Giangiovanni nel paese delle ridondanze

Nove giorni fa è morto Umberto Eco, e la parte italiana di internet si è data alle solite coccodrillate. Non ho una conoscenza approfondita delle opere di Eco: quelle che ho letto non mi hanno entusiasmato molto, soprattutto per il malcelato compiacimento con cui il nostro sfoggiava la propria erudizione.

Tuttavia credo che il valore di intellettuale di Eco sia innegabile. Io me ne sono convinto leggendo gli Esercizi di stile di Raymond Queneau, un testo sperimentale e spassoso che Eco ha saputo rendere in italiano con vera maestria. In questo caso si può dire senza problemi che la traduzione ha un valore pari a quello dell’originale, meno l’originalità, naturalmente.

Circolano poi online le venti regole per scrivere bene, un piccolo esercizio di applicazione di quelle stesse pratiche che vengono sconsigliate di punto in punto. Ma non siate pigri, leggetevi anche gli Esercizi.

Data l’occasione, ho rispolverato e sviluppato un’idea che avevo da tempo, una via di mezzo tra un esercizio di stile e una delle venti regole. Ne è venuto fuori un breve raccontino che parla di un giovane ragazzo, di un prato erboso e di poco altro. Si sarebbe potuto intitolare Esercizio di stile sulle ridondanze semantiche con bonus sull’anadiplosi, o una cosa del genere. Invece si intitola Giangiovanni.

Giangiovanni

C’era una volta, un tempo, un giovane ragazzo di nome Giangiovanni che abitava in una piccola casetta, proprio in mezzo all’esatto centro di un prato erboso. Un bel giorno, una mattina, si risolse a decidersi di partire per un viaggio alla scoperta dell’universo mondo.

Uscì fuori di casa e, incamminatosi con un buon passo svelto lungo la stretta stradina, si diresse verso il sole che sorgeva a est.

Poco dopo, nel giro di qualche minuto, s’imbatté casualmente in una coppia di due brutti ceffi dall’aria poco raccomandabile. Uno era un enorme gigante corazzato che indossava una pesante armatura, l’altro un nano minuscolo, che nei piccoli pugnetti stretti a pugno stringeva due corti randelli di legno.

Il primo, taciturno, non disse nulla e non si mosse, rimanendo immobile. L’altro invece emise un ringhio rauco, balzò in un agile salto contro Giangiovanni e lo colpì violentemente sulla parte dura della fronte. Giangiovanni svenne, privo di sensi.

Si ridestò svegliato dalla melodia di una canzone che una giovane fanciulla stava intonando con la propria voce. La misteriosa sconosciuta gli stava applicando sulla botta contusa una compressa di impacchi di erba verde.

«Risanerà la tua ferita e ti guarirà.» disse, spiegando.

Giangiovanni le chiese quale fosse il suo nome e lei, interrogata, rispose: «Il mio nome, quello con cui mi chiamano, è Anna, Anna di Plosi. Plosi è la città natale da cui provengo, capitale della biscontea di Ridondanzia.»

A Giangiovanni sovvenne un ricordo: i bisconti di Plosi erano nobili aristocratici. Meglio esibire un grande sfoggio di buone maniere e galateo.

«Servo vostro, per servirvi.» disse.

«Per servirvi, al momento sono io che servo voi.» rise la nobile aristocratica «Voi però è meglio che riposiate e, riposando, mi riveliate chi siete e la vostra identità»

Subito Giangiovanni raccontò un resoconto degli avvenimenti appena accaduti poco prima. Ascoltandolo parlare, Anna di Plosi aggrottò la fronte, rabbuiandosi. Poi cominciò a parlare, e spiegò: «Sono i Briganti Opposti. Opposti sono i loro aspetti, le fattezze con cui avvicinano i viandanti che peregrinano per queste terre, ma allo stesso tempo proteiformi nella loro mutevolezza.»

«Ammetto di non capire.» riconobbe Giangiovanni, senza comprendere.

«Non capire è legittimo.» riprese la biscontessina «Legittimo non è invece ingannare a tradimento come fanno loro. Loro, che di volta in volta possono apparire alternativamente con le fattezze di un obeso grassissimo in compagnia di un magro scheletrico, o di un ricco milionario tallonato da un povero barbone che lo segue.»

«Ma c’è una grande differenza tra questi diversi assortimenti, o almeno così sembra all’apparenza.»

«All’apparenza sembrano differire nella loro diversità, ma vi giuro e vi assicuro che si tratta sempre degli stessi medesimi individui, ogni volta. E ogni volta che narro questo racconto disoriento i miei confusi ascoltatori.»

Giangiovanni scosse la testa in segno di diniego. «No, per niente. Anche questa elaborata macchinazione pare una scontata ovvietà, se esposta con le vostre spiegazioni. E dite, raccontate, quale causa motiva le malefatte dei due mascalzoni?»

«Mascalzoni senz’altro sono quei lestofanti, dite bene e giustamente. E giustamente vi dirò che le trame da loro ordite sono un mistero imperscrutabile, e imperscrutabile è lo scopo che si sono prefissi come obiettivo. Ma obiettivo credo sia il mio giudizio se ritengo, tuttavia, che essi odino e detestino tutto il mondo intero in cui noi viviamo tranquilli conducendo le nostre serene esistenze. Esistenze grame sono le loro invece, e tristi: tristi sono quei criminali che delinquono contro giovani ragazzi come te, Giangiovanni, per sfogare la loro ira rabbiosa contro la brava e onesta gente della nostra biscontea.»

Giangiovanni, impaurito per timore che i Briganti Opposti tornassero, suggerì una proposta: «Fuggiamo via di qui.»

«Qui è sicuro,»replicò la biscontessina «non colpiscono mai due volte nello stesso identico luogo, come del resto non replicano mai le sembianze uguali alla volta prima. Prima che mi dimentichi, mi rammento ora di un ricordo: ricordo che il coltissimo erudito Pierpiero ipotizzò una teoria secondo la quale i Briganti Opposti non sopportano le ripetizioni, le iterazioni, i raddoppiamenti, le ridondanze.»

«Dunque è una buffa ironia, allora, che viaggino in coppia in due.» considerò Giangiovanni in un’assorta ponderazione.

«Due, per l’appunto. Questa è la loro infelice condanna.»

«E ditemi, biscontessina, ditemi: perché? Come mai?»

«Mai ci sarà dato saperlo, temo. Temo, eppure con voi qui accanto al mio fianco so che i Briganti non si rifaranno vivi, poiché non attaccano mai la stessa identica persona per più di una singola volta.»

«Rimanete un po’ con me per qualche tempo allora, se volete. Dimoro in una piccola casupola qui vicino.»

«Vicino? In tal caso, se è così, conducetemici.»

«E ora che ci unisce un’affiatata confidenza, se volete potete chiamarmi con il soprannome con cui sono conosciuto: Giangianni. Ma ora andiamo, avviamoci subito.»

E mentre le campane gemelle del campanile della città capitale della biscontea battevano e ribattevano il loro ri-don-dan, i due si presero sottobraccio e si incamminarono così, a braccetto, volgendo le spalle al sole radioso che brillava dietro di loro.

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