I libri (punto) e il potere dell’imprinting

Ci sono persone che durante l’infanzia hanno saltato una fase fondamentale della crescita, e che quindi hanno incontrato maggiori difficoltà nello sviluppo di un’emotività matura e di un sistema di valori positivi.

E poi ci sono persone che durante l’infanzia hanno letto Bianca Pitzorno.

Imprinting

Questa sarebbe dovuta essere, in ritardo, l’ultima delle quattro recensioncine sulle letture di quest’estate, ma sarà qualcosa di meno striminzito, per cui le ho voluto dare uno status di post indipendente. L’avevo lasciata per ultima perché si profilava come la più diversa, e quella che mi avrebbe dato spunti per estendere il discorso oltre il libro in sé. Poi l’estate è finita e si è allontanata nello specchietto retrovisore del controesodo, e questa recensioncina è rimasta lì come il boccone più prelibato che, lasciato per ultimo, si raffredda.

Ho usato queste immagini di raro lirismo, ottimo materiale per comporre haiku a tema Studio Aperto e MasterChef, solamente per indorarvi un’amara pillola: in questa recensione rinuncio formalmente ad ogni pretesa di imparzialità.

No, non intendo darvi altro materiale per haiku su Studio Aperto, ma farvi riflettere su quel miracolo della natura che è l’imprinting.

Notizie dal controesodo: l’anatra Beppa con i suoi piccoli ha bloccato la statale per tutto il weekend, causando code di trenta chilometri. Il caldo da record delle ore comprese tra le undici e le tre ha messo in pericolo bambini e anziani, ma grazie all’aria condizionata delle auto non ci sono state vittime.

Noi lettori siamo anatroccoli. Una volta usciti dal guscio dell’analfabetismo infantile siamo finalmente liberi di leggere, e i nostri gusti letterari, magari già abbozzati grazie alle fiabe della buonanotte, cominciano a formarsi per davvero con la lettura dei primi libri. Poi cresciamo e i gusti cambiano, e spesso si amplia il ventaglio di motivi per cui leggiamo, ma intanto le storie lette durante l’infanzia hanno plasmato la nostra identità di lettori, tracciando un solco che può essere coperto, ma non cancellato.

Io con gli anni sono diventato un lettore un po’ più critico (ma non sempre) e un po’ più selettivo (ma non abbastanza). In altre parole, un po’ più adulto (ma non troppo). Anche quando un libro mi piace, la parte più analitica del mio cervello è lì, in un angolino, a commentare ad alta voce quando la lettura è sgradevole o semplicemente a osservarla in silenzio se è avvincente. Non se ne va mai, però, e l’immersione nella storia non è più quella assoluta che sperimentavo da bambino. L’uscita dall’Eden dell’infanzia, nella lettura e non solo, apre le porte a nuovi piaceri intellettuali, più complessi e raffinati, ma più sfumati e più mediati dalla razionalità.

Quando leggo narrativa spero sempre di ritrovare quella sensazione totalizzante che ricordo così bene. Forse non ci riuscirò mai, ma la ricerca in sé, assieme al ricordo che la muove, è una ricompensa più che sufficiente.

Capite bene come, con dei presupposti così, sia difficile recensire obiettivamente un romanzo. Ecco quindi perché la breve recensione che vi offro oggi è parte: io da Bianca Pitzorno ho ricevuto un imprinting letterario, e questa è una cosa che non si può cambiare.

La buona notizia è che, se l’imprinting lo avete ricevuto anche voi, saprete esattamente di cosa sto parlando.

Pitzornezza

Anche con il senso critico appannato posso dire che La vita sessuale dei nostri antenati non è un libro perfetto. La prima parte è lenta e non ben collegata al resto del romanzo; inoltre è piena di citazioni e spiegoni di mitologia greca, nessuno dei quali è davvero essenziale per la trama. Sempre in questa parte vengono gettate delle basi su cui poi si costruisce poco, e si pone qualche domanda a cui non si dà mai risposta.

Poi il romanzo prende il suo ritmo e si fa leggere che è un piacere, ma i problemi non sono finiti, perché una delle linee narrative si conclude in modo davvero deludente, arrivando all’acme della tensione per poi venire sostanzialmente abbandonata.

Non sono difetti da poco, a mio avviso. Ma poi c’è tutto il resto. Oh, tutto il resto.

E con “tutto il resto” non mi riferisco solo a tutto il resto del libro, ma a tutto il resto della produzione pitzorniana che il piccolo me ha avuto occasione di leggere negli anni delle elementari. Sì, perché La vita sessuale dei nostri antenati è un concentrato di inconfondibile pitzornità (pitzornezza?) in chiave più adulta, e porta in sé la quintessenza dei temi ricorrenti nei libri della scrittrice. Tra le pagine di questo romanzo ritroviamo moltissimi dualismi che, se siamo stati imprintati, riconosceremo immediatamente: inimicizie affilate e amicizie inossidabili, perbenismo e ribellione, ipocrisia e nobiltà d’animo; il tutto condito con promesse, segreti e rivelazioni. Come non pensare ad Ascolta il mio cuore, a Diana, Cupido e il commendatore, a Polissena del Porcello?

«Ma erano libri per femmine.” dirà qualche maschietto.

Su questo torneremo alla fine del post.

La vita sessuale dei nostri antenati non è semplicemente un libro per ragazzi con una trama un po’ più piccante, anche perché la trama non è una trama piccante. Di sesso ce n’è un po’, la giusta quantità, ma non è il sesso il motore della storia.

Ad essere “per adulti” è il modo in cui sono affrontate le tematiche principali. La distinzione tra giusto e sbagliato, tra buono e cattivo, è sempre pitzornianamente netta, ma questo non semplifica le cose, e anzi rende ancora più dolorose le ingiustizie subite dai personaggi.

Libri (punto)

Quando un libro per ragazzi ha per protagonista una ragazza, allora è in realtà un libro per ragazze, lo sanno tutti. Se poi è scritto da un’autrice donna (donna!), allora non ci sono dubbi.

Non nego che certe opere mirino a un target ben specifico, ma non è di quelle opere che stiamo parlando qui. Non ricordo come mi sia capitato di leggere per la prima volta Bianca Pitzorno; sono passati molti anni, e all’epoca ero in quella fase in cui i libri non erano mai abbastanza, per cui non mi curavo molto della loro provenienza. Ricordo però che, a dispetto del gigantesco cuore in copertina, non pensai mai che Ascolta il mio cuore fosse un libro per ragazze. Le protagoniste, bambine di un’altra epoca, mi assomigliavano molto, e mi era impossibile non immedesimarmi nella prolifica scrittrice in erba che era Prisca Puntoni (<3). E a cosa si doveva un simile prodigio narratologico? Beh, forse al fatto che l’essere di sesso femminile non esauriva l’intera ragion d’essere di quei personaggi, non determinava l’intera gamma dei loro desideri e delle loro ambizioni. C’era dell’altro, oltre al loro essere femmine.

Confesso di aver pensato, leggendo La vita sessuale dei nostri antenati, che fosse un po’ un libro per donne. Mi è stato chiesto molto educatamente perché. E a ripensarci, mi sono accorto di averci attaccato quell’etichetta semplicemente perché era un libro con protagoniste donne, scritto da una donna. Avevo detto, per un automatismo, una stupidaggine che da bambino non avrei neanche pensato.

Lo scrivo a scanso di equivoci: La vita sessuale dei nostri antenati non è un libro per donne. È un libro per tutti, con i suoi difetti e i suoi pregi. Io, dato il mio imprinting, tenderei a ignorare i primi e a vedere esclusivamente i secondi, ma non è solo per questo che ve lo consiglio.

Quando si parla di libri che possono cambiare la realtà, è anche a romanzi come questo che ci si riferisce. La vita sessuale dei nostri antenati non parla di problemi di donne, parla dei problemi di tutti. E lo fa con lo stile sempre scorrevole di un’autrice da cui sono fiero di aver ricevuto un imprinting letterario.

In conclusione, forse ci sarebbe bisogno di far leggere ai bambini maschi più libri per femmine. Così i libri per femmine tornerebbero a essere quello che sono.

Libri.

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3 risposte a I libri (punto) e il potere dell’imprinting

  1. Valentina scrive:

    L’imprinting pitzorniano (pitzonrnezzo? Pitzornino? PITZORNIONE?) l’ho avuto anch’io! Come dimenticare “Speciale Violante” e “Principessa Laurentina”?
    Questo sì che è prendere al cuore!

    PS: Chiedo perdono per il mancato uso del corsivo. Ho cercato l’opzione in tutti i modi ma sono stata costretta a ricorrere alle virgolette.

  2. Nicholas scrive:

    Giuro che non ho capito di che parla…

    • Mattia scrive:

      Sì, non ho parlato della trama. Diciamo che è più una riflessione da post-lettura che una vera recensione.
      Ma il web pullula di sinossi, immagino!

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