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	<title>Commenti per Sudare inchiostro</title>
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	<description>la narrativa è un lavoro sporco</description>
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		<title>Commenti su Il ritorno della Rowling – Miserie babbane di Loriene</title>
		<link>http://sudareinchiostro.it/2012/10/22/il-ritorno-della-rowling-miserie-babbane/#comment-4043</link>
		<dc:creator>Loriene</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 May 2013 20:36:04 +0000</pubDate>
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		<description>Come?Dei serpeverde? Loro sono intelligenti di solito,quindi non si può fare il paragone. Comunque,ho letto qualche mese fa il libro e anche io mi aspettavo un disastro ....insomma un vero disastro.,il finale mi è sembrato meno disastroso di come si preannunciava. Io ritengo stupido l&#039;atteggiamento dei &#039;vojiamo errriiiiiii&#039;anche perché queste persone non hanno considerato che 1 Harry potter è una saga buona ma non eccellente e che 2 quesi poveri bimbiminchia babbani non hanno per nulla capito che the casual vacancy è uno studio sulla vita dei più miseri babbani</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Come?Dei serpeverde? Loro sono intelligenti di solito,quindi non si può fare il paragone. Comunque,ho letto qualche mese fa il libro e anche io mi aspettavo un disastro &#8230;.insomma un vero disastro.,il finale mi è sembrato meno disastroso di come si preannunciava. Io ritengo stupido l&#8217;atteggiamento dei &#8216;vojiamo errriiiiiii&#8217;anche perché queste persone non hanno considerato che 1 Harry potter è una saga buona ma non eccellente e che 2 quesi poveri bimbiminchia babbani non hanno per nulla capito che the casual vacancy è uno studio sulla vita dei più miseri babbani</p>
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		<title>Commenti su Dammi sei parole di Renato</title>
		<link>http://sudareinchiostro.it/2012/03/02/dammi-sei-parole/#comment-4039</link>
		<dc:creator>Renato</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 May 2013 14:59:27 +0000</pubDate>
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		<description>Non è mia. L&#039;ho sentita qualche tempo fa in occasione di un concorso per racconti di sei-parole-sei: SI CONSIDERI ASSUNTA. ORA PUO&#039; RIVESTIRSI.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Non è mia. L&#8217;ho sentita qualche tempo fa in occasione di un concorso per racconti di sei-parole-sei: SI CONSIDERI ASSUNTA. ORA PUO&#8217; RIVESTIRSI.</p>
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		<title>Commenti su Dammi sei parole di Mattia</title>
		<link>http://sudareinchiostro.it/2012/03/02/dammi-sei-parole/#comment-4035</link>
		<dc:creator>Mattia</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Apr 2013 08:47:24 +0000</pubDate>
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		<description>È ben riuscita, direi! Però bisognerebbe togliere “allegramente” per avere davvero sei parole.
Riguardo a quanto dicevi all&#039;inizio del commento, possiamo dire che intuitivamente la prima persona potrebbe essere meglio della terza. Questo perché, banalmente, in italiano i verbi in prima persona non hanno bisogno di un soggetto esplicito all&#039;interno della frase. Però, a conti fatti, vediamo che in queste storie di sei parole possiamo omettere tranquillamente anche il soggetto di un verbo alla terza persona, dando per scontato un “personaggio X” che viene definito attraverso il significato degli elementi esplicitati. L&#039;esempio più vicino è proprio la storia che hai scritto tu. Quindi direi che non c&#039;è molta differenza nell&#039;uso di una persona o dell&#039;altra.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>È ben riuscita, direi! Però bisognerebbe togliere “allegramente” per avere davvero sei parole.<br />
Riguardo a quanto dicevi all&#8217;inizio del commento, possiamo dire che intuitivamente la prima persona potrebbe essere meglio della terza. Questo perché, banalmente, in italiano i verbi in prima persona non hanno bisogno di un soggetto esplicito all&#8217;interno della frase. Però, a conti fatti, vediamo che in queste storie di sei parole possiamo omettere tranquillamente anche il soggetto di un verbo alla terza persona, dando per scontato un “personaggio X” che viene definito attraverso il significato degli elementi esplicitati. L&#8217;esempio più vicino è proprio la storia che hai scritto tu. Quindi direi che non c&#8217;è molta differenza nell&#8217;uso di una persona o dell&#8217;altra.</p>
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		<title>Commenti su Dammi sei parole di Vins</title>
		<link>http://sudareinchiostro.it/2012/03/02/dammi-sei-parole/#comment-4034</link>
		<dc:creator>Vins</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Apr 2013 08:12:11 +0000</pubDate>
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		<description>Interessantissimi ed esaustivi tutti i tuoi raggionamenti, e complimenti per la tua storia.
Ma quante parole per descrivere solo la funzione di sei, ti sei dilungato alquanto, avresti potuto dire tutto scrivendo:
_
&quot;Un funambolo confabulando tra ovvietà e indeterminatezza&quot;
_
A parte gli scherzi davvero interessante.
_
Una costatazione o dubbio che mi è venuto subito, funziona meglio parlare in prima persona o in terza persona?
Parlando di storia viene spontaneo usare la terza persona, ma con un pò di analisi della cosa, la mia conclusione è che:
Scrivere la mini storia in prima persona è audace ma a volte funziona e bene.
cito una poesia di Ungaretti del 1925 composta da sole 5 parole, ma che generano un mondo.
&quot;D&#039;altri diluvi una colomba ascolto&quot;
un uomo che parla della sua grande fede e descrive un momento sommesso, di intima preghiera, 
ci rimanda a un evento bibblico ma ci fa notare come questo può ripetersi nel quotidiano di ognuno di noi, come un silenzioso miracolo.
C&#039;è l&#039;elemento climatico, l&#039;elemento religioso, un protagonista (l&#039;autore), un secondo essere vivente (la colomba) 
e il gesto di &quot;ascoltare&quot; che può essere inteso in molti modi. C&#039;è la metafora, c&#039;è il pathos.
_
io mi occupo di arti visive, e ti dirò, è la stessa matematica; 
in una buona fotografia, in una fotografia vincente, 
non puoi immaginare quanto il &quot;non visto&quot; sia potente ;)
(per citare le tue parole)
_
Però io non avrei sottovalutato l&#039;elemento ironico, che molti, forse inconsciamente hanno tentato di usare, forse sbagliando e creando solo sketch buffi, ma lo slancio di base era giusto.
Perchè secondo me, per ogni chimica, i cardini o i pilastri portanti sono sempre tre, bisogna dare almeno tre input al lettore.
Come aveva formulato Félix Fénéon, nei suoi &quot;romanzi in tre righe&quot; 
Una riga per l’ambiente, una per la cronaca più o meno nera e l’ultima per l’epilogo, si chiama formula Fénéon”.
Quel che tocca fare a noi, è di rendere questo avendo a disposizione due parole per ogni input.
_
Quindi alle tue parole chiave ne aggiungerei altre, e direi che per creare una storia vincente ce ne debbano essere almeno tre: 
Concretezza; Sentimenti; Ironia; finale a sorpresa o imprevedibile;
Suspance (anche grazie alla punteggiatura);
Metafora, similitudine o doppio significato;
Descrizione, nome o presenza di un protagonista;
Descrizione di un ambiente/tempo/o fenomeno atmosferico; 
Dare un identità o un carattere ben definito, tema macabro, tema erotico etc.
_
Ti ringrazio ancora per la tua logica, mi sarà utile. e ti saluto con una mia proposta di 6ws un po&#039; improvvisata (e ispirata a un detto popolare di un epitaffio).
_
&quot;Moltiplicò, mai sottrasse, i parenti allegramente divisero&quot;
_
Vins</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Interessantissimi ed esaustivi tutti i tuoi raggionamenti, e complimenti per la tua storia.<br />
Ma quante parole per descrivere solo la funzione di sei, ti sei dilungato alquanto, avresti potuto dire tutto scrivendo:<br />
_<br />
&#8220;Un funambolo confabulando tra ovvietà e indeterminatezza&#8221;<br />
_<br />
A parte gli scherzi davvero interessante.<br />
_<br />
Una costatazione o dubbio che mi è venuto subito, funziona meglio parlare in prima persona o in terza persona?<br />
Parlando di storia viene spontaneo usare la terza persona, ma con un pò di analisi della cosa, la mia conclusione è che:<br />
Scrivere la mini storia in prima persona è audace ma a volte funziona e bene.<br />
cito una poesia di Ungaretti del 1925 composta da sole 5 parole, ma che generano un mondo.<br />
&#8220;D&#8217;altri diluvi una colomba ascolto&#8221;<br />
un uomo che parla della sua grande fede e descrive un momento sommesso, di intima preghiera,<br />
ci rimanda a un evento bibblico ma ci fa notare come questo può ripetersi nel quotidiano di ognuno di noi, come un silenzioso miracolo.<br />
C&#8217;è l&#8217;elemento climatico, l&#8217;elemento religioso, un protagonista (l&#8217;autore), un secondo essere vivente (la colomba)<br />
e il gesto di &#8220;ascoltare&#8221; che può essere inteso in molti modi. C&#8217;è la metafora, c&#8217;è il pathos.<br />
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io mi occupo di arti visive, e ti dirò, è la stessa matematica;<br />
in una buona fotografia, in una fotografia vincente,<br />
non puoi immaginare quanto il &#8220;non visto&#8221; sia potente <img src='http://sudareinchiostro.it/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';)' class='wp-smiley' /><br />
(per citare le tue parole)<br />
_<br />
Però io non avrei sottovalutato l&#8217;elemento ironico, che molti, forse inconsciamente hanno tentato di usare, forse sbagliando e creando solo sketch buffi, ma lo slancio di base era giusto.<br />
Perchè secondo me, per ogni chimica, i cardini o i pilastri portanti sono sempre tre, bisogna dare almeno tre input al lettore.<br />
Come aveva formulato Félix Fénéon, nei suoi &#8220;romanzi in tre righe&#8221;<br />
Una riga per l’ambiente, una per la cronaca più o meno nera e l’ultima per l’epilogo, si chiama formula Fénéon”.<br />
Quel che tocca fare a noi, è di rendere questo avendo a disposizione due parole per ogni input.<br />
_<br />
Quindi alle tue parole chiave ne aggiungerei altre, e direi che per creare una storia vincente ce ne debbano essere almeno tre:<br />
Concretezza; Sentimenti; Ironia; finale a sorpresa o imprevedibile;<br />
Suspance (anche grazie alla punteggiatura);<br />
Metafora, similitudine o doppio significato;<br />
Descrizione, nome o presenza di un protagonista;<br />
Descrizione di un ambiente/tempo/o fenomeno atmosferico;<br />
Dare un identità o un carattere ben definito, tema macabro, tema erotico etc.<br />
_<br />
Ti ringrazio ancora per la tua logica, mi sarà utile. e ti saluto con una mia proposta di 6ws un po&#8217; improvvisata (e ispirata a un detto popolare di un epitaffio).<br />
_<br />
&#8220;Moltiplicò, mai sottrasse, i parenti allegramente divisero&#8221;<br />
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Vins</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Hunger Games – Buoni da morire di Mattia</title>
		<link>http://sudareinchiostro.it/2012/05/22/hunger-games-buoni-da-morire/#comment-4025</link>
		<dc:creator>Mattia</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Apr 2013 15:28:06 +0000</pubDate>
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		<description>Il fatto che un libro sia per ragazzi non vuol dire che sia sciocco. &lt;em&gt;Hunger Games&lt;/em&gt; è un bestseller, su questo non ci piove, ed è stato scritto pensando ad un target di lettori giovani. Non ritengo questa caratteristica particolarmente negativa, e non credo che ce la si debba prendere se un libro che si è apprezzato viene definito &quot;young adult&quot;.
Il confronto con i protagonisti di &lt;em&gt;Twilight&lt;/em&gt; serve proprio a mostrare che non tutti i romanzi per ragazzi sono delle boiate. Dire che &lt;em&gt;Twilight&lt;/em&gt; è per adolescenti e &lt;em&gt;Hunger Games&lt;/em&gt; molto meno, invece, implica che la letteratura per ragazzi debba essere superficiale, altrimenti rischia di non venire capita da quelle zucche vuote dei teenager.
Continuo a ritenere &lt;em&gt;Hunger Games&lt;/em&gt; un libro per ragazzi, e non credo di svilirlo in alcun modo chiamandolo così.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Il fatto che un libro sia per ragazzi non vuol dire che sia sciocco. <em>Hunger Games</em> è un bestseller, su questo non ci piove, ed è stato scritto pensando ad un target di lettori giovani. Non ritengo questa caratteristica particolarmente negativa, e non credo che ce la si debba prendere se un libro che si è apprezzato viene definito &#8220;young adult&#8221;.<br />
Il confronto con i protagonisti di <em>Twilight</em> serve proprio a mostrare che non tutti i romanzi per ragazzi sono delle boiate. Dire che <em>Twilight</em> è per adolescenti e <em>Hunger Games</em> molto meno, invece, implica che la letteratura per ragazzi debba essere superficiale, altrimenti rischia di non venire capita da quelle zucche vuote dei teenager.<br />
Continuo a ritenere <em>Hunger Games</em> un libro per ragazzi, e non credo di svilirlo in alcun modo chiamandolo così.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Hunger Games – Buoni da morire di mousse</title>
		<link>http://sudareinchiostro.it/2012/05/22/hunger-games-buoni-da-morire/#comment-4024</link>
		<dc:creator>mousse</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Apr 2013 13:28:35 +0000</pubDate>
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		<description>Definirlo &quot;l’ultimo bestseller per adolescenti&quot; è decisamente limitativo. 
Le questioni di fondo sono molto profonde. E non capisco in questo post cosa c&#039;entrino i protagonisti di twilight. Non sono due saghe neanche minimamente paragonabili. Twilight sì e per adolescenti, Hunger games lo è molto di meno.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Definirlo &#8220;l’ultimo bestseller per adolescenti&#8221; è decisamente limitativo.<br />
Le questioni di fondo sono molto profonde. E non capisco in questo post cosa c&#8217;entrino i protagonisti di twilight. Non sono due saghe neanche minimamente paragonabili. Twilight sì e per adolescenti, Hunger games lo è molto di meno.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Un calcio nei versicoli di Tommaso</title>
		<link>http://sudareinchiostro.it/2011/10/10/un-calcio-nei-versicoli/#comment-4004</link>
		<dc:creator>Tommaso</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Apr 2013 08:13:09 +0000</pubDate>
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		<description>Ti ringrazio per queste osservazioni pertinenti e corrette, anche perché mi permettono di riesaminare alcuni punti chiave del discorso. Il discorso sulla funzione memoriale della poesia mi sembra possa spiegare molto chiaramente il paradigma dell&#039;ansia dell&#039;influenza o i modelli di critica letteraria fondati sulla teoria dell&#039;informazione. Ma a parte questi modelli, che mi sembrano vecchi e non utilizzabili oggi, quello che volevo ribadire è il fatto che la definizione di poesia dipende da una data teoria estetica. La mia prospettiva non è quella di un estetica come scienza del bello, semmai quella di una considerazione delle funzioni antropologiche e biologiche di un fenomeno estetico (Biopoetica). Per questo è complesso definire cosa sia e cosa non sia poesia, ed anche la mia definizione precedente è parziale e denotata da una certa impostazione teorica. Il fatto è che assimilare metrica e poesia non permette di capire perché secondo la tassonomia dei generi letterari attuali le Illuminazioni di Rimbaud, o i Canti di Maldoror siano classificati come &quot;poesia&quot;. Mi sembra che il modello estetico che tu definisci come &quot;ermetismo&quot; e che ha le sua teorizzazione nei surrealisti, elabori un particolare sistema proprio per rendere un testo più memorabile rispetto agli altri. Solo questo metodo non è più fondato sulla ritmica, ma su una serie di regole di composizione che alterino a livello sintattico e semantico il contenuto del testo. Come appunto l&#039;incontro fortuito di un cammello con una macchina da cucire - te lo ricordi appunto perché &quot;suona strano&quot;. Per es. come nel caso (banalissimo) di una poesia di Jim Morrison dove alla domanda &quot;Hai mai visto Dio?&quot; risponde &quot;Un Mandala, un angelo simmetrico&quot;. Ecco, cosa vuol dire precisamente &quot;angelo simmetrico&quot;? Boh! si possono fornire fior di interpretazioni (storiche, semiotiche, psicanalitiche-junghiane, psicanalitiche-lacaniane, antropologiche, formali, etc...). Mi sembra che il punto fondamentale del ragionamento sia la domanda &quot;quando è poesia&quot;, e la risposta, credo, non può essere data da una sola ragione, ovvero quella metrica, intesa come complesso di regole che strutturano un certo uso del linguaggio verbale in una lingua storico-naturale. La definizione è soggetta a teorie estetiche e quindi probabilmente Croce ti avrebbe detto che quella poesia di Montale non era &quot;Poesia&quot;. Diciamo che la definizione &quot;metrica&quot; di cos&#039;è poesia è parziale così quanto quella del carattere memorativo, però se la domanda ce la poniamo oggi, allora forse questa seconda ipotesi è più adeguata. Questo lo dico perché se un&#039;autore scrive qualcosa (a meno che non lo faccia per puro diletto) credo che la sua maggiore aspirazione sia quella del ricordo, e quindi dovrà studiare ed escogitare le tecniche che gli permettono di raggiungere questo fine. Fino a Mallarmè (più o meno) queste tecniche erano collegate a tutto un sistema editoriale, autoriale, sociale e politico che si è andato affievolendo, sino alla confusione attuale. Il punto è però che non è detto che le tecniche debbano essere sempre le stesse. Un confronto con la storia della pittura Europea occidentale forse aiuta. In questo caso è evidente che l&#039;innovazione della tecnica comporta delle rimodulazioni del linguaggio, le quali possono arrivare sino ad un &quot;grado zero&quot; di mimesi. Il fatto è che le evoluzioni non sono determinate solo dalla volontà degli autori, ma da tutto un complesso di cambiamenti economici, sociali e tecnologici. Per cui se ci sono i colori in tubetto e si può dipingere all&#039;aperto, cambiano le tecniche ed i soggetti. Ora, nel caso della poesia, avviene lo stesso. Se abbiamo a disposizione il medium del computer, perché dovremmo continuare a scrivere come se avessimo a disposizione solo una penna ed un foglio? Esistono anche forme di poesia digitale, di code poetry, e se mediante queste forme è possibile esprimere qualcosa di &quot;bello&quot;, credo che avvenga proprio attraverso gli stessi criteri che rendevano bella la poesia in metrica nel &#039;300. Sul cinema il problema è complesso: c&#039;è un passo delle Histoire(s) du Cinéma di Godard dove si chiede perché in Italia il Neorealismo ha dato registi così grandi, e la sua risposta è: perché l&#039;uso poetico della lingua che i grandi poeti hanno fatto nei secoli precedenti si è trasferito in immagini. E sempre su questo punto è evidente che in Italia (forse più che in altri contesti) alcuni grandi sceneggiatori avevano una relazione colla poesia (vedi Guerra, Bertolucci, Pasolini). Ecco, nei film sceneggiati da Guerra (quelli degli anni &#039;50-&#039;70) è evidente un uso poetico del linguaggio, ma c&#039;è anche un uso poetico delle immagini in movimento. L&#039;esempio più chiaro in questo senso mi sembra essere la poesia di Pasolini &quot;Come in un film di Godard&quot;: è evidentemente una brutta poesia, e perché? Perché Pasolini decide di dedicarsi sempre meno all&#039;espressione scritta in lingua ed edita su libri o riviste per rivolgersi ad un altro linguaggio. Ciò che volevo dire in sostanza si può riassumere così: il concetto di metrica, inteso come insieme di regole che codificano un linguaggio diverso da quello ordinario, è applicabile anche a linguaggi che non siano quello verbale. In questo senso ogni opera che viene eletta allo statuto di &quot;arte&quot; è per forza scritta in una forma metrica. Però ogni linguaggio è legato anche ad un mezzo espressivo ed a condizioni di enunciazione e di distribuzione. La poesia in metro, scritta per essere pubblicata su riviste o libri è oggi totalmente minoritaria. Al contrario maggioritaria è l&#039;enorme proliferazione di testi erroneamente definiti &quot;poesia&quot;, quando in realtà solo solo testi in prosa dove l&#039;unità &#039;verso&#039; è legata solo all&#039;intuite regola del &quot;vai a capo a casaccio&quot;, come anche tu sottolinei. Però esiste anche la prosa poetica (come Rimbaud, Cioran, Aratud, Pessoa nel libro dell&#039;inquietudine, etc...) che ovviamente non è scritta in metrica, eppure in un&#039;ipotetica tassonomia vernacolare noi rubrichiamo come &quot;poesia&quot;. E qui è il nodo della questione: esiste una forma contemporanea della poesia? A quali codici fa riferimento? Quali sono i suoi contesti di enunciazione e diffusione (i poetry slam? la code poetry? un certo tipo di teatro d&#039;avanguardia?) Ecco, a queste domande io non ho alcuna risposta. L&#039;unica cosa che penso è che la nostra lingua è un costrutto storico, così come l&#039;alfabeto e così le regole metriche della poesia. Ogni società elabora i suoi mezzi e le sue regole per la creazione di opere memorabili, però tutto questo è strettamente legato alle tecnologie, alle condizioni politiche ed infine,  al caso.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ti ringrazio per queste osservazioni pertinenti e corrette, anche perché mi permettono di riesaminare alcuni punti chiave del discorso. Il discorso sulla funzione memoriale della poesia mi sembra possa spiegare molto chiaramente il paradigma dell&#8217;ansia dell&#8217;influenza o i modelli di critica letteraria fondati sulla teoria dell&#8217;informazione. Ma a parte questi modelli, che mi sembrano vecchi e non utilizzabili oggi, quello che volevo ribadire è il fatto che la definizione di poesia dipende da una data teoria estetica. La mia prospettiva non è quella di un estetica come scienza del bello, semmai quella di una considerazione delle funzioni antropologiche e biologiche di un fenomeno estetico (Biopoetica). Per questo è complesso definire cosa sia e cosa non sia poesia, ed anche la mia definizione precedente è parziale e denotata da una certa impostazione teorica. Il fatto è che assimilare metrica e poesia non permette di capire perché secondo la tassonomia dei generi letterari attuali le Illuminazioni di Rimbaud, o i Canti di Maldoror siano classificati come &#8220;poesia&#8221;. Mi sembra che il modello estetico che tu definisci come &#8220;ermetismo&#8221; e che ha le sua teorizzazione nei surrealisti, elabori un particolare sistema proprio per rendere un testo più memorabile rispetto agli altri. Solo questo metodo non è più fondato sulla ritmica, ma su una serie di regole di composizione che alterino a livello sintattico e semantico il contenuto del testo. Come appunto l&#8217;incontro fortuito di un cammello con una macchina da cucire &#8211; te lo ricordi appunto perché &#8220;suona strano&#8221;. Per es. come nel caso (banalissimo) di una poesia di Jim Morrison dove alla domanda &#8220;Hai mai visto Dio?&#8221; risponde &#8220;Un Mandala, un angelo simmetrico&#8221;. Ecco, cosa vuol dire precisamente &#8220;angelo simmetrico&#8221;? Boh! si possono fornire fior di interpretazioni (storiche, semiotiche, psicanalitiche-junghiane, psicanalitiche-lacaniane, antropologiche, formali, etc&#8230;). Mi sembra che il punto fondamentale del ragionamento sia la domanda &#8220;quando è poesia&#8221;, e la risposta, credo, non può essere data da una sola ragione, ovvero quella metrica, intesa come complesso di regole che strutturano un certo uso del linguaggio verbale in una lingua storico-naturale. La definizione è soggetta a teorie estetiche e quindi probabilmente Croce ti avrebbe detto che quella poesia di Montale non era &#8220;Poesia&#8221;. Diciamo che la definizione &#8220;metrica&#8221; di cos&#8217;è poesia è parziale così quanto quella del carattere memorativo, però se la domanda ce la poniamo oggi, allora forse questa seconda ipotesi è più adeguata. Questo lo dico perché se un&#8217;autore scrive qualcosa (a meno che non lo faccia per puro diletto) credo che la sua maggiore aspirazione sia quella del ricordo, e quindi dovrà studiare ed escogitare le tecniche che gli permettono di raggiungere questo fine. Fino a Mallarmè (più o meno) queste tecniche erano collegate a tutto un sistema editoriale, autoriale, sociale e politico che si è andato affievolendo, sino alla confusione attuale. Il punto è però che non è detto che le tecniche debbano essere sempre le stesse. Un confronto con la storia della pittura Europea occidentale forse aiuta. In questo caso è evidente che l&#8217;innovazione della tecnica comporta delle rimodulazioni del linguaggio, le quali possono arrivare sino ad un &#8220;grado zero&#8221; di mimesi. Il fatto è che le evoluzioni non sono determinate solo dalla volontà degli autori, ma da tutto un complesso di cambiamenti economici, sociali e tecnologici. Per cui se ci sono i colori in tubetto e si può dipingere all&#8217;aperto, cambiano le tecniche ed i soggetti. Ora, nel caso della poesia, avviene lo stesso. Se abbiamo a disposizione il medium del computer, perché dovremmo continuare a scrivere come se avessimo a disposizione solo una penna ed un foglio? Esistono anche forme di poesia digitale, di code poetry, e se mediante queste forme è possibile esprimere qualcosa di &#8220;bello&#8221;, credo che avvenga proprio attraverso gli stessi criteri che rendevano bella la poesia in metrica nel &#8217;300. Sul cinema il problema è complesso: c&#8217;è un passo delle Histoire(s) du Cinéma di Godard dove si chiede perché in Italia il Neorealismo ha dato registi così grandi, e la sua risposta è: perché l&#8217;uso poetico della lingua che i grandi poeti hanno fatto nei secoli precedenti si è trasferito in immagini. E sempre su questo punto è evidente che in Italia (forse più che in altri contesti) alcuni grandi sceneggiatori avevano una relazione colla poesia (vedi Guerra, Bertolucci, Pasolini). Ecco, nei film sceneggiati da Guerra (quelli degli anni &#8217;50-&#8217;70) è evidente un uso poetico del linguaggio, ma c&#8217;è anche un uso poetico delle immagini in movimento. L&#8217;esempio più chiaro in questo senso mi sembra essere la poesia di Pasolini &#8220;Come in un film di Godard&#8221;: è evidentemente una brutta poesia, e perché? Perché Pasolini decide di dedicarsi sempre meno all&#8217;espressione scritta in lingua ed edita su libri o riviste per rivolgersi ad un altro linguaggio. Ciò che volevo dire in sostanza si può riassumere così: il concetto di metrica, inteso come insieme di regole che codificano un linguaggio diverso da quello ordinario, è applicabile anche a linguaggi che non siano quello verbale. In questo senso ogni opera che viene eletta allo statuto di &#8220;arte&#8221; è per forza scritta in una forma metrica. Però ogni linguaggio è legato anche ad un mezzo espressivo ed a condizioni di enunciazione e di distribuzione. La poesia in metro, scritta per essere pubblicata su riviste o libri è oggi totalmente minoritaria. Al contrario maggioritaria è l&#8217;enorme proliferazione di testi erroneamente definiti &#8220;poesia&#8221;, quando in realtà solo solo testi in prosa dove l&#8217;unità &#8216;verso&#8217; è legata solo all&#8217;intuite regola del &#8220;vai a capo a casaccio&#8221;, come anche tu sottolinei. Però esiste anche la prosa poetica (come Rimbaud, Cioran, Aratud, Pessoa nel libro dell&#8217;inquietudine, etc&#8230;) che ovviamente non è scritta in metrica, eppure in un&#8217;ipotetica tassonomia vernacolare noi rubrichiamo come &#8220;poesia&#8221;. E qui è il nodo della questione: esiste una forma contemporanea della poesia? A quali codici fa riferimento? Quali sono i suoi contesti di enunciazione e diffusione (i poetry slam? la code poetry? un certo tipo di teatro d&#8217;avanguardia?) Ecco, a queste domande io non ho alcuna risposta. L&#8217;unica cosa che penso è che la nostra lingua è un costrutto storico, così come l&#8217;alfabeto e così le regole metriche della poesia. Ogni società elabora i suoi mezzi e le sue regole per la creazione di opere memorabili, però tutto questo è strettamente legato alle tecnologie, alle condizioni politiche ed infine,  al caso.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Un calcio nei versicoli di Mattia</title>
		<link>http://sudareinchiostro.it/2011/10/10/un-calcio-nei-versicoli/#comment-4003</link>
		<dc:creator>Mattia</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Apr 2013 13:41:04 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://sudareinchiostro.it/?p=821#comment-4003</guid>
		<description>Quindi la poesia morirà, e dovremmo metterci tutti a fare cinema? Può darsi, ma con questi presupposti non staremmo nemmeno qui a discuterne. Diciamo che preferisco scrivere sonetti per il mio blog, sperduto nella provincia digitale, che girare il prossimo cinepanettone.
Su un punto fondamentale mi trovi in profondo disaccordo:
&lt;blockquote&gt;E non è che la metrica deve essere così regolare perché è bella e &quot;suona bene&quot;, ma semplicemente perché così si ricorda meglio, è un mezzo per tramandare meglio le informazioni,&lt;/blockquote&gt;
Dicendo così neghi che la forma poetica (sia questa in metro oppure no) abbia una qualsiasi funzione estetica. Come dire che i pittori del Cinquecento non si limitavano a disegnare omini stecchini solo perché così uno si ricordava meglio gli addominali dei martiri. Ritorna più volte, nel tuo commento, l&#039;utilità della metrica come mezzo di memorizzazione. È innegabile che ritmo e rime facilitassero l&#039;apprendimento del testo, ma che la metrica sia rimasta solo per questo motivo è falso; come accade per ogni fenomeno artistico, le cause che hanno portato alla permanenza di certe tecniche e modalità espressive sono anche estetiche, e perciò culturali. E poi la mia visione della poesia è arida? La negazione del bello come valore culturale non lo è?
Le radici della metrica affondano in un substrato musicale dovuto alla modalità e allo scopo delle composizioni (esecuzione accompagnata da strumenti e memorizzazione al fine di tramandare un messaggio), questo è verissimo. Ma ad un certo punto la poesia si è staccata dalla dimensione popolare e orale, ed è diventata strumento culturale in senso ristretto, ossia di un&#039;élite colta, che in parte poteva continuare a considerare propri gli obiettivi della produzione popolare, ma che era anche mossa da motivazioni differenti. Una di queste era proprio la bellezza, il rispondere ad un canone estetico che andava oltre l&#039;utilità pratica della memorizzazione. Altrimenti non possiamo spiegarci come mai si sia arrivati a certe punte di perfezione (e complessità) formale. Pare che la gente ricordasse benissimo le filastrocche anche senza rime e versi perfetti, ed è per questo che filastrocche, indovinelli, proverbi (ma anche, se non ricordo male, molti dei più antichi componimenti in lingue romanze che ci sono giunti) sono zeppi di versi assonanzati, consonanzati e che non rispettano una misura sillabica esatta.
Scrivi poi: &lt;blockquote&gt;Per concludere, secondo me poesia indica due cose: generalmente qualsiasi attività creativa, e più in specifico quell&#039;attività creativa che modifica i linguaggi dal loro uso comune (ovvero destinato all&#039;oblio) verso un uso modificato. Questo avviene mediante l&#039;impiego di varie tecniche storicamente determinate e che tendono ad assumere la forma più consona alla memorizzazione e trasmissione delle informazioni.&lt;/blockquote&gt;
Secondo quello che scrivi qui, &lt;em&gt;Il ramarro&lt;/em&gt; di Montale non è poesia. Con l&#039;avvento del verso libero e della presentazione ermetica dei contenuti, la tecnica poetica non è affatto &quot;la forma più consona alla memorizzazione e trasmissione delle informazioni&quot;.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Quindi la poesia morirà, e dovremmo metterci tutti a fare cinema? Può darsi, ma con questi presupposti non staremmo nemmeno qui a discuterne. Diciamo che preferisco scrivere sonetti per il mio blog, sperduto nella provincia digitale, che girare il prossimo cinepanettone.<br />
Su un punto fondamentale mi trovi in profondo disaccordo:</p>
<blockquote><p>E non è che la metrica deve essere così regolare perché è bella e &#8220;suona bene&#8221;, ma semplicemente perché così si ricorda meglio, è un mezzo per tramandare meglio le informazioni,</p></blockquote>
<p>Dicendo così neghi che la forma poetica (sia questa in metro oppure no) abbia una qualsiasi funzione estetica. Come dire che i pittori del Cinquecento non si limitavano a disegnare omini stecchini solo perché così uno si ricordava meglio gli addominali dei martiri. Ritorna più volte, nel tuo commento, l&#8217;utilità della metrica come mezzo di memorizzazione. È innegabile che ritmo e rime facilitassero l&#8217;apprendimento del testo, ma che la metrica sia rimasta solo per questo motivo è falso; come accade per ogni fenomeno artistico, le cause che hanno portato alla permanenza di certe tecniche e modalità espressive sono anche estetiche, e perciò culturali. E poi la mia visione della poesia è arida? La negazione del bello come valore culturale non lo è?<br />
Le radici della metrica affondano in un substrato musicale dovuto alla modalità e allo scopo delle composizioni (esecuzione accompagnata da strumenti e memorizzazione al fine di tramandare un messaggio), questo è verissimo. Ma ad un certo punto la poesia si è staccata dalla dimensione popolare e orale, ed è diventata strumento culturale in senso ristretto, ossia di un&#8217;élite colta, che in parte poteva continuare a considerare propri gli obiettivi della produzione popolare, ma che era anche mossa da motivazioni differenti. Una di queste era proprio la bellezza, il rispondere ad un canone estetico che andava oltre l&#8217;utilità pratica della memorizzazione. Altrimenti non possiamo spiegarci come mai si sia arrivati a certe punte di perfezione (e complessità) formale. Pare che la gente ricordasse benissimo le filastrocche anche senza rime e versi perfetti, ed è per questo che filastrocche, indovinelli, proverbi (ma anche, se non ricordo male, molti dei più antichi componimenti in lingue romanze che ci sono giunti) sono zeppi di versi assonanzati, consonanzati e che non rispettano una misura sillabica esatta.<br />
Scrivi poi:<br />
<blockquote>Per concludere, secondo me poesia indica due cose: generalmente qualsiasi attività creativa, e più in specifico quell&#8217;attività creativa che modifica i linguaggi dal loro uso comune (ovvero destinato all&#8217;oblio) verso un uso modificato. Questo avviene mediante l&#8217;impiego di varie tecniche storicamente determinate e che tendono ad assumere la forma più consona alla memorizzazione e trasmissione delle informazioni.</p></blockquote>
<p>Secondo quello che scrivi qui, <em>Il ramarro</em> di Montale non è poesia. Con l&#8217;avvento del verso libero e della presentazione ermetica dei contenuti, la tecnica poetica non è affatto &#8220;la forma più consona alla memorizzazione e trasmissione delle informazioni&#8221;.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Un calcio nei versicoli di Tommaso</title>
		<link>http://sudareinchiostro.it/2011/10/10/un-calcio-nei-versicoli/#comment-4002</link>
		<dc:creator>Tommaso</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Apr 2013 01:40:26 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://sudareinchiostro.it/?p=821#comment-4002</guid>
		<description>Non so, ma quest&#039;interpretazione non mi convince. Probabilmente in parte è vero che la poesia non ha alcun riconoscimento oggi per le ragioni che hai menzionato. Tuttavia mi sembra che questa prospettiva sia riduttiva rispetto al fenomeno. Cioè a dire che le cause dell&#039;uso del verso libero (e non sciolto) siano più che altro sociali, economiche  e tecnologiche. Semplicemente quando scrivevano Montale ed Ungaretti il tasso di alfabetizzazione era molto più basso, e la poesia era svolta da esponenti delle classi sociali più agiate e quindi, più colte. Il fatto che poi ci possa essere una produzione &quot;popolare/subalterna&quot; di versi rimati mi sembra che sia stato definito da Gramsci e Pasolini come un&#039;appropriamento di formule alte desuete. Mi sembra poi evidente che se al posto di una macchina da scrivere c&#039;è la possibile di tramettere direttamente tutto ciò che si pensa mediante internet, la produzione generale di scritti aumenti, anche se ovviamente questo non implica che tutto ciò verrà ricordato. La poesia, come ogni tipo di arte, ha bisogno di un riconoscimento sociale (scrivere su una famosa rivista, pubblicare con una famosa casa editrice, fare parte di un&#039;avanguardia, etc...). 
Il punto è semplicemente che la figura sociale del poeta connessa con un certo circuito di elementi (l&#039;alta borghesia colta, lo studio serio della letteratura nei licei, l&#039;elitarietà dei licei, l&#039;analfabetismo di massa) che preservavano la sua esistenza. In più che da dire, con Pasolini, che è meglio essere un mediocre regista (come lui) che un ottimo poeta (come Sanguineti) , perché le trasformazioni sociali ed economiche (e in Italia e nel mondo) hanno portato ad una serie di mezzi di diffusione delle informazioni più adeguati alla mondializzazione. La poesia è innanzitutto in una lingua storico-naturale, il cinema può benissimo essere tradotto o sottotitolato senza che si perda nulla (o quasi). Sul fatto che la condizione necessaria per la poesia debba essere la metrica, mi sembra una posizione abbastanza reazionaria soprattutto dopo gli studi di Todorov o di Jakobson. Come classificheresti Lautréamont, o Dino Campana, o Artaud? Convengo che la poesia, in quanto uso impreziosito e controintuitivo del linguaggio debba avere la tendenza al ritmo, alle ripetizioni ed alle regole. Il punto è che credo che partire da questi elementi per definire cosa è poetico da cosa non lo è, ovvero elementi puramente linguistici, testocentrici sia abbastanza arido, esattamente come mettere in versi un discorso solamente calcolando gli accenti e le rime. Se per anni la poesia italiana è esistita secondo determinate formule metriche è perché soprattutto doveva avere una funzione di memoria sociale, di ricordo dell&#039;avvenuto, o di celebrazione, o - nel caso più semplice - di puro svago. Queste funzioni sono oggi svolte molto meglio da altre forme di espressione, come il cinema. C&#039;è poi da dire che (e qui ammetto la mia ignoranza) poco so di come venisse insegnata la metrica nel &#039;500 o nel &#039;700, o nei primi dell&#039; &#039;800, sicuramente in modo diverso da quello che si fa oggi nei licei. Inoltre un elemento fondamentale è che a differenza di altre arti come appunto cinema, musica, danza, pittura, la poesia non ha mai avuto un istituzione dove potesse essere insegnata, così come la scrittura in genere. Oggi abbondano le scuole di scrittura, ma c&#039;è un ordine degli scrittori come un&#039;ordine degli avvocati o dei medici. Questo ultimo punto mi pare il più importante per una definizione della poesia: non si tratta di regole linguistiche, anche se ovviamente la ripetizione e l&#039;uso di un linguaggio non ordinario contano (ma non ordinario può anche voler dire appunto completamente senza senso, come nel caso di Artaud). Si tratta piuttosto di definire uno stile di vita da un lato ed una modalità storica di espressione dall&#039;altro. Per il momento l&#039;utilità sociale della poesia è nulla, non così quando scriveva Virgilio. E non è che la metrica deve essere così regolare perché è bella e &quot;suona bene&quot;, ma semplicemente perché così si ricorda meglio, è un mezzo per tramandare meglio le informazioni, o le ideologie (proverbi, filastrocche, inni nazionali). Dunque il fatto che si arrivi a chiamare &quot;poesia&quot; (i critici) ciò che senso non ha (la lingua inventata di Artaud), oppure che ce l&#039;ha ma è intricatissimo (Joyce) è indice della massimo livello che questa tecnica d&#039;uso del linguaggio può produrre. Questo limite non è stato trasceso, semplicemente ha lasciato delle macerie (il verso libero), che è una tecnica espressiva, ma non è studiata per essere ricordata, ed infatti tutta la marea di parole che circola su internet (questo messaggio compreso) è legata ad una serie di dispositivi a tempo (fornitori di servizi di blog, vita dei servers, etc...) e quindi anche se per un po&#039; di anni ha il suo spazio, questo non vuol dire che che lo avrà in futuro. Per concludere, secondo me poesia indica due cose: generalmente qualsiasi attività creativa, e più in specifico quell&#039;attività creativa che modifica i linguaggi dal loro uso comune (ovvero destinato all&#039;oblio) verso un uso modificato. Questo avviene mediante l&#039;impiego di varie tecniche storicamente determinate e che tendono ad assumere la forma più consona alla memorizzazione e trasmissione delle informazioni.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Non so, ma quest&#8217;interpretazione non mi convince. Probabilmente in parte è vero che la poesia non ha alcun riconoscimento oggi per le ragioni che hai menzionato. Tuttavia mi sembra che questa prospettiva sia riduttiva rispetto al fenomeno. Cioè a dire che le cause dell&#8217;uso del verso libero (e non sciolto) siano più che altro sociali, economiche  e tecnologiche. Semplicemente quando scrivevano Montale ed Ungaretti il tasso di alfabetizzazione era molto più basso, e la poesia era svolta da esponenti delle classi sociali più agiate e quindi, più colte. Il fatto che poi ci possa essere una produzione &#8220;popolare/subalterna&#8221; di versi rimati mi sembra che sia stato definito da Gramsci e Pasolini come un&#8217;appropriamento di formule alte desuete. Mi sembra poi evidente che se al posto di una macchina da scrivere c&#8217;è la possibile di tramettere direttamente tutto ciò che si pensa mediante internet, la produzione generale di scritti aumenti, anche se ovviamente questo non implica che tutto ciò verrà ricordato. La poesia, come ogni tipo di arte, ha bisogno di un riconoscimento sociale (scrivere su una famosa rivista, pubblicare con una famosa casa editrice, fare parte di un&#8217;avanguardia, etc&#8230;).<br />
Il punto è semplicemente che la figura sociale del poeta connessa con un certo circuito di elementi (l&#8217;alta borghesia colta, lo studio serio della letteratura nei licei, l&#8217;elitarietà dei licei, l&#8217;analfabetismo di massa) che preservavano la sua esistenza. In più che da dire, con Pasolini, che è meglio essere un mediocre regista (come lui) che un ottimo poeta (come Sanguineti) , perché le trasformazioni sociali ed economiche (e in Italia e nel mondo) hanno portato ad una serie di mezzi di diffusione delle informazioni più adeguati alla mondializzazione. La poesia è innanzitutto in una lingua storico-naturale, il cinema può benissimo essere tradotto o sottotitolato senza che si perda nulla (o quasi). Sul fatto che la condizione necessaria per la poesia debba essere la metrica, mi sembra una posizione abbastanza reazionaria soprattutto dopo gli studi di Todorov o di Jakobson. Come classificheresti Lautréamont, o Dino Campana, o Artaud? Convengo che la poesia, in quanto uso impreziosito e controintuitivo del linguaggio debba avere la tendenza al ritmo, alle ripetizioni ed alle regole. Il punto è che credo che partire da questi elementi per definire cosa è poetico da cosa non lo è, ovvero elementi puramente linguistici, testocentrici sia abbastanza arido, esattamente come mettere in versi un discorso solamente calcolando gli accenti e le rime. Se per anni la poesia italiana è esistita secondo determinate formule metriche è perché soprattutto doveva avere una funzione di memoria sociale, di ricordo dell&#8217;avvenuto, o di celebrazione, o &#8211; nel caso più semplice &#8211; di puro svago. Queste funzioni sono oggi svolte molto meglio da altre forme di espressione, come il cinema. C&#8217;è poi da dire che (e qui ammetto la mia ignoranza) poco so di come venisse insegnata la metrica nel &#8217;500 o nel &#8217;700, o nei primi dell&#8217; &#8217;800, sicuramente in modo diverso da quello che si fa oggi nei licei. Inoltre un elemento fondamentale è che a differenza di altre arti come appunto cinema, musica, danza, pittura, la poesia non ha mai avuto un istituzione dove potesse essere insegnata, così come la scrittura in genere. Oggi abbondano le scuole di scrittura, ma c&#8217;è un ordine degli scrittori come un&#8217;ordine degli avvocati o dei medici. Questo ultimo punto mi pare il più importante per una definizione della poesia: non si tratta di regole linguistiche, anche se ovviamente la ripetizione e l&#8217;uso di un linguaggio non ordinario contano (ma non ordinario può anche voler dire appunto completamente senza senso, come nel caso di Artaud). Si tratta piuttosto di definire uno stile di vita da un lato ed una modalità storica di espressione dall&#8217;altro. Per il momento l&#8217;utilità sociale della poesia è nulla, non così quando scriveva Virgilio. E non è che la metrica deve essere così regolare perché è bella e &#8220;suona bene&#8221;, ma semplicemente perché così si ricorda meglio, è un mezzo per tramandare meglio le informazioni, o le ideologie (proverbi, filastrocche, inni nazionali). Dunque il fatto che si arrivi a chiamare &#8220;poesia&#8221; (i critici) ciò che senso non ha (la lingua inventata di Artaud), oppure che ce l&#8217;ha ma è intricatissimo (Joyce) è indice della massimo livello che questa tecnica d&#8217;uso del linguaggio può produrre. Questo limite non è stato trasceso, semplicemente ha lasciato delle macerie (il verso libero), che è una tecnica espressiva, ma non è studiata per essere ricordata, ed infatti tutta la marea di parole che circola su internet (questo messaggio compreso) è legata ad una serie di dispositivi a tempo (fornitori di servizi di blog, vita dei servers, etc&#8230;) e quindi anche se per un po&#8217; di anni ha il suo spazio, questo non vuol dire che che lo avrà in futuro. Per concludere, secondo me poesia indica due cose: generalmente qualsiasi attività creativa, e più in specifico quell&#8217;attività creativa che modifica i linguaggi dal loro uso comune (ovvero destinato all&#8217;oblio) verso un uso modificato. Questo avviene mediante l&#8217;impiego di varie tecniche storicamente determinate e che tendono ad assumere la forma più consona alla memorizzazione e trasmissione delle informazioni.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Un post banale (e pure in ritardo) di Mattia</title>
		<link>http://sudareinchiostro.it/2013/03/28/un-post-banale-e-pure-in-ritardo/#comment-4000</link>
		<dc:creator>Mattia</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Mar 2013 17:56:04 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://sudareinchiostro.it/?p=1472#comment-4000</guid>
		<description>Grazie dell&#039;apprezzamento. Un discorso esaustivo sull&#039;istruzione richiederebbe molto più spazio, e di certo non è questa la sede adatta, visto che di norma non scrivo di argomenti off topic. Da qui la superficialità dell&#039;accennare senza approfondire.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie dell&#8217;apprezzamento. Un discorso esaustivo sull&#8217;istruzione richiederebbe molto più spazio, e di certo non è questa la sede adatta, visto che di norma non scrivo di argomenti off topic. Da qui la superficialità dell&#8217;accennare senza approfondire.</p>
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	</item>
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