Disciplina regale

Sia detto con tracotanza e totale sprezzo della doppia negazione: duemila parole al giorno non sono niente.

Bum.

«Sicuramente c’è il trucco.» direte voi, e avete ragione. Perché la versione completa e non ad effetto della suddetta frase è: “Duemila parole qualsiasi al giorno non sono niente.”

Rimane il totale sprezzo della doppia negazione, si stempera drammaticamente la tracotanza. Però emerge una certa verità: le famose duemila parole giornaliere, in termini puramente quantitativi, non sono tantissime.

Se ci mettiamo a scrivere tutto quello che ci passa per la testa, o se scriviamo di un argomento che conosciamo bene e che ci appassiona particolarmente, il tutto in un contesto poco formale, raggiungere duemila parole è uno scherzo.

Ma noi ci occupiamo di quei casi in cui la scrittura non è proprio casuale: le duemila parole quotidiane devono inserirsi in un impianto narrativo (più o meno) ampio e (possibilmente) coerente, nonché rispettare i paletti stilistici che ci siamo posti (per esempio focalizzazione e punto di vista).

Ed ecco che la soglia di duemila parole è già ben più lontana.

Tre consigli non richiesti

Ma facciamo un passo indietro. Sì, sto cercando di seguire una rountine à la Stephen King. Non sempre riesco a tenere il ritmo del Re, complice anche il fatto che King guadagna qualcosa come cinquanta fantastilioni al giorno e può dedicare l’intera giornata alla scrittura, però più mi ci incaponisco e più vedo che si tratta anche di una questione d’abitudine.

Un primo consiglio, quindi: non scoraggiatevi se inizialmente la soglia vi sembra troppo alta. Per la prima settimana magari attestatevi sulle 500 parole, poi sulle 1000, e vedrete che entrerete a regime1.

Il secondo consiglio è quello di mettersi al lavoro con le idee già chiare. Non mi riferisco solo alla trama nel suo complesso, ma molto di più alla struttura del capitolo e alla sua eventuale articolazione in scene. Può essere utile, prima di cominciare un nuovo capitolo, stendere un breve elenco di ciò che si scriverà, anche per avere ben chiaro il ruolo di quel capitolo nell’economia della trama (in altre parole, il modo in cui la fa progredire).

Il terzo consiglio è il più utile, e quello più difficile da mettere in pratica. È un principio che, se applicato, rende il lavoro molto più veloce, efficace, e meno pesante. Quando si ha a che fare con la prima stesura, bisogna cercare di mettere a tacere la vocina che sta facendo instant editing nella nostra testa. Non ha senso ruminare per ore le stesse dieci frasi o bloccarsi perché non ci sovviene l’espressione esatta che abbiamo sulla punta della lingua; è molto più produttivo rivedere testo in un secondo momento, magari seguendo gli appunti che abbiamo annotato durante la prima stesura.

Anche perché, non so se l’avete notato, una prima stesura iperruminata non è necessariamente meglio di una prima stesura “veloce”, anzi. La differenza è che nel primo caso vi troverete a correggere cose partorite con dolore, mentre nel secondo non ci penserete due volte a espungere qualcosa che non suona benissimo.

È vero che una prima stesura veloce rischia di contenere sviste più banali, ma è anche vero che probabilmente, dopo la revisione, le frasi scorreranno con maggiore naturalezza, mentre una prosa scritta con uno sforzo immane spesso conserva i segni di quella fatica.

Come al solito, malgrado io usi la prima persona plurale, non è detto che questo valga per tutti. In ogni caso non è una lezione, ma una semplice condivisione della mia esperienza personale. Il terzo consiglio, in particolare, è qualcosa che vorrei saper mettere in pratica meglio, e su cui sto lavorando molto, ma essere in grado di “dimenticare” a comando determinate conoscenze (senza smettere di utilizzarle) è qualcosa che va imparato con la pratica.

E voi avete consigli o trucchi da condividere?

  1. Una considerazione aritmeticamente banale: anche scrivendo “solo” 1000 parole al giorno, nel giro di tre mesi avrete per le mani la prima stesura di un romanzo. []
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4 risposte a Disciplina regale

  1. Nicholas scrive:

    Il mio primo consiglio è: se guadagni come King chi mizzica te lo fa fare di scrivere?
    Party tutte le sere nella mansion di playboy.

    Al netto di questo io non scrivo romanzi quidni quello che dico può servire molto poco, ma scrivo campagne per GdR, a questo proposito la coerenza interna è importantissima.

    Quindi parto scrivendo un’idea di base degli eventi “scriptati” (cose immutabili che accadranno nel tempo e definiranno la storia), quindi aggiungo gli eventi modificabili su cui le azioni dei personaggi possono avere effetto.
    Quindi preparo i png principali stabilendo come interagiscono con i fatti di cui sopra e tra di loro (le diverse trame “lunghe”).
    Infine preparo il setting vero e proprio (città, economia, politica, etc.) e faccio la caratterizzazione dei png.

    Da qui in poi i giocatori sono liberi di interagire circa come vogliono con il mondo e chi lo abita e io non ho problemi di trovarmi in una situazione di incoerenza.

    • Mattia scrive:

      Anche in un romanzo la coerenza interna è fondamentale, e anch’io, nel pianificare una trama, tendo a partire da uno scheletro di eventi cardinali e “immutabili”, attorno al quale poi si sviluppa tutto il resto.
      Per quanto riguarda la tua domanda, potrei rovesciarla, e curiosamente sarebbe comunque ben posta: se non guadagni niente, chi te lo fa fare di scrivere?

      • Nicholas scrive:

        Mmm evidentemente scrivere è una disciplina per chi ha lavori mediocri allora.
        E questo spiega l’esplosione di scrittori italiani 🙂

      • Mattia scrive:

        Recita l’adagio popolare: “C’èccrisi”.

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