Un consiglio di lettura

C’è un autore che apprezzo molto e da molto tempo. Questo autore è riuscito a farmi cambiare idea sul racconto breve, una dimensione narrativa che non mi ha mai entusiasmato molto, e mi ha offerto ottimi spunti di riflessione sulla gestione del conflitto, uno degli aspetti più importanti per un narratore. Ma prima di tutto mi ha appassionato e mi ha decisamente inquietato, e questo è il migliore regalo che un lettore possa ricevere.

L’autore è Roald Dahl, e il suo segreto è la cattiveria.

Un buon autore cattivo

Se conoscete Roald Dahl, probabilmente è perché avete letto qualcuno dei suoi romanzi quando eravate bambini. Nel mio caso è così, almeno.

Come spesso capita nella letteratura per ragazzi, anche nei romanzi di Dahl cattivi e buoni sono ben riconoscibili. La differenza rispetto ad altri autori, però, è che Dahl denota un certo sadismo, e non si fa troppi scrupoli a far accadere cose brutte ai suoi personaggi.

Basti pensare al celebre La fabbrica di cioccolato, in cui uno per uno i bambini viziati e/o maleducati rimangono vittima dei propri stessi difetti, rimediando punizioni grottesche e in alcuni casi, dalle conseguenze irreversibili.

Il gusto con cui Dahl punisce i suoi cattivi è evidente, ma neanche i buoni riescono sempre a scamparla.

Ecco.

Quanto vive un topo?

Tra i libri per ragazzi scritti da Dahl, Le streghe è quello che mi è piaciuto di più e che ricordo meglio, proprio per la vena di perfidia che lo attraversa.

Nel primo capitolo del libro ci vengono presentati, attraverso la voce della nonna del protagonista, diversi casi di bambini a cui è capitato qualcosa di inspiegabile – o meglio, di spiegabile con l’intervento di una strega. Soprattutto se teniamo conto che ci troviamo di fronte ad un libro per ragazzi, questi cinque brevi resoconti sono davvero tremendi. La loro forza sta nell’essere raccontati con estrema semplicità, come una cosa normalissima (anche se lo stesso protagonista ne mette in dubbio la veridicità, inizialmente), e nella totale assenza di sangue. Si tratta di un orrore sottile ed educato, che si fa leggere senza causare scompiglio ma che lascia un certo retrogusto amaro.

Vi basta leggere le prime pagine del romanzo per sapere cosa accade ai cinque conoscenti della nonna, per cui ho evitato di menzionarli direttamente, ma da adesso in poi ci saranno un paio di spoiler; siete avvisati.

Poche righe fa scrivevo che i buoni non sono completamente al sicuro, nelle opere di Dahl. Le streghe ci offre l’esempio perfetto: nel corso del romanzo, il protagonista viene trasformato in topo1, e alla fine, contrariamente a quello che ci aspetteremmo da un romanzo per ragazzi, non ritorna umano. Non solo: è vero che sarà un topo speciale (parla, dopotutto), ma rimane il problema dell’aspettativa di vita nettamente inferiore, problema che Dahl risolve brillantemente:

«Posso farti una domanda, nonna?»

«Certo.»

«Quanto può vivere un topo?»

«Ah!» disse lei. «Stavo giusto chiedendomi quando me l’avresti domandato.»

Tacque, continuando a fumare e a guardare la fiamma.

«Insomma» insistei «quanto viviamo, noi topi?»

«Ho letto un libro sui topi. Sto cercando di documentarmi a fondo.»

«Perché non me lo dici, nonna?»

«Se proprio vuoi saperlo, te lo dirò. Purtroppo non vivono a lungo.»

«Quanto?»

«Un topo normale può vivere circa tre anni. Ma tu non sei un topo come gli altri; sei un bambino-topo. E questo cambia tutto.»

«E cioè? Quanto può vivere, secondo te, un bambino-topo?»

«Senz’altro di più.»

«Cioè quanto?»

«Un bambino-topo dovrebbe vivere almeno tre volte di più che un topo normale. Ossia nove anni.»

«Stupendo!» gridai «È la cosa più bella che abbia mai sentito.»

«E perché?»

«Perché non voglio vivere più di te. Non sopporto l’idea che un’altra persona si occupi di me.»

Tacemmo per un po’, mentre la nonna mi carezzava dietro le orecchie.

«Quanti anni hai, nonna?»

«Ottantasei.»

«E vivrai per altri nove anni?»

«Credo di sì. Con un po’ di fortuna.»

«Devi farcela. Perché tra otto o nove anni io sarò un topo vecchissimo e tu sarai una nonna vecchissima. Così moriremo insieme.»

«Sarebbe perfetto.»

Trovo questo passaggio uno dei più toccanti e meglio riusciti della letteratura per ragazzi che conosco. Toccante, perché parla di morte e affetti senza essere lacrimevole, e ben riuscito, perché previene la domanda di qualsiasi bambino sveglio che sia arrivato alla fine del libro e affronta la prospettiva della morte senza girarci attorno.

Non è tutto, ovviamente. Il libro contiene altri episodi estremamente dahliani, come la fine del povero – e antipaticissimo – Bruno Jenkins, che lascio alla vostra curiosità.

A garanzia ulteriore della composta crudeltà di questo libro, vi rimando alla sezione “Differenze tra libro e film” della pagina Wikipedia dedicata a Chi ha paura delle streghe?, film tratto dal romanzo qui citato. Se avrete letto il libro, noterete che la pellicola è stata epurata da tutto ciò che la renderebbe diversa da un solito film fantastico per bambini messo in onda il sabato pomeriggio.

E insomma, quando un adattamento cinematografico dev’essere stravolto per poter andare sugli schermi, probabilmente il libro merita un’occhiata, anche se molti di voi saranno ormai fuori target.

Deliziosa angoscia

Qualche tempo fa mi è capitata tra le mani una voluminosa copia della raccolta che contiene tutti i racconti di Roald Dahl. Ho aperto una pagina a caso e il caso ha voluto che il quel racconto fosse La scommessa.

La storia ha luogo d’estate, in una località di mare, quando un forestiero propone ad un giovane soldato in licenza di fare una scommessa con lui. E già qui a chi conosce Dahl stanno venendo i brividi. Il forestiero mette in palio la sua bellissima auto, e il soldato dice che non può competere con quella posta, ma il forestiero gli dice di non preoccuparsi. L’auto sarà sua se riuscirà ad accendere per dieci volte di fila, senza sbagliare, il suo accendino. «E se non ci riesco?» chiede il soldato. Il forestiero gli risponde che si accontenterà del mignolo della sua mano sinistra.

Come va a finire? Avanti, non volete sul serio che ve lo dica qui.

Quello che vorrei far notare è come, anche in poche righe di riassunto, la tensione sia già alle stelle. Il lettore ha un bisogno quasi fisico di sapere come va a finire la storia, e questo, per un’opera di narrativa, è il risultato ideale.

Non tutti i racconti sono come La scommessa, naturalmente, ma Dahl è un vero maestro nell’imbastire delle trame apparentemente innocue, in cui ci si ritrova da un momento all’altro immersi nella suspence.

Il trucco? Ancora non ho isolato una formula per spiegare il modo in cui Dahl è capace di instillare nel suo lettore una sincera apprensione, ma sicuramente l’ingrediente di base è un pizzico di cattiveria. Non troppa, certo, ma c’è.

Di sicuro, un punto su cui Dahl ama fare leva è l’umano desiderio, la brama che spinge un personaggio ad andare oltre i limiti del consueto (e spesso del ragionevole). Ciò garantisce la credibilità, e fa sì che il racconto proceda in un crescendo di tensione.

Per dirla con un blurb, i racconti di Dahl sono esperienze deliziosamente angoscianti.

Quando ne avrò letto qualcuno in più forse tornerò sull’argomento. Nel frattempo, prendete questo breve post come un invito alla lettura. O, se siete scrittori o aspiranti tali, prendetelo come un invito allo studio. Ne varrà la pena. Scommettiamo?

  1. E subisce l’amputazione della coda, rimanendo in tema di danni irreversibili. []
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6 risposte a Un consiglio di lettura

  1. Nicholas scrive:

    Ricordo anche io “Le Streghe” lo lessi da bambino e me lo ricordo ancora oggi a anni di distanza, sopratutto la scena in cui il protagonista viene trasformato in topo e anche il fatto che le streghe abbiano i piedi mozzi creeeeepy.

    Sullo stesso stile, ma più “adulti” io ho sempre avuto un debole per i racconti di Buzzati.

    • Mattia scrive:

      Sì, il fattore creepiness (inquietantezza?) è sempre molto alto, anche in molti dei racconti privi dell’elemento fantastico.
      Di Buzzati ho letto qualcosina, ma di racconti brevi, così su due piedi, mi viene in mente solo Il colombre. Me li procurerò.

      • Nicholas scrive:

        Consiglio di Buzzati:
        I 7 messaggeri
        I 7 piani
        Una cosa che comincia per L
        Il mantello
        La giacca stregata

        Poi in realtà diversi altri ma la mia memoria non è più quella di un tempo 😉

      • Mattia scrive:

        Grazie dei consigli; mi sarà utile avere qualche dritta sui racconti più validi, perché la dimensione della raccolta ogni tanto rischia di stancare!

  2. Paola scrive:

    Ricordo il telefilm che Alfred Hitchcock trasse dal racconto: lo vidi da ragazzina ed era letteralmente agghiacciante! (il vecchio Hitch era un maestro nello scegliere delle sceneggiature meravigliose)
    Se ti piace il genere cattivo allora ti consiglio Stanley Ellin “La specialità della casa e altri racconti”. Meritano davvero!

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