Quattro film

Il signor T. sta allentando la presa, o meglio, sto depennando una dopo l’altra le troppe consegne, e comincio a vedere la fine del tunnel. Sto scrivendo molto, ma è tutto per il signor T.; il progetto principale langue, e l’unica consolazione è che, avendo già pronta la trama ad un livello abbastanza dettagliato, riuscirò a riprendere il ritmo in tempi brevi anche dopo tutte queste settimane di lavori forzati.

Oltre la scrittura, l’altra attività di base che ha risentito delle imposizioni del signor T. è la lettura. Da quando mi sono trovato a dover sottostare a questo tiranno capriccioso, ho un libro – bello – che non si schioda dal comodino, ed è diventato strumento di tortura, in uno stillicidio da una pagina a sera.

Per questioni di tempo ed energie, quindi, gli unici libri che riesco a leggere sono film.

Come al solito, qui su Sudare Inchiostro non pretendiamo di dare una raffinata analisi cinematografica. Pretendiamo al limite di usare il plurale maiestatis di tanto in tanto, quando viene, ma soprattutto offriamo un punto di vista più legato alla narrativa e alla scrittura.

I film di cui parliamo oggi, quindi, li guardiamo con l’occhio critico di uno scrittore che ancora non ha scritto niente, uno sfaccendato che sa apprezzare una buona inquadratura ma che scuote la testa di fronte alla metà delle battute dicendo – o pensando – che quel film l’avrebbe sceneggiato meglio lui. Posto questo, ho cercato di portare alla vostra augusta attenzione dei titoli che avessero a che fare con quello di cui ci occupiamo. Insomma, qui si lavora anche quando ci si diverte.

Vediamo allora che film vi propino.

Third person

Smessa la scintillante armatura da Zeus medievale (ugh), smesso il kraken, (che un po’ s’è risentito, poverino), Liam Neeson incappa nell’ennesimo progetto e accetta alla cieca, ignaro del fatto che quel film non farà schifo.

Avete presente Crash? Io ne conservavo un ottimo ricordo, e non tanto per gli Oscar vinti1, quanto per la capacità di tenere il conflitto sempre a livelli alti, di gestire diverse linee narrative in modo solido e, non da ultimo, di affrontare un tema come il razzismo senza scivolare nella retorica. Poi oh, questo è quello che mi ricordo, ma che ne sapevo io nel 2006?

Ecco, Third person è dello stesso regista di Crash. Anche qui abbiamo diverse linee narrative, per la precisione tre; all’inizio sembrano completamente separate, poi si cominciano a notare alcuni punti di contatto, e poi mi chiudo in un silenzio antispoiler.

È particolarmente on topic2 qui su Sudare Inchiostro perché parla di uno scrittore e dell’annoso rapporto individuo/realtà/finzione. Parla anche d’altro, e infatti non è per niente un film da addetti ai lavori.

Vi avverto, a metà visione vi prenderà un senso strisciante di paura. Le cose cominciano a farsi enigmatiche, e dallo scantinato della nostra memoria proviene la risata di J.J. Abrams che ci promette il trionfo del nonsense e delle spiegazioni mancate, in stile Lost.

Non date retta a J.J., in Third person alla fine i pezzi vanno a posto, e anche se qualche interrogativo rimane semiaperto, la sensazione è che sia una cosa voluta, e allo spettatore sono dati tutti gli strumenti per rispondere. In conclusione, promosso.

«Liberate il –» «Liam, non c’è nessun kraken in questo film.» «…» «E togliti l’armatura, per favore.»

Il racconto dei racconti

Ma torniamo in patria. Presentato al Festival di Cannes, Il racconto dei racconti è un progetto ambizioso: trasporre delle fiabe italiane secentesche sul grande schermo. Per una recensione come si deve, consiglio vivamente la lettura di quella apparsa sulla rivista di cinema da combattimento più nota del web. Mi riallaccio a quello che scrive Jackie Lang proprio in questa recensione: c’è un grande distacco dai personaggi, non c’è immedesimazione.

Questo è vero, e credo sia dato dalla scelta di non modificare troppo le fiabe originali, di non rimodellarle sui canoni della narrativa di oggi. Per questo, Il racconto dei racconti è un film strano: il tono è proprio quello della fiaba, e l’ andamento della vicenda ha molto poco a che fare con la dimensione del romanzo, poiché non ne condivide la forma e la finalità.

Lo consiglio? Più sì che no. È un esperimento interessante, e può dare spunto per riflessioni interessanti sull’adattabilità dei racconti popolari.

Youth

Restiamo a Cannes, ma restiamo anche in Italia. Vi era piaciuto La grande bellezza? Ecco, la mia impressione è che Sorrentino abbia voluto fare un altro film “artistico”, ma questa volta osando di più sul versante narrativo.

Mi spiego meglio. La grande bellezza è un film statico, fatto di quadri – non solo visivi, ma anche situazionali – in cui il protagonista mette piede, una scena dopo l’altra. I personaggi stessi sono statici, e anche da questo deriva la malinconia che permea il film.

Youth è più dinamico; quasi tutti i personaggi principali evolvono nel corso del film, spesso positivamente. Questo però ha messo a nudo un difetto molto italiano, ossia la sceneggiatura così così. Spiccano almeno due o tre as you know, Bob di quelli grossi, eclatanti, da manuale, e in molti punti l’affettazione delle battute è davvero esagerata; la ricerca del contenuto elevato ha portato gli sceneggiatori a mettere in bocca ai personaggi frasi davvero troppo artefatte, anche per un film dal taglio volutamente artistico.

In un paio di scene potrei giurare di aver visto Baricco alzare il pollice a bordo inquadratura.

Consigliato? Dipende dai vostri gusti. Come La grande bellezza, è un film che si apprezza, più che un film che piace.

Da spettatore relativamente ignorante di cinema e comunque poco orientato verso l’essai, posso dire che Youth mi è sembrato peggiore de La grande bellezza, ma forse mi è piaciuto di più, perché certi dialoghi evidentemente difettosi hanno finito per farmi tenerezza, e perché in fondo qui c’è un arco narrativo più evidente.

«Amico merlo indiano, ti ho mai detto di quella volta che –» «Ero con te.» «Ah, già.»

Cinquanta sfumature di grigio

Chiudiamo col botto e col masochismo. Il mio, non quello di Anastasia Steele.

Ho dovuto, dovuto vedere Gary Stu debuttare anche al cinema. Che dire? Un film brutto quanto il libro, forse un po’ meno per via delle parti tagliate. Naturalmente tutte le parti relative ai pensieri della protagonista sono assenti, e questo non può che migliorare l’opera nel suo complesso, che resta comunque sessista, diseducativa e fondamentalmente stupida.

Proprio perché i pensieri della protagonista non sono rappresentati, l’Anastasia del libro è un po’ diversa da quella del film: più sciocca e irritante quella di cellulosa, più pesciazzo lesso quella di celluloide.

Guardare questo film ha una sua utilità, soprattutto per gli autori alle prime armi. Vedere le scene del libro interpretate senza commento della protagonista fa capire davvero quanto la vicenda nel suo complesso sia insulsa.

Potrei farci una recensione completa? Forse sì, ma anche no. Perché no, chiedete? Permettetemi di citare i capelli perfetti e ramati di Christian Grey: perché io valgo.

Aspettiamo con ansia il mashup “50 Shades of Thrones”. Chi vuole intendere…

  1. E che Oscar: miglior film, miglior sceneggiatura originale, miglior montaggio. []
  2. Si può dire? []
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4 risposte a Quattro film

  1. Nicholas scrive:

    Peccato, la recensione di 50 sfumature l’avrei letta volentieri, quella del libro è uno dei miei articoli preferiti che rileggo ancora qualche volta.
    In compenso vedrò Crash a sto punto, il libro era abbastanza meh per quello che mi riguarda (non l’ho nemmeno finito) ma magari il film è meglio.
    Certo, tutto questo dopo JP3.

    • Mattia scrive:

      Eh, la recensione del libro è stata molto apprezzata.
      Crash l’ho visto ormai vari anni fa, ma ne consiglierei ancora la visione.
      E di JP3 che mi dici? Sotto sotto è la stessa storia dei primi tre, ma secondo me mantiene la promessa implicita fatta dal trailer. Uno entra in sala affamato di dinosauri, e ne esce più che sazio.
      E poi insomma, andare a vedere Jurassic World per la storia è come leggersi Martin per il lieto fine.

      • nicholas scrive:

        JP3 fa schifo.
        Cioè i dinosauri sono belli eh, ma il film è brutto.
        Il topo di quest’anno per me resta Mad Max.

      • Mattia scrive:

        Per me è stata questione di aspettative.
        Per Mad Max c’era stato un sacco di hype, e forse mi ero creato delle aspettative che era difficile soddisfare. Per JP3 invece ero preparato al peggio, ma proprio all’imbarazzo dall’inizio alla fine, e invece sono riuscito a distrarmi con i sauri e a non badare a tutto il resto.
        Poi certo, a metterli a confronto Mad Max vince a mani basse sull’altro. Non c’è gara, soprattutto se li vediamo entrambi come riproposizioni di idee già viste; Mad Max ha trovate originali, l’altro si limita a gridare «PIÙ DINOSAURI!».

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