Quando muore una fata

Gli adulti, in quanto adulti e quindi noiosi di default, guardano spesso dall’alto in basso la narrativa per l’infanzia e quella per ragazzi. Io, benché non più ragazzino e di conseguenza noioso di default, sono convinto della loro importanza, come forse ho dato modo di capire in altre occasioni.

Il primo motivo per cui la narrativa per ragazzi non dovrebbe essere sottovalutata è che la narrativa è formativa. Chiunque abbia avuto anche un minimo contatto con una classe di studenti tra i sei e i tredici anni avrà potuto constatare quanto i bambini a cui piace leggere sappiano molte più cose rispetto a quelli che non leggono. Generalmente sono anche un po’ più svegli, più svelti nel capire le cose, e soprattutto sono più curiosi. Devo davvero sottolineare l’importanza della curiosità ai fini della formazione? E in generale, ai fini della realizzazione di sé in quanto esseri umani? Ulisse, anyone? “Fatti non foste”, anyone?

Un secondo motivo è che la narrativa per ragazzi mi sembra il genere letterario1 che, tra quelli moderni, è più legato alla fiaba. E la fiaba è (stata) la dimensione più popolare e istintiva del raccontare storie, quell’impulso primordiale che spingeva le comunità umane a creare con le parole nuove realtà.

I due punti sono collegati, naturalmente: le fiabe hanno un valore pedagogico, oltre che di intrattenimento, anche se la lezione trasmessa non è sempre esplicita o immediata.

Ed è qui che comincio a parlarvi di Tony Wolf e delle sue Storie del bosco.

Un’immagine dal primo volume delle “Storie del bosco”.

Le Storie del Bosco

Tony Wolf, che da bambino avevo sempre immaginato inglese, è un illustratore italiano, il cui vero nome è Antonio Lupatelli.

Se vi è capitato di avere tra le mani uno dei suoi libri, probabilmente vi sarete persi almeno una volta tra le linee morbide dei suoi disegni, sempre così precisi e ricchi di dettagli.

Le Storie del Bosco sono una serie di racconti suddivisi in volumi a seconda dei personaggi che si aggiungono di volta in volta al mondo fantastico in cui sono ambientati i vari episodi. Nel primo volume i protagonisti sono soltanto gli animali del bosco, nel secondo si aggiungono gli gnomi, nel terzo i giganti, nel quarto le fate, nel quinto i folletti e infine, nel sesto, i draghi. Le storie, scritte da Peter Holeinone, sono semplici, ma tutt’altro che stupide: nel completare la ricchezza dei disegni di Tony Wolf portano avanti una narrazione per episodi che, per quanto apparentemente frammentaria, riesce a costruire un mondo sempre più grande popolato da personaggi ben riconoscibili, con i loro vizi e le loro virtù.

Di recente ho avuto modo di dare un’occhiata ad un’edizione relativamente nuova delle Storie del Bosco. Si tratta di un volume unico intitolato Il Bosco delle Meraviglie, che comprende tutti e sei i libri. Sfogliandolo, mi sono soffermato su alcune delle storie che più mi avevano appassionato da bambino. E qualcosa non andava.

E vissero tutti?

Ricordavo bene il volume in cui le fate fanno visita al popolo del bosco. Un giorno, in seguito ad un invito fatto dallo gnomo mago, sei rappresentanti delle fate si prendono una vacanza e fanno visita agli animali e agli gnomi. La loro magia porta inaspettate novità, che non sempre gli abitanti del bosco sanno gestire in modo adeguato: la fata Fiordaliso accontenta tutti i desideri di chi vuole cambiare il proprio corpo, ma finisce per riportare tutto com’era su richiesta dei diretti interessati; lo specchio magico di Ortica può creare copie di qualsiasi cosa gli venga messa davanti, ma quando si rompe nessuno è davvero dispiaciuto, visto che tutto ciò che era stato duplicato si è rivelato superfluo.

E ora, qualche spoiler.

 

L’arrivo delle fate (purtroppo in una scansione a bassa definizione).

Nell’edizione originale, non tutte le fate tornavano a casa. Tulipana si intrufola nella casa dello gnomo mago e traffica con un anello magico per rimpicciolirsi il naso, ma finisce per restringersi tutta fino a scomparire. Ortica viene tramutata in sirena da un sortilegio del Re del Mare, che la incorona Regina degli abissi senza però permetterle di tornare in superficie. Orchidea, camminando nel bosco, sente il canto di un usignolo e si trasforma in capinera per trovare la fonte di quel suono melodioso, ma si punge con la spina di una pianta velenosa e muore. Fiordaliso, per salvare una coppia di grilli che, andati in letargo, avevano lasciato spegnere la stufa e rischiavano di morire assiderati, rimane a scaldare la loro tana con il proprio fiato, gelando durante la notte.

Insomma, quattro fate su sei fanno una brutta fine. Nella nuova edizione, però, questi finali poco edificanti sono stati emendati senza pietà. E così Tulipana viene trovata dallo gnomo mago e fatta ritornare alle dimensioni normali, di Ortica si dice che originariamente era stata una sirena e che quindi scendendo negli abissi ritorna a casa, l’uccellino che muore nella storia di Orchidea non è la fata stessa, ma un volatile vero e proprio, e infine l’immagine della Fiordaliso ghiacciata viene giustificata spiegando che Fiordaliso aveva creato una statua di ghiaccio con le sue fattezze affinché rimanesse a scaldare i grilli durante la notte (che poi, quanto caldo può essere il fiato di una statua di ghiaccio?).

L’esigenza di edulcorare tutto ha tolto valore ai racconti modificati, li ha resi banali dove prima erano minacciosi, tristi e poetici. L’editor di Dami Editore ha coperto con una bella mano di allegria monocromatica dei piccoli affreschi narrativi.

Poca cosa, dirà qualcuno, alla fin fine si tratta solo di un racconto per bambini. Non si tratta solo del racconto. Si tratta di chi leggerà quel racconto, e della funzione della narrativa. Le fiabe, e in questa categoria inserisco a pieno titolo anche le Storie del Bosco, servono anche a far sapere ai bambini che no, il mondo non è fatto solo di cose belle, allegre e peppapiggose. È fatto anche di cose belle e tristi, o di cose tristi e basta, o di cose spaventose e ingiuste.

La fiaba crea una realtà alternativa, ma non solo come mezzo d’evasione. La fiaba insegna che nel mondo ci sono pericoli e difficoltà, e che queste cose vanno affrontate. Spesso c’è un lieto fine, ma non è detto.

In altre parole, la fiaba non serve solo per fuggire dalla realtà, ma per preparare alla realtà.

Mi chiedo se sia davvero consigliabile privare i bambini di questo banco di prova e far credere loro che il mondo sorrida sempre.

Se condividete i miei dubbi e avete un conoscente di pochi anni a cui volete regalare un libro di fiabe dalle illustrazioni indimenticabili, il mio consiglio è di evitare l’edizione più recente (Il Bosco delle Meraviglie) e di procurarsi, usati, i volumi originali. Quelli in cui, come nel mondo reale, muoiono le fate.

  1. Lo so, “genere letterario” è un termine da prendere con le pinze. Lo so, avete un dottorato in narratologia. Lo so, Propp era il vostro trisnonno e vi manca molto. []
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6 risposte a Quando muore una fata

  1. Francesca scrive:

    Adoravo quel libro e anche da bambina trovavo che le storie più tristi (Orchidea e Fiordaliso specialmente) fossero le più belle. Invece, è una storia molto triste e per nulla bella questo edulcorare generalizzato che banalizza anche le migliori produzioni per bambini. Giù le mani dai libri della mia infanzia, maledetti censori! *piange*

  2. Camael scrive:

    Ce li ho ancora, da qualche parte sotto la polvere, i libri di Wolf! Col trasloco prima o poi verranno a galla. Mi ricordo che mi lasciavano sempre una strana sensazione, anche se solo adesso saprei spiegare perché mi sembravano così diversi dagli altri. XD E ovviamente bisogna proteggere i bambini dalla diversità…

    Grazie per questo articolo! Mi hai messo un po’ di sana nostalgia. 🙂

    • Mattia scrive:

      Vale sempre la pena andare a rispolverare i libri letti da piccoli. Ultimamente ho ripreso in mano vari titoli, e nostalgia a parte (quella c’è sempre), ho trovato molto interessante poter fare considerazioni su quali fossero i miei preferiti e perché.

  3. Alessandro scrive:

    Io ho ancora tutti i sei volumi originali delle Storie del Bosco conservati gelosamente. Ormai ho 35 anni e devono essere su quello scaffale da un numero di anni tra 30 e 25 (fa male solo pensarci). In questo lasso di tempo mi sono sempre rifiutato, come ha suggerito più volte mia mamma, di regalarli a nipotini vari.

    • Mattia scrive:

      E hai fatto bene. Al limite concedi ai nipotini di leggerli quando vengono in visita, ma per il resto tienili sottochiave. I libri, non i nipotini.

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