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	<title>Sudare inchiostro</title>
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	<description>la narrativa è un lavoro sporco</description>
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		<title>Due anni di sudore</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Apr 2013 07:13:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mattia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Inizio]]></category>
		<category><![CDATA[anniversario]]></category>
		<category><![CDATA[compleanno]]></category>
		<category><![CDATA[due anni]]></category>

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		<description><![CDATA[Un altro anno è passato in un lampo, e Sudare inchiostro è arrivato al suo secondo compleanno. Scrivevo il 26 aprile 2012: Questo anniversario è anche l’occasione per inaugurare il mio nuovo periodo di produzione: ho iniziato un nuovo romanzo, &#8230; <a href="http://sudareinchiostro.it/2013/04/26/due-anni-di-sudore/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un altro anno è passato in un lampo, e <em>Sudare inchiostro</em> è arrivato al suo secondo compleanno. Scrivevo <a title="Un anno di sudore – Sudare Inchiostro" href="http://sudareinchiostro.it/2012/04/26/un-anno-di-sudore/" target="_blank">il 26 aprile 2012</a>:</p>
<blockquote><p>Questo anniversario è anche l’occasione per inaugurare il mio nuovo periodo di produzione: ho iniziato un nuovo romanzo, e c’è la possibilità che su <em>Sudare inchiostro</em> gli articoli si facciano un pochino più radi o più corti del solito. Cercherò comunque di mantenere un ritmo più o meno settimanale, e se non ci riuscirò saprete che sto lavorando notte e giorno al mio prossimo capolavoro.</p></blockquote>
<p>Scripta manent, le cose scritte rimangono, e rimangono per ricordarmi che anche i migliori propositi possono avvizzire miseramente se investiti dal pestilenziale fiato del Destino.</p>
<p>Per cause di natura estremamente tediosa non sono riuscito ad aggiornare il blog quanto avrei voluto, soprattutto negli ultimi tempi, e tendenzialmente gli articoli sono diventati più brevi.</p>
<p>Una discreta fortuna hanno avuto i post sulla metrica, probabilmente perché attinenti ad una delle query che hanno meno risposte valide nel web: come scrivere poesia.</p>
<p>E non mi posso certo lamentare per il traffico del sito e la visibilità in questo angolino periferico del web: le visite sono aumentate, come pure i seguaci su <a title="Sudare Inchiostro – Twitter" href="http://twitter.com/sudareink" target="_blank">Twitter</a> e sulla pagina <a title="Sudare Inchiostro – Pagina Facebook" href="https://www.facebook.com/sudareinchiostro" target="_blank">Facebook</a> (non siete ancora follower/fan? Anatema!).</p>
<p>«E che ne è stato del tuo capolavoro?» mi chiederete.</p>
<p>Questa è la nota più dolente. È naufragato, ed è stato sostituito da un altro progetto, più valido. Il quale è naufragato a sua volta. Questa simpatica doppietta ha comportato un notevole dispendio di tempo ed energie, offrendomi in compenso un bel pacchetto di frustrazione, lo snack dell’esordiente esigente.</p>
<p>Ma cocciuto persevero: ora sono alle prese con il progetto definitivo. Questa volta è quello giusto. Dissi l’anno scorso.</p>
<p>Ma bando ai foschi pensieri! Se siete qui è perché ogni tanto mi leggete, e io per questo vi ringrazio di cuore.</p>
<p>A presto!</p>
<p><img class="aligncenter" title="Cupcakes" src="http://ak4.picdn.net/shutterstock/videos/2400005/preview/stock-footage-two-chocolate-birthday-cupcakes-burning-with-one-blue-candle-in-each.jpg" alt="" width="400" height="224" /></p>
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		<title>Un post banale (e pure in ritardo)</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Mar 2013 09:14:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mattia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Altro]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
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		<description><![CDATA[Il 13 marzo è stata la giornata del post banale, e io me la sono persa. Le motivazioni del mio ritardo sono più o meno le stesse che hanno portato ad un diradamento nella frequenza dei post, e sono motivazioni &#8230; <a href="http://sudareinchiostro.it/2013/03/28/un-post-banale-e-pure-in-ritardo/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 13 marzo è stata la giornata del post banale, e io me la sono persa. Le motivazioni del mio ritardo sono più o meno le stesse che hanno portato ad un diradamento nella frequenza dei post, e sono motivazioni noiose e banali, per l’appunto.</p>
<p>Banali.</p>
<p>Trovato l’argomento del post. Che c’è di più banale della vita quotidiana?</p>
<p>Visto che la mia vita privata qui nella baracca non ha nulla di interessante, prima d’ora non ho mai scritto nulla che la riguardasse. Ma ora la sfida è proprio quella, e allora lasciate che vi racconti una storia come tante altre, con una moralona come tante altre.</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 277px"><img title="13 Marzo – Giornata del post banale" src="http://4.bp.blogspot.com/-fQ50l5g8wUw/UUBZIPxXp0I/AAAAAAAAJ_s/lJwvjf7r4Nw/s400/postbanale1.jpg" alt="" width="267" height="200" /><p class="wp-caption-text">Essendo oggi il 28, sarà una banalità doppia +2.</p></div>
<h3>Una storia banale</h3>
<p>C’era una volta un artigiano della scrittura che viveva nella sua baracca, circondato da tutti i suoi attrezzi e dalle sue opere, concluse e non (non moltissime, per la verità). L’artigiano amava il suo lavoro, che però non gli dava di che vivere. Fortunatamente aveva anche altre passioni, e una di queste – di poco più remunerativa dell’artigianato – era la tortura.</p>
<p>Di tanto in tanto il nostro artigiano era chiamato a sostituire gli aguzzini statali che si ammalavano. Aveva il compito di sottoporre la gioventù valligiana a indicibili supplizi, servendosi delle tecniche più crudeli: latino e italiano.</p>
<p>Un bel giorno capitò che l’artigiano fosse convocato per una supplenza. Quando arrivò alla prigione e gli venne consegnato il programma delle torture, l’artigiano gioì: tra le varie pene previste per i ragazzi ce n’erano alcune che amava molto infliggere.</p>
<p>Una classe fu particolarmente sfortunata, perché il suo programma prevedeva lo studio del poema cavalleresco. L’artigiano non si fece sfuggire l’occasione, e vessò i ragazzi quanto più poté.</p>
<p>I giorni passarono, e arrivò l’ultimo giorno di permanenza del supplente in quelle carceri. Il nostro beniamino, che era crudele sì, ma di buon cuore, decise di fare un regalo a quella classe in cui aveva potuto sproloquiare di ciò che tanto amava. Quindi indisse un compito in classe, e mentre teneva d’occhio gli studenti per accanirsi su eventuali copisti improvvisati compose alcune ottave. Non si trattava solo di un passatempo, ma anche di un modo per ricordare ai ragazzi che la poesia non era una tortura caduta in disuso: con la giusta tecnica, sarebbe bastato un attimo per riportarla all’antico splendore.</p>
<p>L’artigiano aveva pianificato di scrivere in ottave, e con chiari riferimenti a ciò che i ragazzi avevano dovuto loro malgrado studiare – o quantomeno sentire – durante la sua permanenza. Ed essendo appunto di buon cuore, aveva deciso che quelle cinque ottave avrebbero avuto un contenuto edificante, a dimostrazione che c’era ancora speranza per il settore della tortura pubblica.</p>
<p>Mentre gli alunni gemevano e si disperavano alla vista del compito in classe, l’artigiano pensò alla supplenza ormai quasi conclusa, e cominciò a scrivere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>S’andava favellando il professore,</em></p>
<p><em>a passi misurando l’aula piena;</em></p>
<p><em>eran della mattina tarde l’ore,</em></p>
<p><em>e ‘l sol della giornata fuor, serena,</em></p>
<p><em>gittava gli studenti nel languore</em></p>
<p><em>sì che vegliavan pochi, e a mala pena:</em></p>
<p><em>gl’allievi aveano mente morta o muta,</em></p>
<p><em>o, al par d’Orlando il sen, l’avean perduta.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Più che la noia poi, poté l’Ariosto:</em></p>
<p><em>tra l’allargar di fauci in gran sbadigli</em></p>
<p><em>comincionsi a destare alcuni, e tosto</em></p>
<p><em>non v’è più alcun ch’appunti suoi non pigli,</em></p>
<p><em>che sonnolento ciondoli sul posto</em></p>
<p><em>o cui l’occhio la palpebra assottigli.</em></p>
<p><em>S’avvera il folle sogno del supplente:</em></p>
<p><em>aver dinanzi a sé sol teste attente.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Quai damigelle in arme e paladini</em></p>
<p><em>fronteggiano i pupilli il lor docente</em></p>
<p><em>come s’inante avesser saracini,</em></p>
<p><em>e fosser lor la battezzata gente</em></p>
<p><em>che incrocia le sue spade e i suoi destini</em></p>
<p><em>con quei d’oppositor degno e valente.</em></p>
<p><em>Son d’ambedue le parti scudo e lancia</em></p>
<p><em>bretone la materia, oppur di Francia.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La campanella il professor ridesta,</em></p>
<p><em>(lui pur s’era assopito con la classe!)</em></p>
<p><em>e subito gli pare cosa mesta</em></p>
<p><em>che tanta e tal lezion solo sognasse.</em></p>
<p><em>«Compiate grandi imprese, lancia in resta!»</em></p>
<p><em>vorrebbe dir, s’alcuno l’ascoltasse.</em></p>
<p><em>Ma son pensier farnetici, da matto</em></p>
<p><em>e, in fondo, è già finito il suo contratto.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mancava almeno un’ottava, quella in cui si sarebbe detto che alcuni tra gli studenti avevano capito il motivo per cui si studia poesia vecchia di secoli, e che una mente sveglia e un animo sensibile permettono a chi studia la letteratura di vedere il mondo con occhi nuovi. Ma era troppo tardi.</p>
<p>L’ultima campanella era ormai suonata e, suo malgrado, l’artigiano dovette passare tra i banchi per strappare i fogli zuppi di lacrime dalle mani supplici degli alunni. Non ci sarebbe stata un’ottava edificante a concludere la breve serie.</p>
<h3>Un&#8217;analogia banale (una banalogia?)</h3>
<p>Ora è il momento di fare la seconda cosa peggiore che uno scrittore può fare<sup><a href="http://sudareinchiostro.it/2013/03/28/un-post-banale-e-pure-in-ritardo/#footnote_0_1472" id="identifier_0_1472" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="La prima &egrave; credere che gli altri trovino le sue vicende personali estremamente interessanti.">1</a></sup>: interpretare la sua stessa opera, e farlo con i rubinetti della banalità aperti al massimo. Pronti?</p>
<p>La poesia scritta dell’artigiano è conseguenza diretta del suo status di supplente precario (perché, ce n’è di non precari?). La poesia, come il lavoro, viene troncata prima della sua conclusione ideale per motivi burocratico-amministrativi. L’arte, in questo senso, è specchio della vita: ciò che risulta dall’interruzione poetica e contrattuale è che l’incompiutezza impedisce un lieto fine, un giusto compimento delle cose.</p>
<p>È difficile dare un senso ad un lavoro che si deve cominciare a metà e abbandonare a tre quarti. E per quanto lo si faccia con tutta la passione e la competenza di questo mondo, si ha sempre un piede nella fossa del nichilismo, e un insegnante nichilista non sarà mai un buon insegnante.</p>
<p><img class="alignright" title="&quot;E non dite che non ve lo avevo detto!&quot;" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/5/50/Marx_color2.jpg" alt="" width="155" height="198" />L’artigianato è la modalità produttiva che permette al lavoratore di seguire la creazione di un oggetto dall’inizio alla fine. Oggi invece, per le varie cause che non sto qui ad approfondire<sup><a href="http://sudareinchiostro.it/2013/03/28/un-post-banale-e-pure-in-ritardo/#footnote_1_1472" id="identifier_1_1472" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Materiale per altri post banali!">2</a></sup>, il precariato ha spersonalizzato l’insegnamento, in nome della Grande e Magnifica Industria della Formatività. Il prodotto finito è meno curato, e spesso di minor valore.</p>
<p>Potrei andare avanti per ore con queste ed altre riflessioni – ho tralasciato molti argomenti altrettanto succosi –, ma è troppo doloroso investire tutti questi kilobyte in superficialità. Accontentatevi di questa dose, minima ma potente, e di queste poche ottave inconcluse.</p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_1472" class="footnote">La prima è credere che gli altri trovino le sue vicende personali estremamente interessanti.</li><li id="footnote_1_1472" class="footnote">Materiale per altri post banali!</li></ol>]]></content:encoded>
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		<title>5° Concorso di Poesia Charles Darwin</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Feb 2013 20:04:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mattia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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		<description><![CDATA[Ieri sono stato Venezia, dove, in occasione del Darwin Day, si è tenuta la premiazione del 5° Concorso di Poesia Scientifica “Charles Darwin”. Ho scoperto questo concorso alcuni mesi fa, e ho deciso di partecipare, perché il tema mi piaceva &#8230; <a href="http://sudareinchiostro.it/2013/02/19/5%c2%b0-concorso-di-poesia-charles-darwin/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri sono stato Venezia, dove, in occasione del Darwin Day, si è tenuta la premiazione del <a title="Concorso di Poesia Scientifica &quot;Charles Darwin&quot;" href="http://www.uaarvenezia.it/concorsopoesia/" target="_blank">5° Concorso di Poesia Scientifica “Charles Darwin”</a>. Ho scoperto questo concorso alcuni mesi fa, e ho deciso di partecipare, perché il tema mi piaceva molto; la natura <em>spakka</em>, e ciò che la scienza ci permette di vedere e sapere fornisce infiniti spunti a chi sa dove guardare. Può darsi che nello scegliere l’argomento del mio sonetto mi sia tenuto troppo sul generico, forse proprio per questa enorme scelta, ma il risultato mi soddisfa abbastanza. C’è sicuramente materiale per una raccolta, a volercisi mettere.</p>
<p>Tornando al concorso, il sonetto con cui ho partecipato mi è valso il terzo posto. Al momento di scriverlo, lo scorso dicembre, stavo per restare nel solco della mia produzione solita e optare per un tono faceto, ma per una volta ho deciso di cambiare stile e cimentarmi in un elogio. A rileggerlo ora cambierei qualcosa, ma ve lo riporto nella versione originale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Ha raccontato all’uomo com’è nato,</em></p>
<p><em>con ali ne ha elevato il passo incerto,</em></p>
<p><em>lo ha fatto divenir del mondo esperto</em></p>
<p><em>e l’infimo e l’immenso gli ha mostrato.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>E se il giudizio è stato mai immediato</em></p>
<p><em>e attorno al vero ha mai fatto deserto,</em></p>
<p><em>dal dubbio è germogliata, e sola ha offerto</em></p>
<p><em>il dono di pensare l’impensato.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>È l’uomo che corteggia l&#8217;infinito,</em></p>
<p><em>è goccia d’acqua, è l’orbita di Giove,</em></p>
<p><em>è luce, è forza, è vita, è enigma, è invito,</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>è sete di risposte antiche e nuove,</em></p>
<p><em>coraggio di animale che, impaurito,</em></p>
<p><em>dovrebbe restar fermo, eppur si muove.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 180px"><img title="Darwin scimmia" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/6/6f/Editorial_cartoon_depicting_Charles_Darwin_as_an_ape_%281871%29.jpg/170px-Editorial_cartoon_depicting_Charles_Darwin_as_an_ape_%281871%29.jpg" alt="" width="170" height="229" /><p class="wp-caption-text">Carletto</p></div>
<p>Edit del 22/02/2013: <a href="http://www.uaar.it/news/2013/02/22/venezia-quinta-edizione-concorso-poesia-scientifica/" target="_blank">qui</a> trovate la notizia della premiazione.</p>
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		<title>Qualche blog da spulciare</title>
		<link>http://sudareinchiostro.it/2013/02/06/qualche-blog-da-spulciare/</link>
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		<pubDate>Wed, 06 Feb 2013 15:07:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mattia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Web]]></category>
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		<category><![CDATA[di fumo e d'inchiostro]]></category>
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		<description><![CDATA[Questo è il post che avrei dovuto pubblicare negli ultimi giorni di gennaio, ma di cui alla fine ho dovuto rimandare la stesura per cause di forza maggiore. È passato più di un mese dall’ultimo articolo vero e proprio, ma &#8230; <a href="http://sudareinchiostro.it/2013/02/06/qualche-blog-da-spulciare/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questo è il post che avrei dovuto pubblicare negli ultimi giorni di gennaio, ma di cui alla fine ho dovuto rimandare la stesura per cause di forza maggiore.</p>
<p>È passato più di un mese dall’ultimo articolo vero e proprio, ma le visite giornaliere al blog non hanno risentito più di tanto della mia pigrizia. Non solo, ho anche avuto un aumento record di follower su twitter. Bel modo indiretto per dirmi di piantarla con gli articoli! No, davvero carini, davvero.</p>
<p>Comunque eccomi qua, dopo un gennaio tremendo e fortunatamente pieno di lavoro. Il post che vi propongo oggi ha una spiccatissima vena marchettara e tappabuchi, ma non per questo è meno sincero del solito. Addirittura, potrebbe essere il primo di una rubrica di consigli, anche se le puntate saranno molto lontane tra loro.</p>
<p>Negli ultimi tempi si è ampliata la cerchia dei blog che seguo più o meno regolarmente. Molti di questi blog non sono delle scoperte recenti, ma solo da poco ho avuto la possibilità di leggerli con attenzione. Trattano argomenti diversi in modi diversi, ma tutti quanti hanno che fare con la narrativa, in un modo o nell’altro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Il primo blog che vi segnalo è <em><a title="Libri... e basta" href="http://moloch981.wordpress.com/" target="_blank">libri… e basta</a></em>. Il titolo dice già tutto: i post sono recensioni di libri, scritte in modo sobrio e scorrevole. La genesi del progetto, di cui si parla nella <a title="Libri... e basta – Info" href="http://moloch981.wordpress.com/info/" target="_blank">pagina delle info</a>, spiega il taglio così semplice e onesto. L’autrice Moloch981, che ogni tanto capita anche da queste parti, ha dedicato anche un paio di pagine alla vendita e allo scambio di volumi, nel caso siate interessati.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li><em><a title="Neyven" href="http://neyven.com/" target="_blank"><img class="alignright" src="http://1.gravatar.com/avatar/d0a3379a047f4ed5e4577445cd3453e5?s=70&amp;d=monsterid&amp;r=PG" alt="" width="70" height="70" />Neyven</a></em> invece è un blog che tratta anche di scrittura, tanto che il suo proprietario (gestore?) Bakakura rende disponibili i propri racconti. Nei post veri e propri si parla di argomenti che sono di casa anche qui: tecniche narrative, scrittori esordienti, editoria digitale e non, libri.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li><img class="alignright" src="http://4.bp.blogspot.com/-d2X8s_PI2tQ/Tv_Pyl2crII/AAAAAAAAAD0/wE0nVNz_VMY/s220/1315071876eye.PNG" alt="" width="50" height="50" />Nel suo blog <em><a title="The Sixth Element" href="http://fantasy-inc.blogspot.it/" target="_blank">The Sixth Element</a></em>, Steamdoll si occupa principalmente di fantasy, come si intuisce dall’URL del sito. Se vi piace il genere, questo blog è caldamente consigliato, in particolare per certi post che contengono riflessioni interessanti (come <a title="The Sixth Element – Cherry blossom girl" href="http://fantasy-inc.blogspot.it/2012/09/cherry-blossom-girl.html" target="_blank">questo</a>).</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Un blog più incentrato sulla produzione di opere narrative è <em><a title="Il Laboratorio di Scrittura" href="http://illaboratoriodiscrittura.blogspot.it/" target="_blank">Il Laboratorio di Scrittura</a></em>. Il titolo dice tutto: nel <em>Laboratorio</em> troverete post dedicati alle tecniche di scrittura, nonché esercitazioni in cui cimentarvi. Per ora il sito non ha recensito esordienti, ma negli ultimi giorni la possibilità sta venendo presa in considerazione (se volete, potete anche votare). <img class="alignleft" src="http://1.bp.blogspot.com/-Ku-LkL85n80/T-eJ3qdBzTI/AAAAAAAAAIY/3fD_ZUJJFos/s220/ReteMutuoSoccorso.jpg" alt="" width="220" height="205" />Nota di merito va alla rete di mutuo soccorso per autori: si tratta di un’iniziativa attraverso cui ciascuno scrittore mette a disposizione degli altri le proprie competenze, quali che siano (dalle scienze naturali alla musica, dall’ikebana alla conoscenza delle procedure burocratiche), in modo da facilitare reciprocamente le operazioni di documentazione. Dateci un’occhiata <a title="Il Laboratorio di Scrittura – Rete di mutuo soccorso per scrittori" href="http://illaboratoriodiscrittura.blogspot.it/2012/06/rete-di-mutuo-soccorso-per-scrittori.html" target="_blank">qui</a>, ne vale la pena.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Poi c’è <em><a title="Werehare's Burrow" href="http://wereharesburrow.wordpress.com/" target="_blank">Werehare’s Burrow</a></em>, la tana della leprotta mannara. Come Bakakura e Steamdoll, anche Werehare si occupa di fantasy; non per niente, quando non c’è luna piena, è la Princess del premiato duo <a title="Knight &amp; Princess – Massacri Fantasy" href="http://knightandprincessspamassacrifantasy.iobloggo.com/" target="_blank">Knight &amp; Princess</a>. In <em>Werehare’s Burrow</em> troverete molti post su scrittura ed editoria, nonché la <a title="Werehare's Burrow – Mappa definitiva del Giovane Esordiente" href="http://wereharesburrow.wordpress.com/2010/08/08/la-mappa-definitiva-del-giovane-esordiente/" target="_blank">mappa definitiva del Giovane Esordiente</a>, una lista commentata di link per chi si sta avvicinando al mondo della scrittura ed è ancora un po’ disorientato nella blogosfera. Interessante anche l’iniziativa <em><a title="Werehare's Burrow – Idee in prestito" href="http://wereharesburrow.wordpress.com/idee-in-prestito/" target="_blank">Idee in prestito</a></em>: quante volte avete idee che sapete che non riuscirete mai a sviluppare?</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mi rendo conto che, se avete sentito parlare anche solo di uno di questi ultimi tre blog, probabilmente conoscerete anche gli altri. Ma se c’è qualcuno che si era perso questo settore di blogosfera, ora può cogliere l’occasione e aggiornarsi.</p>
<p>Una nota a parte meritano altri due blog, un po’ diversi da quelli già citati, perché si occupano di fumetti.</p>
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<ul>
<li><em><a title="Di fumo e d'inchiostro" href="http://fumoeinchiostro.blogspot.it" target="_blank"><img class="alignright" src="http://4.bp.blogspot.com/-4FdtuXfO0Lo/T1s0iC5efaI/AAAAAAAAAPM/8QFpwAzRp8M/s220/avatar001.jpg" alt="" width="106" height="106" />Di fumo e d’inchiostro</a></em> è essenzialmente un blog di segnalazioni e recensioni. È relativamente giovane (fine 2011), ma già dai primi post è scritto molto bene. Sono stato definitivamente conquistato da questo blog quando Estuan ha citato il Lausberg, in un <a title="Di fumo e d'inchiostro – United We Stand" href="http://fumoeinchiostro.blogspot.it/2012/01/united-we-stand.html" target="_blank">post</a> in cui smascherava un riciclaggio di vignette.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Altro blog interessante è quello di Patrizia Mandanici, intitolato <em><a title="La fumettista curiosa" href="http://patriziamandanici.blogspot.it/" target="_blank">La fumettista curiosa</a></em>. Patrizia, che è fumettista di professione e disegna per la Bonelli, non scrive solo di fumetti, ma anche di libri, e più in generale di e-reading. Mi piacciono in particolare i post in cui l’autrice pubblica un po’ di <em>work in progress</em>; ammiro molto chi disegna così bene, e in generale trovo affascinanti i passaggi che portano uno schizzo a matita fino alla sua forma conclusiva, inchiostrata e/o colorata.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>Infine, un consiglio per chi ha voglia di qualcosa di miscellaneo:</p>
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<ul>
<li>L’ultimo blog che vorrei segnalare oggi è <em><a title="Dita d'Inchiostro" href="http://ditadinchiostro.blogspot.it/" target="_blank">Dita d’Inchiostro</a></em>. Anche questo è un blog giovane, ma è gestito da più di una persona, per cui finora gli articoli sono stati pubblicati con una certa frequenza. Su <em>Dita d’Inchiostro</em> troverete recensioni di libri, film (d’animazione e non), fumetti e videogiochi. Lo segnalo per due motivi: il primo, beh, è perché siamo affratellati dal titolo; il secondo è perché è stato grazie a <a title="Dita d'Inchiostro – The Secret of Kells" href="http://ditadinchiostro.blogspot.it/2012/12/the-secret-of-kells-la-bellezza.html" target="_blank">uno dei suoi post</a> che ho scoperto il meraviglioso lungometraggio <em>The Secret of Kells</em>.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 330px"><img title="Libro di Kells" src="http://www.collegefashion.net/wp-content/uploads/2010/03/book-of-kells.jpg" alt="" width="320" height="427" /><p class="wp-caption-text">La pagina del Libro di Kells su cui è imperniata la vicenda del film.</p></div>
<p>Per ora tutto qui. Il prossimo post in programma dovrebbe essere sulla bizarro fiction, ma non sono ancora sicuro. L’alternativa è un resoconto di sventure più o meno recenti, ovviamente legate alla scrittura, ma – <em>incredibile dictu</em> – non all’editoria.</p>
<p>So che preferite le sventure, le sventure tirano sempre un casino. Beh, ancora un po’ di pazienza. Alla prossima!</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/3/32/Gyps_fulvus_feeding.jpg/300px-Gyps_fulvus_feeding.jpg" alt="" width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">Un incontro con alcuni lettori del blog.</p></div>
]]></content:encoded>
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		<title>Un post inutile</title>
		<link>http://sudareinchiostro.it/2013/01/31/un-post-inutile/</link>
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		<pubDate>Thu, 31 Jan 2013 09:23:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mattia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[necessità estetiche]]></category>
		<category><![CDATA[post inutile]]></category>

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		<description><![CDATA[È arrivato l’anno nuovo, ma io, bloccato nella baracca e riscaldato dall’allegra fiamma di una stufa a pellet – uno dei migliori acquisti che abbia mai fatto –, me ne sono accorto in ritardo, tanto che quasi quasi rischiavo di &#8230; <a href="http://sudareinchiostro.it/2013/01/31/un-post-inutile/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È arrivato l’anno nuovo, ma io, bloccato nella baracca e riscaldato dall’allegra fiamma di una stufa a pellet – uno dei migliori acquisti che abbia mai fatto –, me ne sono accorto in ritardo, tanto che quasi quasi rischiavo di non avere un post datato gennaio e di perdere per sempre la possibilità di completare tutti i mesi nella tendina “2013” dell’archivio. Necessità estetiche (e disturbo ossessivo-compulsivo) a parte, è da più di un mese che su <em>Sudare Inchiostro</em> non compare qualcosa di nuovo.</p>
<p>Ebbene, dovrete aspettare un altro po’. Ero spinto dalle migliori intenzioni, poi accantonate a causa di un’influenza che mi impedisce di guardare il monitor per più di dieci secondi di fila, pena l’esplosione della testa. «E allora,» chiederete voi «perché un post tanto inutile?»</p>
<p>Non avete letto quello che ho scritto sul completare la tendina?</p>
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		<title>Natale a San Guinario – 2° puntata</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Dec 2012 15:36:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mattia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[accademia del male]]></category>
		<category><![CDATA[natale]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[san guinario]]></category>

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		<description><![CDATA[Sotto Natale siamo tutti più buoni, e questo è problematico per chi studia o lavora a San Guinario, la più rinomata Accademia del Male. Se siete nuovi da queste parti, prima di passare al racconto di oggi andate a leggervi &#8230; <a href="http://sudareinchiostro.it/2012/12/24/natale-a-san-guinario-2%c2%b0-puntata/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sotto Natale siamo tutti più buoni, e questo è problematico per chi studia o lavora a San Guinario, la più rinomata Accademia del Male.</p>
<p>Se siete nuovi da queste parti, prima di passare al racconto di oggi andate a leggervi <a title="Natale a San Guinario – Sudare Inchiostro" href="http://sudareinchiostro.it/2011/12/24/natale-a-san-guinario/" target="_blank">quello di un anno fa</a>, altrimenti proseguite senza indugio.<br />
Buone malefatte a tutti.</p>
<h3>Natale a San Guinario</h3>
<p>«D-dio?» azzardò Fatalia.</p>
<p>Lo sguardo gelido del professor Malicius si fissò su di lei. La studentessa s’ingobbì e incassò la testa ricciuta tra le spalle, come per evitare un colpo che non arrivò.</p>
<p>Malicius era rimasto immobile, in piedi accanto al banco, le mani giunte in paziente attesa. Lasciò che la studentessa realizzasse di non essere stata percossa e si sedesse di nuovo composta. Aspettò che il fremito timoroso delle palpebre si placasse, che i giovani lineamenti si distendessero, animati dalla speranza.</p>
<p>«No.» sentenziò.</p>
<p>Fatalia deglutì, il volto trasformato nuovamente in una maschera di terrore.</p>
<p>«Le fate?» tentò.</p>
<p>L’intera classe tratteneva il respiro. Malicius girò sui tacchi e percorse l’aula con passi misurati, apprezzando l’irrigidirsi degli studenti al suo passaggio. Trattenne un sorriso compiaciuto nello scorgere le mani tremanti di Stabberella, e riuscì persino a vedere i peli che si rizzavano sul collo di Lycantro. Eh sì, il contatto con i ragazzi era davvero una delle poche gioie del mestiere di insegnante.</p>
<p>Giunto alla cattedra, sciolse l’intreccio delle lunghe dita, si sedette e aprì il registro. Scorse le pagine fino ad arrivare a quella giusta: Fatalia, al secolo Livia Pontecervo.</p>
<p>«Dunque, il tuo tutor è…»</p>
<p>«La Bondaggi.» completò Fatalia, con un filo di voce. Malicius alzò lo sguardo dalla pagina e rivolse alla ragazza un’occhiata polare.</p>
<p>«La<em> professoressa</em> Bondaggi.»</p>
<p>«La professoressa Bondaggi.» ripeté lei, in un sussurro inudibile.</p>
<p>Con uno svolazzo della mano, Malicius estrasse una penna rossa dal taschino della giacca. Dal suo banco in fondo all’aula, Fatalia lo guardava supplicante.</p>
<p>Il professore sorrise bonario.</p>
<p>«Guardie.» chiamò.</p>
<p>La doppia porta si spalancò, e due guardie con l’uniforme di San Guinario irruppero in aula, piantandosi accanto alla cattedra. Malicius indicò la studentessa.</p>
<p>«Quattro. E due giorni di gogna nel cortile centrale.»</p>
<p>«No!» singhiozzò Fatalia.</p>
<p>Le guardie la raggiunsero, la presero sotto le ascelle e la sollevarono di peso dalla sedia. La ragazza si aggrappò al banco, come se una zavorra potesse ritardare l’inevitabile, ma i due energumeni la strapparono via in un istante.</p>
<p>«Professore, la prego, sta nevicando!» piagnucolò Fatalia, trascinata tra le file di banchi dove i compagni sedevano con le teste chine «Professore!»</p>
<p>«Il prossimo semestre, invece di guardare lungometraggi Disney, leggiti un po’ di Antico Testamento.» ribatté il professore, impassibile.</p>
<p>«Non può farmi questo!» strillò la ragazza, dibattendosi invano nella stretta delle guardie. Malicius annotò il voto sulla pagina del registro.</p>
<p>«Non finisce qui, Malicius! Lo dirò a mio padre!» gridava Fatalia, scalciando e divincolandosi «La farà licenziare! Lei non può farmi questo!»</p>
<p>Le guardie uscirono dall’aula, trascinandosi dietro la studentessa indemoniata. «Non finisce qui, mi ha sentito, Malicius? Non finisce qui!» strillò Fatalia, prima che le porte si richiudessero.</p>
<p>Nel silenzio che era calato sulla classe, il professore si prese il tempo di aggiungere mezzo punto alla votazione sul registro. La teatralità era una dote rara, e andava premiata.</p>
<p>Chiuse la penna, la rimise nel taschino e lasciò vagare lo sguardo sugli studenti.</p>
<p>«Allora, qualcuno vuole rispondere?»chiese. Una mano si alzò nell’angolo in fondo a destra, ma il professore la ignorò.</p>
<p>«Qualcun altro?»</p>
<p>Il resto dei ragazzi fissava con esagerato interesse la formica dei banchi. Malicius sospirò.</p>
<p>«E va bene, Devastatore, rispondi tu.»</p>
<p>Il Devastatore abbassò il braccio spesso come una coscia.</p>
<p>«Babbo Natale.» disse, mettendo in mostra una chiostra di denti metallici.</p>
<p>«Sii più discorsivo.» ordinò il professore. Lo studente si raddrizzò sulla sedia, che emise uno scricchiolio sofferente.</p>
<p>«La divinità più buona è Babbo Natale perché premia con doni anche gli apostati, che in tutte le altre credenze sono automaticamente esclusi dalla ripartizione dei benefici riservati ai fedeli. Inoltre Babbo Natale, pur conoscendo i peccati di ogni individuo, non li usa contro di loro.»</p>
<p>«E che mi dici del carbone?»</p>
<p>«È comunque un regalo. Il babbonatalesimo non prevede vere punizioni per chi agisce male, ma solo una riduzione nell’entità del dono. E anche sul concetto di riduzione ci sarebbe da discutere, in un’epoca in cui i combustibili fossili sono sempre più rari e costosi.»</p>
<p>La campanella suonò, e gli studenti cominciarono a sgattaiolare fuori dall’aula, qualcuno mormorando un saluto nel passare di fronte alla cattedra. Con un cenno Malicius chiamò a sé il Devastatore, che lo raggiunse quando i compagni di classe furono usciti tutti.</p>
<p>«Sono costretto a metterti un altro buon voto, Devastatore.» disse il professore. Lo studente lo guardò dall’alto dei suoi due metri e venti.</p>
<p>«Devo proprio insistere affinché cambi specializzazione.» continuò Malicius «Sei sprecato, come bruto. Potresti essere un ottimo cattivo a tuttotondo: ben caratterizzato, colto, potente.»</p>
<p>«Preferirei di no, professore.»</p>
<p>«Lo sai che a fare il bruto ce le si prende, vero?»</p>
<p>Il Devastatore si strinse nelle spalle gigantesche.</p>
<p>«Anche a fare il secchione. E non si ha la soddisfazione di restituirle.»</p>
<p>Il professore sorrise. «Promettimi di pensarci.»</p>
<p>«Si fida delle promesse degli studenti di un’Accademia del Male?»</p>
<p>Malicius si concesse una risatina e congedò il Devastatore, che se ne andò a passi pesanti, facendo tremare il pavimento e le vetrate. Rimasto solo, il professore annotò il voto, poi ripose penna e registro nella ventiquattrore e uscì dall’aula. A quell’ora gli studenti erano tutti a cena, e i corridoi erano deserti. Il vento si accaniva contro le finestre, tempestandole di fiocchi di neve, ma Malicius riuscì comunque a scorgere due figure che ne assicuravano una terza alla gogna illuminata in mezzo al cortile principale. Scosse la testa, ripensando alle minacce di Fatalia. Le nuove generazioni erano proprio rammollite. Ai vecchi tempi gli studenti non si nascondevano dietro ai genitori, avevano il coraggio di portare avanti da soli le proprie faide contro i docenti.</p>
<p>Sentendosi vecchio, Malicius attraversò la scuola e raggiunse le proprie stanze. Fece per aprire la porta, ma si rimise la chiave in tasca. Il battente era già socchiuso.</p>
<p>Si chinò e sfilò il pugnale dal fodero che portava nello stivale. Entrò. Il caminetto nel soggiorno era acceso, e la sua poltrona girevole era orientata verso le grandi finestre che davano sulle montagne. Il paesaggio era invisibile, coperto dalla bufera che si faceva sempre più violenta.</p>
<p>«Ti aspettavo.» disse una voce di donna.</p>
<p>La poltrona ruotò di centottanta gradi.</p>
<p>«Brigitta.»</p>
<p>Eccezion fatta per il viso scoperto, la professoressa Bondaggi si mimetizzava perfettamente sulla poltrona: cuoio nero su cuoio nero. Solo la fiamma del caminetto, accendendo di riflessi gli abiti aderenti, lasciava intuire la sinuosa figura della donna.</p>
<p>«Una mia studentessa è alla gogna.»</p>
<p>«Un’ignorante ha quello che merita.»</p>
<p>La professoressa Bondaggi si alzò, in un gemito di cuoio contro cuoio. Socchiuse gli occhi, e la sua voce divenne un sibilo.</p>
<p>«E tu, vuoi avere ciò che meriti?»</p>
<p>I tacchi a spillo sprizzarono scintille contro il pavimento di pietra quando Brigitta scattò. Prima che Malicius avesse il tempo di ribattere, la donna gli fu addosso.</p>
<p>Ventiquattrore e coltello caddero sul pavimento, seguiti dai due professori, le bocche incollate in un lungo bacio.</p>
<p>Brigitta si staccò per prima; i suoi capelli lisci e neri ricaddero sul viso dell’uomo.</p>
<p>«Sei stato molto, molto buono quest’anno.» disse «Sei pronto a ricevere il tuo regalo?»</p>
<p>«Non saprei. Di che si tratta?»</p>
<p>«Oh, è qualcosa di completamente nuovo.»</p>
<p>Brigitta mosse i fianchi con un fremito provocante. Malicius sorrise con aria complice.</p>
<p>«Fatico a crederlo, mia cara.»</p>
<p>«Vedrai. È qualcosa di… proibito.»</p>
<p>Con una fluida carezza, la donna gli infilò una mascherina nera. Malicius, abbandonandosi alla temporanea cecità, sentì Brigitta che si alzava e si fece guidare sul divano.</p>
<p>«Hai pensato a tutto.» disse.</p>
<p>La risposta gli giunse sussurrata ad un orecchio, accompagnata dal profumo di lei. «Oh, non sai quanto.»</p>
<p>Malicius si sorprese ad essere impaziente. “Qualcosa di proibito”, aveva detto lei. Eppure era sicuro di aver esplorato con lei ogni angolo dell’erotismo, ogni risvolto della perversione.</p>
<p>Un ronzio di chiusure lampo gli disse che Brigitta si stava spogliando.</p>
<p>«Aspetta qui.» gli disse, e i suoi passi si allontanarono. A giudicare dal rumore si era tolta anche gli stivali, cosa insolita. Malicius sentì i fornelli del cucinino che venivano accesi, poi l’acqua che scorreva dal rubinetto in bagno, il tutto inframezzato da fruscii che non riusciva a riconoscere. Si fece cullare da quei rumori, dal crepitio del fuoco e dal soffio della bufera lì fuori. Era stata una giornata faticosa.</p>
<p>Trasalì quando sentì la mano di Brigitta che si posava sulla sua spalla. Non l’aveva sentita ritornare.</p>
<p>«In piedi.»</p>
<p>Malicius obbedì. Gli venne sfilata la giacca, poi la cravatta. Le dita di Brigitta aprirono la camicia bottone dopo bottone, senza fretta, e infine tolsero anche quella. Poi fu la volta delle scarpe, dei calzini, della cintura e dei pantaloni.</p>
<p>Rimasto in mutande, alzò le braccia, guidato dal tocco leggero della professoressa. Qualcosa di morbido gli scivolò addosso: Brigitta gli stava infilando una maglia, facendo attenzione a non rimuovere la mascherina. Gli fece quindi alzare i piedi, uno dopo l’altro, e gli tirò su dei pantaloni che, Malicius poteva sentirlo, non erano gli stessi che gli aveva appena tolto.</p>
<p>Si doveva trattare di un nuovo gioco di ruolo, qualcosa che prevedeva un travestimento. Malicius si chiese che parte avrebbe dovuto interpretare, questa volta. Conservava ancora i lividi dalla settimana prima, quando aveva impersonato il drago contro una Brigitta vestita da San Giorgio, armatura compresa.</p>
<p>Le casse dello stereo presero a diffondere una musica sommessa. Malicius tese l’orecchio. Archi, campanellini, e una voce maschile con due o tre donne a fare il controcanto. La melodia era inconfondibile.</p>
<p>«Puoi guardare.» disse Brigitta, e Malicius si tolse la mascherina.</p>
<p>La prima cosa che vide fu l’albero. Festoni, palline e addobbi di mille altre forme ne appesantivano le fronde, tra le quali lampeggiava un firmamento di lucine multicolori. E sotto i rami più bassi, i regali. Tanti regali.</p>
<p>Malicius spalancò gli occhi: erano abbastanza da farli licenziare in tronco entrambi. Per non parlare dell’albero, della musica, delle decorazioni!</p>
<p>«Te l’avevo detto che sarebbe stato qualcosa di proibito.» disse Brigitta, uscendo dal cucinino con una tazza fumante in ciascuna mano.</p>
<p>Se non fosse stato per la voce, Malicius non l’avrebbe riconosciuta. Era struccata, i capelli erano raccolti in uno chignon spettinato dietro la nuca. Le forme provocanti erano sepolte dentro un informe pigiama di flanella rossa, decorato con una fantasia di pupazzi di neve e renne stilizzate. Malicius guardò in basso, scoprendo di averne addosso uno uguale.</p>
<p>«La tua cioccolata.» disse Brigitta, porgendogli una tazza, poi si sedette su divano e batté sul cuscino accanto a sé. Malicius le si sedette a fianco, e lei gli appoggiò la testa sulla spalla.</p>
<p>«Non è carino? Te l’avevo detto, che avremo fatto qualcosa di proibito.»</p>
<p>«Tu…» Malicius s’interruppe e scosse la testa, sorridendo. Quella donna lo spiazzava sempre.</p>
<p>«Cos’è, hai paura che ci colgano sul fatto?» lo sfidò Brigitta.</p>
<p>Lui posò la tazza sul tavolino lì accanto e distese un braccio per cingerle le spalle. L’attirò a sé, e la baciò teneramente. Era il momento di stare al gioco.</p>
<p>«È solo che…»</p>
<p>«Che?» chiese lei, maliziosa.</p>
<p>«Questa serata è incredibilmente importante.» ammise Malicius, la voce carica di sentimento «<em>Tu</em> sei incredibilmente importante. Quello che provo per te non l’ho mai provato con nessun’altra donna.»</p>
<p>Brigitta ridacchiò, e un po’ di cioccolata le finì di traverso. Si raddrizzò tossicchiando, e mise giù la tazza. «Ed evita di fare il Christian Grey.» disse «Dev’essere una serata romantica, non idiota. Coccole, non scemenze.»</p>
<p>Lui annuì, la baciò di nuovo e la strinse a sé, mentre <em>Jingle Bells</em> imperversava in sottofondo. “Coccole” pensò, e la parola gli diede un piacere perverso.</p>
<p>Fuori dalle ampie bifore la neve turbinava, sospinta dal vento instancabile. Malicius abbracciò Brigitta un po’ più forte e, vergognandosi un po’ – ma la vergogna faceva parte del gioco – si godette il brivido di essere buoni.</p>
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		<title>World War Z</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Dec 2012 08:54:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mattia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Di recente ho visto alcuni film con Brad Pitt. Di solito veniva lui a casa mia, ma dipendeva dalla serata. Un mesetto fa mi sono sorbito L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, e ho constatato che &#8230; <a href="http://sudareinchiostro.it/2012/12/09/world-war-z/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di recente ho visto alcuni film con Brad Pitt. Di solito veniva lui a casa mia, ma dipendeva dalla serata.</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 199px"><img title="ba-dum-tss" src="http://img844.imageshack.us/img844/364/badumtss.png" alt="" width="189" height="152" /><p class="wp-caption-text">La grande comicità è solo su Sudare Inchiostro!</p></div>
<p>Un mesetto fa mi sono sorbito <em>L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford</em>, e ho constatato che a titolo troppo lungo talvolta corrisponde film troppo lungo. Ma mi sono fatto davvero del male solo due settimane dopo con <em>Troy</em>, pellicola del 2004 che per mancanza di tempo e interesse (o forse perché all’epoca avevo maggior buonsenso) non avevo ancora visto.</p>
<p><em>Troy</em> non si avvicina ai picchi di americanità trash come quelli di <em><a title="God(s) bless America – Sudare Inchiostro" href="http://sudareinchiostro.it/2012/06/11/gods-bless-america/" target="_blank">Scontro tra titani</a></em><sup><a href="http://sudareinchiostro.it/2012/12/09/world-war-z/#footnote_0_1415" id="identifier_0_1415" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Film in cui, mi preme ripeterlo, non c&rsquo;&egrave; un titano neanche a pagarlo.">1</a></sup>, ma va ad ingrossare il mucchio degli adattamenti cinematografici che si potevano elegantemente evitare.</p>
<p>Però Brad, interpretando Achille, può essere definito a buon diritto “Bello come un (semi)dio greco™”.</p>
<h3>Errare humanum est, perseverare autem ollivudianum</h3>
<p>Brad, oltre che molto bello, è anche recidivo. Ed è anche <strong>molto bello</strong> (cit.). Ma è anche recidivo, non dimentichiamolo: si è prestato infatti a un nuovo adattamento cinematografico, questa volta non di un poema omerico, ma del romanzo <em>World War Z</em> di Max Brooks.</p>
<p>Da ignorante quale sono non avevo mai sentito nominare il libro prima di vedere il trailer del film, e quindi non sapevo che questa specie di quarta di copertina cinematografica sarebbe stata fuorviante.</p>
<p>Prima di proseguire, gustatevi il trailer.</p>
<p style="text-align: center;"><iframe title="YouTube video player" class="youtube-player" type="text/html" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/embed/uBdd9zb24H4" frameborder="0" allowFullScreen="true"> </iframe></p>
<p>Eroismo, senso del dovere, americanità. Americanità fin dove lo sguardo può arrivare. Al minuto 1:10 c’è pure una app per iPad che fa il conteggio istantaneo delle vittime!</p>
<p>Fremevo al pensiero della <strong>scorpacciata di buoni sentimenti misti</strong> a <strong>raffiche di artiglieria</strong>, e la mia parte più masochista pregustava con cupa gioia la visione del film. Mi sono aggirato febbrilmente per il web alla ricerca di gustosi preview: esaltazione dell’Americard a parte, <em>World War Z</em> prometteva <em>guerra</em>, con l’esercito Merigano che scende in campo in grande stile per l’operazione Libertà Duratura II e sforacchia una marea di non-morti famelici e centometristi. Non più lo sparuto gruppetto di caratteri tipizzati<sup><a href="http://sudareinchiostro.it/2012/12/09/world-war-z/#footnote_1_1415" id="identifier_1_1415" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="L&rsquo;eroe, la bionda, la minoranza etnica dalla dipartita facile, il veterano survivalista, il piagnone, etc&hellip;">2</a></sup> tipico degli zombie movies, ma l’esercito più attrezzato del mondo contro un <strong>nemico inumano</strong> che rischia di <strong>spazzare via la nostra intera specie</strong>.</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 460px"><img src="http://www.zombiehunters.org/wiki/images/Zombie_Apocalypse.jpg" alt="" width="450" height="296" /><p class="wp-caption-text">&quot;We want dental care!&quot;</p></div>
<p>Aspetta un attimo… l’esercito più attrezzato del mondo contro un nemico inumano che mette in pericolo tutta la nostra specie? A pensarci bene, è da due o tre guerre che gli Stati Uniti raccontano questa roba.<br />
E mica dicevano fesserie, stavano solo preparando il mercato cinematografico per <em>World War Z</em>. In fondo le ultime guerre non sono che state un unico, grande preview di questo film. Pensateci un attimo: ingenti perdite tra i civili? Combattimento senza quartiere contro un nemico numeroso, disarmato e molto affamato? Il richiamo è inequivocabile.</p>
<p>Ad ogni buon conto, la presenza di Brad “pater-familias” Pitt era il condimento ideale per l’insalata di tamarraggine preannunciata dallo scontro epocale tra zombi e americani.</p>
<p>Sì, zombi contro americani. In pratica, una guerra civile.</p>
<p>Scusate, ora la smetto.</p>
<h3>È sempre meglio il libro</h3>
<p><img class="alignright" title="World War Z – copertina edizione inglese" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/en/thumb/7/76/World_War_Z_book_cover.jpg/200px-World_War_Z_book_cover.jpg" alt="" width="200" height="296" />Insomma, curiosando nella rete ho subito scoperto che il film era tratto dal libro omonimo, <em>World War Z</em> di Max Brooks, figlio di Mel Brooks nonché autore del <em>Manuale per sopravvivere agli zombi</em> (più conosciuto con il suo titolo originale, <em>The Zombie Survival Guide</em>).</p>
<p>L’edizione italiana di <em>World War Z</em> ha anche un sottotitolo: <em>La guerra mondiale degli zombi</em>. Attratto dall’irresistibile richiamo del trash, ho cominciato la lettura, realizzando subito che le mie aspettative erano state disattese. <em>World War Z</em> non è affatto trash, e anzi dà degli spunti originali ad un sottogenere che spesso arriva al grande pubblico nelle sue varianti più trite.</p>
<p>Per prima cosa, <em>World War Z</em> è la prima opera narrativa sui non-morti, tra quelle che ho letto o visto, in cui l’ambientazione e le vicende sono sviluppate su scala davvero ampia.</p>
<p>Mi direte che è pieno di film di zombi in cui il contagio arriva a colpire la maggior parte della popolazione terrestre. È vero, ma di solito la storia si svolge in uno scenario geograficamente ben localizzato, e alla situazione internazionale si accenna soltanto.</p>
<p>Invece Brooks segue il diffondersi del fenomeno in tutto il pianeta, dai primi casi attestati in Cina alle conseguenze nelle varie aree del mondo, esaminando la devastazione causata dalla pandemia e le successive reazioni degli stati. Per un’opera di costruzione della realtà così ampia, Brooks si è dovuto documentare molto:</p>
<blockquote><p>Everything in <em>World War Z</em> (as in <em>The Zombie Survival Guide</em>) is based in reality&#8230; well, except the zombies. But seriously, everything else in the book is either taken from reality or 100% real. The technology, politics, economics, culture, military tactics&#8230; it was a LOT of homework.</p></blockquote>
<blockquote><p>Tutto in <em>World War Z</em> (come nel <em>Manuale per sopravvivere agli zombi</em>) è basato sulla realtà… beh, a parte gli zombi. Ma davvero, tutto il resto nel libro o è tratto dalla realtà o è vero al 100%. La tecnologia, la politica, l’economia, la cultura, le tattiche militari… ho fatto UN SACCO di compiti per casa.</p></blockquote>
<h3>Ma parliamo un po’ di te</h3>
<p>Ma come si fa a rappresentare in un solo romanzo (di nemmeno trecentocinquanta pagine) una simile mole di eventi? Come si fa a definire bene un’ambientazione così diversificata?</p>
<p>Con un romanzo di stampo tradizionale sarebbe stato molto difficile, e infatti <em>World War Z</em> è un esempio molto particolare di zombie fiction: consiste in una <strong>serie di interviste</strong> più o meno lunghe, in cui gli intervistati sono generalmente lasciati liberi di raccontare le proprie esperienze, e diventano quindi <strong>narratori</strong><sup><a href="http://sudareinchiostro.it/2012/12/09/world-war-z/#footnote_2_1415" id="identifier_2_1415" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Il sottotitolo originale &egrave; An Oral History of the Zombie War.">3</a></sup>. L’introduzione (fittizia) alla raccolta è scritta da un personaggio che ha l’incarico di raccogliere testimonianze su ciò che è accaduto nel mondo, e che non “vedremo” più, se non nelle rare domande poste agli intervistati e nei brevi interventi che contestualizzeranno le testimonianze.</p>
<p>Wikipedia definisce <em>World War Z</em> “romanzo epistolare”, denominazione che calza solo se non la prendiamo troppo rigidamente.</p>
<p>Brooks <strong>seleziona bene i personaggi</strong> a cui dà la parola, e riesce a mettere in scena un’ampia gamma di situazioni, coprendo l’intera vicenda in senso cronologico e geografico, ma non solo. Ricorrere alle testimonianze dirette di molti personaggi permette di esaminare realtà differenti anche dal punto di vista umano, e non solo sociopolitico. Di conseguenza i racconti dei vari narratori riescono a restituire al lettore un affresco complessivo di quanto succede sulla Terra durante la <em>zombie apocalypse</em>, senza che il risultato della raccolta sia una cronaca fredda e strettamente evenemenziale.</p>
<p>Ovviamente, trattandosi principalmente di resoconti di fatti vissuti in prima persona dagli intervistati, ci troviamo di fronte ad un <strong>ampio uso del raccontato</strong>, e non potrebbe essere altrimenti: chi mai, nel parlare di qualcosa che gli è accaduto, riesce a mostrare tutto?</p>
<p>Comunque la presenza dei narratori, alle volte più forte, altre volte meno marcata, non è un male, perché Brooks riesce a caratterizzare bene ciascuna “voce” (tematicamente, più che stilisticamente, ma l’effetto è buono).</p>
<p>Il ricorso diffuso al raccontato, reso necessario dalla forma testuale della testimonianza, non rende comunque la lettura noiosa. Il motivo? La gestione dell’informazione. Brooks <strong>non fornisce subito tutti gli elementi</strong>, ma conduce il lettore attraverso vicende personali e resoconti più tecnici in modo da fornirgli a poco a poco i vari pezzi del puzzle. Le interviste non sono direttamente collegate tra loro, ma con riferimenti sottili e chiari creano i nodi informativi centrali da cui partono i fili che compongono la trama intesa nel senso più ampio.</p>
<h3>Apocalissi a confronto</h3>
<p>A mio avviso, i non-morti non sono il tratto più interessante di <em>World War Z</em>, né di certo il più originale. L’aspetto meglio riuscito è la ricostruzione della realtà mondiale durante l’apocalisse zombi e la sorta di ucronia distopica che ne deriva.</p>
<p>In <em>World War Z</em>, <strong>la vera protagonista è l’ambientazione</strong>. Vi ricorda qualcosa? È già successo che per le pagine virtuali di questo blog passasse una recensione di un romanzo distopico in cui l’ambientazione era ben più importante dei personaggi. Bravi, si tratta de <em><a title="Apocalypse Crown – Sudare Inchiostro" href="http://sudareinchiostro.it/2011/07/31/apocalypse-crown/" target="_blank">La fine del mondo storto</a></em>, di Maurizio Corona.</p>
<p>Quel libro non mi era piaciuto molto, perché più che proporci un romanzo Corona ci fa la morale. Tanta voglia di salire in cattedra trova un preciso riscontro nell’assenza di personaggi: Corona vuole farci vedere che noi, in un mondo privo di petrolio, carbone ed energia elettrica, moriremmo come mosche, e ce lo dice senza troppi giri di parole. Ci dice quello che succederebbe, fa un elenco di conseguenze al blackout energetico che ipotizza, e ci fa sapere che siamo inadeguati ad una vita priva di comfort, ce lo spiattella lì, e lo ripete a dovere.</p>
<p><img class="alignleft" title="Corona affronta gli zombi anche smanicato, con la sola imposizione dell'indice destro" src="http://www.oasidellibro.it/wp-content/uploads/2010/11/mauro-corona.jpg" alt="" width="250" height="344" />Per la cronaca, siamo inadeguati (individualmente, ma anche sociopoliticamente) anche quando si tratta di affrontare una <em>zombie apocalypse</em>. Max Brooks però non si limita a fare un resoconto del caos planetario, ma offre una serie di spaccati di varie situazioni personali e collettive, e le fa raccontare a chi le ha vissute in prima persona.</p>
<p>In narrativa <strong>i personaggi servono</strong> (non avrei mai pensato di dover dire una cosa del genere): anche se si tratta di narratori, come in <em>World War Z</em>, contribuiscono a far calare il lettore nelle situazioni di cui sono o sono stati protagonisti, a rendere più vero l’universo creato dall’autore.</p>
<p>Senza personaggi, la prospettiva da cui i fatti sono raccontati è troppo distante, troppo fredda, più adatta ad un manuale di storia che ad un romanzo.</p>
<h3>Conclusioni</h3>
<p>Mi sono divertito a leggere <em>World War Z</em>. È un interessante e riuscitissimo esperimento del tipo “e se…?”, e la forma di testimonianza che Brooks ha dato al libro non mi ha stancato quanto credevo.</p>
<p>E poi, lo ripeto, la catena di eventi ipotizzata da Brooks è davvero ben fatta. Tra piccoli – e inaspettati – conflitti nucleari, intere popolazioni che svaniscono nel nulla, città sotterranee e convegni delle Nazioni Unite in mezzo al Pacifico, vi sorprenderete nel vedere quali nazioni riescono a spuntarla e quali stati invece soccombono all’ondata di non-morti. E come se la caveranno gli eserciti contro un nemico che non prova dolore, e che continua ad avanzare anche quando viene fatto a pezzi da raffiche di mitragliatrice e bombe a mano?</p>
<p>Troverete molte situazioni curiose, ma proprio lì sta il bello del libro: tutto sarà ben motivato, e quindi credibile anche se inatteso.</p>
<p>Il film mi sembra banale, ma magari è solo colpa di un trailer pensato per portare al cinema il grande pubblico<sup><a href="http://sudareinchiostro.it/2012/12/09/world-war-z/#footnote_3_1415" id="identifier_3_1415" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Ma il fatto che nel film gli zombi siano in grado di correre e arrampicarsi (nel libro no) mi fa temere il peggio.">4</a></sup>. Il libro invece è originale, ed è una lettura piacevole anche se, come me, non siete grandi appassionati di zombie fiction.</p>
<p><img class="alignright" title="Max Brooks non è contento" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/0/06/Max_Brooks_Rocket_Llama.jpg/220px-Max_Brooks_Rocket_Llama.jpg" alt="" width="220" height="309" />Per chi scrive, <em>World War Z</em> è una lettura ricca di spunti. Ci troviamo di fronte ad un’operazione di <em>world building</em> estremamente accurata e credibile, tanto importante nell’economia della narrazione da essere praticamente il soggetto principale. Ci viene dato un ottimo esempio di come a volte l’autore si debba documentare estensivamente su argomenti diversissimi, e di come poi la mole di informazioni acquisite vada utilizzata. Non si percepisce la presenza dello scrittore ansioso di sfoggiare le proprie conoscenze: Brooks lascia che siano i personaggi, con le loro voci e attraverso le loro storie, a presentare l’universo narrativo nella sua complessità, con dettagli tecnici e spiegazioni (quando servono, e quando sono narrativamente opportuni).</p>
<p>Insomma, <em>World War Z</em> è un libro ricco di particolarità, ed ha il pregio aggiuntivo di indicare le destinazioni più sicure da raggiungere in caso di <em>zombie apocalypse</em>. Meglio di così si muore!</p>
<p>E poi si resuscita.<br />
Ok, la smetto.</p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_1415" class="footnote">Film in cui, mi preme ripeterlo, non c&#8217;è un titano neanche a pagarlo.</li><li id="footnote_1_1415" class="footnote">L’eroe, la bionda, la minoranza etnica dalla dipartita facile, il veterano survivalista, il piagnone, etc…</li><li id="footnote_2_1415" class="footnote">Il sottotitolo originale è <em>An Oral History of the Zombie War</em>.</li><li id="footnote_3_1415" class="footnote">Ma il fatto che nel film gli zombi siano in grado di correre e arrampicarsi (nel libro no) mi fa temere il peggio.</li></ol>]]></content:encoded>
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		<title>Come scrivere poesia – 2° puntata</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Nov 2012 06:50:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mattia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Linguistica]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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		<description><![CDATA[Non di rado ho sentito seguaci del verso libero affermare che scrivere in metro è facile, un esercizio tutto sommato pedissequo: basta saper contare, no? Chi dice così probabilmente non ha mai messo in fila più di qualche endecasillabo, sempre &#8230; <a href="http://sudareinchiostro.it/2012/11/15/come-scrivere-poesia-2%c2%b0-puntata/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non di rado ho sentito seguaci del verso libero affermare che scrivere in metro è facile, un esercizio tutto sommato pedissequo: basta saper contare, no?</p>
<p>Chi dice così probabilmente non ha mai messo in fila più di qualche endecasillabo, sempre che si sia mai dato la pena di scriverne qualcuno.</p>
<p>Invece chiunque abbia scritto qualcosa in metro si sarà accorto che ogni tanto i versi “suonano bene” e ogni tanto no. Non sto parlando di contenuti, scelte lessicali o uso delle figure retoriche di suono, ma della prosodia, dell’andamento del verso. In altre parole, del <strong>ritmo</strong>.</p>
<p>La metrica ci permette di creare musica attraverso il susseguirsi delle parole, ma <strong>la creazione del ritmo non è automatica</strong>. Ecco perché è possibile scrivere versi della giusta lunghezza, con le sinalefi e le sineresi ai posti giusti, e avere ancora tra le mani <strong>qualcosa che non sembra poesia</strong>, tipo questa quartina:</p>
<blockquote><p>Contare sillabe sembra perfetto</p>
<p>ma non garantisce sempre un bel verso;</p>
<p>anzi, a ben guardare è proprio diverso</p>
<p>poetare e pesare le cose all’etto.</p></blockquote>
<p>Le rime aiutano a marcare la fine dei versi e a dare una certa musicalità al tutto, ma il risultato finale suona più come un proverbio troppo lungo che come una quartina di endecasillabi. Non c’è ritmo, quindi non c’è musica. Non c’è musica, quindi non c’è poesia.</p>
<p>Se il conto sillabico non basta a fare un buon verso, vuol dire che c’è un altro parametro di cui dobbiamo tener conto. E visto che il ritmo è fatto di battiti più deboli e battiti più forti, è presto detto: si tratta degli <strong>accenti</strong>.</p>
<h3>Una magnifica alternanza</h3>
<p>Nei manuali di metrica troverete i cosiddetti schemi accentuativi fissi dei vari versi della metrica italiana. Per esempio, secondo la tradizione, gli ottonari sono accentati obbligatoriamente sulla terza e sulla settima sillaba<sup><a href="http://sudareinchiostro.it/2012/11/15/come-scrivere-poesia-2%c2%b0-puntata/#footnote_0_1398" id="identifier_0_1398" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="L&rsquo;ultimo accento &egrave; sempre scontato, ovviamente, perch&eacute; &egrave; quello che definisce la misura del verso.">1</a></sup>. Conosciamo tutti il <em>Trionfo di Bacco e Arianna</em> di Lorenzo il Magnifico. Il celebre ritornello risponde ai requisiti di accentazione fissa:</p>
<blockquote><p>Chi vuol <strong>es</strong>ser lieto, <strong>sia</strong>:</p>
<p>di do<strong>man</strong> non c’è cer<strong>tez</strong>za.</p></blockquote>
<p>Ho evidenziato in grassetto le sillabe in 3<sup>a</sup> e 7<sup>a</sup> posizione, che sono regolarmente accentate<sup><a href="http://sudareinchiostro.it/2012/11/15/come-scrivere-poesia-2%c2%b0-puntata/#footnote_1_1398" id="identifier_1_1398" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Come al solito ho applicato al massimo la sineresi; di qui l&rsquo;unica sillaba della parola &ldquo;sia&rdquo;.">2</a></sup>. Ma quelle previste dall’accentazione fissa non sono le uniche sillabe che possono essere toniche: l’accento potrà cadere anche in altre posizioni, purché siano toniche 3<sup>a</sup> e 7<sup>a</sup> (per l’ottonario).</p>
<p>E infatti, se volessimo grassettare le sillabe toniche, avremmo:</p>
<blockquote><p>Chi vuol <strong>es</strong>ser <strong>lie</strong>to, <strong>sia</strong>:</p>
<p>di do<strong>man</strong> non <strong>c’è</strong> cer<strong>tez</strong>za.</p></blockquote>
<p>Ho tralasciato di proposito <em>chi</em>, <em>vuol</em>, <em>di</em> e <em>non</em>. Per <em>di</em> possiamo dire subito che di norma, in poesia, le preposizioni (come gli articoli) sono considerate atone. Norma a parte, concorderemo sul fatto che anche quando parliamo normalmente non diamo gran rilievo tonico alle preposizioni, a meno che non stiamo cercando di sottolinearle in opposizione a qualcos’altro. Ad esempio:</p>
<blockquote><p>«Ho detto “<strong>di</strong> doman”, non “<strong>da</strong> doman!”»</p></blockquote>
<p>Lo stesso vale per l’avverbio di negazione <em>non</em>, che rendiamo tonicamente rilevante nel parlato solo quando lo sottolineiamo per qualche ragione.</p>
<blockquote><p>«In certi casi l’accento è rilevante, in altri è <strong>non</strong> rilevante.»</p></blockquote>
<p>Con <em>vuol</em> il discorso si fa più interessante. <em>Vuol</em> è monosillabo, ma essendo la variante troncata di <em>vuole</em> possiamo supporre che non sia atona, secondo la norma. Se leggiamo il verso (anche ad alta voce) ci accorgiamo però che non siamo naturalmente portati a rendere <em>vuol</em> con grande intensità. Come mai?</p>
<p>Una prima considerazione da fare è che <em>vuol</em> precede un’altra sillaba tonica, <em>es</em>-, di <em>esser</em>, e che quest’ultima sillaba la accentiamo ben di più. Possiamo dunque dire che vuol perda un po’ di tonicità a causa della sillaba tonica adiacente? L’ipotesi è interessante, ma c’è ancora qualcosa che non quadra. Perché due sillabe toniche vicine entrano in conflitto? È solo perché si tratta di poesia? E ancora, perché non è <em>es</em>- a perdere tonicità in favore di <em>vuol</em>?</p>
<p>Prima di tutto cerchiamo di capire se si tratta di un fenomeno circoscritto alla poesia. Beh, direi di no. Provate a pronunciare il titolo del celebre programma <em>Chi vuol essere milionario?</em><sup><a href="http://sudareinchiostro.it/2012/11/15/come-scrivere-poesia-2%c2%b0-puntata/#footnote_2_1398" id="identifier_2_1398" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Da notare che, malgrado il punto di domanda, non viene letto con intonazione interrogativa.">3</a></sup>. Tra <em>vuol</em> ed <em>es</em>- è sempre la seconda ad essere più intensa. Addirittura, direi che persino <em>chi</em> è pronunciato con più forza rispetto a <em>vuol</em>.</p>
<p>Da un punto di vista linguistico, questo non stupisce. In molte lingue, italiano compreso, le parole con più di tre sillabe assumono un accento secondario, che generalmente si colloca a due sillabe di distanza dall’accento primario, creando quindi un’alternanza di tonicità. Nella parola <em>alternanza</em>, ad esempio, la sillaba iniziale <em>al</em>- è portatrice di un accento secondario, ed è pronunciata con più intensità rispetto alla successiva -<em>ter</em>-<sup><a href="http://sudareinchiostro.it/2012/11/15/come-scrivere-poesia-2%c2%b0-puntata/#footnote_3_1398" id="identifier_3_1398" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="L&rsquo;alternanza tonica-atona non avviene, o non &egrave; detto che avvenga, quando la distribuzione dell&rsquo;accento secondario &egrave; influenzata da fattori di natura morfologica. Nella parola capostazione, l&rsquo;accento secondario cadr&agrave; su ca-, sillaba tonica della prima parola che forma il composto. Non avremo quindi l&rsquo;alternanza esatta, capostazione, bens&igrave; capostazione.">4</a></sup>. Questo è un fatto fisico, misurabile con l’apposita strumentazione. Ai fini della nostra trattazione è importante perché, se all’interno di parola i picchi di intensità tendono a disporsi separati l’uno dall’altro, allora ha senso che abbiano un comportamento simile anche in una dimensione più ampia, quella della frase. Possiamo quindi assumere come principi generali che:</p>
<ul>
<li>quando si esegue una sequenza di tre o più sillabe di pari intensità si tende a pronunciarne <strong>una</strong> con <strong>intensità maggiore</strong> rispetto alle altre<sup><a href="http://sudareinchiostro.it/2012/11/15/come-scrivere-poesia-2%c2%b0-puntata/#footnote_4_1398" id="identifier_4_1398" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Come testimoniato dall&rsquo;assegnazione di un accento secondario in molte lingue.">5</a></sup> (per il criterio secondo cui si assegna l’accento si veda il punto successivo);</li>
<li>gli accenti non si collocano l’uno accanto all’altro, ma tendono a disporsi secondo un’<strong>alternanza tonica-atona</strong><sup><a href="http://sudareinchiostro.it/2012/11/15/come-scrivere-poesia-2%c2%b0-puntata/#footnote_5_1398" id="identifier_5_1398" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Anche se in certi casi le sillabe atone tra un accento e l&rsquo;altro sono pi&ugrave; di una, come vedremo pi&ugrave; avanti.">6</a></sup>.</li>
</ul>
<p><img class="alignright" title="Lorenzo il Magnifico" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/2/2b/Lorenzo_de%27_Medici-ritratto.jpg/175px-Lorenzo_de%27_Medici-ritratto.jpg" alt="" width="175" height="229" />Torniamo al ritornello di Lorenzo il Magnifico. Ora è chiaro perché <em>vuol</em> ed <em>es</em>- sono pronunciate con accentazione diversa, e ci è chiaro anche perché qualcuno di noi potrebbe addirittura pronunciare <em>chi</em> più forte di <em>vuol</em>: per rispettare l’alternanza tonica-atona. In fin dei conti un monosillabo come <em>chi</em> è una specie di jolly, che può essere tonico o atono all’occorrenza (e tra poco spiegheremo perché).</p>
<p>Rimane ancora poco chiaro il perché non sia <em>vuol</em> ad essere accentato anziché <em>es</em>-. La risposta può essere ricercata in una prospettiva più ampia, dicendo ad esempio che la causa è il ritmo creato nei versi precedenti. Ma è una risposta insoddisfacente: non ci serve leggere tutta la strofa precedente per accentare <em>es</em>-. Come controprova basta pensare al titolo del quiz televisivo <em>Chi vuol essere milionario?</em>: l’accentazione che diamo istintivamente alle prime tre sillabe è identica a quella che usiamo per il primo verso del ritornello, e il nome del programma non è inserito in alcun componimento poetico.</p>
<p>C’è una spiegazione decisamente migliore. La parola <em>esser</em> ha l’accento posizionato obbligatoriamente sulla prima sillaba. Se accentassimo <em>vuol</em>, allora <em>es</em>- non potrebbe essere pronunciata con grande intensità in quanto adiacente ad essa, e soprattutto la sillaba -<em>ser</em> si verrebbe a trovare in una posizione su cui, di preferenza, dovremmo collocare un accento. Ma <em>vuòl essér</em> è cacofonico, perché contraddice la realtà linguistica.</p>
<p>La soluzione più elegante è allora <strong>privare d’intensità un monosillabo</strong>: il monosillabo ha un’unica posizione da accentare, e la maggiore o minore intensità della sillaba non porta ad alcuno storpiamento della parola, dove invece per un polisillabo cambiare la posizione accentata sconvolgerebbe la preminenza di una sillaba sull’altra, che è fissata nel nostro lessico (e/o nella morfofonologia).</p>
<p>Tutto <strong>questo processo</strong> in apparenza complicato non è stato architettato dall’autore, ma <strong>viene regolarmente (e automaticamente) calcolato dal cervello di chi legge</strong>, o meglio di chi elabora l’enunciato. Questo perché i principi che regolano la distribuzione dell’intensità non hanno origine culturale, ma linguistica, e perciò naturale. In altre parole, il nostro cervello dispone l’intensità in un certo modo perché è abituato a farlo anche quando parliamo.</p>
<p>Questo è molto importante, perché ci porta ad affermare che, al di là di tutte le norme che sono sempre state assegnate aprioristicamente alla metrica, il ritmo che sta alla base della poesia in versi regolari ha qualcosa di istintivo. È l’alternanza tonica-atona a creare il ritmo, e l’alternanza ha basi linguistiche. Quindi, lo ripeto, il ritmo ha origine naturale.</p>
<p>Non siete ancora convinti? Permettetemi di argomentare ancora.</p>
<h3>Chi vuol essere ottonario</h3>
<p>Restiamo ancora per un attimo sul titolo del quiz televisivo <em>Chi vuol essere milionario?</em>. Molti lo chiamano <em>Chi vuol esser milionario?</em>, con l’infinito <em>essere</em> troncato.</p>
<p>A prima vista potrebbe sembrare un caso, ma non se vi siete appena letti tutta la prima parte di questo articolo. Rileggete <em>Chi vuol esser milionario?</em>, applicando il troncamento “istintivo”. Notate niente?</p>
<p>È un <strong>ottonario</strong>. Così, a orecchio, preferiamo tutti un grazioso ottonario ad un novenario sgraziato. <strong>Il nostro cervello ha il senso del ritmo</strong>, e provvede ad eliminare l’ipermetria troncando <em>esser</em>. E come mai la “riparazione” avviene proprio lì? Beh, perché è il modo più facile ed economico di mettere tutte le cose a posto.</p>
<p>Guardiamo gli accenti prima del troncamento:</p>
<blockquote><p><strong>Chi</strong> vuol <strong>es</strong>sere <strong>mi</strong>lio<strong>na</strong>rio?</p></blockquote>
<p>Tra <em>es</em>- e <em>mi</em>- ci sono due sillabe atone, mentre nelle altre posizioni atone ce n’è sempre e solo una (rispettivamente <em>vuol</em>, -<em>lio</em>-, -<em>rio</em>)<sup><a href="http://sudareinchiostro.it/2012/11/15/come-scrivere-poesia-2%c2%b0-puntata/#footnote_6_1398" id="identifier_6_1398" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Ovviamente la sillaba mi- &egrave; da considerare tonica piuttosto che atona, in quanto portatrice di un accento di parola secondario.">7</a></sup>.</p>
<p>Dopo il troncamento abbiamo:</p>
<blockquote><p><strong>Chi</strong> vuol <strong>es</strong>ser <strong>mi</strong>lio<strong>na</strong>rio?</p></blockquote>
<p>Et voilà, l’alternanza viene rispettata.</p>
<p>A questo punto salta fuori il solito guastafeste: «Ehi, ma io dico “Chi vuol <em>essere</em>”, non tronco un bel niente!”». Beh, una possibilità è che sia un poeta filonovecentesco che sta mentendo per odio nei miei confronti. L’altra è che non si renda conto di effettuare il troncamento quando pronuncia la frase in modo non sorvegliato, ossia senza pensarci, e che invece esegua una pronuncia accurata quando si concentra e pensa esattamente a quelle parole. Un’altra possibilità è che io viva circondato da troncatori folli, portatori di un raro gene recessivo, che abitano solo nella mia città.</p>
<p>In mio soccorso giunge comunque la presenza nel web di versioni con <em>esser</em> troncato. Se c’è chi lo scrive, vuol dire che c’è chi lo dice così. E il fatto che la maggior parte dei risultati abbia la versione non troncata significa solamente che chi ha scritto determinati contenuti si è premurato di conoscere il titolo esatto. Qualcuno è addirittura caduto nell’ipercorrettismo, scrivendo <em>Chi vuole essere milionario</em>?.</p>
<p>Ad ogni modo, basta mettere le due versioni a confronto. Quale “suona meglio”? Il vostro cervello lo sa, voi fatelo lavorare.</p>
<p>Ma voglio proporvi un <strong>altro esperimento</strong>. Ancora una volta, non mi aspetto che i risultati siano identici per tutti quanti, ma abbiate pazienza e assecondatemi ancora per un po’. Sostituite alla parola <em>milionario</em> la parola <em>bancario</em>. Così, istintivamente, vi viene da troncare <em>essere</em> oppure no? E, se non lo troncavate nemmeno prima (bugiardi), ora vi piace di più la versione troncata o quella con <em>essere</em> per intero?</p>
<p>Direi che qui il troncamento non viene altrettanto naturale, o comunque non suona altrettanto bene. La cosa non ci stupisce se guardiamo gli accenti:</p>
<blockquote><p><strong>Chi</strong> vuol <strong>es</strong>se<strong>re</strong> ban<strong>ca</strong>rio</p></blockquote>
<blockquote><p><strong>Chi</strong> vuol <strong>es</strong>ser ban<strong>ca</strong>rio</p></blockquote>
<p>Ovviamente <em>chi</em> non ha un accento forte, come non ha un accento forte -<em>re</em> nella prima versione. Ma appunto, la versione senza troncamento rispetta la solita alternanza, e crea un ritmo.</p>
<p>Bisogna anche dire che non tutti i versi si prestano ad esempi di questo tipo con la facilità dell’ottonario. Ma del resto c’è una ragione se proprio questo tipo di verso era ed è molto presente nella musica popolare: avendo un ritmo molto marcato è estremamente cantabile, e la sua cadenza ritmica lo ha reso oggetto, per vari secoli, del disprezzo dei poeti colti. Il suo andamento caratteristico, però, e la sua “facilità” – ma io preferisco parlare di naturalezza – hanno segnato la sua fortuna nelle produzioni meno colte, e proprio per questo più istintive.</p>
<p>Se qualcuno ha nozioni di musica, a quest’ora si sarà già accorto della corrispondenza molto forte che c’è tra il <strong>verso ottonario</strong> e due battute di <strong>ritmo binario</strong>. Ciascuna battuta di ritmo binario ha due movimenti suddivisi in battere e levare. Se per brevità indico il battere con la lettera <em>b</em> e il levare con la lettera <em>l</em>, posso schematizzare le due battute così:</p>
<blockquote><p><em><strong>|</strong> <strong>1b</strong>    1l    <strong>2b</strong>    2l    <strong>|</strong> <strong>1b</strong>    1l    <strong>2b</strong>    2l    <strong>|</strong></em></p></blockquote>
<p>Ho evidenziato in grassetto il battere, che è tonicamente prominente rispetto al levare. <strong>La successione battere-levare ricalca l’alternanza tonica-atona</strong>, e quindi i quattro momenti di battere (1b, 2b, 1b, 2b) corrispondono alle quattro sillabe accentate.</p>
<p>Poste allora le basi del ritmo all’interno del verso, e definiti i principi di base che lo regolano, vediamo come si usa.</p>
<h3>L’accentazione tradizionale</h3>
<p>Se prendete un manuale di metrica, di certo troverete quali sono gli schemi accentuativi fissi per i vari versi. Ve li riporto qui sotto, assieme a degli esempi originali.</p>
<ul>
<ul>
<li>L’<strong>endecasillabo</strong>, che è un verso lungo, ha tre schemi permessi secondo la tradizione:</li>
<ul>
<li>4<sup>a</sup> &#8211; 8<sup>a</sup> &#8211; 10<sup>a</sup></li>
<li>4<sup>a</sup> &#8211; 7<sup>a</sup> &#8211; 10<sup>a</sup></li>
<li>6<sup>a</sup> &#8211; 10<sup>a</sup></li>
</ul>
</ul>
</ul>
<p>I primi due tipi, accentati obbligatoriamente in quarta posizione, sono detti <em>a minore</em>, nel terzo caso si parla di endecasillabi <em>a maiore</em>. Gli esempi sono riportati nello stesso ordine.</p>
<blockquote>
<ul>
<li>E cerco <strong>sem</strong>pre di sem<strong>bra</strong>re <strong>co</strong>lto.</li>
<li>Sbircia la <strong>ri</strong>ma dal<strong>l’or</strong>lo del <strong>ver</strong>so.</li>
<li>Se la prendono a <strong>ma</strong>le gli altri au<strong>to</strong>ri.</li>
</ul>
</blockquote>
<ul>
<ul>
<li>Il <strong>decasillabo</strong> è accentato su 3<sup>a</sup> &#8211; 6<sup>a</sup> &#8211; 9<sup>a</sup>.</li>
</ul>
</ul>
<blockquote><p>Senza <strong>pen</strong>ne, pen<strong>nel</strong>li o ma<strong>ti</strong>te.</p></blockquote>
<ul>
<ul>
<li>Il <strong>novenario</strong> è accentato su 2<sup>a</sup> &#8211; 5<sup>a</sup> &#8211; 8<sup>a</sup>.</li>
</ul>
</ul>
<blockquote><p>Il <strong>rit</strong>mo lo <strong>sen</strong>ti se as<strong>col</strong>ti<sup><a href="http://sudareinchiostro.it/2012/11/15/come-scrivere-poesia-2%c2%b0-puntata/#footnote_7_1398" id="identifier_7_1398" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Ho fatto apposta a non includere la s nella sillaba col. Sono andato contro la norma ortografica, ma con cognizione di causa, visto che in questi casi la s, per ragioni linguistiche, &egrave; coda della sillaba precedente e non attacco di quella che segue. Qui non mi dilungo oltre, se proprio bruciate dalla curiosit&agrave; sapete come contattarmi.">8</a></sup>.</p></blockquote>
<ul>
<ul>
<li>Dell’<strong>ottonario</strong> abbiamo già parlato parecchio, e abbiamo visto che gli accenti fissi sono in 3<sup>a</sup> e 7<sup>a</sup> posizione.</li>
</ul>
</ul>
<blockquote><p>Senti il <strong>rit</strong>mo se lo as<strong>col</strong>ti.</p></blockquote>
<ul>
<ul>
<li>Il <strong>settenario</strong>, secondo la tradizione, ha accentazione libera. O meglio, è regolare se è accentato, oltre che sulla 6<sup>a</sup> sillaba, su una delle prime 4. Qui vi riporto esempi dei vari tipi, e rispettivamente: 1<sup>a</sup> &#8211; 6<sup>a</sup>, 2<sup>a</sup> &#8211; 6<sup>a</sup>, 3<sup>a</sup> &#8211; 6<sup>a</sup>, 4<sup>a</sup> &#8211; 6<sup>a</sup>. Mi sono preso la libertà di ordinarli in una quartina di senso compiuto.</li>
</ul>
</ul>
<blockquote><p><strong>Ple</strong>tore d’indi<strong>gen</strong>ti</p>
<p>nel <strong>mez</strong>zo del cam<strong>mi</strong>no</p>
<p>sussur<strong>ra</strong>van tra i <strong>den</strong>ti</p>
<p>«Pubbliche<strong>rò, è</strong> des<strong>ti</strong>no<sup><a href="http://sudareinchiostro.it/2012/11/15/come-scrivere-poesia-2%c2%b0-puntata/#footnote_8_1398" id="identifier_8_1398" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Vale lo stesso discorso della nota precedente.">9</a></sup>.»</p></blockquote>
<ul>
<ul>
<li>Il <strong>senario</strong> è accentato sulla 2<sup>a</sup> e sulla 5<sup>a</sup>.</li>
</ul>
</ul>
<blockquote><p>La <strong>me</strong>trica è <strong>gan</strong>za.</p></blockquote>
<ul>
<ul>
<li>Il <strong>quinario</strong> può avere uno schema 1<sup>a</sup> &#8211; 4<sup>a</sup> oppure 2<sup>a</sup> &#8211; 4<sup>a</sup>.</li>
</ul>
</ul>
<blockquote><p><strong>Scri</strong>vere in <strong>me</strong>tro,</p>
<p>dav<strong>ve</strong>ro <strong>gan</strong>zo.</p></blockquote>
<p><strong>Quadrisillabo</strong>, <strong>trisillabo</strong> e <strong>bisillabo</strong> sono versi per modo di dire, ed è difficile (impossibile, nel caso del bisillabo) individuare davvero una posizione tonica forte oltre a quella che definisce la misura del verso.</p>
<p>Possiamo quindi dichiarare concluso l’elenco degli schemi accentuativi fissi. Se decidiamo di scrivere poesia in metro possiamo affidarci a queste norme, accentuative, e otterremo un risultato decisamente migliore rispetto alla quartina che compare all’inizio di questo post.</p>
<p>Ma noi siamo artigiani, e <strong>non ci accontentiamo</strong> quando ci sentiamo dire che una cosa si fa così perché sì. Perché gli schemi degli accenti fissi sono questi e non altri? Che cosa ha spinto i poeti, nel corso delle varie epoche, <strong>a selezionare solamente alcuni schemi</strong>?</p>
<p>In altre parole, dobbiamo chiederci se <strong>c’è un principio generale da adottare</strong>, invece che un modello da seguire ciecamente. E, una volta trovato quel principio, possiamo anche capire perché certe scelte normative ci piacciono di più, e certe altre di meno.</p>
<p>In questo modo potremo anche dimostrare che <strong>la metrica non è una cosa morta</strong>, ma che è capace di nuovo dinamismo, che può essere rielaborata e reinterpretata alla luce di nuovi criteri di gusto. E potremo farci bocciare agli esami universitari per la nostra arroganza.</p>
<h3>Binario e ternario</h3>
<p>È chiaro che nelle forme ad accenti fissi <strong>le sillabe obbligatoriamente accentate non sono necessariamente le uniche sillabe toniche</strong> presenti nel verso. Abbiamo visto che nell’ottonario, accentato in 3<sup>a</sup> e 7<sup>a</sup>, il principio di alternanza ci spinge a collocare due accenti “secondari”, meno intensi, rispettivamente in 1<sup>a</sup> e in 5<sup>a</sup> (gli accenti in 1<sup>a</sup> posizione sono solitamente più deboli, non solo nell’ottonario ma in tutti i versi).</p>
<p>Possiamo quindi dire che le posizioni davvero accentate nell’ottonario, a prescindere dall’intensità dell’accento, sono 1<sup>a</sup>, 3<sup>a</sup>, 5<sup>a</sup> e 7<sup>a</sup>. E direi che non ci sorprende che siano solo le posizioni dispari: grazie all’<strong>alternanza tonica-atona</strong> si è creato il <strong>ritmo binario</strong> schematizzato in precedenza.</p>
<p>Allora basta accentare una sillaba sì e una no, e il gioco è fatto? Ci stiamo avvicinando al principio generale, ma non è sempre così semplice.</p>
<p>Prendiamo il novenario.</p>
<blockquote><p>Il <strong>rit</strong>mo lo <strong>sen</strong>ti se as<strong>col</strong>ti.</p></blockquote>
<p>Vediamo bene che non è accentato ogni <strong>due</strong> sillabe, ma su ogni <strong>tre</strong>. E infatti sentite com’è diverso il suo ritmo da quello di un ottonario!</p>
<p>Lo stesso ritmo ternario lo troviamo nella struttura ad accentazione fissa del decasillabo:</p>
<blockquote><p>Un bel <strong>rit</strong>mo lo <strong>sen</strong>ti se as<strong>col</strong>ti.</p></blockquote>
<p>Ci troviamo quindi di fronte a due tipi di ritmo: <strong>binario</strong> e <strong>ternario</strong>. Nel ritmo binario l’alternanza è bilanciata (una sillaba tonica, una sillaba atona), mentre nel ternario c’è una corrispondenza uno a due (una sillaba tonica, due sillabe atone).</p>
<p>Rimane forte il parallelismo con la musica: binario e ternario sono i due principali tipi di ritmo<sup><a href="http://sudareinchiostro.it/2012/11/15/come-scrivere-poesia-2%c2%b0-puntata/#footnote_9_1398" id="identifier_9_1398" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="I musicisti mi scuseranno la semplificazione brutale.">10</a></sup>. Giusto per farvi un’idea, le marce sono in ritmo binario, i valzer in ritmo ternario.</p>
<p>Tornando agli esempi appena riportati, notate che, per farvi un esempio del decasillabo, mi è bastato aggiungere una sillaba in testa al novenario per avere ciò che mi serviva. Questo ci indica due cose. La prima è che il ritmo di novenari e decasillabi è identico<sup><a href="http://sudareinchiostro.it/2012/11/15/come-scrivere-poesia-2%c2%b0-puntata/#footnote_10_1398" id="identifier_10_1398" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="E del resto basta dare un&rsquo;occhiata alle posizioni (2a &ndash; 5a &ndash; 8a per il novenario, e 3a &ndash; 6a &ndash; 9a per il decasillabo) per vedere che il pattern tonico &egrave; uguale, solo spostato di una posizione.">11</a></sup>. La seconda è che <strong>ai fini della creazione del ritmo è irrilevante quale sia la prima sillaba accentata</strong>. Il modo giusto per calcolare il ritmo è quindi a ritroso, procedendo dall’ultima sillaba accentata, che definisce la misura del verso e quindi è per forza tonica, per poi risalire all’indietro lungo il verso.</p>
<p>Possiamo servirci ancora di un parallelismo musicale e dire che, in poesia, <a title="Ictus musicale su Wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ictus_(musica)" target="_blank">un ritmo può essere</a>:</p>
<ul>
<li><strong>tetico</strong>, quando il primo accento è sulla prima sillaba</li>
<li><strong>non tetico</strong><sup><a href="http://sudareinchiostro.it/2012/11/15/come-scrivere-poesia-2%c2%b0-puntata/#footnote_11_1398" id="identifier_11_1398" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Non uso la distinzione tra anacrusico e acefalo perch&eacute;, non essendoci battute come in musica, non &egrave; possibile differenziare in questo modo i versi non tetici.">12</a></sup>, se invece la prima sillaba è atona.</li>
</ul>
<p>Alla luce di queste nuove considerazioni, riesaminiamo i vari schemi accentuativi. Questa volta cominceremo dai versi più brevi, perché l’endecasillabo è quello su cui si possono e devono dire più cose, e preferisco lasciarlo alla fine.</p>
<h4>Il quinario</h4>
<p>Il quinario può essere ternario (1<sup>a</sup> &#8211; 4<sup>a</sup>):</p>
<blockquote><p><strong>Scri</strong>vere in <strong>me</strong>tro.</p></blockquote>
<p>O binario, se ha gli accenti in 2<sup>a</sup> e 4<sup>a</sup> posizione.</p>
<blockquote><p>Dav<strong>ve</strong>ro <strong>gan</strong>zo.</p></blockquote>
<p>Non uso quasi mai il quinario, ma tra le due varianti preferisco la prima. Il quinario è un verso cortissimo, per cui, leggendo verso dopo verso, il “peso” delle sillabe atone a inizio e fine verso influisce sul ritmo, spezzandolo.</p>
<blockquote><p>Sa<strong>rà an</strong>che <strong>gan</strong>zo,</p>
<p>pe<strong>rò</strong> non <strong>pa</strong>ga</p>
<p>la <strong>ce</strong>na o il <strong>pra</strong>nzo:</p>
<p>non <strong>più</strong> t’ap<strong>pa</strong>ga?</p></blockquote>
<p>Il ritmo rimane molto più scorrevole con i quinari ternari, anche se decisamente “saltellante” (effetto collaterale dei ritmi ternari, che si manifesta al massimo in un verso così breve).</p>
<blockquote><p><strong>A</strong>mo da <strong>mat</strong>ti</p>
<p><strong>scri</strong>vere in <strong>me</strong>tro</p>
<p><strong>ver</strong>si sif<strong>fat</strong>ti</p>
<p><strong>d’a</strong>nimo <strong>te</strong>tro.<strong></strong></p></blockquote>
<h4>Il senario</h4>
<p>Il senario ha un ritmo ternario.</p>
<blockquote><p>Non <strong>cre</strong>dere a <strong>que</strong>llo</p>
<p>che <strong>scri</strong>ve col <strong>cuo</strong>re:</p>
<p>per <strong>scri</strong>ver d’a<strong>mo</strong>re</p>
<p>ci <strong>vuo</strong>le cer<strong>vel</strong>lo.</p></blockquote>
<p>Notate che, tra il senario e il quinario accentato in 1<sup>a</sup> e 4<sup>a</sup> posizione, vale lo stesso rapporto che intercorre tra decasillabo e novenario. Il senario è come il quinario 1<sup>a</sup> &#8211; 4<sup>a</sup>, solo con una sillaba in più all’inizio verso.</p>
<p>Il ritmo è uguale, ma il senario mi piace di più, perché la prosodia è più fluida, meno interrotta dagli stacchi di verso.</p>
<h4>Il settenario</h4>
<p>Il settenario ha accentazione libera, e questo me lo rende un po’ antipatico, perché questa tradizione permette a chi lo usa di ignorare il ritmo.</p>
<p>In realtà, a ben guardare, possiamo ritrovare i nostri ritmi in <strong>quasi</strong> tutte le opzioni accentuative. Vediamo come.</p>
<p>I <strong>settenari 4<sup>a</sup> &#8211; 6<sup>a</sup></strong> tenderebbero ad avere un ritmo binario, e avrete già capito che un accento secondario può essere piazzato, opzionalmente, in seconda posizione. Non è sempre così; dipende dalle parole che usate, e dipende da chi e come legge il verso.</p>
<p>Prendiamo questo caso:</p>
<blockquote><p>«Pubbliche<strong>rò, è</strong> des<strong>ti</strong>no.»</p></blockquote>
<p><em>Pubblicherò</em>, per ragioni di fonetica soprasegmentale<sup><a href="http://sudareinchiostro.it/2012/11/15/come-scrivere-poesia-2%c2%b0-puntata/#footnote_12_1398" id="identifier_12_1398" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Le sillabe chiuse sono solitamente pi&ugrave; lunghe di quelle aperte (basti pensare al latino), e a maggiore lunghezza corrisponde in genere maggiore intensit&agrave;.">13</a></sup>, tende ad avere un accento secondario più su <em>pub</em>- che su -<em>li</em>-. Per questa ragione bisogna stare attenti quando si usano settenari 4<sup>a</sup> &#8211; 6<sup>a</sup>, se si vuole creare un buon ritmo. Il problema di questi settenari è che i due accenti primari sono molto vicini, e non creano una “griglia” solida su cui gli accenti secondari si possano disporre con sicurezza. Ma il settenario è un verso breve, per cui le opzioni che ci rimangono per disporre l’accento secondario sono due: in 1<sup>a</sup> o in 2<sup>a</sup> posizione. Con l’accento in 2<sup>a</sup> abbiamo un ritmo binario perfetto, con quello in 1<sup>a</sup> no, ma se è molto debole può essere accettabile e non rompere troppo la cadenza ritmica.</p>
<p>I <strong>settenari 3<sup>a</sup> &#8211; 6<sup>a</sup></strong> hanno un ritmo decisamente ternario, che non prevede l’assegnazione di accenti secondari. Quando tra una posizione tonica e un’altra ci sono due posizioni atone, infatti, l’accento secondario, che vuole piazzarsi ad almeno una sillaba di distanza dal primario più vicino, non si colloca nemmeno. Schizzinoso il signorino, eh?</p>
<p>I <strong>settenari 2<sup>a</sup> &#8211; 6<sup>a</sup></strong> hanno un ritmo binario molto più stabile di quello dei loro cugini 4<sup>a</sup> &#8211; 6<sup>a</sup>. Questo perché all’accento secondario non vengono lasciate scelte sulla propria collocazione, e lo si “costringe” a mettersi sulla 4<sup>a</sup> sillaba, equidistante dagli accenti primari.</p>
<p>I <strong>settenari 1<sup>a</sup> &#8211; 6<sup>a</sup></strong> sono, ritmicamente parlando, i peggiori. Tra i due accenti forti ci sono ben quattro posizioni; l’accento secondario cadrà necessariamente su una di queste due, ma sarà impossibile che risulti equidistante dai due accenti primari. Di conseguenza si creerà un ritmo necessarimante scombinato, o binario-ternario (con accento secondario in 3<sup>a</sup> posizione), o ternario-binario (con accento secondario in 2<sup>a</sup> posizione).</p>
<p>Permettetemi un’ultima piccola polemica contro la tradizione. L’ottonario è sempre stato snobbato perché “filastrocchesco”, ma non è che il settenario sia da meno. Le ragioni di questa ingiusta discriminazione sono due:</p>
<ul>
<li>Il settenario viene spesso usato assieme all’endecasillabo, verso lungo e (solitamente) elegante; basti pensare alle canzoni composte dal tredicesimo secolo in poi.  Quindi il settenario ha avuto fortuna come verso-spalla, una specie di Robin per il Batman endecasillabo. L’ottonario invece viene usato più spesso da solo.</li>
<li>In una strofa di settenari il ritmo può essere spezzato, a causa dell’accentazione tradizionalmente libera. Per rompere la cadenza ritmica (o per non averne una davvero incisiva) basta passare da una combinazione accentuativa all’altra. I settenari accentati in prima posizione, poi, mettendo in genere l’accento sulla prima sillaba.</li>
</ul>
<p>Vi invito a leggere prima <em><a title="Il cinque maggio – Wikisource" href="http://it.wikisource.org/wiki/Il_cinque_maggio" target="_blank">Il cinque maggio</a></em>, che è in settenari, e poi <em><a title="Il trionfo di Bacco e Arianna – Wikisource" href="http://it.wikisource.org/wiki/Canti_carnascialeschi_(Lorenzo_de%27_Medici)/VII._Canzona_di_Bacco" target="_blank">Il trionfo di Bacco e Arianna</a></em> in ottonari. Quale dei due ha più il sapore da filastrocca?</p>
<p>Inoltre Manzoni cerca di stemperare i suoi settenari facendone rimare solo due all’interno di una strofa. Ma lascio l’analisi de <em>Il cinque maggio</em> a un’altra volta, ché se comincio non mi fermo più<sup><a href="http://sudareinchiostro.it/2012/11/15/come-scrivere-poesia-2%c2%b0-puntata/#footnote_13_1398" id="identifier_13_1398" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Quegli enjambements&hellip; le mie orecchie&hellip; le mie povere orecchie&hellip;">14</a></sup>.</p>
<h4>L’ottonario</h4>
<p>Dell’ottonario abbiamo già parlato molto. Non è un caso se sono partito proprio da questo verso per spiegare tutta la faccenda degli accenti secondari: l’ottonario è estremamente stabile, perché con i suoi accenti forti in posizioni dispari pone le basi per una collocazione obbligata degli accenti secondari, sempre in posizioni dispari.</p>
<p>Questo lo ha reso particolarmente fortunato nell’ambito di composizioni più popolari, e lo ha fatto snobbare da molti poeti di professione.</p>
<p>A me l’ottonario sta molto simpatico per questa sua solidità ritmica, e credo anche che chi lo accusa di eccessiva leggerezza si sbagli. È vero che l’ottonario si presta bene a toni da filastrocca, e questo accade solo perché ha un ritmo ben determinato, difficile da mandare a gambe all’aria. Se diamo dei ritmi ben definiti (soprattutto binari) andiamo sempre incontro alla “cantilena”, e questa è una delle ragioni su cui i detrattori della metrica basano le loro argomentazioni, senza rendersi conto che proprio per questo l’uso della metrica non è un mero esercizio di enigmistica: per evitare la sensazione filastrocchesca bisogna avere una buona padronanza della lingua e saper esporre bene i contenuti della poesia. Ma su questo punto tornerò più avanti.</p>
<h4>Il novenario</h4>
<p>Il novenario ha un solo schema secondo l’accentazione fissa, e crea un ritmo ternario.</p>
<h4>Il decasillabo</h4>
<p>Anche il decasillabo ha accentazione fissa, e crea un ritmo ternario.</p>
<h4>L’endecasillabo</h4>
<p>Eccoci alla fine della grande attesa. Gli endecasillabi sono probabilmente i versi che userete più spesso, e a buon diritto: la loro lunghezza permette una maggiore espressività, e varie distribuzioni degli accenti.</p>
<p>Una prima distinzione che viene fatta tradizionalmente è tra endecasillabi <em>a minore</em>, accentati in 4<sup>a</sup> posizione, e endecasillabi <em>a maiore</em>, accentati in 6<sup>a</sup> posizione. Ora, io lascerei da parte questa distinzione, perché non ci aiuta a definire delle differenze forti tra i tipi di endecasillabo, ed è anzi fuorviante.</p>
<p>Mentre è vero che un endecasillabo accentato in 4<sup>a</sup>, 7<sup>a</sup> e 10<sup>a</sup> (e quindi <em>a minore</em>) non potrà portare un accento in 6<sup>a</sup> a causa della vicinanza di un accento primario, altrettanto non si può dire per un endecasillabo di tipo 4<sup>a</sup> &#8211; 8<sup>a</sup> &#8211; 10<sup>a</sup>. Allo stesso modo, perché un endecasillabo accentato in 6<sup>a</sup> e 10<sup>a</sup> non dovrebbe avere accenti in 4<sup>a</sup> o 8<sup>a</sup> posizione? Al contrario, ciò succede molto spesso, basti pensare al verso:</p>
<blockquote><p>Nel <strong>mez</strong>zo del cam<strong>min</strong> di nostra <strong>vi</strong>ta</p></blockquote>
<p>Non si può negare che <em>nos</em>- porti l’accento. Si crea quindi un pattern accentuativo 6<sup>a</sup> &#8211; 8<sup>a</sup> &#8211; 10<sup>a</sup>, e visto che ci troviamo anche un bell’accento in 2<sup>a</sup> (<em>mez</em>-), anche una parola tonicamente debole come <em>del</em> (4<sup>a</sup> posizione)può arrivare ad assumere un po’ d’intensità, in esecuzioni molto ritmate. Gli accenti tutti in <strong>posizione pari</strong> creano un <strong>ritmo binario</strong>.</p>
<p>Abbiamo invece un <strong>ritmo</strong> decisamente <strong>ternario </strong>per gli endecasillabi di tipo 4<sup>a</sup> &#8211; 7<sup>a</sup> &#8211; 10<sup>a</sup>.</p>
<p>Possiamo proporre quindi una nuova distinzione, non più basata sul primo accento forte (visto che in caso di ritmi binari possiamo trovare accenti sia nella 4<sup>a</sup> che nella 6<sup>a</sup> posizione dello stesso verso), bensì sul <strong>tipo di ritmo</strong> che si viene a creare. Avremo quindi:</p>
<ul>
<li><strong>Endecasillabi binari</strong>, accentati sulle sillabe pari.</li>
<li><strong>Endecasillabi ternari</strong>, accentati sulla 4<sup>a</sup> e sulla 7<sup>a</sup> sillaba.</li>
</ul>
<p>L’accentazione sulla 5<sup>a</sup> sillaba è il passaporto per l’inferno metrico, perché ci costringe ad avere un ritmo misto (come nel settenario accentato su 1<sup>a</sup> e 6<sup>a</sup>). Di conseguenza la 5<sup>a</sup> sillaba dev’essere sempre atona.</p>
<p>Ovviamente ci sono molte eccezioni alla creazione del ritmo esatto in tutto il verso. Alcune sono meno accettabili, altre diversificano la struttura ritmica del verso senza scombinare troppo la musicalità.</p>
<p>Può capitare infatti che:</p>
<ul>
<li>In alcuni endecasillabi binari, degli accenti in posizioni pari siano deboli. In questi casi abbiamo quegli endecasillabi indicati dalla tradizione, come quello 4<sup>a</sup> &#8211; 8<sup>a</sup> &#8211; 10<sup>a</sup> (come in: <em>E <strong>ce</strong>rco <strong>sem</strong>pre di sem<strong>bra</strong>re <strong>co</strong>lto</em>, in cui la 6<sup>a</sup> posizione è priva di accento, o ne ha uno molto debole) o quello 6<sup>a</sup> &#8211; 10<sup>a</sup>, con l’8<sup>a</sup> pressoché atona (da <strong>mol</strong>to <strong>se</strong>guo un <strong>cor</strong>so di scrit<strong>tu</strong>ra).</li>
<li>Si crei il ritmo binario solo dalla 6<sup>a</sup> posizione in poi (si pensi al verso <strong><em>Se</em></strong><em>mpre <strong>ca</strong>ro mi <strong>fu</strong> ques<strong>t’er</strong>mo <strong>col</strong>le</em>, con schema 1<sup>a</sup> &#8211; 3<sup>a</sup> &#8211; 6<sup>a</sup> &#8211; 8<sup>a</sup> &#8211; 10<sup>a</sup>). In questi casi possono essere accentate le posizioni 1<sup>a</sup> e 3<sup>a</sup>, al posto di 2<sup>a</sup> e 4<sup>a</sup> del “binario perfetto”, o solamente la 1<sup>a</sup> al posto della 2<sup>a</sup> (e la 4<sup>a</sup>, normalmente). Per il ritmo ternario può succedere qualcosa di simile, solo che il ritmo è sempre conservato (se c’è) dalla 4<sup>a</sup> sillaba in poi, e quindi il primo accento non ha molta scelta: può cadere o sulla 1<sup>a</sup> o sulla 2<sup>a</sup> sillaba. Se cade sulla 1<sup>a</sup> il ritmo è perfettamente rispettato (un accento ogni tre sillabe), altrimenti no.</li>
<li>Accenti forti cadano in posizioni deboli, come nel foscoliano <strong><em>ques</em></strong><em>to <strong>spir</strong>to guer<strong>rier</strong> <strong>ch’en</strong>tro mi <strong>rug</strong>ge </em>(1<sup>a</sup> &#8211; 3<sup>a</sup> &#8211; 6<sup>a</sup> &#8211; 7<sup>a</sup> &#8211; 10<sup>a</sup>), in cui 6<sup>a</sup> e 7<sup>a</sup> sono accentate entrambe.</li>
</ul>
<p>Abbiamo descritto gli endecasillabi secondo i nuovi parametri, ma dobbiamo ancora vedere bene in che modo costruirli, e quali sono le buone pratiche da seguire.</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 260px"><img src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/9/9d/HGK-Trasse-Kölner-Stadtwald-002.JPG/250px-HGK-Trasse-Kölner-Stadtwald-002.JPG" alt="" width="250" height="333" /><p class="wp-caption-text">Facile (e triste) gioco di parole.</p></div>
<h3>Accenti su accenti</h3>
<p>Non importa quali versi preferiate, non importa quali schemi preferiate.</p>
<p>Il buon poeta deve sempre ricordare che <strong>gli accenti delle parole devono corrispondere agli accenti ritmici del verso</strong>.</p>
<p>Il ritmo che create, lo creerete con gli accenti delle parole. L’abilità del poeta sta nel raggiungere una regolarità ritmica e nel frattempo dire qualcosa di comprensibile e possibilmente bello.</p>
<h3>Come scrivere begli endecasillabi</h3>
<p>Il titolo di questo paragrafo è un endecasillabo non proprio bellissimo. Cerchiamo allora di buttar già un paio di regole da seguire per mantenere una buona musicalità.</p>
<p>Prima di tutto, chiariamo che qui stiamo parlando di <strong>endecasillabi a ritmo binario</strong>, di gran lunga i più frequenti e i più versatili (e, per quanto mi riguarda, decisamente i più belli).</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 210px"><img class="  " src="http://3.bp.blogspot.com/_FjPjMx4q77o/SreHrvKXoqI/AAAAAAAAEYU/9NcaV7CcRac/s200/binary.jpg" alt="" width="200" height="200" /><p class="wp-caption-text">Endecasillabi in binario. Scusate. Scusate davvero.</p></div>
<p>La <strong>regola numero uno</strong> per scrivere buoni endecasillabi a ritmo binario è questa: <strong>le sillabe da accentare sono 6<sup>a</sup>,  10<sup>a</sup></strong> e possibilmente <strong>8<sup>a</sup></strong>.</p>
<p>Se mettete gli accenti in queste tre posizioni, i vostri endecasillabi saranno sicuramente piacevoli sotto il punto di vista metrico. Questa è la prescrizione più importante, e per certi versi tutti gli altri consigli sono corollari di questa regola.</p>
<p>Ecco qualche altra dritta:</p>
<ul>
<li>Dal punto di vista ritmico, <strong>la seconda parte del verso è più importante della prima</strong>. La 6<sup>a</sup> sillaba rappresenta lo spartiacque tra le due metà; mentre c’è più libertà nella prima, è meglio che nella seconda gli accenti si distribuiscano sulle sillabe pari.</li>
<li>La forma “perfetta” dell’endecasillabo con ritmo binario è quella accentata sulle sillabe pari: 2<sup>a</sup> &#8211; 4<sup>a</sup> &#8211; 6<sup>a</sup> &#8211; 8<sup>a</sup> &#8211; 10<sup>a</sup>. Se dovessimo stilare una <strong>gerarchia degli accenti più importanti</strong> da rispettare avremmo, in scala decrescente:</li>
<ul>
<li>10<sup>a</sup>: definisce la misura del verso.</li>
<li>6<sup>a</sup>: che divide approssimativamente il verso in due metà, e in un certo modo lo “sostiene”. Essendo a quattro posizioni di distanza dall’ultimo accento, inoltre, tende a favorire l’accentazione dell’8<sup>a</sup> sillaba per alternanza.</li>
<li>8<sup>a</sup>: contribuisce a completare l’alternanza di ritmo binario nella seconda metà del verso. Anche se questa posizione è atona in un endecasillabo pari, l’accento non dovrà cadere in 7<sup>a</sup> o 9<sup>a</sup> posizione (causa vicinanza con i due accenti più importanti). Per questo motivo l’8<sup>a</sup> sillaba rimane ritmicamente importante.</li>
<li>4<sup>a</sup>: non indispensabile, ma consigliabile. Se l’8<sup>a</sup> posizione non è accentata, molto consigliabile.</li>
<li>2<sup>a</sup>: non indispensabile, si può alternare con l’accento in 1<sup>a</sup> posizione senza grossi sconvolgimenti.</li>
</ul>
<li>L’inferno ha un girone apposta per chi accenta la 5<sup>a</sup> sillaba. Scherzi a parte, mettere un accento forte sulla 5<sup>a</sup> sillaba, e quindi adiacente all’accento in 6<sup>a</sup> posizione, crea una grossa cesura ritmica, ed è un espediente che, se pure non volete evitarlo del tutto, è meglio usare con parsimonia. In ogni caso, se avete accentato la 5<sup>a</sup> sillaba e non la 6<sup>a</sup>, il verso è probabilmente da rifare.</li>
<li>In tutti i tipi di verso, la prima sillaba è quella che, anche se tonica, in generale ha un’importanza ritmica minore. Di conseguenza, se il primo accento di un endecasillabo è posto sulla 1<sup>a</sup> anziché sulla 2<sup>a</sup>, il ritmo non ne risentirà troppo. Anzi, si tratterà di una variazione del tutto accettabile.</li>
</ul>
<p>Insomma, <strong>accentate </strong>di preferenza <strong>le sillabe pari</strong>, specialmente dalla 6<sup>a</sup> compresa in poi, e non fatevi problemi se di tanto in tanto vi capita di accentare la prima sillaba, anzi.</p>
<p>Ci possono essere eccezioni? Ovviamente sì, più avanti. È meglio imparare con strutture rigorose; crescere con delle basi solide permette al giovane poeta di capire da solo quali eccezioni usare, e quando usarle. Se seguite il metodo, cercate di essere precisi.</p>
<h3>Un dubbio legittimo</h3>
<p>È possibile usare altri schemi accentuativi per i versi? Che so, per creare un ritmo binario in un verso decasillabo, contrariamente a quanto prevede la tradizione?</p>
<p>Sì, è possibile. Ma è auspicabile? Per sapere bisogna provare.</p>
<p>Vediamo com’è, per esempio, un decasillabo con ritmo binario. Accentiamolo quindi sulle sillabe dispari: vi ricordo che la più importante è la 9<sup>a</sup>, dalla quale procediamo a ritroso nell’assegnazione della tonicità.</p>
<blockquote><p><strong>Io</strong> non <strong>leg</strong>go <strong>più</strong> <em>Su<strong>da</strong>re In<strong>chios</strong>tro</em>.</p></blockquote>
<p>Non male, dai. Per il novenario con ritmo binario basta togliere l’<em>io</em> iniziale. Potete provare a sperimentare ritmi binari e ternari con tutti i versi, e vedere quali forme si adattano meglio a quali ritmi, secondo il vostro gusto.</p>
<h3>Conclusioni</h3>
<p>Riprendiamo la brutta quartina che ho usato all’inizio del post come esempio negativo, e vediamo le sedi di accentazione.</p>
<blockquote><p>Contare sillabe sembra perfetto (2<sup>a</sup> &#8211; 4<sup>a</sup> &#8211; 7<sup>a</sup> &#8211; 10<sup>a</sup>)</p>
<p>ma non garantisce sempre un bel verso; (5<sup>a</sup> &#8211; 7<sup>a</sup> &#8211; 10<sup>a</sup>)</p>
<p>anzi, a ben guardare è proprio diverso (1<sup>a</sup> &#8211; 3<sup>a</sup> &#8211; 5<sup>a</sup> &#8211; 7<sup>a</sup> &#8211; 10<sup>a</sup>)</p>
<p>poetare e pesare le cose all’etto. (2<sup>a</sup> &#8211; 5<sup>a</sup> &#8211; 8<sup>a</sup> &#8211; 10<sup>a</sup>)</p></blockquote>
<p>Modificando alcune parole e il loro ordine, possiamo rimaneggiare gli accenti per avere qualcosa di conforme agli standard che abbiamo appena fissato.</p>
<blockquote><p>Se il conto della sillaba è perfetto (2<sup>a</sup> &#8211; 4<sup>a</sup> &#8211; 6<sup>a</sup> &#8211; 8<sup>a</sup> &#8211; 10<sup>a</sup>)</p>
<p>lì già ti sembrerà di avere un verso; (1<sup>a</sup><sup><a href="http://sudareinchiostro.it/2012/11/15/come-scrivere-poesia-2%c2%b0-puntata/#footnote_14_1398" id="identifier_14_1398" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Qui l&rsquo;accento in prima posizione &egrave; molto debole, perch&eacute; la sillaba immediatamente successiva ha un accento forte.">15</a></sup> &#8211; 2<sup>a</sup> &#8211; 6<sup>a</sup> &#8211; 8<sup>a</sup> &#8211; 10<sup>a</sup>)</p>
<p>a ben guardare, invece, è assai diverso (2<sup>a</sup> &#8211; 4<sup>a</sup> &#8211; 6<sup>a</sup> &#8211; 8<sup>a</sup> &#8211; 10<sup>a</sup>)</p>
<p>se scrivi in metro o invece pesi all’etto. (2<sup>a</sup> &#8211; 4<sup>a</sup> &#8211; 6<sup>a</sup> &#8211; 8<sup>a</sup> &#8211; 10<sup>a</sup>)</p></blockquote>
<p>Decisamente meglio. Vi propongo anche un altro tipo di confronto. Eliminando il passaggio alla riga successiva tra un verso e l’altro, sentite la differenza: la prima quartina diventa una semplice successione di frasi in cui riconosciamo una rima ogni tanto, mentre nella seconda i versi si individuano perfettamente grazie all’accentazione regolare, che garantisce la musicalità.</p>
<blockquote><p>Contare sillabe sembra perfetto, ma non garantisce sempre un bel verso; anzi, a ben guardare è proprio diverso poetare e pesare le cose all’etto.</p></blockquote>
<blockquote><p>Se il conto della sillaba è perfetto, lì già ti sembrerà di avere un verso; a ben guardare, invece, è assai diverso se scrivi in metro o invece pesi all’etto.</p></blockquote>
<p>E con questo possiamo considerare concluso questo lungo – e spero utile – post.</p>
<p>Riassumendo, abbiamo cercato di ricavare i principi che regolano la metrica da fatti linguistici, tendenze che si manifestano nel parlato.</p>
<p>La chiave per scrivere bene in metro è ricordare che il ritmo, binario o ternario, è fondamentale, e che per ottenere la <strong>massima musicalità</strong> bisogna <strong>far coincidere gli accenti ritmici con gli accenti delle parole</strong>.</p>
<p>Forse qualcuno di voi si è spaventato di fronte a tanta teoria. Beh, prometto che la pratica, dopo un primo periodo, comincerà a venirvi naturale: in fin dei conti stiamo imparando a fare musica con le parole, e il trucco sta nell’interiorizzare il ritmo, in modo da poter pensare endecasillabi ritmicamente validi senza aver bisogno di fare mille calcoli.</p>
<p>L’orecchio a volte c’è, altre meno; in ogni caso si raffina con la pratica e la conoscenza dell’impianto teorico che si segue. Ora sapete cosa fare quando rileggete il sonetto che avete composto e il ritmo non vi suona giusto. Guardate dove sono gli accenti: il problema è sicuramente lì.</p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_1398" class="footnote">L’ultimo accento è sempre scontato, ovviamente, perché è quello che definisce la misura del verso.</li><li id="footnote_1_1398" class="footnote">Come al solito ho applicato al massimo la sineresi; di qui l’unica sillaba della parola “sia”.</li><li id="footnote_2_1398" class="footnote">Da notare che, malgrado il punto di domanda, non viene letto con intonazione interrogativa.</li><li id="footnote_3_1398" class="footnote">L’alternanza tonica-atona non avviene, o non è detto che avvenga, quando la distribuzione dell’accento secondario è influenzata da fattori di natura morfologica. Nella parola <em>capostazione</em>, l’accento secondario cadrà su <em>ca</em>-, sillaba tonica della prima parola che forma il composto. Non avremo quindi l’alternanza esatta, <em>ca<strong>po</strong>sta<strong>zio</strong>ne</em>, bensì <strong><em>ca</em></strong><em>posta<strong>zio</strong>ne</em>.</li><li id="footnote_4_1398" class="footnote">Come testimoniato dall’assegnazione di un accento secondario in molte lingue.</li><li id="footnote_5_1398" class="footnote">Anche se in certi casi le sillabe atone tra un accento e l’altro sono più di una, come vedremo più avanti.</li><li id="footnote_6_1398" class="footnote">Ovviamente la sillaba <em>mi</em>- è da considerare tonica piuttosto che atona, in quanto portatrice di un accento di parola secondario.</li><li id="footnote_7_1398" class="footnote">Ho fatto apposta a non includere la <em>s</em> nella sillaba <em>col</em>. Sono andato contro la norma ortografica, ma con cognizione di causa, visto che in questi casi la <em>s</em>, per ragioni linguistiche, è coda della sillaba precedente e non attacco di quella che segue. Qui non mi dilungo oltre, se proprio bruciate dalla curiosità sapete come contattarmi.</li><li id="footnote_8_1398" class="footnote">Vale lo stesso discorso della nota precedente.</li><li id="footnote_9_1398" class="footnote">I musicisti mi scuseranno la semplificazione brutale.</li><li id="footnote_10_1398" class="footnote">E del resto basta dare un’occhiata alle posizioni (2<sup>a</sup> &#8211; 5<sup>a</sup> &#8211; 8<sup>a</sup> per il novenario, e 3<sup>a</sup> &#8211; 6<sup>a</sup> &#8211; 9<sup>a</sup> per il decasillabo) per vedere che il pattern tonico è uguale, solo spostato di una posizione.</li><li id="footnote_11_1398" class="footnote">Non uso la distinzione tra anacrusico e acefalo perché, non essendoci battute come in musica, non è possibile differenziare in questo modo i versi non tetici.</li><li id="footnote_12_1398" class="footnote">Le sillabe chiuse sono solitamente più lunghe di quelle aperte (basti pensare al latino), e a maggiore lunghezza corrisponde in genere maggiore intensità.</li><li id="footnote_13_1398" class="footnote">Quegli enjambements… le mie orecchie… le mie povere orecchie…</li><li id="footnote_14_1398" class="footnote">Qui l’accento in prima posizione è molto debole, perché la sillaba immediatamente successiva ha un accento forte.</li></ol>]]></content:encoded>
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		<title>Il ritorno della Rowling – Miserie babbane</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Oct 2012 08:52:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mattia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In un brevissimo post del suo (ormai defunto?) blog La Vera Editoria, Anonimo Informato chiedeva : secondo voi esiste uno scrittore capace di inserirsi in più generi restando su livelli qualitativi alti? Con un post altrettanto breve ci dava anche la sua &#8230; <a href="http://sudareinchiostro.it/2012/10/22/il-ritorno-della-rowling-miserie-babbane/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In un <a title="Scrittori e generi – La Vera Editoria" href="http://laveraeditoria.blogspot.it/2011/12/scrittori-e-generi.html" target="_blank">brevissimo post</a> del suo (ormai defunto?) blog <em>La Vera Editoria</em>, Anonimo Informato chiedeva :</p>
<blockquote><p>secondo voi esiste uno scrittore capace di inserirsi in più generi restando su livelli qualitativi alti?</p></blockquote>
<p>Con un <a title="Scrittori e generi 2 – La Vera Editoria" href="http://laveraeditoria.blogspot.it/2011/12/scrittori-e-generi-2.html" target="_blank">post altrettanto breve</a> ci dava anche la sua personale risposta:</p>
<blockquote><p>La mia risposta è no, non esiste uno scrittore capace di esistere in più generi mantenendo una qualità alta.</p></blockquote>
<p>La restrizione “qualità alta” è necessaria: tutti siamo capaci di scrivere schifezza, di conseguenza chiunque è in grado di saltare da un genere all’altro con disinvoltura, se non c’è una soglia qualitativa minima.</p>
<p>Ma anche lasciando da parte facili relativismi e riconoscendo dei parametri più o meno fissi per determinare la qualità di un libro, credo che l’affermazione di Anonimo Informato non sia sempre vera. Tuttavia, se Anonimo è davvero chi dice di essere, ossia un editor con una lunga esperienza nel settore, allora ne ha viste tante, e le sue parole sono sostenute dalla forza dei grandi numeri. In altre parole, ha ragione quasi sempre.</p>
<p>Eh sì, <em>quasi</em> sempre: probabilmente avete già pensato ad <strong>almeno una prova contraria</strong>, a un autore che ha saputo affrontare due generi diversi senza combinare disastri. La mia eccezione alla regola è Roald Dahl.</p>
<p>Quasi tutti i bambini che leggono hanno letto un libro di Roald Dahl. Ma Dahl, benché abbia riscosso maggior successo nella narrativa per ragazzi, ha scritto anche due romanzi e vari racconti destinati ad un pubblico adulto. I romanzi non li ho letti, ma posso dire che molti dei racconti sono davvero riusciti.</p>
<p>Prima o poi scriverò un post su Roald Dahl, ma non ora. Qui parliamo di una scrittrice per ragazzi acclamata a livello mondiale, che ha deciso di abbandonare la vena d’oro di una saga fortunata e di scrivere per un pubblico adulto.</p>
<p>Mi riferisco ovviamente a <strong>J.K. Rowling</strong>.</p>
<p><img class="aligncenter" title="They see me Rowling – they hatin'" src="http://28.media.tumblr.com/tumblr_m1me20eGdM1rpiu7oo1_400.jpg" alt="" width="318" height="320" /></p>
<h3><em>The Casual Vacancy</em></h3>
<p>Come probabilmente saprete, la Rowling ha da poco pubblicato <em>The Casual Vacancy</em> (titolo tradotto in italiano come <em>Il seggio vacante</em>), il suo primo romanzo per adulti. “Per adulti” vuol dire semplicemente “non-per-ragazzi”: non è un libro dal contenuto piccante, e benché il sesso sia presente non è l’elemento centrale della trama. Per cui, le prossime volte che scriverò “per adulti”, voi non andate subito a immaginarvi Christian Grey in tanga che sguazza nella panna montata con un frustino fra i denti.</p>
<p>La decisione di J.K. di abbandonare Enrico Pentolaro non è stata accolta nel migliore dei modi e, benché su <em>The Casual Vacancy</em> siano stati espressi anche pareri positivi, le critiche negative sono state particolarmente impietose.</p>
<p>Effettivamente è difficile dimenticarsi che chi scrive è l’autrice della Saga Pentolariana ed evitare il confronto con i sette romanzi precedenti, ma certe recensioni trasudavano così tanta bile che sembravano scritte da fanboy del maghetto fortunello. Sono tutte così riassumibili: «Questo ci fa schifo, vojamo Erripòtter!»</p>
<p>Io, pur partendo con delle aspettative e dei pregiudizi, ho cercato di essere un minimo oggettivo. Il non essere un pentolariano convinto ha aiutato.</p>
<p><img class="alignright" title="The Casual Vacancy – Copertina dell'edizione inglese" src="http://t3.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcS1TzpfWWoLNItxTKr7FZFNo3KJTC9KBbhmOUl5vXike_9rdUC5L7F42Ys" alt="" width="181" height="278" />Come al solito, <strong>la recensione conterrà spoiler</strong>. Non troppi, e non troppo grossi, ma saranno sempre in agguato.</p>
<p>Prima di cominciare, vorrei fare un paio di precisazioni. Leggerete in giro per il web che <em>The Casual Vacancy</em> <strong>è un giallo</strong>. È tutto <strong>falso</strong>. Leggerete in giro per il web che <em>The Casual Vacancy</em> <strong>è comico</strong>, o ha elementi comici. <strong>Falso</strong> anche questo, benché a dirlo sia stata anche la stessa Rowling, la quale evidentemente non eccelle in umorismo.</p>
<p>Ma la vera questione qui non è se il libro sia giallo o no, bensì se sia all’altezza di quanto la Rowling ha scritto in precedenza.</p>
<h3>Timeo bàbbanos</h3>
<p>La vicenda si svolge a Pagford, un ridente paesino della campagna inglese. Una sera Barry Fairbrother, membro del Parish Council di Pagford (qualcosa di analogo a un consiglio comunale), muore per un aneurisma. La morte di Barry porterà ad un’esacerbazione del conflitto interno al Consiglio, che è diviso su due questioni spinose: la riassegnazione di un’area malfamata a un altro comune e la chiusura di una clinica di riabilitazione per tossicodipendenti.</p>
<p>Sembra semplice, ma non lo è: in realtà la trama vera e propria è composta da <strong>varie sottotrame</strong>, nessuna delle quali è davvero più importante delle altre. Le questioni discusse dal consiglio e il problema stesso della <em>casual vacancy</em>, ossia del posto vacante lasciato da Barry, passano in secondo piano rispetto alle singole vicende personali dei <strong>molti protagonisti</strong> (approssimando un po’, posso dire che quelli su cui si concentra almeno una volta la focalizzazione sono una quindicina).</p>
<p>Non mi dilungherò su ciascuna storia, basti sapere che per costruire i personaggi <strong>la Rowling è andata a ravanare nello straripante cassonetto dell’umana</strong> (babbana)<strong> miseria</strong>. Miserie di tutte le taglie e di tutti i colori: c’è chi si barcamena in una situazione disagiata con una madre tossicomane e chi vive nell’agio ma schiavo di un’eterna ipocrisia, ci sono adolescenti che si tagliano con la lametta da barba per far fronte al senso di inadeguatezza, ci sono amplessi cimiteriali, padri iracondi, eccetera. Insomma, violenze varie, fisiche e non, dettate tutte da una diffusa povertà d’animo e inabilità emotiva.</p>
<p>Le sottotrame s’intrecciano, i personaggi s’incontrano e si scontrano, ma il risultato è <strong>più un ritratto collettivo che una trama vera e propria</strong>. In fin dei conti la vera protagonista è la middle class inglese, che non ci fa una gran figura.</p>
<p>In relazione al suo contenuto, direi che il libro è un po’ troppo lungo; le stesse cose si sarebbero potute dire in, la butto lì, quattrocento pagine anziché cinquecento. Soprattutto la prima parte si poteva sveltire notevolmente. <em>The Casual Vacancy</em> è un romanzo che tarda a decollare, e che non atterra mai: <strong>il finale</strong> è deludente, <strong>non risolve nulla</strong>. E del resto come si fa a risolvere una manciata di trame?</p>
<p>Non è che non succeda niente, eh, è solo che da metà in poi sono rimasto a <strong>pregustarmi un disastro che non c’è stato</strong>. E dire che la tensione c’era! La Rowling poteva salvarsi in corner alla fine e farsi perdonare la dispersione delle trame con un bel climax di quelli tremendi, e invece <strong>la torta narrativa lievita a metà e poi si sgonfia</strong>. Solo un paio delle vicende si risolvono davvero, e lo fanno in modo abbastanza sbrigativo; la loro conclusione non appaga e non giustifica un’attesa così lunga. Le altre restano sospese in un limbo, nella vana attesa di essere terminate in un modo narrativamente rilevante.</p>
<h3>Et dona ferentes</h3>
<p>Ma ci sono anche cose buone.</p>
<p>È vero, al romanzo manca una direzione precisa, però non annoia. Almeno, io non ho avuto difficoltà a finirlo, e anzi, l’ho letto in appena un paio di giorni. Solo nelle prime battute, quando venivano introdotti in continuazione nuovi personaggi, ho avuto qualche momento di stanca, ma da un quarto circa in poi sono andato avanti come un razzo.</p>
<p>Di sicuro i capitoli brevi aiutano, ma il vero motivo è il<strong> conflitto</strong>. Tutte le sottotrame hanno sempre una tensione ben motivata che le tiene in moto, e quando cominciano a incrociarsi (verso metà del romanzo) l’effetto è trascinante.</p>
<p>Altro punto degno di nota è la <strong>caratterizzazione dei personaggi</strong>. Qualcuno, in un recensione che non saprei ritrovare, li ha definiti stereotipi, macchiette: ogni personaggio interpreta un ruolo nelle dinamiche sociali nel piccolo paese di provincia, e nulla più. È una descrizione impietosa, e abbastanza falsa. È vero che alcuni dei personaggi sembrano abbastanza tipici in quel contesto, ma il punto è proprio che <em>The Casual Vacancy</em> è ambientato lì, nella minuscola e immaginaria Pagford, nel buco del sedere dell’Inghilterra. È un paese di provincia, ed è normale che alcune delle persone che vi abitano abbiano una mentalità provinciale.</p>
<p><img class="alignright" title="Muggles everywhere" src="http://cdn.memegenerator.net/instances/250x250/25198786.jpg" alt="" width="250" height="250" />È normale che la gente chiacchieri e sparli dei propri vicini, o dell’unica famiglia non caucasica del paese, ed è plausibilissimo che ci sia un primo cittadino conservatore che vuole piazzare il figlio nel consiglio comunale, o che sua moglie sia così avida di pettegolezzi da non essersi mai accorta delle scappatelle del coniuge.</p>
<p>Eppure i protagonisti di <em>The Casual Vacancy</em> non sono solo materiale da aneddoti. La Rowling riesce a farne delle <strong>figure chiaroscurali</strong>, e a salvarle dallo stereotipo. L’autrice ha il merito di non risparmiarsi con nessuno dei suoi personaggi, e se all’inizio ci stanno tutti antipatici (a me è capitato così, almeno), verso la fine riusciamo a provare attimi di empatia nei confronti di tutti loro, o quasi.</p>
<p>A questo proposito mi sento di contraddire la <a title="The Casual Vacancy – Recensione sul New York Times" href="http://www.nytimes.com/2012/09/27/books/book-review-the-casual-vacancy-by-j-k-rowling.html" target="_blank">livorosa recensione</a> che Michiko Kakutani ha scritto per il New York Times. La signora Kakutani è un membro non dichiarato del partito “Vojamo Erripòtter”, e arriva addirittura a vagheggiare la “complessa ambiguità” (parole sue) dei personaggi presenti negli ultimi volumi della saga, in contrapposizione a quei <strong>sempliciotti</strong> dei babbani di Pagford.</p>
<p>È una castroneria, ovviamente. Piton e Silente potranno anche aver avuto un certo spessore, ma proprio non si può citare la saga di <em>Harry Potter</em> come esempio di profondità dei personaggi. Cioè, il senso della saga è che il bene è più forte del male, che amore e amicizia vincono sempre su tutto, e i protagonisti sono buoni oltre ogni livello di <strong>cuordipannità</strong><sup><a href="http://sudareinchiostro.it/2012/10/22/il-ritorno-della-rowling-miserie-babbane/#footnote_0_1383" id="identifier_0_1383" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Chi non &egrave; familiare con il concetto, si legga questo vecchio post.">1</a></sup>.</p>
<p>Invece in <em>The Casual Vacancy</em> la Rowling esamina le piccole e le grandi ipocrisie che creano e incrinano i rapporti sociali, e non c’è nessun personaggio che sia davvero “buono”.</p>
<p>Ho insistito su questo punto perché proprio su questo le mie aspettative sono state contraddette. Credevo che mi si sarebbero parati davanti protagonisti senza macchia, o con appena qualche risibile dubbio etico, e invece ho trovato un esercito di babbani problematici, in cui <strong>nessuno è un santo e nessuno è l&#8217;incarnazione del Male</strong>. Sarò fissato io, ma per me questa è una buona base su cui costruire.</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img src="http://www.bizfactor.it/bizfactor/wp-content/uploads/2012/09/Harry-Potter-nuovo-libro.jpg" alt="" width="500" height="333" /><p class="wp-caption-text">J.K., perché ci hai abbandonati?</p></div>
<h3>Piccola nota stilistica</h3>
<p>La Rowling scrive in <strong>terza persona con focalizzazione interna</strong>, anche se a volte l’<strong>uso abbastanza libero del punto di vista</strong> e la scelta di un’espressività poco trasparente danno un tocco di onniscienza. Negli ultimi capitoli il punto di vista è spostato volontariamente da un personaggio all’altro; mi torna in mente almeno una scena in cui questo artificio è motivato, e la resa è buona.</p>
<p>Buona è anche la <strong>resa linguistica dei personaggi</strong>. Sarà banale, ma la Rowling tiene conto dell’estrazione sociale dei suoi protagonisti, e li fa parlare come ci si aspetta che facciano. Non solo con imprecazioni assortite, ma con le abbreviazioni e le modifiche delle varianti diastratiche più popolari. Sono curioso di vedere se questo aspetto sarà completamente perduto nella traduzione.</p>
<h3>Il peso eptalogico della postpotterianità</h3>
<p>L’impressione che mi sono fatto all’inizio del libro è che, ancor più dei lettori, fosse innanzitutto la Rowling a piegarsi sotto il peso eptalogico della postpotterianità. Forse era un’impressione data da un mio pregiudizio, anche perché in parte è svanita durante la lettura.</p>
<p>Il primo indizio è stato stilistico: in <em>The Casual Vacancy</em> la Rowling usa uno stile piuttosto ricco, abbondando con metafore e similitudini. Queste, abbinate a un lessico molto vario, mi hanno dato l’impressione che J.K. sentisse di avere qualcosa da dimostrare, e che spingesse sul pedale dello stile ornato per far vedere di cos’è capace. Potrei sbagliarmi: leggo regolarmente in inglese, ma non ho una competenza nativa. Ad ogni modo, la sensazione che ho avuto è stata abbastanza netta: una <strong>volontà di raggiungere la “letterarietà”</strong>. Come ho già scritto, proseguendo nella lettura ho avvertito sempre meno questi fattori, ma non so dire se fosse lo stile a farsi più sobrio o io a essermi abituato.</p>
<p>L’altro aspetto è di natura tematica; è rimasto fino alla fine del libro, e anzi, si è progressivamente rafforzato. <em>The Casual Vacancy</em> è un libro all’insegna del disincanto, e affronta aspetti, anche crudi, della vita reale. Niente di male in questo, anzi, è solo che ogni tanto mi è venuto da chiedermi se tanta <strong>sfiducia nel genere umano</strong> non fosse resa così estrema dalla <strong>necessità di distacco dal mondo potteriano</strong>, in cui, come sappiamo, vincono sempre l’amore, l’amicizia e Grifondoro.</p>
<h3>Vojamo Erripòtter</h3>
<p><em>The Casual Vacancy</em> avrebbe mai venduto <strong>2,6 milioni di copie</strong> nelle prime due settimane scarse se fosse stato scritto da un’altra persona? <strong>Neanche per sogno</strong><sup><a href="http://sudareinchiostro.it/2012/10/22/il-ritorno-della-rowling-miserie-babbane/#footnote_1_1383" id="identifier_1_1383" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="E infatti non credo molto alla Rowling quando racconta di aver contemplato la possibilit&agrave; di usare uno pseudonimo.">2</a></sup>. Ma questo non ne fa un brutto libro.</p>
<p>Non gli mancano i difetti: è un po’ <strong>troppo lungo</strong>, parte lentamente, stilisticamente non è impeccabile, ed è <strong>privo di un senso generale</strong> che trascenda la sola descrizione della meschinità della middle class inglese.</p>
<p>D’altro canto è ricco di personaggi riconoscibili e chiaroscurali (pure troppi), ed è la prova di <strong>come il conflitto sia sufficiente a tenere su un romanzo non perfetto</strong>. Tirando le somme, è un romanzo che posso dire di aver letto volentieri, ma che non lascia molto.</p>
<p><img class="alignright" title="Avada Kedavra – Bad Luck Brian" src="http://t0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcTwS0YJ3-2MwhVSODTmjfNzBzlY-_QKUjC68QLGAAQd0ddstVde34agrSQ" alt="" width="225" height="225" />Possiamo dire che <em>Harry Potter</em> è un prodotto di alta qualità? Ci sono opinioni discordanti in merito, ma dobbiamo comunque riconoscergli un certo livello. <em>The Casual Vacancy</em> è un romanzo tutto sommato onesto, che si fa leggere. Credo che, seppur con un buon margine di miglioramento, la Rowling abbia dimostrato che non sa scrivere solo di maghi e streghe.</p>
<p>Purtroppo è pieno di fanboy e fangirl che, smaniosi di avere tra le mani un ottavo volume di <em>Harry Potter</em>, hanno proiettato le loro frustrazioni sulla povera<sup><a href="http://sudareinchiostro.it/2012/10/22/il-ritorno-della-rowling-miserie-babbane/#footnote_2_1383" id="identifier_2_1383" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Mai termine fu usato in maniera pi&ugrave; figurata.">3</a></sup> J.K., si lamentano per la “mancanza di originalità” del nuovo romanzo che, inaspettatamente, non è l’ottavo <em>Harry Potter</em>. Tanto astio ha causato questo cambio di genere che <em>The Casual Vacancy</em>, a dispetto della sua brevissima permanenza nelle librerie, si è già guadagnato il dubbio onore di una parodia (<em>The Vacant Casualty</em>) e di uno sprezzante pamphlet denigratorio (<em>The Casual Backlash</em>).</p>
<p>La Rowling ha sempre reagito con grande calma, dicendo che lei scrive quello che le pare e che sapeva che avrebbe ricevuto molte critiche. Apprezzo la sua serenità – del resto, i milioni di sterline ti fanno vedere tutto in un’altra prospettiva – ma credo che, volendo, potrebbe essere meno passiva. Per fermare i detrattori, almeno a giudicare dal livello delle critiche, basterebbe dir loro che si stanno comportando come dei Serpeverde.</p>
<h3>In conclusione</h3>
<p><em>The Casual Vacancy</em> non sta alla letteratura “da grandi” come <em>Harry Potter</em> sta a quella per ragazzi. Tornando al discorso iniziale, possiamo dire che la Rowling deve fare di meglio per raggiungere il livello di alta qualità di cui parlava Anonimo Informato.</p>
<p>Io però trovo che sia interessante, o quantomeno curioso, poter leggere l’opera di uno scrittore conosciuto che si è cimentato con un genere del tutto nuovo.</p>
<p>Prima si parlava di Roald Dahl; ecco, Dahl riesce a declinare in modi diversi la propria spietatezza – suo tratto distintivo, e grande qualità autoriale – a seconda che stia scrivendo per adulti o per ragazzi. I risultati sono differenti, ma riconoscibili.</p>
<p>E voi che pensate? È possibile dedicarsi con successo a generi diversi? Se avete begli esempi, fatevi sentire. E non siate dei Serpeverde.</p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_1383" class="footnote">Chi non è familiare con il concetto, si legga <a title="Hunger Games – Buoni da morire – Sudare Inchiostro" href="http://sudareinchiostro.it/2012/05/22/hunger-games-buoni-da-morire/" target="_blank">questo vecchio post</a>.</li><li id="footnote_1_1383" class="footnote">E infatti non credo molto alla Rowling quando racconta di aver contemplato la possibilità di usare uno pseudonimo.</li><li id="footnote_2_1383" class="footnote">Mai termine fu usato in maniera più figurata.</li></ol>]]></content:encoded>
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		<title>Come scrivere poesia – 1° puntata</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Sep 2012 16:03:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mattia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Questo post è il primo di una serie probabilmente molto breve, che mira a dare qualche dritta su come imparare a scrivere poesia in metro. Si tratterà di consigli pratici, che mirano a facilitare l’acquisizione delle competenze di base, ma &#8230; <a href="http://sudareinchiostro.it/2012/09/20/come-scrivere-poesia-1%c2%b0-puntata/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright" title="Dante" src="http://t1.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcQXg-RMqVLe1r4IcztxDEBInBgc1ZftxJJfux1jF4pHU65g-Ras" alt="" width="176" height="268" />Questo post è il primo di una serie probabilmente molto breve, che mira a dare qualche dritta su <strong>come imparare a scrivere poesia in metro</strong>.</p>
<p>Si tratterà di consigli pratici, che mirano a facilitare l’acquisizione delle competenze di base, ma non mancherà, soprattutto in queste prime battute, un po’ di fondamento teorico.</p>
<p>Alcune delle cose che dirò saranno molto ovvie: questa mini-guida punta a rendere accessibile a tutti un corretto uso della metrica, anche a chi non sa o non si ricorda alcune nozioni fondamentali. In ogni caso, un veloce ripasso delle basi non fa male.</p>
<h4>Noioso preambolo</h4>
<p>Le definizioni e nozioni che userò saranno pensate per questo contesto, ossia i primi passi dello scrivere poesia, e non costituiscono in alcun modo una trattazione approfondita degli argomenti. Se volete studiare la metrica in modo più dettagliato e con una prospettiva più accademica potete consultare un manuale<sup><a href="http://sudareinchiostro.it/2012/09/20/come-scrivere-poesia-1%c2%b0-puntata/#footnote_0_1369" id="identifier_0_1369" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Io prendo come riferimento La metrica italiana di Pietro Beltrami.">1</a></sup>.</p>
<p>A questo proposito vorrei fare una precisazione: i consigli che darò non sono presi pari pari da un manuale. Per ciascun aspetto della metrica, i manuali riportano le varie tendenze presentatesi nel corso della storia della poesia; ne consegue che una tendenza è tanto più importante quanto più si manifesta. È giusto che sia così, visto lo scopo del testo.</p>
<p>Invece in questa sede noi prediligiamo un <strong>approccio bricolagistico</strong> (o un “approccio del fare”, se vogliamo parlare politichese): dobbiamo imparare a costruirci da soli la nostra poesia, ed è il <strong>risultato</strong> che conta, non l’autorità. Cercherò sempre di rendere chiare le mie scelte e di <strong>motivarle</strong> portando ad esempio dei risultati. Qualcuno a cui non piacciono le cose belle potrà essere in disaccordo estetico fin da subito, ma il mio invito è quello di seguire fedelmente tutte le direttive, e solo alla fine, quando si è riusciti a costruire una poesia secondo le indicazioni proposte, valutare il risultato.</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 285px"><img title="OMG OMG" src="http://t3.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcTekRgNxNjxUF-qCOm-D7Cy36RSWrAVQ1w8kN9r1uLnlFcLqCn6" alt="" width="275" height="183" /><p class="wp-caption-text">OMG!</p></div>
<p>Il concetto di base è il solito: <strong>la tecnica è alla base dell’arte</strong>. Se non siete d’accordo, questi post non fanno per voi.</p>
<h3>Il verso</h3>
<p>Il verso è una sequenza di parole raggruppate a livello metrico-ritmico, sintattico e grafico. Nella poesia contemporanea basta un raggruppamento grafico per creare un verso, ma qui apparteniamo a tutt’altra scuola. Scordatevi i versi liberi e scordatevi gli enjambement: un verso ha un certo <strong>numero di sillabe</strong>, crea il ritmo attraverso uno schema di <strong>accenti</strong> ragionato, ed è dotato di una certa <strong>coesione sintattica</strong>. “Coesione sintattica” significa che i sintagmi non si spezzano. Giù le manacce da quei sintagmi.</p>
<p>Infine, ma proprio <strong>infine</strong>, il verso è un fatto grafico. Decidiamo di andare a capo solo per tradizione e per aiutare il lettore ad individuare il ritmo, sebbene rime e accentazione permettano una lettura corretta anche senza salti di riga.</p>
<h4>Qualche termine da conoscere</h4>
<p>Ci sono alcuni termini che probabilmente conoscete già, ma che sono prerequisito fondamentale per chiunque voglia fare un discorso sulla metrica. Se sapete di cosa stiamo parlando potete passare al paragrafo successivo, altrimenti ecco una lista per un veloce ripasso:</p>
<ul>
<li><strong>Parola tronca</strong>, ossia che ha l’<strong>accento sull’ultima sillaba</strong>. Esempi di parole tronche sono: verità, perché, così, farò, vieppiù. Un verso è tronco quando ha l’ultimo accento sull’ultima sillaba. Di conseguenza, un verso che termina con una parola tronca è un verso tronco.</li>
<li><strong>Parola piana</strong>, ossia che ha l’<strong>accento sulla penultima sillaba</strong>. Sono parole piane, ad esempio: sudare, stamberga, narrativa, inchiostro, lume. Un verso è piano quando ha l’ultimo accento sulla – rullo di tamburi – penultima sillaba. Perciò sì, un verso che termina con una parola piana è piano.</li>
<li><strong>Parola sdrucciola</strong>. Parole e versi sdruccioli sono accentati sulla terzultima sillaba (ad esempio: calamo, merito, libero, comodo, unico).</li>
</ul>
<p>Esistono anche parole bisdrucciole, trisdrucciole e quadrisdrucciole<sup><a href="http://sudareinchiostro.it/2012/09/20/come-scrivere-poesia-1%c2%b0-puntata/#footnote_1_1369" id="identifier_1_1369" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Bisdrucciolo &egrave; il termine o verso che presenta l&rsquo;ultimo accento in quartultima posizione. Esistono parole naturalmente bisdrucciole (&ldquo;abitano&rdquo;), ma per la maggior parte sono verbi con pronomi enclitici appiccicati (&ldquo;caricalo&rdquo;).
Trisdrucciolo. Le parole trisdrucciole hanno l&rsquo;accento sulla quintultima sillaba. Le parole trisdrucciole sono unicamente verbi con l&rsquo;aggiunta di pronomi enclitici (ad esempio &ldquo;caricamelo&rdquo;).
Quadrisdrucciolo. Praticamente inesistente, a meno di non voler fare un bel collage di particelle enclitiche. Tra gli esempi che ho trovato, non uno era una parola che si potrebbe usare nella vita reale.">2</a></sup>, ma noi le useremo molto di rado, se non addirittura mai: la difficoltà d’uso in metrica si accompagna, soprattutto negli ultimi due casi, a una certa bruttezza.</p>
<h4>Una formula insufficiente</h4>
<p>Nella metrica italiana i versi traggono il nome dal numero di sillabe che avrebbero se fossero piani. Questo vuol dire che il loro ultimo accento è alla posizione (n – 1) rispetto a quella indicata dal loro nome. Ad esempio, facciamo il calcolo per l’ottonario: (8 – 1) = 7, e infatti gli ottonari hanno l’ultimo accento sulla settima sillaba. Poi se sono tronchi hanno solo sette sillabe, se sono piani ne hanno otto, se sono sdruccioli nove, ma l’ultima sillaba accentata è sempre la settima.</p>
<p>Per scrivere dei bei versi non basta sapere quante sillabe dovremo mettere in fila, ma saperlo è essenziale. Il problema però è: sapete contarle davvero, queste sillabe?</p>
<h3>Il conteggio delle sillabe, ovvero quando 2 + 2 = 3 (ma non sempre)</h3>
<p>Facile contare le sillabe, direte voi. E invece non è vero. Le consonanti sapete sempre da che parte stanno: dalla vostra. Sono vostre amiche, chiare e ragionevoli. Ma le vocali sono ambigue, sempre pronte a fingersi consonanti, a unirsi, a separarsi e a saltare da una parte all’altra.</p>
<p>Per questo motivo è necessaria una premessa linguistica.</p>
<h4>Dittonghi e iati</h4>
<p>Piccola premessa: le sillabe sono costruite attorno ad un nucleo di sonorità, e in italiano questo nucleo può essere costituito solamente da vocali.</p>
<p>Detto questo, chiariamo un paio di termini fondamentali: <strong>dittongo</strong> e <strong>iato</strong>. Quando due vocali sono vicine, possono comportarsi in vari modi. Se appartengono alla stessa sillaba formano un <strong>dittongo</strong>, ossia un gruppo vocalico in cui una sola delle due vocali è nucleo di sillaba, e l’altra è priva di sillabicità (che sarebbe la possibilità di costituire una sillaba). Lo <strong>iato</strong> è il caso opposto, in cui le due vocali restano separate, e ciascuna delle due è il nucleo di una sillaba<sup><a href="http://sudareinchiostro.it/2012/09/20/come-scrivere-poesia-1%c2%b0-puntata/#footnote_2_1369" id="identifier_2_1369" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Si noti la suprema ironia: la parola &ldquo;iato&rdquo; inizia con un bel dittongo.">3</a></sup>.</p>
<p>A questo punto un po’ di linguistica non ve la toglie nessuno. La poesia si fa con le parole, e se vogliamo andare alla radice del perché certe scelte siano preferibili ad altre bisogna analizzare bene quello che succede quando parliamo.</p>
<p>Nel dittongo, una delle due vocali vicine ha perso sillabicità, ossia la capacità di costituire il nucleo di una sillaba. In un certo senso, potremmo dire che si è avvicinata un po’ allo status di consonante.</p>
<p>Le vocali che perdono più facilmente la sillabicità sono quelle più <strong>alte</strong>. La ragione del fenomeno è fisiologica: nell’articolazione delle vocali alte (in italiano [i], [u]), l’apertura del canale vocale è più ristretta, e quindi più simile alla costrizione del flusso d’aria tipica delle consonanti.</p>
<p>Semplificando brutalmente il discorso, possiamo dire che [i] e [u] tendono a diventare le semivocali<sup><a href="http://sudareinchiostro.it/2012/09/20/come-scrivere-poesia-1%c2%b0-puntata/#footnote_3_1369" id="identifier_3_1369" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="O semiconsonanti che dir si voglia.">4</a></sup> [j] e [w] quando accostate a un’altra vocale. Attenzione: la perdita di sillabicità <strong>non avviene in vocali accentate</strong>, che in quanto tali sono necessariamente nucleo di sillaba.</p>
<p>Quando abbiamo due vocali vicine, quindi, possiamo trovarci di fronte a casi diversi:</p>
<ul>
<li><strong>una delle due vocali è alta e non accentata</strong>: in questo caso il risultato sarà un <strong>dittongo</strong>, ossia quella sequenza vocalica farà parte di un’unica sillaba (ad esempio “lingua” [lin.gwa]).</li>
<li><strong>una delle due vocali è alta ed è accentata</strong>: entrambe le vocali restano sillabiche, e avremo quindi uno <strong>iato</strong> (“faina” [fa.i.na]).</li>
<li><strong>nessuna delle due vocali è alta</strong>, perciò saremo di fronte a uno <strong>iato</strong> (“aedo”, [a.e.do]).</li>
<li><strong>entrambe le vocali sono alte</strong>: una delle due diventa semivocale, generando un <strong>dittongo</strong> (se una delle due è accentata, è certamente l’altra, come si vede in “piuma”[pju.ma]).</li>
</ul>
<p>Ci sono poi alcuni casi in cui vocali alte non accentate non creano un dittongo. Ad esempio, la parola “diurno” ha tre sillabe, [di.ur.no], e non è il bisillabo [djur.no] che ci potremmo aspettare. Allo stesso modo, la versione crusca-approved è [vi.a.le], e non [vja.le]. Queste eccezioni sono motivate generalmente dalle derivazioni e dai prestiti che hanno generato o portato le parole nella lingua. Più avanti vedremo come è meglio trattarle.</p>
<p>Fin qui tutto bene. Solo che <strong>le cose non sono così semplici</strong>, perché ci si mette in mezzo la <strong>pigrizia innata</strong> di ogni parlante. Abbiate pazienza e seguitemi ancora per un po’, vedrete che presto tutto tornerà ad avere un senso.</p>
<p>Uno dei princìpi generali che motivano il cambiamento linguistico è il <strong>principio del minimo sforzo</strong>: il parlante cercherà di articolare le parole con il minimo sforzo articolatorio possibile (purché le parole restino riconoscibili). Questo principio tende ad essere tanto più potente quanto più l’esecuzione delle parole è veloce e non sorvegliata.</p>
<p>Ciò fa sì che <strong>anche vocali non alte possano essere asillabiche</strong>, e stare nella stessa sillaba con un’altra vocale. Un ottimo esempio è la parola “leopardo”, che anche pronunciata normalmente tende ad essere sillabata [le<sup>o</sup>.par.do] o [l<sup>e</sup>o.par.do]<sup><a href="http://sudareinchiostro.it/2012/09/20/come-scrivere-poesia-1%c2%b0-puntata/#footnote_4_1369" id="identifier_4_1369" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Metto tra parentesi le vocali asillabiche, visto che i diacritici sono difficili da usare in un testo html.">5</a></sup>. Lo stesso vale per “coalizione”, pronunciata [k<sup>o</sup>alitsjone] [ko<sup>a</sup>litsjone]<sup><a href="http://sudareinchiostro.it/2012/09/20/come-scrivere-poesia-1%c2%b0-puntata/#footnote_5_1369" id="identifier_5_1369" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Si noti comunque che, bench&eacute; tutte le vocali possano perdere la sillabicit&agrave;, la perdono pi&ugrave; facilmente all&rsquo;aumentare della loro altezza.">6</a></sup>. Un altro caso, ancora più comune, è “fino ad oggi”: credo che molti di noi la pronuncino [fi.n<sup>o</sup>a.dɔd.dʒi]<sup><a href="http://sudareinchiostro.it/2012/09/20/come-scrivere-poesia-1%c2%b0-puntata/#footnote_6_1369" id="identifier_6_1369" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Confini di parola non creano automaticamente confini di sillaba: gli spazi vuoti tra parole sono solo un espediente grafico per riconoscerle meglio, ai quali non corrisponde alcuna pausa a livello di fonazione.">7</a></sup>.</p>
<p>In realtà possiamo dire che tutti noi, parlando, diamo vita a fenomeni di dittongamento, sia interni alle parole sia tra parole diverse.</p>
<p>La ragione sta nella tendenza verso un minore sforzo articolatorio. Articolare due sillabe è più difficile che articolarne una, soprattutto se ci sono due vocali vicine, perché per distinguere bene le due vocali e rimarcare la sillabicità di entrambe dobbiamo eseguire entrambe con grande chiarezza. Possiamo quindi dire che la <strong>lingua “tende” naturalmente verso il dittongamento</strong>.</p>
<p>E questo ci porta all’argomento vero e proprio: <strong>sineresi</strong>, <strong>dieresi</strong>, <strong>sinalefe</strong> e <strong>dialefe</strong>.</p>
<p><span class="Apple-style-span" style="color: #000000; font-size: 14px; line-height: 21px;">Sineresi e dieresi</span></p>
<p>Quando, all’interno di una parola, un nesso di due vocali è contato come appartenente ad una sola sillaba, si ha una <strong>sineresi</strong>. Se invece tale nesso è suddiviso in due sillabe, si parla di <strong>dieresi</strong>. Ricollegandoci a quanto detto finora, la sineresi comporta dittongamento, la dieresi iato. Talvolta la dieresi è indicata graficamente con due puntini sopra la vocale interessata (sulla “i” o sulla “u” se queste sono presenti, altrimenti sulla prima delle due vocali, ad esempio “dïavolo”, che si legge [di.a.vo.lo] anziché [dja.vo.lo]).</p>
<p>In genere è meglio <strong>ricorrere sempre alla sineresi</strong>.</p>
<p>I casi in cui la dieresi è preferibile sono pochi: di solito la si usa quando si ha un nesso vocalico con una vocale non alta (“a”, “e”, “o”) in prima posizione e una vocale tonica in seconda posizione (come accade in “beato”, “leale”, “koala”, “poeta”). Queste sono infatti le occorrenze in cui, anche nella lingua parlata, si tende a conservare di più la bisillabicità del nesso.</p>
<h4>Sinalefe e dialefe</h4>
<p>Mentre sineresi e dieresi agiscono all’interno delle parole, sinalefe e dialefe si applicano ai nessi che si formano quando ad una parola che termina per vocale ne segue una che inizia per vocale.</p>
<p><strong>Non usate mai la dialefe</strong>. <strong>Usate sempre la sinalefe</strong>. Facile, no?</p>
<p>Esiste anche l’<strong>episinalefe</strong>, ossia la sinalefe realizzata tra verso e verso. La trovo brutta, e la sconsiglio vivamente. Il verso è un’unità metrica, ed è giusto che i fenomeni metrici che ne influenzano la durata riguardino solo il verso stesso. Ma la motivazione che mi spinge a evitare l’episinalefe è simile a quelle per cui evito dieresi e dialefe, ossia il <strong>rapporto tra lettura e ritmo</strong>. Di questo parlerò tra poco, ma prima è meglio chiarire come comportarsi quando ci si trova di fronte a gruppi di tre o più vocali.</p>
<h4>Nessi di più vocali</h4>
<p>Quando abbiamo nessi di tre vocali, spesso sinalefe e sineresi non sono la soluzione migliore. Per sapere se è il caso di separare il gruppetto, basta vedere la vocale centrale: se è alta sarà necessariamente una semiconsonante, perciò sarà lì che faremo iniziare una nuova sillaba. E infatti nessuno dubita che parole come “aia” o “noia” abbiano due sillabe.</p>
<p>Lo stesso vale con la sinalefe: ad esempio, il sintagma “lo iato” è trisillabo ([lo.ja.to], o [loj.ja.to] in pronuncia standard), mentre “hai avuto” è quadrisillabo ([a.ja.vu.to]).</p>
<p><span class="Apple-style-span" style="color: #000000; font-size: 17px; line-height: 25px;">Lettura e ritmo</span></p>
<p>La poesia è musica fatta di parole, e la musica ha un suo ritmo<sup><a href="http://sudareinchiostro.it/2012/09/20/come-scrivere-poesia-1%c2%b0-puntata/#footnote_7_1369" id="identifier_7_1369" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Nel prossimo post approfondiremo questo discorso parlando della disposizione degli accenti all&rsquo;interno del verso.">8</a></sup>. Le sillabe sono i battiti di cui il ritmo è composto.</p>
<p>Nel fluire della lingua parlata, sineresi e sinalefe sono fenomeni così naturali che al momento di leggere un testo, anche poetico, vengono usati di default. Le dieresi e le dialefi sono separazioni per lo più artificiali, e infrangono la consuetudine che regola la lettura normale del verso.</p>
<p>In altre parole: visto che un lettore applica naturalmente sineresi e sinalefe, rischia di applicarla anche in caso di dieresi o dialefe<sup><a href="http://sudareinchiostro.it/2012/09/20/come-scrivere-poesia-1%c2%b0-puntata/#footnote_8_1369" id="identifier_8_1369" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Ricordo che, mentre c&rsquo;&egrave; un segno per indicare la dieresi, la dialefe &egrave; un&rsquo;insidia invisibile.">9</a></sup>, e di realizzare quindi un <strong>verso ipometro</strong>.</p>
<p>Prendete questa quartina:</p>
<blockquote><p>Tra i dubbi e le domande che mi pongo</p>
<p>mi logora e m’assilla assai lo iato,</p>
<p>che non badando al suo significato</p>
<p>sfoggia senza imbarazzo un dittongo.</p></blockquote>
<p>C’è qualcosa che non va nell’ultimo verso, no? Certo: <strong>il quarto verso è ipometro</strong>. O almeno, lo è se lo si legge applicando la sinalefe, che ci ha portati senza problemi attraverso i tre versi precedenti. Affinché il quarto verso sia un endecasillabo dovremmo usare la dialefe o tra “senza” e “imbarazzo”, o tra “imbarazzo” e “un”. La seconda soluzione è la migliore, ma comunque è brutta, perché crea al lettore inutili complicazioni e spezza il ritmo.</p>
<p>Il buon poeta allora evita queste ambiguità e opera una diversa scelta di termini al fine di poter usare la sinalefe:</p>
<blockquote><p>Tra i dubbi e le domande che mi pongo</p>
<p>mi logora e m’assilla assai lo iato,</p>
<p>che non badando al suo significato</p>
<p>in testa sfoggia impavido un dittongo.</p></blockquote>
<p>Evitate uscite del tipo “Ma Dante in questo verso usa la dialefe!”. Lo so che in certi casi i grandi poeti del passato hanno usato la dialefe. Ma se avete letto il preambolo avrete anche capito lo spirito che anima questa raccolta di consigli.</p>
<p>Se volete imparare a scrivere in metro, <strong>eliminate dieresi e dialefe</strong>.</p>
<h3>La rima</h3>
<p>Aggiungo un’ultima ovvietà per permettere agli interessati di esercitarsi con gli strumenti necessari.</p>
<p>La <strong>rima perfetta</strong> non è semplicemente “due parole che finiscono uguale” (ahimè, definizione realmente sentita). Due parole rimano quando <strong>sono identiche dalla vocale accentata in poi</strong>, vocale accentata compresa.</p>
<p>Per quanto riguarda le vocali accentate, possiamo considerare affini le vocali medioalte (é, ó) e mediobasse (è, ò), e includerle in un unico grado di altezza (media). Di conseguenza, potremo far rimare “mèta” con “séta”, e “nuòvo” con “róvo”. Questa tendenza è tipica di <strong>tutta la poesia italiana</strong>, e la differenzia dalle altre tradizioni poetiche romanze.</p>
<p>Altrimenti come faremmo, a far rimare “cuore” con “amore”?</p>
<h3>Compiti per casa</h3>
<p>Se volete esercitarvi, vi consiglio di cominciare con qualcosa di semplice: scrivete una quartina di endecasillabi, rimata come più vi piace, usando sinalefe e sineresi quando necessarie. Io la mia l’ho scritta sul contrasto dittongo-iato, ma voi scegliete il tema che più vi piace.</p>
<p>Se vi va, potete pubblicare le vostre quartine qui sotto. O, se proprio il risultato non vi piace e volete capire perché, potete inviarmele all’indirizzo di posta elettronica per una veloce correzione. In entrambi i casi, buon lavoro.</p>
<p>La prossima puntata di questa rubrica darà l’altro strumento essenziale per ottenere una buona prosodia: la <strong>distribuzione degli accenti</strong> all’interno del verso.<br />
Non mancate!</p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_1369" class="footnote">Io prendo come riferimento <em>La metrica italiana</em> di Pietro Beltrami.</li><li id="footnote_1_1369" class="footnote"><strong>Bisdrucciolo</strong> è il termine o verso che presenta l’ultimo accento in quartultima posizione. Esistono parole naturalmente bisdrucciole (“abitano”), ma per la maggior parte sono verbi con pronomi enclitici appiccicati (“caricalo”).</p>
<p><strong>Trisdrucciolo</strong>. Le parole trisdrucciole hanno l’accento sulla quintultima sillaba. Le parole trisdrucciole sono unicamente verbi con l’aggiunta di pronomi enclitici (ad esempio “caricamelo”).</p>
<p><strong>Quadrisdrucciolo</strong>. Praticamente inesistente, a meno di non voler fare un bel collage di particelle enclitiche. Tra gli esempi che ho trovato, non uno era una parola che si potrebbe usare nella vita reale.</li><li id="footnote_2_1369" class="footnote">Si noti la suprema ironia: la parola “iato” inizia con un bel dittongo.</li><li id="footnote_3_1369" class="footnote">O semiconsonanti che dir si voglia.</li><li id="footnote_4_1369" class="footnote">Metto tra parentesi le vocali asillabiche, visto che i diacritici sono difficili da usare in un testo html.</li><li id="footnote_5_1369" class="footnote">Si noti comunque che, benché tutte le vocali possano perdere la sillabicità, la perdono più facilmente all’aumentare della loro altezza.</li><li id="footnote_6_1369" class="footnote">Confini di parola non creano automaticamente confini di sillaba: gli spazi vuoti tra parole sono solo un espediente grafico per riconoscerle meglio, ai quali non corrisponde alcuna pausa a livello di fonazione.</li><li id="footnote_7_1369" class="footnote">Nel prossimo post approfondiremo questo discorso parlando della disposizione degli accenti all’interno del verso.</li><li id="footnote_8_1369" class="footnote">Ricordo che, mentre c’è un segno per indicare la dieresi, la dialefe è un’insidia invisibile.</li></ol>]]></content:encoded>
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