Il buco con la scienza intorno

Tra le varie ragioni per le quali vorrei essere vergognosamente ricco c’è la possibilità di assumere un servitore che mi trattenga dal commettere sempre gli stessi errori. Lo chiameremo Clodoveo.

Lo zelante Clodoveo mi seguirebbe tutto il giorno, monitorando con occhio discreto ma vigile le mie regolari attività, in attesa di un indizio che facesse presagire un pericolo per la mia persona. Si allerterebbe, l’encomiabile Clodoveo, nel vedermi scorrere con gli occhi una qualsiasi recensione di film o libro; ma poiché sarebbe un servitore di rara efficienza e buonsenso eviterebbe di intervenire in via preventiva. No, il buon Clodoveo aspetterebbe un qualche segnale inequivocabile, e solo a quel punto accorrerebbe solerte in mio aiuto per salvarmi da me stesso.

«Signore, ho visto che leggeva una nuova recensione.»

«Non è vero.»

«Aveva il giornale aperto un attimo fa.»

«Che giornale?»

«Quello che ha ancora posato in grembo, signore. Se non sono troppo invadente, che recensione stava leggendo?»

«Ti ho detto che –»

«Signore, la prego.»

«Niente di pericoloso, Clodoveo. Non so se leggerò il romanzo. Certo che ha un’idea molto interessante.»

«Le ricordo con rammarico che le esatte parole da lei pronunciate giusto ora mi autorizzano ad interdirle l’accesso al lettore e-book.»

«Dico solo che le premesse sono accattivanti, tutto qui.»

«Non aggravi la sua situazione, signore. Per ora se la cava con una settimana di astinenza, ma rischiano di diventare due.»

«Non mi pare il caso di esagerare, Clodoveo.»

«Io non esagero mai. Il mio contratto è chiaro. E mi dica, quante pagine ha, questo romanzo dalle premesse accattivanti?»

«Ottocentoottanta

«Come, prego?»

«Ottocentoottanta. Ma poi se vedo che non è bello lo abbandono.»

«Questo non succederà, e lei lo sa.»

«Sono perfettamente capace di lasciare un libro a metà, se non mi piace!»

«…»

«Lo sono!»

«…»

«Ma ha anche un titolo palindromo, guarda!»

«…»

«Sono così stanco, Clodoveo. Così stanco.»

«Comprendo appieno, signore. Le porto un cordiale.»

Premesse accattivanti

Il mio ultimo1 errore è stato scritto da un tale di nome Neal Stephenson e si intitola Seveneves. Accattivanti le premesse: un giorno qualcosa di molto veloce e non ben identificato colpisce la Luna, facendola a pezzi. I pezzettoni lunari rimangono sostanzialmente nella stessa posizione, ma dopo un po’ cominciano a scontrarsi tra loro e a rompersi. Gli astronomi non ci mettono molto a prevedere quello che accadrà: in capo a un paio d’anni, una pioggia di detriti lunari investirà la Terra, cancellando ogni forma di vita dalla sua superficie. Cominciano i preparativi per far fronte alla catastrofe che potrebbe segnare la fine del genere umano, e risulta subito chiaro che la salvezza è lo spazio. Ha inizio una corsa contro il tempo per convertire la Stazione Spaziale Internazionale in una struttura che sia in grado di accogliere e mantenere in vita centinaia, o almeno decine, di astronauti, nonché di resistere per un tempo indefinito alle condizioni avverse in cui si trova. Sì, perché la pioggia di meteoriti e i suoi effetti dureranno così tanto – cinquemila anni, secolo più secolo meno – che per un po’ tornare sulla Terra sarà fuori discussione.

E questa in realtà è la premessa solamente alla prima parte. La seconda parte si occupa di ciò che accade sulla Stazione Spaziale Internazionale e nelle strutture da essa dipendenti nel periodo immediatamente successivo all’inizio della pioggia di meteoriti: già la sola sopravvivenza costituisce un problema non da poco, e a complicare le cose ci si mettono tutti quegli attriti che le società umane sono bravissime a creare. La terza parte è ambientata circa cinque millenni dopo, e mostra le conseguenze tecnologiche, genetiche e culturali di quanto accaduto nelle prime due, nonché qualche sviluppo inaspettato.

Lo ripeto, le premesse sono accattivanti.

Ma ahinoi Neal Stephenson, mentre scriveva il suo romanzo, stava concorrendo per l’ambito titolo di Re dei Nerd.

Il buco con la scienza intorno

Voci più autorevoli della mia in materia di fantascienza sottolineano come, in questo genere, l’ambientazione non debba fornire un semplice sfondo per vicende che potrebbero accadere in qualsiasi tempo e luogo, bensì costituire un contesto specifico fondamentale per la trama. Questo è senz’altro il caso.

Quello che però Stephenson dimentica è che purtroppo, in tutta quell’ambientazione, ci dovrebbe stare anche un po’ di fastidiosissima narrativa, che è fatta da inopportuni personaggi, i quali, se potessero, coglierebbero ogni occasione disponibile per rubare la scena alle meraviglie fantatecnologiche snocciolate senza soluzione di continuità.

Diamo a Neal ciò che è di Neal: se avete anche solo un barlume di interesse per lo spazio, l’astronomia e la scienza in generale, per le prime due-trecento pagine di questo romanzo vi sentirete una fan di Twilight di fronte al cassetto delle mutande di Robert Pattinson. Stephenson ha un’immaginazione fervida e una conoscenza tecnica che poggia su una fase di preparazione e documentazione dettagliatissima. Almeno, l’impressione è questa. Dal punto di vista non narrativo, le prime due parti sono un susseguirsi di pressanti problemi tecnici tutti da risolvere con soluzioni ingegnose e, spesso, molto più scientifiche che fantascientifiche. Tutto questo dona alla vicenda un’aura di concretezza e di plausibilità che la rende, almeno in prima battuta, molto avvincente.

Le pecche, tuttavia, si sentono già dall’inizio. Immedesimarsi con i personaggi è molto difficile, perché qualsiasi aspetto emotivo è trattato sbrigativamente, e alla pari di un qualsiasi guasto tecnico. Questo difetto, già macroscopico, si senta ancora di più nella terza parte, nella quale il lettore, già spossato, vede venir meno l’aspetto più coinvolgente dei primi due terzi del romanzo, ossia la già citata plausibilità tecnologica. Qui la tecnologia è davvero fantascientifica, anche se molto ben contestualizzata alla luce di quella descritta precedentemente, e i dettagli tecnici cominciano a stancare e basta.

Il titolo sarebbe dovuto essere: Seveneves, ovvero un agile manualetto di ottocentottanta pagine che contiene tutto ciò che dovete sapere per far sopravvivere nello spazio in caso di necessità. Per onestà, si sarebbe dovuto aggiungere: Non è davvero un romanzo.

Per ulteriore onestà ed efficacia sul versante del marketing, si sarebbe dovuto aggiungere anche: da oggi con il 30% di pagine in più (del necessario).

Un giorno questo dolore ti sarà utile

All’inizio del paragrafo precedente citavo le famose voci più autorevoli della mia in materia di fantascienza. Secondo alcune di queste voci, un libro di fantascienza la cui ambientazione abbia una funzione prevalentemente estetica non è davvero fantascienza. Io non sono in grado di contribuire alla definizione del genere, ma posso trarre un paio di conclusioni su questo romanzo. Se c’è una lezione che Seveneves ci dà è che l’ambientazione, per quanto dettagliata, non si può sostituire completamente ai personaggi e portare avanti la trama da sola. Il risultato è un libro di fantastoria e fantatecnologia, e può essere interessante, ma non è buona narrativa.

Una seconda lezione potrebbe essere: non scrivere un romanzo di ottocentoottanta pagine quando potresti scriverne uno, migliore, di quattrocento.

Una terza lezione è per me: il beneficio del dubbio maturato dalle premesse accattivanti si esaurisce a pagina cento. Poi devo costringermi a mollare il libro.

Clodoveo, mi manchi.

  1. Leggasi “più recente”, non “ultimo in assoluto”. []
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5 risposte a Il buco con la scienza intorno

  1. Paola scrive:

    Sono andata in rete a cercare il libro (perchè nonostante tutto, la tua recensione mi aveva incuriosito) ma…in inglese te lo sei letto???
    E ci credo che hai rischiato l’orchite, neanche per Tolkien mi azzarderei a tanto!

    • Mattia scrive:

      Sì, l’ho letto in inglese! Da quando ho il lettore e-book, in realtà, molti libri inglesi o americani li leggo in lingua originale; il vantaggio è quello di non dover aspettare la traduzione del romanzo o la sua conversione in digitale. Dopo un po’ ci si fa l’abitudine, tanto che io a volte non ricordo se un romanzo l’ho letto in italiano o in inglese.
      Nel caso di Seveneves, ti assicuro che non era la lingua, il problema!
      Vedo comunque che anche tu soffri della mia malattia: nonostante il libro fosse sconsigliato, è bastata una premessa accattivante e…

  2. Nicholas scrive:

    Penso che mi fermerò a the martians allora…

  3. Alessandro scrive:

    Lo leggerò sicuramente, sperando in una traduzione in italiano (conosco l’inglese a sufficienza, ma la mia pigrizia e la paura di perdermi qualcosa del nozionismo tecnologico del buon Neal mi fanno propendere per l’attesa).

    Però detto tra noi, leggere “un tale di nome Neal Stephenson” da un pizzico di fastidio. Stephenson (di cui, ahimé, credo di aver letto tutta la produzione) è uno dei migliori scrittori di fantascienza (e non solo) degli ultimi decenni.
    La sua caratteristica principale è quella di inserire nei suoi romanzi precise e puntuali notazioni scientifiche, tecniche, filosofiche. Per questo non è adatto a tutti. Ma dove tanti lettori possono trovare soltanto noia, io ho sempre trovato motivi di interesse. Cryptonomicon può essere benissimo spacciato per un saggio storico sulla crittografia, Anthem è un trattato di filosofia religiosa e tecnologica, il Ciclo Barocco descrive minuziosamente la tecnologia e le scoperte scientifiche a cavallo tra 600 e 700. E così via. Stephenson è così, prendere o lasciare. Io, senza dubbio alcuno, prendo.

    • Mattia scrive:

      Ho scritto “un tale di nome Neal Stephenson” come avrei potuto scrivere “un tale di nome Stephen King”, solamente per una questione di informalità nel tono della recensione. Non c’era alcuna volontà di sminuire l’autore.
      Rileggendo il post a distanza di mesi, rimango convinto delle critiche che ho mosso a Seveneves. Questo non significa che non apprezzi gli aspetti a mio avviso più meritevoli dell’opera, ma diciamo che a un certo punto mi chiedo se non fosse meglio scrivere direttamente un saggio divulgativo. Anche un saggio fantascientifico, perché no. Tu stesso scrivi come alcuni dei suoi romanzi si possano quasi spacciare per trattati.

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