Natale a San Guinario – 5° puntata

Non conoscete l’Accademia del Male di San Guinario? Siete probabilmente delle brave persone, e a questo bisogna rimediare subito. E quale occasione migliore del post natalizio di Sudare Inchiostro?

Quest’anno ho fatto una piccola eccezione: a differenza degli anni passati, il racconto non è ambientato esattamente sui terreni dell’Accademia. In compenso, i personaggi principali li conosciamo già, ragione in più per andarsi a spulciare le vecchie puntate prima di leggere questa. Per chi se le volesse ripassare, o per chi se le fosse proprio perse, ecco la prima, la seconda, la terza e la quarta.

Natale a San Guinario

«I gruppi sono già stati formati, sapete come muovervi. Potete consultare gli appunti presi a lezione, ma sono sicuro che vi verranno così tante idee che non vi servirà nessun aiuto.»

Il professor Nasdacchi sorride, e cinquantaquattro paia d’occhi (occhio più, occhio meno) si riflettono nel bianco abbacinante dei suoi incisivi. Il suo completo firmato è in netto contrasto con la tappezzeria smorta del pullman.

Nessuno parla, nessuno si muove. Tutti sanno che finché non arriva lo slogan il professor Nasdacchi non ha finito di parlare.

«E non dimenticate il motivo per cui siamo qui.» riprende infatti lui «Appena dieci anni fa, se qualcuno avesse detto che un giorno a San Guinario ci sarebbe stato un corso di Economia e Marketing, sarebbe stato preso per pazzo. Ma il mondo cambia, e il Male con lui; e mentre i cattivi del pianeta erano occupati a ideare nuovi giocattoli termonucleari e a reclutare le ultime armate della distruzione, si sono ritrovati sorpassati da coloro che dovevano danneggiare. Ve lo dico dall’inizio dell’anno: dobbiamo cavalcare l’onda del consumismo, o ci travolgerà. La buona notizia è che quell’onda è già in movimento, per cui a noi non resterà che sfruttare il suo impeto e navigare spinti dalla corrente, limitandoci a indirizzare il genere umano verso l’inevitabile scogliera del collasso. Basta con i sotterranei umidicci, basta con i piani strampalati, basta con i macchinari esosi e inaffidabili. Tutta la creatività che mettevamo nella tortura, mettiamola in un business plan. Solo così potremo studiare – ed essere – il Male di domani.»

Il pullman si svuota rapidamente. Lamia si fa sospingere dal flusso di studenti, e una volta fuori respira a pieni polmoni. L’aria fredda e inquinata del parcheggio le fa quasi rimpiangere il tepore muschiato dell’autobus. I gruppi si stanno già formando, e Lamia non perde tempo. Le basta un’occhiata per individuare Lucertolo che, con un cappello di lana già calcato sulla fronte, si sta avvolgendo una lunga sciarpa intorno alla testa. Al termine dell’operazione, solo i suoi occhi gialli spuntano tra i due orli di lana a maglia grossa. Le pupille, due tagli verticali, si assottigliano quando si fissano su di lei. Il ragazzo le va incontro.

«Pronta?»

Lamia contempla il centro commerciale che svetta su di loro in un tripudio di luci e caratteri cubitali. Gli scintillii intermittenti e la promessa di un chiasso ancora attutito dalla distanza le causano una breve vertigine.

«Manca Umbra.» risponde. Ma non fa tempo a finire l’ultima sillaba che qualcosa la tira per la mano. Guarda giù: Umbra è lì, con il visetto nascosto dai lunghissimi capelli neri e una manina avvinghiata attorno al suo dito indice.

«Un attimo ancora.» dice il professor Malicius. È in piedi sull’ultimo gradino dell’autobus, e il suo volto è una smorfia di sommo disgusto. Non ha avuto bisogno di gridare: la sua voce ha attraversato i rumori del parcheggio come una lama d’acciaio, attirando l’attenzione di tutti gli studenti.

«Ahi ahi.» mormora Lucertolo. Non ha tutti i torti. Malicius non ha mai fatto mistero del malanimo che prova nei confronti di Nasdacchi e della sua materia; ci dev’essere una ragione se è stato cooptato come docente accompagnatore per quell’uscita didattica. Forse il Direttore ha voluto festeggiare il Solstizio d’Inverno con una delle sue simpatiche burle, o forse sotto c’è qualcosa di peggio.

«Sono certo che molti di voi hanno aderito a questa pagliacciata con l’intenzione di farsi una vacanza e raccogliere, allo stesso tempo, quei crediti aggiuntivi che non sono riusciti a ottenere in Teoria del Male. A queste persone ricordo che qualunque atteggiamento che ricordi anche solo vagamente lo svago sarà considerato festeggiamento natalizio, e quindi condotta inaccettabile, a maggior ragione poiché avrebbe luogo durante un’attività didattica dell’Accademia. Non serve che elenchi le conseguenze di una simile infrazione. Sappiate solo che alla sanzione disciplinare prevista dal regolamento aggiungerò una mia speciale postilla: l’azzeramento dei crediti regolari che tutti voi avete già ricevuto al primo anno nella mia disciplina.»

«E infine» prosegue Malicius, imperterrito «veniamo alla ragione per cui da ormai tre anni non si organizzano visite d’istruzione. Il Direttore mi ha pregato di ricordare a tutti voi che l’assistenza legale ha un costo elevato, così come la gestione dell’immagine dell’Accademia. Agite di conseguenza: niente danni a persone o cose, niente comportamenti che possano attirare l’attenzione. I gruppi sono stati formati per permettere un maggiore controllo sugli studenti che hanno bisogno di una… speciale supervisione. Non serve che faccia i nomi.»

Lamia e Lucertolo guardano Umbra, che solleva la testa verso di loro. Non si riesce a indovinare il suo sguardo.

Il professor Nasdacchi raggiunge Malicius e gli assesta una scherzosa pacca sulla spalla, ricambiata da un’occhiata di profondo disprezzo. «Via, quanto sei serioso!» gli dice, senza che l’aura di odio del collega intacchi il suo sorriso pubblicitario «Potranno pur guardarla una vetrina, no?»

Ma Malicius sta già attraversando il gruppo di studenti, che si fende di fronte a lui.

«Avanti allora! Lasciatevi ispirare dal superfluo e dall’esagerato! Soppesate il costo dell’opulenza! Andate, e fate del vostro peggio!» incita Nasdacchi. Gli studenti si incamminano verso il centro commerciale, mentre il professore ringrazia tutti per un applauso che non c’è stato.

«Questo posto è gigante.» dice qualcuno dietro a Lamia «Non esiste che Malicius ci possa controllare tutti.»

«Lo dici solo perché non conosci Malicius.» gli risponde un altro.

La mole del centro commerciale incombe su di loro, tutta luccicante sotto il cielo grigio: carica di addobbi e monitor e cartelloni, mugugna la festosa minaccia di mille musichette natalizie.

Gli studenti si uniscono a tutta la gente che dal parcheggio sciama verso l’ingresso, addensandosi in una folla che, una volta spremutasi attraverso la strettoia delle porte automatiche, si disperde all’interno.

Lamia perde subito di vista tutti quanti nella ressa; con lei rimangono solo Lucertolo e Umbra, che non accenna a mollarle l’indice. Meglio così.

Il livello di rumore è insopportabile: la gente sembra fare a gara a chi grida più forte, con il sottofondo assordante di almeno dieci musiche diverse sparate fuori dai diversi negozi.

Lucertolo indica i piani superiori, che si affacciano sull’atrio con ampie terrazze dalle balaustre di vetro e acciaio. «Magari più su si respira.» dice. Effettivamente, restarsene lì è fuori discussione. Lamia sente il respiro farsi corto e rapido. Meglio trovare un angolino dove la corrente di persone non è così forte e decidere il da farsi.

Individua le scale mobili con una rapida occhiata, e comincia a farsi strada tra la folla, fino a quando non sente la voce di Lucertolo dietro di lei.

«Cosa?» chiede, girandosi.

«Davvero vuoi salire sulle scale mobili con quella?» grida lui, per farsi sentire. Sta indicando la lunga gonna di velluto di Lamia. L’orlo, che tocca terra, si è un po’ sporcato nel parcheggio. Qua e là dev’essere anche stato pestato nella confusione, perché ci sono impronte parziali di piedi.

Lucertolo ha ragione. Non può salire con quella gonna, o rischia di impigliarsi. Non può neanche sollevarla. Malicius è stato chiaro, non bisogna attirare l’attenzione.

«Ascensori.» dice allora, alzando la voce per farsi sentire.

Il suo indice viene tirato. Umbra sta indicando qualcosa.

Al centro dell’ampio ingresso si erge una montagna di pacchi regalo – finta, probabilmente – con in cima un trono su cui è assiso il Nemico. Volto rubizzo, barba bianca e inconfondibile cappello rosso. Sulle ginocchia tiene un bambino che si è evidentemente inerpicato fin lassù per comunicargli i propri desideri e che sta ridendo giulivo a una sua benevola battuta. Una mano guantata di rosso indica una macchina fotografica piazzata di fronte al trono, e i due, bambino e vecchio, sorridono verso l’obiettivo, facendosi investire dalla luce del flash. Un attimo dopo, la macchina fotografica vomita fuori un’istantanea.

Lucertolo scatta ad abbassare la mano di Umbra. «Non dirlo neanche per scherzo! E se Malicius ti vede?»

Umbra indica di nuovo il vegliardo elargitore, che sta consegnando nelle mani del pargolo un grosso regalo avvolto in carta scintillante. A Lamia si stringe il cuore. Umbra è a San Guinario da quando aveva pochi mesi; è naturale che quell’immaginario abbia un forte ascendente su di lei. Ma non è il caso di perdere preziosi crediti di Teoria del Male, né di restare un attimo più del necessario in quell’inferno di consumatori.

«Ascensori.» ripete, e si trascina dietro Umbra.

Nel giro di cinque lunghissimi minuti sono davanti agli ascensori, e dopo un’attesa snervante riescono in qualche modo a schiacciarsi dentro assieme ad altre venti persone. Due uomini si mettono a litigare per una fesseria. Uno ha spinto l’altro per entrare, o qualcosa del genere. Come se quella fosse l’unica spinta di quel giorno.

Lamia tira fuori il bloc notes e prende appunti.

«Non è questo che vuole Nasdacchi.» fa Lucertolo.

«Lo so, ma ci può tornare utile per qualche altro corso. Tecniche e Tecnologie della Malvagità comincia il prossimo semestre, ed è previsto un intero modulo monografico sulla logistica.»

Le porte dell’ascensore si aprono, e il contenuto umano si riversa fuori. Il primo piano è decisamente meno affollato, anche se ben lontano dall’essere deserto. Per lo meno si può camminare senza toccare le altre persone.

«Qualche idea?» ansima Lucertolo, tirandosi il colletto del maglione per far entrare un po’ d’aria. Tra sciarpa e cappello, deve avere un bel po’ di caldo.

Lamia alza le spalle. «Diamo qualche occhiata ai carrelli e ai sacchetti della gente che passa, e annotiamoci le cose che vediamo più spesso. Poi possiamo partire a pensare qualcosa in base ai prodotti più acquistati.»

«Ottima idea. Ci dividiamo?»

«Ok. Tu sali fino al secondo piano, io resto qui. E Umbra –»

Una fitta di panico le attanaglia le budella. Anche per Lucertolo dev’essere così; sotto la sciarpa, la sua espressione dev’essere terrorizzata. «Dov’è?» chiede con un filo di voce «Dove l’hai lasciata?»

«Io…» comincia Lamia, ma non lo sa. Torna indietro nella memoria, attimo dopo attimo. Le ha lasciato la mano in ascensore, per prendere il bloc notes e la penna. Aveva le mani occupate, per cui Umbra non si è potuta aggrappare al dito come al solito. «Dev’essere qui intorno. Dividiamo a metà il primo piano, e appena uno di noi due la trova chiama l’altro al cellulare.»

Si scambiano un breve cenno d’intesa e Lucertolo schizza via come un fulmine. Lamia respira a fondo. Umbra non può essere lontana, è per forza da qualche parte lì vicino. Ma non è così semplice. Il metro scarso di Umbra è invisibile, con tutta quella gente in giro.

Fa appena in tempo ad avanzare di qualche metro, che il cellulare comincia a squillarle nella tasca della giacca. Un’ondata di sollievo le scioglie la cassa toracica e le permette di respirare ancora. Risponde. È Lucertolo.

«Guarda giù.» le dice, con voce strozzata.

Il nodo alle budella ritorna, più grosso e più stretto di prima. Lamia sgomita e raggiunge il parapetto. Il suo sguardo si perde nel turbinare della folla, a poi si fissa sul Babbo Natale e sulla montagna di regali. Niente di strano; un altro bambino sta ricevendo la sua strenna.

«Dove?» chiede, e appena chiede non ha più bisogno di una risposta.

La coda di bambini e genitori si snoda lungo una serpentina delimitata da transenne bianche rosse e verdi. E proprio dove la coda inizia, sotto un arco fatto di bastoncini di zucchero e rami d’abete, una signora impellicciata sta parlando con il bambino che tiene per mano. Lamia allunga il collo per vedere meglio. Anche a quella distanza si capisce che il bambino vuole andarsene: tira la madre per la mano, mentre lancia occhiate nervose a un altro bambino. Anzi, a una bambina. Anzi, ad Umbra.

Alla fine la signora asseconda la volontà del bambino, e Lamia riesce a scorgere Umbra picchiettare sulla spalla del bambino successivo, che si gira. Umbra gli dice qualche parola, quello scuote la testa, e lei solleva la manina per scostare una ciocca di capelli. Il suo giovane interlocutore sembra subito convinto, e la scena di un attimo prima si ripete.

«Sei ancora lì?» chiede Lamia al telefono.

«Sto andando verso le scale mobili.» risponde affannato Lucertolo «È la via più veloce.»

«Ha già mangiato oggi?»

«Sì.»

Lamia sospira di sollievo. Almeno una cosa che vada dritta in tutto quel disastro.

«Ti raggiungo più in fretta che posso.» dice a Lucertolo.

«No, rimani lì e tieni d’occhio la situazione; io da qui non vedo niente. Resta in linea, e se c’è qualcosa che devo sapere mi aggiorni.»

Intanto, bambino dopo bambino, la coda va scomparendo di fronte ad Umbra. Nessun genitore pare aver avuto l’idea di indagare sull’inversione di rotta della propria prole.

Qualcuno però si è accorto di quello che sta succedendo. Ai piedi della montagna di regali, una sagoma nera assiste immobile all’avanzata di Umbra.

«Malicius è lì. Sta vedendo tutto.» comunica Lamia a Lucertolo, che ribatte con un laconico «Oh, cazzo.».

In uno slancio di nobiltà d’animo, il primo della fila si fa da parte alla prima richiesta di Umbra, inconsapevolmente evitandosi una vita di incubi, così lei può cominciare a inerpicarsi su per i gradini che conducono al Rosso Grassone. Quello, dal canto suo, era troppo impegnato a congedare l’ennesimo moccioso per accorgersi di quello che è appena successo. Quando Umbra gli è davanti, la solleva e se la piazza in braccio.

«Fa’ in fretta! Fa’ in fretta!» supplica Lamia nel telefono.

«Ci sono quasi!»

Il Gaio Barbuto sta chiedendo qualcosa ad Umbra, che dimostra la sua solita loquacità. Il vecchio, probabilmente un esperto nel gestire la timidezza dei suoi giovani questuanti, non si fa scoraggiare e indica la macchina fotografica. Fa un gesto con la mano, come per dire che con tutti quei capelli davanti al viso –

Ecco Lucertolo. Sta percorrendo la serpentina a suon di spintoni e transenne scavalcate, sollevando un coro di proteste che da quella distanza, e con tutte quelle musiche che fanno a pugni, Lamia non può sentire.

Nel frattempo il Buono Tra i Buoni ha consegnato a Umbra un pacco dalla carta dorata, che lei stringe forte al petto. Il vecchio ride, indica di nuovo la macchina fotografica e le ravvia i capelli.

Il resto accade in un lampo. Il volto dell’uomo va dal rubicondo al terreo in una frazione di secondo, e il flash suggella l’edificante momento con la sua luce bianca. Un istante dopo, Lucertolo arriva come un proiettile. Strappa Umbra all’abbraccio irrigidito dell’uomo, buttando a terra la macchina fotografica, e in tre passi rompicollo scende dalla montagna e manda due elfi svogliati lunghi distesi per terra, per poi sparire tra la folla.

Per qualche secondo, tutto è immobile sulla montagna di regali. Poi il vecchio si mette a gridare e a sbracciarsi. I suoi strilli superano anche la cacofonia di musichette assordanti e arrivano fino a Lamia, che si affretta a raggiungere gli ascensori. Scende al piano terra e guadagna l’uscita più in fretta che può, mentre energumeni della sicurezza cominciano a farsi strada tra la gente.

Ritrova Lucertolo e Umbra nel parcheggio, dietro il pullman vuoto.

«Umbra, ma cosa ti è saltato in mente?» sbotta.

Lucertolo si mette tra loro due, protettivo. «Lasciale un attimo per riprendersi. Troppa ansia le fa male.»

«Certo che le fa male! E se l’è cercata da sola, l’ansia.» ribatte Lamia. Oltre la spalla dell’amico, vede Umbra che si fa ancora più piccola. Ha ancora il pacco dono stretto a sé.

«Almeno non ci hanno fermati. E sono riuscito anche a prendere questa.» aggiunge lui, e tira la foto istantanea fuori dalla tasca del giaccone.

«Ottimo lavoro. Adesso però dobbiamo inventarci qualcosa per il progetto. Per non parlare di quello che diremo a –»

Lo sguardo di Lucertolo è fisso su un punto alle sue spalle. Lei si gira, sapendo già cosa aspettarsi.

Il professor Malicius torreggia su di loro.

«Professore, possiamo spiegare.» comincia Lamia «Le assicuro che –»

Il pollice e l’indice del professore si sono chiusi a mezz’aria, e Lamia è troppo intelligente per continuare a parlare. Un altro gesto, e Lucertolo si fa da parte. Malicius gli sfila la foto dalle mani senza degnarlo di uno sguardo. Fissa Umbra, che a capo chino tende il regalo verso di lui.

«A causa vostra, il centro commerciale sarà evacuato e chiuso a minuti.» dice il professore, lapidario. Guarda l’istantanea. Sorride. Per un attimo soltanto, ma sorride. «Ottimo lavoro. Ottimo lavoro davvero. Ritenetevi dispensati dal compito di Economia e Marketing. Con Nasdacchi me la vedo io.»

Intasca la foto e volta loro le spalle, tornando verso il centro commerciale. Ambulanze e volanti della polizia cominciano ad arrivare sul posto.

Lamia e Lucertolo si guardano increduli. Umbra stringe il suo regalo, tutta contenta. E dal cielo cade un unico fiocco di neve.

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