Concorso Ottottave 2014

Dato l’ottimo risultato dell’anno scorso, quest’anno non ero sicuro di partecipare al concorso Ottottave.

Ma la reticenza è durata poco, perché l’Ottottave è un evento imperdibile per chi scrive poesia in metro, e perché la serata dell’anno scorso era stata davvero bella. Inoltre, si tratta pur sempre di un’occasione per scrivere, e per contribuire, nel proprio piccolo, a tenere in vita un certo modo di poetare.

Perciò ho scritto le mie otto ottave incatenate e le ho spedite, mettendo in conto che probabilmente non sarei stato selezionato per partecipare alla serata finale; invece ho ricevuto la mail con l’invito alla serata.

Non ho raggiunto le prime tre posizioni, ma è stato un vero piacere – e una sorta di premio – il poter partecipare alla serata, e lo dico senza alcuna ipocrisia decoubertiniana.

Complimenti ai vincitori, quindi (qui potete leggere i loro componimenti e quelli degli altri finalisti), e complimenti all’Accademia di Letteratura Orale L’Ottava, che tiene viva questa tradizione.

Il poster della serata.

Io le mie otto ottave ve le incollo qui. Come vedrete, hanno un tono un po’ più libresco rispetto al componimento dell’anno scorso. La colpa è, in parte, dei quattro volumetti del Morgante acquistati un paio di Natali fa (tempo fa ne avevo parlato di sfuggita).

Ciononostante, per il principio partenopeo secondo cui ogni blatta è di bell’aspetto agli occhi della propria genitrice, io sono molto soddisfatto del risultato. Il tema di quest’anno era “La resa, la sconfitta e la vittoria”; piuttosto interessante da sviluppare. Per quanto mi riguarda, la difficoltà maggiore è stata quella di far stare tutto quello che c’era da dire in uno spazio così ridotto, e dare un bilanciamento al pur breve arco narrativo. Ma il buon poeta – come lo scrittore – sa sintetizzare. E dopo aver detto una cosa del genere, uno non può che chiudere il becco.

Vi narro una battaglia tra le tante
dell’epoca che vide i mori in Francia,
negl’anni in cui, per Carlo ed Agramante,
del Fato era ancor ferma la bilancia.
Fu certo una battaglia stravagante,
ché non fu vinta o persa con la lancia,
e s’anche infin prevalse il più robusto
non fu pel nerbo, ma pel verbo giusto.

 

Presso una selva, un dì, con slancio augusto
s’infransero gl’eserciti rivali:
è rotta generale, e nel trambusto
due fantaccini d’umili natali
si perdono tra fronda e tronco e arbusto,
ciascun per sé, poiché non son sodali,
e non potrebbero esserlo di meno:
Cisvaldo è franco, Arrone saraceno.

 

Per vie diverse van nel bosco ameno
quand’ecco un scorge l’altro, e l’altro l’uno:
si guatano con occhi di veleno
e in un istante il biondo è addosso al bruno.
Son male armati e senza palafreno:
lo scontro è lungo, misero e importuno,
e s’interrompe sol quando gagliardo
giunge un gigante, e ride assai beffardo.

 

I fanti s’alzan, sozzi d’erba e cardo,
gli chiedon che re serva, e che dio preghi.
«Non venero né cielo né stendardo,
e non c’è spada o motto a cui mi pieghi.
Sono Alifonte, e sol per me ho riguardo.
Ma a che tanto azzuffarsi? Mi si spieghi.»
«Io sono un fante moro, e lui cristiano,»
risponde Arrone «che c’è mai di strano?»

 

«Obbedite a un diverso capitano.»
dice il gigante «È tutto? Poca cosa.»
Cisvaldo fa: «Si pugna col pagano
per trargli terre, oppur spoglia preziosa.»
«Ai nobili andran gli ori del sultano,
e a chi ti manda in guerra e si riposa.»
Arrone parla allora: «Ben più immensa
sarà per noi l’etterna ricompensa.»

 

Fischia Alifonte, ride e fa: «Ma pensa!
Il dio tuo vuole morti gl’infedeli?
Questo cristiano un verbo ugual dispensa,
ma quando saran spenti i sacri zeli
v’attende a casa una ben parca mensa,
e il dio che non si sa dove si celi
è il dio dei pingui, e tutto avrà già scritto:
loro ancor sazi, e a voi nemmanco il vitto.

 

Il ricco vince, il povero è sconfitto,
giocando con le regole consuete.
Perché dunque vessate un altro afflitto?
Ad una stessa armata appartenete,
quella di chi s’inchina a chi sta ritto
e ha sol malanni in cambio d’ore inquiete.
Le greggi sperse e sparse, il campo incolto:
per un che vi daran, dieci v’han tolto.»

 

Si scrutano i due fanti fisso in volto
e il brando che ciascun teneva saldo
vien presto reso in pasto al bosco folto.
Tuonò Alifonte allor: «Arron, Cisvaldo!».
Suonò il saluto suo qual corno invòlto
e ancor qualcuno narra del ribaldo
che in guerra, attraversando le province,
andò dai vinti a dir come si vince.

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6 risposte a Concorso Ottottave 2014

  1. Lorenzo scrive:

    Splendido componimento, ricorda molto l’Orlando Furioso (suppongo che tu ti sia ispirato a quello, o sbaglio?), a parte il pensiero di Alifonte che non appartiene a nessuna delle due fazioni e anzi ignora la religione per spingere Cisvaldo e Arrone a ragionare sul vantaggio (o meglio sullo svantaggio) che trarrebbero dal continuare a combattere. Ottimo lavoro!

    • Mattia scrive:

      L’ispirazione principale è il Morgante di Pulci, visto il gigante non schierato, ma ovviamente avevo in mente anche Boiardo e Ariosto. Grazie mille!

  2. Mario Famularo scrive:

    Sono molto compiaciuto nel vedere che c’è ancora chi crede nella Poesia, omaggiando i Classici e i Padri (e te lo dice uno che sta componendo un poema di ventisette canti in endecasillabi dattilici). Ti faccio i miei complimenti per i versi, devo dire ben congegnati ed efficaci, e ti chiedo: hai qualche raccolta tua online o aliunde che si può leggere? ciaociao 😉

    • Mattia scrive:

      Ciao Mario, grazie del commento. Non ho ancora nessuna raccolta all’attivo, anche perché non ho abbastanza componimenti da includere con una certa coerenza in un progetto unico. Non ti nascondo poi che vorrei anch’io cominciare e portare a termine un poema; tempo fa ho anche delineato una struttura generale, ma per il momento mi sto dedicando alla prosa.

  3. Mario Famularo scrive:

    Peccato, avrei letto con piacere. Che dire, metto in un cassetto mentale il tuo nome (che tramite il mio spedito google-fu mi ha fatto trovare la tua “Elogio della scienza” – ritmo molto pregevole e chiusa efficace) e ti ringrazio per l’attenzione. A poi!

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