… uno in più, che ti cambia? Tra sei e sette non c’è tutta questa differenza.

A.: Ne abbiamo già parlato. Quando è no è no. Adesso chiudi gli occhi e rilassati, vedrai che in un attimo ti addormenti. [si stende e si gira dall’altra parte]

B.: …

A.: …

B.: È che potremmo fare di più, non credi?

A.: Ossignore. Dormi!

B.: Con tutta quella gente che soffre mentre noi viviamo nel lusso. E tutti quei bambini che – [il nodo in gola gli impedisce di continuare]

A.: … [fa un respiro profondo]

B.: E la gente? Cosa dirà la gente? Potrebbe credere che rimaniamo indifferenti di fronte alla miseria umana.

A.: Non dire scemenze. Metà della tua pagina Wikipedia è dedicata alla filantropia.

B.: Devo ricordarti come fa la nostra canzone?

A.: Scordatelo, quella non è la nostra can–

B.: [cantando sottovoce] Si può dare di più / perché è dentro di noi / si può dare di più / senza essere eroi…

A.: Basta! Svegli i ragazzi!

B.: Si può sempre dare di più, Angelina. Sempre. E io sento di avere ancora molto da dare in un mondo come questo, ricco di discriminazioni.

A.: Tu a cena non la mangi più, la peperonata.

B.: Per esempio, ci hai mai pensato a quanto è brutta la schiavitù?

A.: Ma che caz–

B.: È una cosa sbagliata, ti dico. Ho ricevuto questo script, Angie, dovresti leggerlo. Parla di –

A.: Zitto.

B.: La storia è ambientata nel –

A.: Zitto.

B.: E c’è uno schiavista che –

A.: Già sei persona indesiderata in Cina, vuoi che aggiungiamo anche casa nostra all’elenco dei posti dove non puoi più mettere piede?

B.: …

A.: Ecco. [si gira dall’altra parte]

B.: …

A.: …

B.: [sussurrando] E comunque ho due o tre cosette da dirci, a quello schiavista.

A.: Come?

B.: ‘Notte.

Avete presente quando si dice, qui su Sudare Inchiostro o in sedi ben più autorevoli, che è meglio non fare la moralona al lettore? John Ridley, di professione sceneggiatore, probabilmente no.

Il dialogo che segna in modo irreparabile il film è quello tra Edwin Epps, il perfido schiavista interpretato da Michael Fassbender, e Samuel Bass, un lavoratore canadese interpretato da Brad Pitt. Bass è un abolizionista, perché crede che tutti gli uomini siano uguali, e pensa bene di dirlo allo schiavista che l’ha ingaggiato per lavorare a fianco dei suoi schiavi. La scena suona più o meno così:

Edwin Epps: Perché non vieni un po’ all’ombra a berti un goccetto con me?

Samuel Bass: Anche gli altri stanno faticando al sole quanto me. Il vostro atteggiamento nei confronti degli altri lavoratori è sbagliato, proprio sbagliato, signor Epps. Cattivello!

EE: Loro non sono lavoratori, sono roba mia.

SB: La schiavitù è sbagliata. In fondo, che diritto avete voi sui vostri schiavi?

EE: Oh, non cominciamo a fare i fiscali, lo scontrino l’ho buttato.

SB: Li avete comprati, quindi, e la legge vi dà il diritto di farlo. Ma la legge si sbaglia. E se domani la legge dicesse che voi potete essere comprato e venduto?

EE: LOL.

SB: Voi lollate, signor Epps, ma gli uomini sono tutti uguali. Oh, sì! Non c’è differenza tra bianchi e neri, è una legge universale!

EE: Oh, ma dove ti credi di essere? Tornatene in Canada dalla tua sanità pubblica e non venire a rompere le palle a noi sudisti. E Angelina dice che devi tagliarti quella barba ridicola.

SB: …

Quelle di Bass sono parole inutili. È come sentire il papa dire che i mafiosi andranno all’inferno. Le persone dotate di morale sanno già che far parte della mafia è sbagliato, i mafiosi si faranno una risata.

E dopotutto, se un cattivo si redime non appena un personaggio buono gli spiega che sta sbagliando, che cattivo è?

Ma attenzione, il latte alle ginocchia non è finito. Circa un quarto d’ora dopo, il buon Brad Pitt si fa due chiacchiere con Chiwetel Ejiofor, che interpreta Solomon Northup.

Solomon Northup: Credete davvero che la schiavitù sia una cosa terribile, come avete detto prima?

Samuel Bass: Sì.

SN: Sapete, la schiavitù è una cosa terribile.

SB: Eh, già.

SN: Vorrei tornare dalla mia famiglia.

SB: Capisco.

SN: Non è che scrivereste ai miei amici al nord, per far sapere che sono da queste parti?

SB: Ho viaggiato in questo paese per quasi vent’anni. La mia libertà è tutto per me [occhiata di americanità]. La libertà è una figata pazzesca. Perciò sì, scriverò ai vostri amici.

E almeno questa seconda scena serve a fare andare avanti la trama. In realtà anche la prima scena, malgrado l’impianto retorico scarsino, sarebbe stata salvabile. Sarebbe bastata qualche conseguenza.

Sì, insomma. Un lavoratore contesta apertamente il comportamento e l’autorità del capo, e per giunta lo fa di fronte a degli schiavi. Se quell’affronto avesse avuto delle conseguenze, allora avremmo saputo che la scena era utile per lo svolgimento della trama2, e non una lezione per il pubblico. E invece all’efferato Edwin Epps basta una velatissima minaccia, nessuno si prende delle cinghiate omaggio, e ogni spettatore corre nel fienile a liberare i propri schiavi, assicurando che si è trattato di un errore, ché fino a quel momento nessuno aveva mai spiegato chiaramente se la schiavitù fosse buona o cattiva.

Solitamente mi lamento della pura malvagità degli antagonisti, ma questo non è il caso. È giusto che Epps sia un malvagio al cento per cento; ma c’è davvero bisogno di un personaggio che ci spieghi dove sta la sua cattiveria?

Cos'ha detto della mia barba?

Così stanno le cose

Anche considerando la narrazione da una prospettiva più ampia, non sono riuscito a trovare grandi spunti positivi.

Per prima cosa, non sembra che passino dodici anni. Se non fosse per i figli del protagonista, che ritroviamo cresciuti alla fine del film, ci sarebbe solo il titolo a indicarci l’estensione temporale della vicenda. Sì, nelle ultime scene Solomon ha due o tre capelli grigi, ma non ho avvertito il procedere degli anni. E va beh, questo potrebbe essere un dettaglio di importanza relativa.

Molto peggio constatare come le cose semplicemente accadano al protagonista, senza che questi riesca davvero a modificare il corso degli eventi (se non in peggio, quando picchia uno dei sorveglianti e viene trasferito nella piantagione di Epps). Tanto per esemplificare, Northup si salva per un colpo di fortuna. Se non fosse per il deus ex machina dalle sembianze bradpittiane, non tornerebbe mai a casa. Non tenta mai di fuggire, e la sua unica trovata3 fallisce miseramente. In un’occasione riesce a convincere Epps della propria innocenza con una bugia ben costruita, ma non possiamo dire che si salvi grazie al proprio ingegno, né grazie alla propria tenacia.

Vista la situazione rappresentata, però, è plausibile che un personaggio non abbia un grande controllo sul proprio destino. Ci aspettiamo allora che il film approfondisca bene il lato più psicologico dei personaggi, ma Solomon non subisce veri cambiamenti, sotto quel punto di vista: dall’inizio alla fine il suo unico pensiero è quello di tornare a casa, e la sua visione del mondo non è cambiata più di tanto.

E questo magari è comprensibile, perché il film è tratto da una storia vera, e in quella storia le cose vanno così. Ma allora forse è lì che sta il problema.

Persone come noi

12 anni schiavo non dice niente di nuovo sulla schiavitù, non pone il problema in un qualche modo particolare, e infine direi che non è un’opera impeccabile dal punto di vista narrativo. Sì, c’è un motivo se non mi chiamano a far parte della giuria degli Oscar.

La questione è la solita: i mondi narrativi e il mondo reale hanno regole differenti, per cui una storia vera può costituire automaticamente del buon materiale per un documentario, ma non è detto che sia ottima narrativa. Se poi a una storia poco efficace e già sentita in mille salse (solitamente migliori) aggiungiamo anche qualche cucchiaiata di inutile buonismo, non aspettiamoci un ricco pasto narrativo.

Nonostante questo, alcuni danno più valore alle storie vere che alla fiction; o almeno, sono convinti che i loro gusti siano questi. Ma la verità è un’altra.

Alcune persone sono affette da un disturbo che limita la loro immaginazione in modo invalidante e impedisce loro di godersi film e romanzi come tutti. Per queste persone, l’unico modo per godersi un’opera di narrativa è sapere che è tratta da una storia vera: solo così riescono ad immedesimarsi nei personaggi e, nei casi più lievi, perfino ad appassionarsi.

Di conseguenza queste persone non odiano la fiction, anzi, in un certo senso, pur senza saperlo, la amano troppo: semplicemente non sopportano che una storia non sia reale.

E non crediate che si tratti di una percentuale irrisoria della popolazione: tra le persone che conoscete ce n’è sicuramente qualcuno. Camminano tra noi, lavorano al nostro fianco, votano per assegnare gli Oscar.

L’importante è che non li discriminiate. Sono persone come noi.

  1. Se ancora non conoscete questo effetto speciale, vi siete persi questo. []
  2. Non ditemi che tutta quella scena serve per permettere a Northup di capire le idee di Bass. Sarebbe bastato molto meno, e si sarebbe potuto gestire molto meglio. []
  3. Ottenere dell’inchiostro schiacciando delle more, e scrivere una lettera alla sua famiglia. []
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5 risposte a Schiavi della realtà

  1. Nicholas scrive:

    Ma il dialogo tra Brad e Angiolina è tratto da una storia vera?

    Tra l’altro la schiavitù è un tema potente perchè continuare a flagellarci le scatole con ste robe vecchie di secoli? Siamo l’epoca storica con il più alto numero di schiavi, vuoi sensibilizzare? Parlaci degli schiavi odierni, tra l’altro puoi giocarti gli infodump con la sexexposition che è l’unico modo in cui la gente digerisce gli infodump (GoT docet).

    Cmq per i film brutti vale la stessa regola dei libri pessimi, meno male che c’è qualcuno che li recensisce in maniera arguta e divertente.

    Sul fatto della lingua nei romanzi storici quoto appieno l’uso di termini moderni, anche perchè un contadino medievale avrebbe parlato un pidgin incomprensibile, poi ovviamente devi mediare un po’ così che il suddetto contadino e il re del castello non abbiano la stessa scelta lessicale.

  2. Mattia scrive:

    Per motivi di privacy quel dialogo è una ricostruzione, credo abbastanza fedele ai fatti realmente accaduti.
    Per la scelta della lingua: sì, l’unico ostacolo ai termini moderni è l’anacronismo; ossia credo sia meglio evitare termini legati alla cultura di un’epoca successiva rispetto a quella rappresentata.
    Grazie del commento!

  3. Chiara scrive:

    A me è piaciuto tanto, e pure il dialogo fra i personaggi di Pitt e Fassbender (in cui mi sono anche commossa): sì, è vero, non fa altro che ripetere dei grandi princìpi sacrosanti e che conosciamo benissimo… ma sono cose che non ci ripetiamo più proprio perché le diamo per scontate… e invece forse sentirsele dire così direttamente ogni tanto è necessario. Boh, a me ha fatto effetto. Nel contesto del film, poi, non erano frasi banali da dire (non mi pare poi che lo schiavista si sia “redento” dopo quel breve dialogo). E in genere anch’io reagisco in modo insofferente quando un’opera si dimostra così palese nei suoi intenti, anche a me piacciono le sfumature; con questo film è andata invece diversamente.
    Vero che il protagonista si salva per un colpo di fortuna (come sarà successo nella realtà, suppongo, non ho letto l’autobiografia), non mi è sembrato però particolarmente consolante, proprio grazie a quell’inquadratura in cui Solomon si allontana in carrozza e i suoi ex compagni schiavi rimangono invece lì a guardarlo andare via. Come a ricordarci, uno è salvo, ma per quante migliaia non è cambiato nulla?
    Non sono comunque una grande critica cinematografica, riesco a malapena a dire “mi è piaciuto/non mi è piaciuto”. In effetti ho sentito altre voci critiche sostenere che “non dice nulla di nuovo sullo schiavismo”, ma non ho capito bene cosa si intenda con ciò (cioè, cosa ci sarebbe di nuovo da dire?) (non ho proprio capito io, non è che non mi sembri valida questa critica)

    • Mattia scrive:

      Ah, nemmeno io sono un critico cinematografico, per questo ho dato motivazioni legate principalmente alla natura narrativa dell’opera, senza pronunciarmi su aspetti come fotografia o colonna sonora.
      Per quanto riguarda la scena Pitt/Fassbender: concordo con te sul fatto che certi messaggi vengano spesso dati per scontati e ripeterli non sia sbagliato. Tuttavia c’è modo e modo per farlo, e la lezione di moralità impartita da Pitt mi è sembrata appunto un po’ stucchevole. In altre parole, qui stiamo criticando la forma, non il contenuto. A livello retorico si poteva fare molto di meglio (a meno che, ovviamente, il film non volesse ricalcare fedelmente il libro, ma in quel caso forse era meglio rimaneggiare il dialogo originale). Invece così il messaggio è spiattellato lì, alla buona.
      È anche vero, come scrivi, che il finale non è totalmente edificante (aggiungo anche, oltre alla prosecuzione della prigionia degli altri schiavi, l’impunità di cui hanno goduto i rapitori di Northup). La mia critica, infatti, non è diretta al “lieto” fine, ma al fatto che il protagonista “subisca” l’intero arco narrativo, senza mai essere un vero protagonista: l’azione non passa mai nelle sue mani, non in modo rilevante. E questo sarà pure realistico, ma non mi è sembrato buona narrativa.
      Infine, in merito alla critica secondo cui 12 anni schiavo non dice niente di nuovo sullo schiavismo, posso dire di non averla approfondita molto, perché non credo ci sia molto da dire: semplicemente, da un’opera tratta da una vicenda realmente accaduta ci si può aspettare di imparare qualcosa (in questo caso, qualcosa di nuovo sulla schiavitù). Ciò non è obbligatorio, certo; io ho citato la cosa sottintendendo (forse un po’ troppo sbrigativamente) che un’opera costruita così, basata cioè su una storia con poco mordente narrativo, avrebbe potuto mantenere un maggior valore se avesse svolto anche una funzione di documento storico. Ma io parlo per me, naturalmente, e non mi faccio voce rappresentativa di tutti coloro che hanno mosso questa critica al film.

  4. Nicholas scrive:

    Faccio spam interessato perchè sono una persona male, se vi interessa il tema della schiavitù moderna avevo scritto qualche anno fa un articolo molto all’acqua di rose:
    Parte 1: http://leganerd.com/2012/02/05/schiavitu-e-economia-nel-terzo-millennio-parte-i/
    Parte 2: http://leganerd.com/2012/02/06/schiavitu-e-economia-nel-terzo-millennio-parte-ii/

    (va da se che se lo spam è troppo fastidioso fai pure fuori il mio commento 😉 )

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