Letture estive 2015 – Un cantico per Leibowitz

Cosa vi viene in mente se vi dico “futuro postapocalittico”? Probabilmente una landa desolata, in cui arrancano o sopravvivono a stento sparuti gruppetti di sopravvissuti, talvolta raggrumati in comunità cenciose che ormai vedono gli stessi geni rimescolarsi da generazioni. Al quadretto potremmo aggiungere un vasto assortimento di mutanti più o meno antropofagi e le immancabili bande di predoni spietati e variamente psicotici.

In tutto questo si muove il nostro protagonista, eroe burbero e di poche parole, ma dall’animo nobile. È un cowboy che dice di voler pensare solo per sé, ma il cui cuore d’oro lo costringe a salvare alternativamente (o congiuntamente) orfani, fanciulle e comunità cenciose. È Kevin Costner in un qualsiasi film di/con/su/per Kevin Costner.

“Mio malgrado, vi salverò tutti.”

Con buona pace di Kevin, Un cantico per Leibowitz, di Walter M. Miller, è molto distante da questo scenario postapocalittico. La landa desolata c’è – ma è un deserto, e lo è per ragioni geografiche –, i mutanti e i predoni ci sono – ma sono così marginali che fanno praticamente parte del paesaggio. Le somiglianze con il quadretto dipinto poco sopra si fermano qui.

Dopo la catastrofe nucleare, il genere umano ha lentamente e faticosamente passato la fase madmaxiano-costneriana, così lentamente e faticosamente che Miller la salta a piè pari e fa iniziare il romanzo seicento anni dopo il disastro. È un’epoca in cui la civiltà umana ha cominciato a ricostituirsi partendo dai brandelli di quello che c’era stato prima dell’apocalisse, e in cui il livello tecnologico è stato ridimensionato di un bel po’; per intenderci, non c’è l’elettricità, e i libri si copiano a mano. Old school.

È quello che potremmo chiamare un medioevo postnucleare, ma attenzione, so già a cosa state pensando. Con il solito meccanismo di associazione di idee, la catena è immediata: medioevo à cavalieri à cavaliere solitario à Kevin Costner.

Come dicevo, niente Costner. Miller ha ambientato il suo romanzo in un monastero, luogo che come nel vero medioevo è centro fondamentale di recupero, conservazione e trasmissione del sapere.

La storia si sviluppa in tre parti cronologicamente distanti seicento anni l’una dall’altra, ma tutte ambientate nella stessa abbazia, situata nel sudovest degli odierni Stati Uniti. Assistiamo dunque alla vita dei monaci in epoche che sono, rispettivamente, il già menzionato simil-medioevo, una sorta di Rinascimento ricco di (ri)scoperte scientifiche e infine un futuro futuristico con auto automatizzate e computer che traducono simultaneamente i messaggi da una lingua all’altra.

La scansione temporale così distesa, e al contempo concentrata in tre momenti ben precisi, permette a Miller di mantenere la narrazione sempre abbastanza vicina al livello evenemenziale e al contempo di affrontare temi molto ampi e profondi, come la ciclicità della storia, che porta l’uomo a commettere sempre gli stessi errori, e la contrapposizione morale-progresso (forse trattata in modo un po’ manicheo).

Ogni tanto Miller scivola nel mistico, inserendo elementi – pochi, ma rilevanti – spiegabili soltanto con la presenza di forze soprannaturali. Questo è un vero peccato: ho apprezzato Un cantico per Leibowitz per lo sguardo che dà sull’umanità e sulla sua storia, e mi pare che le suggestioni oltremondane banalizzino la visione d’insieme. Naturalmente tutto si può intendere in modo metaforico, ma comunque avrei preferito una soluzione più realistica.

In ogni caso si tratta di aspetti che, anche se non piacciono, non pregiudicano la validità del romanzo. Un cantico per Leibowitz rimane un libro originale per contenuti e struttura, invecchiato molto bene (è stato pubblicato per la prima volta nel 1960), e invita a porsi domande su temi, lo ripeto, profondi e sempre attuali. Ogni tanto vuole fare la predica, ma la fa con lo spirito benintenzionato dei monaci dell’abbazia: in fondo sono uomini di buon cuore, e finiamo per capire le loro ragioni anche se non per forza le condividiamo.

Poi certo, belle belle tutte queste paranoie sul pericolo di una catastrofe nucleare come metafora e conseguenza dello scollamento tra progresso tecnologico e progresso morale, ma sono chiaramente fantasticherie. Almeno finché c’è in giro Kevin Costner.

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2 risposte a Letture estive 2015 – Un cantico per Leibowitz

  1. marilena favero scrive:

    Grazie1 Anch’io l’avevo apprezzato, ed è un libro che ho riletto con piacere.

  2. Giacomo Biagini scrive:

    Secondo me questo libro, se considerato per la sua natura di romanzo facente parte del genere science fiction, e’ un libro IMMENSO. La sf, forse in quanto genere letterario preponderantemente americano, anche nei suoi esempi piu’ alti, conserva sempre un qualcosa di frivolo o naif. Ma la serieta’ e la profondita’ di alcune questioni sollevate da questo libro sono non solo inusuali e quindi sorprendenti, ma impressionanti. Personalmente, poi, mai mi sarei aspettato di trovare riflessioni di natura prettamente religiosa e spirituale (l’etica e la morale sono sempre presenti nella migliore fantascienza in quanto il genere tratta dell’umanita’ nei suoi sviluppi futuri e quindi sempre”solleva questioni”, ma in tutti gli esempi al di fuori di questo libro vengono trattate in modo laico), inserite in maniera naturale e coerente in un romanzo di fantascienza distopica scritto da un autore americano. In termini piu’ semplici: io che sono nato negli anni settanta e vissuto in Italia ho una certa familiarita’ con alcune nozioni (in certi casi nel libro molto approfondite) e con certi temi morali e filosofici tipicamente Cattolici, ma al di fuori di certa letteratura teologica (che, devo confessare, non ho mai seguito e quindi conosco solo di riflesso)non le avevo mai trovate. E soprattutto non le avevo mai trovate interessanti, toccanti, impressionanti. In questo libro (scritto da un Americano…da non crederci) le potrete trovare.
    L’analisi storica dello sviluppo culturale dell’umanita’ dal medioevo ad ora, e la loro riproposizione in chiave futura fanno secondo me di questo libro un capolavoro assoluto, un libro da consigliare a tutti. Soprattutto a quelli per cui piace la fantascienza al netto di Flash Gordon e dischi volanti e pistole laser. A me piace la fantascienza perche’ pone questioni in prospettiva futura, cercando di eviscerarle in anticipo in base alle conoscenze attuali e al retaggio del passato. In questo senso, signori, saremmo di fronte alla migliore opera di fantascienza che io abbia mai letto (e ne ho lette parecchie). Perche’ “saremmo”? Per due difetti che secondo me collocano questo romanzo nella categoria “capolavori” ma non nella categoria “capolavori epocali”. Primo motivo: abbiamo tre libri: il primo e’ stato definito da un recensore straniero “heart-warming”, il secondo lo definirei “un po’ prolisso nelle disquisizioni filosofiche fra personaggi religiosi e personaggi di scienza”, il terzo non credo possa essere definito altro che “squassante nella sua drammaticita’”. Solo la visione del film “The day after” nel 1984 e la lettura di “La strada” di Mc Carthy (altro post-apocalittico, sconsigliato a tutti benche’ scritto mirabilmente) mi avevano lasciato addosso una tale angoscia. Va be’, problemi miei, non ero preparato a un simile cambio di scenario, comunque mi sento di dire che le tre parti sono molto distanti come stile, oltre che come cronologia. Secondo motivo: sono assolutamente d’accordo con il recensore quando scrive che l’autore avrebbe potuto risparmiarsi le “suggestioni oltremondane” rimanendo su un piano esclusivamente realistico. Avrebbe dovuto farlo, sarebbe forse anche bastato terminare il romanzo dieci pagine prima, visto che l’ultimo episodio di carattere “sovrannaturale” lo troviamo quasi in chiusura.
    Comunque, secondo me questo libro e’ nei TOP THREE della fantascienza di tutti i tempi. Chapeau. Tanta roba.

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