Piccolo aggiornamento

Niente paura: non sono morto, né in vacanza. Contavo di pubblicare il prossimo post in questi giorni, ma ci sarà un po’ di ritardo. Questioni lavorative a parte, la progettazione e stesura del nuovo romanzo sta occupando buona parte del tempo che dedicherei al blog.

Posso fare una piccola anticipazione, però: se tutto va come previsto – e non c’è da scommetterci – in capo a una settimana riuscirò a sfornare il nuovo articolo. Si tratterà di consigli pratici su come scrivere poesia. In metro, ovviamente.

Per oggi vi linko una vignetta che affronta il problematico rapporto tra lo scrittore e la sua musa. A me è stata molto utile.

A presto!

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Feltrinelli Zoom: libri microscopici

E poi non dite che i social network sono inutili. Verso la fine di luglio, pigreggiando su Facebook, ho notato che uno dei miei Faccia-amici aveva messo il pollice alto allo status di Roberto Ferrucci, permettendomi di vederlo anche se l’autore non era un mio Faccia-amico.

In quelle due righe, Ferrucci (qui il suo sito web) annunciava l’uscita di Sentimenti decisivi, un romanzo di 1850 parole che sarebbe uscito solamente in versione digitale.

Dovete perdonarmi se non riesco a riportarvi la schermata esatta, ma Facebook con la sua nuova modalità timeline non mi permette di recuperarla. La storia delle 1850 parole è però presente anche nella testata del sito, che appunto pubblicizza Sentimenti decisivi, avvisando che è reperibile

dal 26 luglio 2012 in tutte le librerie digitali

Sentimenti interrogativi

Volendo soddisfare due mie curiosità, ho pensato di rivolgermi direttamente all’autore. Per prima cosa, sapendo che Ferrucci è anche autore di un romanzo (di normali dimensioni) intitolato Sentimenti sovversivi, mi interessava sapere se Sentimenti decisivi fosse un suo estratto, o se vi fosse comunque collegato.

In secondo luogo, non capivo perché chiamare “romanzo” una prosa di 1850 parole.

Questa volta ho salvato lo scambio di battute, avvenuto attorno al 27 luglio1.

Tralasciamo il mio abuso della locuzione “per caso”. La risposta al primo interrogativo è vaga. Cosa significa che è una possibile evoluzione? Anche leggendosi le trame delle due opere, non è chiaro. Ci sono personaggi in comune? Degli eventi in comune?

Ho deciso di non indagare oltre, perché mi premeva molto di più avere una risposta alla seconda domanda. E così torno alla carica, cercando di sembrare il meno polemico possibile: la domanda era seria, e per nulla provocatoria.

Seguono commenti di gente che ha comprato o comprerà il libro, tra cui un avversatore degli e-book. Ferrucci promette una birra all’avversatore, mentre io rimango a bocca asciutta. Lo scrittore non mi ha mai più risposto, e purtroppo qui dovete credermi sulla parola, visto che non c’è modo di provarlo.

Il 29 luglio, vale a dire un paio di giorni dopo l’ultimo commento di Ferrucci, ho salvato lo screenshot. Nei giorni successivi sono tornato varie volte a controllare se per caso l’autore mi avesse risposto senza che Facebook lo notificasse – evenienza quantomai fantascientifica –, ma niente. Ora, a quasi un mese di distanza, la timeline ha fatto sparire dalla pagina di Ferrucci lo status e lo scambio di commenti, almeno ai miei occhi di non-Faccia-amico.

Ad ogni modo, un brano di 1850 parole non è un romanzo. Potete tirare fuori tutti i sofismi che volete sul contenuto, l’Arte, e la volgarità machista del giudicare qualcosa in base alla sua lunghezza, ma non si fa un romanzo con meno di duemila parole, come non si fa una focaccia con un cucchiaino di farina.

Feltrinelli Zoom: libri da lente d’ingrandimento

Sentimenti decisivi, lo si vede dalla copertina, è un “libro” Feltrinelli. Per la precisione, fa parte di una collana chiamata Zoom, nella quale i libri sono così piccoli che si misurano in caratteri, e non in pagine o in location. Eh sì, per ciascun e-book viene fornita la lunghezza in caratteri2, cosa che rende difficile farsi un’idea esatta delle dimensioni di ciò che si compra, soprattutto se uno non usa abitualmente strumenti di elaborazione testi.

I link per procedere all’acquisto rimandano anche ad Amazon, e Amazon fornisce una stima in pagine dell’e-book. Ma non c’è da fidarsi. Basti pensare che Sentimenti decisivi è stimato 8 pagine, specificando che

Il calcolo della lunghezza si effettua tenendo conto del numero di volte che si gira pagina su un dispositivo Kindle, Kindle Touch oppure una tastiera Kindle mediante le apposite impostazioni che consentono di visualizzarlo come libro cartaceo.

Allora in quelle pagine dobbiamo contare anche copertina, quarta di copertina, pagina della dedica, pagina vuota all’inizio e/o alla fine. Perché 1850 parole sono 8 pagine solo nella più relax delle edizioni relax, stampata in Times New Roman corpo 40 e con due dita di distanza tra una riga e l’altra.

Il modo migliore per farsi un’idea della lunghezza effettiva dei testi è convertire i caratteri in pagine. Ho preso un bel Lorem Ipsum lungo lungo e l’ho incollato in un file word, pagine A4, rientro di 2 centimetri ogni lato, font Times New Roman, grandezza 12. Il Lorem Ipsum è suddiviso in paragrafi di 100-120 parole circa.

Vi riporto una scala di lunghezze in caratteri, con le relative dimensioni in pagine.

  • 10000 caratteri: poco più di 2 pagine;
  • 20000 caratteri: poco più di 4 pagine;
  • 40000 caratteri: meno di 8 pagine e mezza;
  • 60000 caratteri: circa 12 pagine e mezza;
  • 80000 caratteri: quasi 17 pagine.

Ho poi provato a misurare gli stessi parametri, usando però una pagina A5, più simile per dimensioni a quella di un tascabile.

  • 10000 caratteri: 5 pagine;
  • 20000 caratteri: 10 pagine e due righe;
  • 40000 caratteri: 20 pagine e spicci;
  • 60000 caratteri: 30 pagine e qualcosa;
  • 80000 caratteri: 40 pagine e mezza.

In numero di parole3, abbiamo:

  • 10000 caratteri: 1491 parole;
  • 20000 caratteri: 2988 parole;
  • 40000 caratteri: 5984 parole;
  • 60000 caratteri: 8975 parole;
  • 80000 caratteri: 11970 parole.

Ho dato questi numeri perché vi possiate fare un’idea della lunghezza dei libri della collana Zoom.

Visto che il sito dedicato non permette una consultazione sinottica, riporto anche l’elenco degli e-book presenti nella collana con le rispettive lunghezze in caratteri e le indicazioni dei libri da cui sono tratti, quando presenti. Ho volutamente tralasciato i dodici epub, uno per ogni segno zodiacale, da circa 40000 caratteri l’uno, tratti da Visioni e previsioni sul nuovo anno, segno per segno, di Marco Pesatori. In altri 12 epub è diviso il romanzo a puntate Banduna, di Alessandro Mari; anche questi li ho lasciati da parte, li riprenderò più avanti.

Per vedere l’elenco, cliccate qui. ↓

La dimensione media – incredibile che mi sia venuta senza la virgola – è di 35132 caratteri, che equivalgono a circa 17 pagine e mezza del formato A5 descritto in precedenza.

Un altro dato curioso è che, su 47 e-book, ben 18 siano tratti da libri più grandi. Guarda caso, tutti i brani di autori internazionali presenti in Zoom sono estratti, e non composizioni brevi nate come tali.

"Zoom – il futuro dei libri visto da vicino". Ma anche no.

Son tre etti: che faccio, lascio?

Il prezzo di ogni e-book di questa collana è 0,99€, e Feltrinelli lo fa passare per una cosa conveniente. Il che è falso, nella maggior parte dei casi. A guardare quello che si compra, i 99 centesimi non sono pochi. Prendete Sentimenti decisivi di Ferrucci: voi paghereste un euro per cinque pagine di tascabile? Immaginate l’oggetto concreto, pochi fogli graffettati insieme. Lo comprereste?

È chiaro, stiamo facendo beceri conti da pizzicagnolo; gli stessi che ha fatto chi si è inventato la collana Zoom. Ma andiamo fino in fondo: quando acquistiamo questo prodotto microscopico, il prezzo al chilo è conveniente o no?

Eh, qui dipende. Se spendiamo un euro per un “gigante” della collezione, lungo 80000 caratteri, la convenienza c’è: pagheremmo un euro per l’equivalente di più di 40 pagine di tascabile. A questo prezzo, un libro di 300 pagine ci verrebbe a costare 7,5€, un prezzo davvero conveniente.

Ecco quello che succede ripetendo la proporzione per le grandezze che ho usato poco fa (tengo come riferimento le pagine in formato A5 con margine di 2cm):

  • 80000 caratteri: 40 pagine a 1€, 300 pagine a 7,5€;
  • 60000 caratteri: 30 pagine a 1€, 300 pagine a 10€;
  • 40000 caratteri: 20 pagine a 1€, 300 pagine a 15€;
  • 20000 caratteri: 10 pagine a 1€, 300 pagine a 30€;
  • 10000 caratteri: 5 pagine a 1€, 300 pagine a 60€.

La linea della convenienza è tracciabile proprio attorno alla dimensione media dell’e-book Zoom, ossia 35000 caratteri circa, che in proporzione farebbe costare un tascabile di 300 pagine 17,14€ circa. Ma far pagare 1€ cinque pagine di tascabile è proprio troppo: come se un romanzo di trecento pagine costasse 60€!

Tutto questo ragionamento non tiene comunque conto di un fattore fondamentale: stiamo parlando di testi in formato digitale. Di conseguenza la linea della tolleranza si abbassa. Decidete voi di quanto, ma a me non garba molto nemmeno pagare 7,5€ per trecento pagine di e-book.

I costi di stampa si mangiano una buona fetta del ricavato dalla vendita di libri cartacei. Produrre e-book non è gratuito per l’editore, ma la fascia di prezzo non può essere allo stesso livello.

Lo sappiamo, c’è l’IVA al 21% sul prezzo di copertina, ma per e-book minuscoli come quelli della collana Zoom credo che gli altri costi siano molto contenuti. Il file non ha grandi indici da curare (o proprio non ne ha), e il testo da editare – se ce ne si prende il disturbo – è poco, tanto che i file più lunghi si leggono in una mezz’ora.

In vari casi, poi, l’e-book è direttamente copia-incollato da un altro.

Libri gratis a prezzi bassissimi

Zoom è una collana a misura di allocco, o almeno questo dev’essere stato il pensiero del genio del male che l’ha ideata. Per convincersene basta dare un’occhiata più da vicino a quei diciotto e-book tratti da altri libri.

Prima di tutto, come ho già accennato, si tratta di vendere pezzi di roba che solitamente viene venduta intera. Sono frammenti decontestualizzati di opere più grandi, cosa che toglie loro molto valore, almeno ai miei occhi.

Ma erano già belli pronti allo smercio: agli editor Feltrinelli è bastato fare copia-incolla dai file dei romanzi interi, badando solo di non spezzare una frase o una parola. Al limite, spinti dallo zelo, hanno fatto in modo che l’estratto avesse un senso compiuto. O hanno direttamente preso il primo capitolo, come è capitato per Zafferano, che altro non è se non il primo capitolo de La regina disadorna, di Maurizio Maggiani.

In questo caso specifico emerge quanto sia becera l’operazione Zoom. L’anteprima del romanzo La regina disadorna equivale a poco meno del primo capitolo. Di conseguenza, acquistare Zafferano (l’intero primo capitolo, stando alle recensioni riportate sulla pagina) equivale a pagare per avere un testo fornito gratuitamente, meno qualche paragrafo.

In altre parole, acquistare un e-book Zoom tratto da un romanzo significa pagare per leggere un’anteprima gratuita.

Vi riporto le tre recensioni presenti sulla pagina Amazon di Zafferano:

Il libro è bellissimo, come bellissimo è il romanzo completo da cui è tratto, La Regina Disadorna.

Perché solo tre stelle, allora?

Perché Zafferano corrisponde esattamente al primo capitolo (ovvero 24 pagine su circa 400 del formato stampato) della Regina Disadorna, in vendita come ebook a 5,10 €.

Senza tener conto che il “sample” della Regina Disadorna scaricabile gratuitamente è quasi lungo come l’intero Zafferano…

Non è certo la spesa di 0,99 € a preoccuparmi, però mi chiedo se questa politica di mercato sia eticamente corretta.

Splendida la prosa, affascinanti i personaggi, ma l’edizione kindle contiene solamente le prima pagine di un romanzo piu’ ampio.

VERGONA FELTRINELLI: far pagare per una preview senza neanche specificare la cosa nella descrizione…

Condivido le osservazioni degli altri lettori. Questo “racconto” mi ha stupito e l’ho trovato senza capo nè coda. Se avessi saputo che era tratto da un’altra opera probabilmente non lo avrei acquistato. Ma nonostante la delusione provata le mie tre stelle vanno per la magia di quello che ho letto che, anche se parziale, mi ha confermato la grandezza di uno scrittore che non sarà certo una assurda scelta editoriale a sminuire.

Non mi piace molto Maggiani; ho riportato il caso di Zafferano perché è il primo capitolo di un vero romanzo, e quindi coincidente con l’anteprima data da Amazon.

Basta guardare tra le recensioni di altri e-book Zoom analoghi per avere altre conferme. Ecco l’unico commento a Tijuanaland:

Ammetto di non aver notato che era tratto da “La polvere del Messico” che lessi un po’ di anni fa. Però mi è sembrato un po’ un opera senza senso: un libro di pochissime pagine che racconta a volo d’uccello, velocemente e senza un filo logico della Baja california.

Meglio investire qualche euro in più e leggersi il libro “padre” decisamente più interessante e significativo con il quale si inizia ad essere curiosi verso questo misconosciuto vicino di casa degli USA.

Benché Feltrinelli non nasconda che si tratta di estratti, l’esca dei 99 centesimi funziona così bene che più di qualcuno ci casca, e si aspetterebbe di leggere un romanzo intero. Scrive un acquirente di V.O. (Jonathan Coe, 27354 caratteri):

Magari dirlo prima dell’acquisto che si tratta, come per gli altri del gruppo, di semplici estratti da più famosi (e completi) romanzi….

Attenzione, altri e-book Zoom hanno raccolto giudizi positivi, e in parecchi casi mi è capitato di leggero cose del tipo “e poi costa così poco…”. Purtroppo chi scrive così non ha riflettuto molto o non ne sa abbastanza di e-book per capire che 99 centesimi non sono poco, se si comprano appena ventimila caratteri.

Le critiche legate all’eccessiva brevità sono piovute anche su e-book scritti apposta per questa collana.

Copio-incollo dalla pagina Amazon de La nave più bella, di Cristina Comencini (12115 caratteri):

daccordo che il prezzo di acquisto e solo di 0,99 euro ,ma cinque pagine mi sembrano veramente trppo poche,fermo restando la pochezza del racconto.

E da quella di Il turno di notte lo fanno le stelle, di Erri de Luca (18670 caratteri):

Un breve racconto. Si legge ma non attendetevi un romanzo completo. I personaggi non sono descritti con cura e in generale tutto il libro non entra mai in profondità.

Sarà pur un bel racconto … ma 12 pagine a 0.99 costa meno una fotocopia.

Una truffa a tutti gli effetti.

Troppo breve per essere definito libro! Sono alquanto esterrefatta. L’ho letto in 15 minuti; impiego più tempo a leggere un articolo di National Geographic che sicuramente riesce ad emozionarmi e ad arricchirmi di più… Amo il cartaceo, ma il Kindle è riuscito ad avvicinarmi agli ebook. Ho letto precedentemente un libro di un autore auto-pubblicato che ha riempito le mie giornate ed ha lasciato il segno! Speravo di rivivere le stesse sensazioni… invece NO.

De L’ora più bella, di Stefano Benni, lungo la bellezza di 6852 caratteri, si scrive:

Veramente troppo corto! Non si fa in tempo a capire di cosa si parla che e’ gia’ finito. Una delusione!!! Troppi anche 0,89 centesimi.

Che cavolo va bene che costa poco ma non pensavo fosse così’ corto… non fai in tempo ad entrare nel vivo della storia che già finisce! E’ vero che è scritta bene ma troppo troppo corta.

Tratta anche io in inganno dall’assenza di pagine o altro ho comprato per 99 cent questa decina di pagine di Benni. Non che mi senta defraudata o cosa, ma sono rimasta molto delusa dalla poca chiarezza riguardo le “dimensioni”. Perché conteranno o non conteranno, ma quasi un euro per tre minuti di lettura mi sembra un prezzo decisamente caro e poco proporzionato.

Senza contare che ho trovato un Benni sottotono e poco ispirato, evidentemente questo frammento non è uno dei suoi migliori. Ma non voglio entrare nel merito, quello che vorrei esprimere è il disappunto e la delusione di una lettura così fugace.

si è vero, le dimensioni non contano, ma onestamente sono rimasto molto deluso de questi 2 minuti scarsi di lettura

ma tutto serve come lezione: la prossima volta controllerò meglio prima di acquistare

Parlare di racconto mi sembra un po’ eccessivo. Direi che si tratta di un estratto di un racconto, con un titolo promettente ma che lascia un po’ delusi alla fine di questa davvero brevissima esperienza di lettura. D’accordo che è più importante la qualità della quantità, ma qui se ne approfitta….

Ci sono molti altri commenti del genere, se volete leggerli li trovate qui.

Se avrete la pazienza di guardare le recensioni noterete che anche molti dei giudizi positivi, che pure non mancano, sottolineano l’estrema brevità dei testi (di tanto in tanto, ahimè, elogiandola).

È giusto specificare che Feltrinelli non fa nulla per nascondere le dimensioni ridicole di questi e-book. Addirittura, riporta la loro lunghezza in caratteri sia nelle descrizioni su Amazon sia sulla pagina web della collana. Per quanto corrette, però, quelle cifre sono probabilmente fuorvianti per l’utente medio. Nel vedere numeri nell’ordine delle decine di migliaia, un non addetto ai lavori non si fa due conti, e riceve l’impressione di trovarsi di fronte ad una corposa quantità di caratteri, se non addirittura parole (per forza dell’abitudine). A questo si aggiunge il fatto che i numeri sono davvero sbandierati, come se fosse fico vendere a 99 centesimi qualcosa che può stare scritto anche su un tovagliolo.

Ma queste sono supposizioni, della cui fondatezza si può discutere. Di fatto, Feltrinelli non fa pubblicità ingannevole, e sfruttare l’ignoranza del cliente non è mai stato un reato.

Gli altri e-book

Un piccolo appunto sugli e-book del catalogo Zoom che ho tralasciato.

L’oroscopo è già una truffa di per sé, ed è giusto che chi ci crede paghi più soldi del necessario.

È una buona idea fare un romanzo a puntate, ma perché non permettere di abbonarsi in una volta unica, oltre all’acquisto separato di diversi capitoli? Ad ogni modo, la questione prezzo rimane. Non si può far pagare un e-book quanto un libro cartaceo.

"Guarda! Un negozio di e-book!"

Leggere piano, leggere bene

Nel mondo della lettura digitale, i 99 sono una specie di simbolo: è il prezzo sotto il quale non si può scendere se non ci si vuole rimettere, ed è comunque così basso che non ci si fa troppo scrupolo a pagarlo. È il prezzo fissato da moltissimi autori autopubblicati, che per varie ragioni preferiscono non distribuire gratis il proprio lavoro, ma che vogliono farlo pagare molto poco per ottenere una maggiore diffusione. Ci sono autori autopubblicati (americani) che hanno fatto i milioni, 99 cent a botta.

Nel mondo concreto, 99 centesimi non è il prezzo più basso che si trovi, ma è il prezzo stracciato per eccellenza. E allora, quando un editore, dopo le tante critiche fatte agli editori sul prezzo e la qualità degli e-book, apre una collana esclusivamente digitale a 99 centesimi, qualche attenzione la guadagna di sicuro; a maggior ragione se spaccia questi e-book per pillole scelte di qualità sopraffina.

L’operazione commerciale Zoom è becera in sé, ma peggiori sono le sue conseguenze. Penso a quella fetta di pubblico estranea alla pirateria e non troppo esperta di computer, che ha sempre comprato e-book e pdf di grandi editori a prezzi improponibili, e che si è trovata davanti quella che sembrava un’occasione. A seguito della percepita fregatura, più di qualcuno sarà scoraggiato dal continuare a leggere in formato digitale, o scoraggerà qualcun altro parlandogli di Zoom. Altri, entusiasti delle pillole a 99 centesimi, diffonderanno l’idea per cui gli e-book vanno bene per testi brevi, da terminare in pochi minuti.

Operazioni come Zoom generano ostilità e diffidenza verso il mondo della lettura digitale, e fanno passare per buona l’idea deleteria secondo cui un e-book non è un vero libro, ma qualcosa di diverso, più piccolo, la cui lettura richiede meno tempo e meno impegno.

A questo proposito sottoscrivo lo Slow Reading Manifesto di Antonio Tombolini, fondatore di Simplicissimus. Dateci un’occhiata anche voi4 e, se non l’avete già fatto, diffondetelo.

Cambia il supporto, ma il libro rimane libro. Boicottiamo gli editori che ci propongono testi brevissimi con la scusa della modernità, e che ci assicurano che il futuro del libro sta in testi striminziti. La soglia dell’attenzione dell’uomo medio non è già abbastanza bassa? Bisogna smetterla di incoraggiarne il calo, soprattutto nell’ambito di un’attività che per dare frutto e soddisfazione richiede una concentrazione costante e prolungata.

Insomma, non bastava la televisione, adesso dobbiamo diventare scemi anche con i libri?

L’unica speranza

Me lo vedo: Kindle Brioss, di Mattia Nicchio, 14050 caratteri.

Potrei essere anch’io un autore della collana Zoom. Mediamente, il post di Sudare Inchiostro ha i numeri per entrarci a pieno titolo. Anche L’uomo che sapeva troppo, con i suoi 10355 caratteri5, è più lungo di certe cosette miserande6 che ho riportato nell’elenco poco sopra.

Non ho le conoscenze né le competenze per fare i conti in tasca alla Feltrinelli, ma secondo voi c’è un grande margine di guadagno sui ricavi dalle vendite di e-book Zoom? I boccaloni esistono, gli entusiasti pure, ma il mercato italiano degli e-book è pur sempre ristretto, e chi è appena un po’ esperto della materia non acquisterà nulla da quella collana.

Non sarebbe meglio, visto anche che molti di questi epub sono solo le anteprime di libri veri, permettere lo scaricamento gratuito? La pubblicità positiva compenserebbe di sicuro i costi (peraltro quasi nulli) e anzi, non troverei strano un aumento delle vendite. Anteprime ampie e curate invoglierebbero il lettore all’acquisto dei romanzi integrali, e offrire gratis dei brevissimi testi appositamente scritti permetterebbe al pubblico di avvicinarsi ad autori di cui non aveva letto nulla fino a quel momento.

Ma ancora una volta vediamo che la lungimiranza non è di questa terra, e che, per quanto gente competente (e non parlo certo di me) abbia spiegato e dimostrato come cambierà il mercato editoriale, gli editori italiani proseguono nell’autosabotaggio del settore digitale, o per miopia o nel tentativo consapevole di renderlo alieno al grande pubblico fino a quando sarà possibile.

Ma forse parlare male di Zoom non è stata una buona idea: mi sono appena giocato l’unica speranza che avevo di vedere Malachia in un e-book Feltrinelli.

  1. Ho tolto i cognomi degli altri partecipanti alla discussione. []
  2. Non c’è scritto chiaramente, ma da quello che sono riuscito a vedere mi pare che gli spazi siano inclusi. []
  3. Si tenga presente che la lunghezza media della parola fittizia del Lorem Ipsum mi sembra, ad occhio, maggiore che in italiano, anche per la quasi totale assenza di parole di uno o due caratteri. []
  4. Se volete approfondire, leggete anche la segnalazione del Duca e la discussione che segue il post. []
  5. Ci tengo a far sapere che, sia per Kindle Brioss sia per L’uomo che sapeva troppo, non ho contato i paragrafetti introduttivi iniziali. []
  6. Sotto il punto di vista delle dimensioni, ovviamente. []
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Kindle in spiaggia e letture estive

Aeroporto di Tessera, area dei controlli di sicurezza. Passo sotto il metal detector e quello, immancabilmente, suona. Un simpatico agente mi pratica un tuca tuca d’ordinanza, dopodiché mi lascia andare ad attendere il mio zaino, che sta uscendo dalla macchina a raggi X. «Ci sono delle apparecchiature elettroniche nello zaino.» avvisa l’altro agente, quello che guarda le radiografie dei bagagli a mano. Mi fanno estrarre i due kindle1 dallo zaino per farli ripassare nella macchina. «Sono lettori e-book.» spiego, per convincerli che non sono un terrorista. «Eh?» fa l’agente in piedi, di colpo sospettoso. «Lettori e-book. E-book reader.» mormoro, con un filo di voce, figurandomi già l’interno della cella in cui mi sbatteranno. L’agente alza le spalle, e con la clemenza che solo il disinteresse può generare mi fa recuperare zaino e kindle e mi lascia proseguire verso i gate.

Lettori da spiaggia

Se tralasciamo il rischio di passare per dei terroristi, in vacanza i lettori e-book stravincono contro il supporto cartaceo. Una mia amica si è portata da casa un romanzo a copertina rigida, mentre io avevo al seguito il mio bravo kindle. Il confronto è stato impari. Prima di tutto è una questione di peso e dimensioni, anche in relazione al numero di libri trasportati: sarà una banalità, ma io avevo una cinquantina di romanzi in un dispositivo che potevo sollevare con una mano sola, mentre la mia amica si è fatta dei tricipiti da Mister Universo per poter leggere mentre prendeva il sole a pancia in su. E poi si apre il capitolo della compatibilità con gli agenti atmosferici: il romanzo cartaceo ha subito violenze da parte di dita umide, aria salmastra, gocce salate e sabbia (bagnata e non), e ne ha riportato i segni, mentre il lettore e-book è uscito intonso dalla prova costume. Come? È bastato metterlo in uno di quei sacchetti per alimenti che si chiudono con una cernierina a incastro (ziplock), in modo che sabbia e acqua restassero fuori.

Et voilà!

Letture estive

I libri che ho visto di più tra le mani dei (ma soprattutto delle) bagnanti sono stati quelli della trilogia Fifty Shades Of Grey. Se misuriamo la fortuna di un bestseller in copie/bagnante, quest’anno la James regna sovrana. Di e-book reader invece non ne ho visti, a parte il mio e quello altrui sempre da me scarrozzato. La buona notizia è che, prima e dopo aver finito l’estenuante Fifty Shades, quest’estate ho letto altri romanzi. Alcuni non li consiglierei, come ad esempio La meccanica del cuore di Mathias Malzieu, altri sì. Nel complesso, posso dire che Ash di Mary Gentle vale il tempo che occorre per leggerlo e, malgrado sia forse un po’ troppo lungo, ha comunque molti pregi, tra cui un’innegabile originalità. Ma il libro che ho preferito in questa stagione di letture è stato American Gods di Neil Gaiman. Chissà che non ci scappi una recensioncina in uno dei prossimi post. E voi cos’avete sfogliato sotto l’ombrellone? I consigli sono sempre ben accetti.

  1. Di cui uno non mio; non amo Jeff Bezos fino a questo punto. []
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Gary Stu debutta nel porno

Non c’è niente di meglio che scrivere “sesso” e “porno” un bel po’ di volte per dare una bella botta ai contatti del proprio blog, e quindi eccoci qui.

Se non vi ho ancora incuriositi abbastanza, state un po’ a sentire: prima di tutto tenete presente che il seguente articolo è vietato ai minori di diciotto anni (e così mi sono assicurato il pubblico minorenne), nonché costellato di spoiler (benvenuti, curiosi patologici).

Ora che vi vedo belli numerosi possiamo cominciare.

Il libro di cui parliamo in questo post è Fifty Shades Of Grey (titolo italiano: Cinquanta sfumature di grigio), dell’autrice inglese E. L. James, al secolo Erika Leonard. Non sono un esperto di letteratura erotica, ma come sapete qui su Sudare Inchiostro cerchiamo di carpire ai best seller il segreto del loro successo.

Si presentano le solite obiezioni: ogni libro, pompato dalla pubblicità di una casa editrice influente, diventa un best (o almeno better) seller. Ma questo non è il caso, almeno non del tutto. La vicenda editoriale di Fifty Shades Of Grey è cominciata nei bassifondi della produzione narrativa ed è passata per il ghetto del mercato letterario prima di godersi le luci della ribalta.

Altro motivo che mi ha spinto alla lettura è che questo romanzo è un romanzo per donne. Non lo dico io1, è una nozione di dominio pubblico. Addirittura, qualcuno ha definito il sottogenere di questo libro mommy porn2, in riferimento al target a cui Fifty Shades Of Grey è diretto, cioè le casalinghe tra i trenta e i quarant’anni. Ora, io non sono ancora una casalinga quarantenne, ma mi piace provare tutto, e di rado la mia curiosità si ferma di fronte al pregiudizio. Tipo quelle volte che mi metto gonna e rossetto per vedere quanto sono carina. Scherzo.

Scherzo, eh.

L’ultima ragione per cui ho voluto leggere Fifty Shades Of Grey è che, dopo aver letto la trama, ero sinceramente curioso di vedere fino a che punto le cose si facessero estreme, e fino a che punto il ricco protagonista sarebbe stato garystuesco. Un paio di post fa la mia curiosità è stata punita, e a quanto pare non ho imparato dall’esperienza.

Ma affrontiamo le cose con ordine.

Dalle stalle alle stelle

Il primo campanello d’allarme mi sarebbe dovuto arrivare dalla genesi del romanzo. Fifty Shades Of Grey è infatti nato come fanfiction di – rullo di tamburi – Twilight. Eh sì, in origine era il paillettato Edward Cullen a sculacciare l’insipida Bella.

All’epoca l’opera era intitolata Master of the Universe, titolo spaventosamente simile alla serie di giocattoli anni ’80 prodotta dalla Mattel, meglio conosciuta per l’eroe principale, He-Man. Per carità, io me lo vedo He-Man ingaggiare attività sadomaso: il suo caschetto biondo è più osceno di qualsiasi completino in latex, e quella specie di pettorina bretellata (marchio Luftwaffe) facilita immensamente le operazioni di bondage. Per non parlare del simbolicissimo spadone o del nome Egli-Uomo, che toglie ogni dubbio (o ne fa venire molti) sulla virilità del maciste.

Inserire facile battuta sulla lunghezza e/o durezza dello spadone.

Insomma, la James pubblicava Master of the Universe su siti web dedicati, usando lo pseudonimo Snowqueens Icedragon. Molto sobrio. Ma dopo aver ricevuto critiche per i contenuti sessuali dell’opera, lo rese disponibile sul proprio sito, fiftyshades.com. Dopo un po’ si mise a rimaneggiarlo, cambiando i nomi dei protagonisti e commettendo uno dei peggiori delitti di cui un narratore si possa macchiare: creare una trilogia.

Il primo volume, Fifty Shades Of Grey, uscì nel maggio 2011 in e-book e in versione cartacea. Per il cartaceo (non so se anche per il digitale) la James si affidò ad un servizio di print on demand.

Pare che i libri della trilogia abbiano venduto, nei soli Stati Uniti, più di venti milioni di copie; niente male, per quella che era nata come fanfiction, il genere senza speranza. Da stallatico della narrativa a campione di vendite attraverso il self-publishing: dovevo leggerlo per carpirne il segreto.

Fifty Shades of Grey Gary

Veniamo all’opera vera e propria. Il titolo del post promette molto, e vi assicuro che non rimarrete delusi.

Ecco di cosa stiamo parlando:

Anastasia Steele sta per laurearsi in letteratura al college. Un giorno la sua amica Kate le chiede di sostituirla nell’intervistare un miliardario di Seattle. Anastasia accetta, e ha modo di conoscere Christian Grey, il bellissimo ventisettenne proprietario della corporation più grande di Seattle (o qualcosa del genere).

Tra i due scocca la scintilla e dopo un po’ Grey rivelerà ad Anastasia di essere solito indulgere in attività erotiche sadomaso, ricoprendo il ruolo di dominant. Propone quindi ad Anastasia di essere la sua submissive, presentandole un contratto in cui si stabiliscono le condizioni della relazione (limiti, safewords, cose così). La ragazza, che peraltro non ha mai fatto all’amore, è una fanatica del romanticismo sbaciucchioso3 e l’idea di essere malmenata e/o posseduta in modi sconsigliati da qualsiasi prete e medico non le va proprio a genio. Ma l’attrazione tra i due è troppo potente, e i due finiscono l’uno nelle braccia dell’altra: la ragazza riuscirà a sciogliere almeno un po’ il gelo affettivo del giovane imprenditore, e lui le farà capire che il BDSM non è l’inferno dantesco che lei si immaginava. All’inizio tutto sembra filare liscio, ma Christian e Anastasia vogliono due relazioni differenti, e i loro gusti non sembrano compatibili.

Le cose sembrano giungere a un punto di rottura, quando…

…quando il primo libro finisce, dannazione. Cinquecento pagine e neanche un finale. Ma essendo i livelli di prevedibilità ai massimi storici, ho scoperto che tutte le previsioni che avevo azzardato sulla continuazione della vicenda si sono rivelate giuste4.

La trama non è male: il conflitto c’è, basterebbe sfruttarlo.

Ho sempre pensato che i romanzi sentimentali siano tra i più difficili da scrivere bene. Questo perché è facile risultare banali, a meno di non avere dei personaggi interessanti e originali. A questo proposito, vi invito a dare un’occhiata alle qualità del signor Grey.

Bello impossibile

Mi sono preso la liberà di compilare una comoda lista, senza alcuna pretesa di classificazione accurata.

Il signor Grey:

  • È ricchissimo. Non si fa mai menzione di quanti fantastiliardi possegga, ma non ce n’è bisogno; è un dato che si vede e si sente ripetere in tutto il libro.
  • È munifico. Sommerge Anastasia di regali, e in generale non è il solito riccastro taccagno che ha paura di spendere soldi.
  • È un vincente, un self-made man. Possiede un’azienda di successo, di cui è unico proprietario.
  • È ecosostenibile. La maxiazienda di Christian si occupa di colture sostenibili, roba ecologica. Ed è la più ricca e competitiva di Seattle. Plausibilissimo.
  • È bello come un dio greco. Non sto scherzando, nel libro ci sono proprio queste parole. Dio greco.
  • Ha deliziosi capelli ribelli, che ricreano costantemente quell’effetto spettinato tanto di moda tra gli dei greci.
  • Sa pilotare, oltre alla sua scuderia di auto di lusso, almeno aliante ed elicottero (ma probabilmente anche il motoscafo di famiglia). Dimenticavo lo yacht, che a quanto ho letto appare nel secondo volume.
  • Tutte le donne, in sua presenza, vanno letteralmente in calore. So che l’espressione pare poco educata nei confronti del genere femminile, ma è proprio quello che succede. Leggere per credere.
  • È un ottimo ballerino.
  • È agile e aggraziato, ma non per questo le sue movenze sono meno virili. Non per niente è anche forte e muscoloso.
  • È un amante eccezionale. Per ora non mi soffermo sui dettagli; credetemi sulla parola, o leggetevi le sue gesta amatorie.
  • È ben dotato. La protagonista non ha mai visto un uomo nudo prima di Christian, per cui non ha termini di paragone. D’altro canto, di fronte alle parole “considerable length” non possiamo che avere conferma di quanto nel nostro cuore già sapevamo.
  • È monogamo. Non importa quanto le sue relazioni siano superficiali (e lo sono state quasi tutte), Grey non mette mai il piede in due scarpe, se mi passate la metafora. Deve avere il 54, comunque.
  • È sempre profumato, in genere di shampoo. Ora tiro a indovinare, ma immagino che sia un profumo molto virile.
  • È colto. Si circonda d’arte, ha gusti eclettici in fatto di musica (e di chissà cos’altro), pare conoscere bene la letteratura. Insomma, non il managerino tutto casa e fabbrichètta.
  • Conosce le lingue, almeno il francese.
  • È un pianista eccellente da quando aveva sei anni.
  • È un amante e conoscitore del buon vino e della buona cucina.
  • Ha gusto per i vestiti, e in generale ha un gran senso dello stile.
  • Ha una famiglia perfetta. Tutti i componenti della famiglia Grey sono affermati nel proprio campo: c’è chi è medico, chi è chef, chi non me lo ricordo. Nessuna segretaria o impiegato, comunque. I genitori ormai maturi si amano ancora come fossero ragazzini, e i fratelli di Christian sono pure loro bellissimi e affascinantissimi.
  • Ha un passato tormentato. Figlio di una tossicodipendente che si prostituiva, ha subito abusi e torture fino ai quattro anni, per poi essere adottato dalla famiglia modello in cui è cresciuto da quel momento in poi.
  • È filantropo. Per ora non sviluppo questo punto, ma vorrei che lo teneste bene a mente.

Manca solo che caghi panna montata e pisci cocacola. E anche senza questi due superpoteri, Max e GQ gli dedicherebbero le copertine di ogni numero per i prossimi mille anni a venire.

A questo punto però dobbiamo essere sinceri: il signor Grey ha anche i suoi lati oscuri. Vediamoli insieme.

Fatto.

Dai, scherzo. Allora:

  • Esercita pratiche sadomaso. Questo non sarebbe un vero aspetto negativo, ma lo è per Anastasia, e quindi compare in lista.
  • Manie di controllo. Christian è definito “control freak” ogni due pagine.
  • Sbalzi d’umore. Un attimo è giocoso, un attimo dopo imbronciato. Anche se gli sbalzi d’umore non si presentano mai senza motivo, la non-proprio-sveglissima Anastasia rimane sempre basita di fronte a tanta cangianza interiore.

Bambini poverini e difetti insabbiati

A livello quantitativo i difetti hanno la peggio sui pregi, e pazienza. Il vero problema è che, di fatto, nessuno di questi lati oscuri del signor Grey è davvero così oscuro.

Partiamo dalle pratiche sadomaso. Grey esige che le sue partner siano totalmente consenzienti, tanto che fa loro firmare un contratto. Il contratto non ha alcun valore legale; è solo un testo mirato a chiarire i limiti di entrambe le parti. Se c’è qualcosa che qualcuno non vuole fare, lo si scrive nel contratto. E comunque, anche una volta messa la firma ed entrati nel vivo, basta usare le safeword per interrompere qualsiasi pratica non gradita. Che problema c’è in frustini e sculacciate, se servono a ravvivare le giornate di adulti consenzienti? Il problema è Anastasia Steele.

Anastasia è la prima persona con cui Christian acconsente a fare del vanilla sex, vale a dire del sesso normale, senza ammennicoli o giochi di potere. Questo perché Christian non si era mai sentito così con nessun’altra donna, ed è disposto a concedersi come mai si era concesso prima. E in fondo è subito chiaro che, mentre le amanti precedenti non erano riuscite a scalfire il glaciale contegno del multimilionario, Anastasia ha fatto breccia nel profondo del suo animo. Così, senza una ragione particolare.

Vi siete accorti del trucco? La James ha messo in atto un subdolo processo di insabbiamento dei difetti. È un classico: per smorzare un difetto, lo si controbilancia con un aspetto positivo che lo spiega, lo giustifica o lo controbilancia, e che quindi di fatto lo annulla.

Un esempio è il caso che abbiamo appena citato. Prendiamo la situazione iniziale: un uomo è affettivamente surgelato e i suoi rapporti personali con le donne sono esclusivamente di natura sessuale. In più, quest’uomo fa sesso esclusivamente in modi scellerati e malsani5. Però attenzione: ci sono tre cose importanti di cui tener conto.

  • L’uomo rispetta le donne, non le tratta come oggetti.
  • Si assicura scrupolosamente che le sue partner siano davvero consenzienti6; non costringe nessuno.
  • È disposto a fare del sesso “romantico” con la protagonista, rompendo le sue abitudini pur di stare con lei. Quindi noi lo vediamo principalmente in questa veste di caritatevole elargitore di rapporti sessuali, che sacrifica le proprie preferenze sull’altare dell’amore per una donna. Oh, quale eroismo!
  • Il gelo che indurisce l’animo di Grey e che lo ha portato ad avere certe preferenze in camera di tortura da letto è un trauma infantile.

Ed ecco che Christian Grey si tramuta da teorica caricatura di De Sade a principe disneyano vietato ai minori. Scurdammoce ‘o passato! Quel che importa è che è un galantuomo e che è disposto ad essere ancora più galantuomo. Non solo! La James si gioca anche la carta del bambino poverino, una sorta di bomba atomica della mozione degli affetti.

Ed ecco che il già precario castello di difetti crolla sotto i colpi di un’infanzia ricca di tribolazioni. Gli sbalzi d’umore e l’ombrosità sono più che giustificabili, povero ciccino.

Christian Grey da piccolo.

Con l’ossessione per il controllo, poi, la James se la cava magistralmente. Questo difetto apparente in realtà si declina in una marea di attenzioni e regali, e diciamocelo, signore: un conto è se uno stalker manda ad ogni vostro amico uomo una lettera minatoria con allegate foto del proprio batacchio, ma ben altra storia è un fotomodello multimilionario che vi regala cellulari, macbook, auto, vestiti e cerca di ritagliarsi più ore possibile per stare con voi.

Chiaro, non tutti si sentirebbero a proprio agio a ricevere regali così costosi. Ma poi la volete smettere di dare addosso a Christian? Da piccolo è stato maltrattato.

Io me la vedo la James che rosicchia la penna, tormentata dal dubbio che i difetti fossero ancora troppi. Me lo vedo, il suo sguardo, illuminato da una trovata geniale. Me la vedo che si rimette a scrivere, finalmente certa che nessuno potrà voler male al suo Gary Stu, perché Gary Stu manda vagonate di aiuti umanitari in Darfur.

Ecco: anche gli ultimi detrattori capitolano, la folla si alza in un’ovazione commossa, inneggiando a questo essere perfetto.

Christian Grey manda intere navi (o aerei, o astronavi, che importa) ad aiutare i poveretti in Darfur. Guardate, lo sto scrivendo e ancora non ci credo. Quanta bassezza, signore e signori.

Cioè, come le mamme che per far finire le verdure ai figli invitano a “pensare ai bambini poveri”. Come chi usa le foto dei negretti affamati per spillare l’otto per mille agli anziani.

In un eccesso di zelo, la James ha moltiplicato il bambino poverino per altri n bambini poverini, ottenendo un risultato pari a n(bambino poverino)2, che come tutti sanno è maggiore o uguale alla soglia del ridicolo.

Bambini poverini intenti ad insabbiare un difetto.

Deliziosi dèi greci

La James ha uno stile che definirei “formulare”. Il frequente ricorso ad espressioni particolari può caratterizzare la voce (interiore e non) di un personaggio, ma lei va oltre. L’esclamazione “Oh, my.” è usata ogni cinque righe, l’aggettivo “delicious” ogni due, e via così. Questi tormentoni non si limitano a dialoghi e pensieri, ma anche alla gestualità dei personaggi. Verso la metà del libro ero così stanco della frase “cocks his head7 che ho cominciato a scambiare sistematicamente verbo e nome, leggendo ogni volta “heads his cock8. L’esperienza di lettura ne ha risentito positivamente.

E poi, avete presente quella storia del “mostrare che qualcosa è bello, non dirlo”? O “evitare i termini generici”? O “evitare i luoghi comuni”? La James no.

Non è bello ciò che è bello, è bello Gary Stu

I pensieri di Anastasia hanno questa distribuzione per argomenti:

  • “Ma quant’è bbono Christian” = 85%
  • “Voglio una relazione d’ammore romantico, come nei romanzi romantici d’ammore” = 10%
  • “Oddio, Christian è un sadico” = 4,8%
  • Altro = 0,2%

E quindi ci eravamo messi in conto un bel po’ di descrizioni dei suoi capelli ribelli da adorabile canaglia, delle braccia nerborute, degli addominali che ci puoi grattare il parmigiano. Giusto così.

Ma si trovano anche cose come questa:

Agitated or not, he’s still beyond beautiful. How can he look so… arresting? It’s such a pleasure to stand and drink in the sheer sight of him.

Faccio una traduzione molto brutta, ma che credo renda bene le scelte espressive della James.

Turbato o no, è sempre oltre il bello. Come può essere sempre così… attraente? È un tale piacere stare [in piedi] e bere nella mera visione di lui.

Sangue dagli occhi, gente. Da notare i puntini di sospensione, che promettono un aggettivo inaspettato, che magari introduca una metafora. E invece l’ampiezza espressiva è quella di una dodicenne. Poi magari “arresting” è avvertito come aulico in inglese, ma io parlo di originalità del significato, non di ricercatezza del termine.

E ancora:

He is without  doubt the most beautiful man on the planet

È senza dubbio il più bell’uomo del pianeta.

Si commenta da sé.

Tra l’altro, se queste cose fossero scritte con un minimo di ironia potrebbero anche non essere così male. Ma l’ironia è su un altro pianeta, a guardare un uomo più bello di Cristiano.

He really is a fine specimen of a man, looking at him is very, very arousing.

È davvero un eccellente esemplare d’uomo, guardarlo è molto, molto eccitante.

Eccoci approdare a toni da mercato del bestiame. Ancora una volta, questo passaggio sarebbe stato anche simpatico se condito con un po’ di ironia. E invece Anastasia è serissima.

E adesso arriva l’artiglieria pesante.

He’s not merely good-looking – he’s the epitome of male beauty, breathtaking, and he’s here.

Non è solo attraente – è la personificazione della bellezza maschile, mozzafiato, ed è qui.

E vi ricordo che Cristiano è definito

Greek god

per ben due volte, nel caso la prima ci fosse sfuggita per la troppa originalità.

Dolore (meta)fisico

Ma la pesantezza stilistica non risiede solo nella martellante bellezza di Christian o nelle svariate ripetizioni; la James non esita a regalarci altre chicche.

[…] and the incredible, sensual sexuality I’ve experienced

[…] e la incredibile, sensuale sessualità di cui ho fatto esperienza

Sensuale sessualità. D’accordo, non è una vera ripetizione, ma non si può scrivere seriamente una cosa così.

et tu Bruté?

Qualcuno dica alla James che Brute non è uno spumante francese. Descrivere troppo lusso fa male.

L’autrice non ci risparmia nemmeno i grandi classici della brutta scrittura. E allora ecco le domande retoriche:

“Why, why, why have I fallen in love with Fifty Shades? Why can’t I love José, or Paul Clayton, or someone like me?

Perché, perché, perché mi sono innamorata di Cinquanta Sfumature [Cristiano, N.d.T.]? Perché non posso amare José, o Paul Clayton, o qualcuno come me?

In realtà c’è una risposta a questa domanda. Non ti sei innamorata di José perché, perché, perché9 non è ricchissimo né WASP. Non ti sei innamorata di Paul Clayton perché, perché, perché non è ricchissimo e pensi a lui con nome e cognome, e questo è raramente un segno di grande affezione.

Poi c’è la schizofrenia dei personaggi:

He closes his eyes again, and I can see a myriad of emotions cross his face. When he reopens them, his expression is bleak.

Chiude ancora gli occhi, e posso vedere una miriade di emozioni attraversare il suo viso. Quando li riapre, la sua espressione è cupa.

Per gustarvi davvero la scena dovete immaginarla davvero, come se fosse recitata. Anastasia e Christian stanno parlando, lui chiude gli occhi e sulla sua faccia passano miriadi di emozioni. Miriadi. Cioè appare euforico, triste, arrabbiato, dubbioso, serio, disgustato, eccetera (non so quanto sia il minimo per arrivare a miriadi di qualcosa) nell’arco di pochi secondi.

Più che dare l’idea di sentimenti travolgenti, questo passaggio mi fa pensare alle droghe pesanti.

L’uso di “miriadi” era ingiustificato, e chiaramente questo passaggio è stato scritto senza riflettere su quello che stava davvero a significare. Insomma, i termini sono usati con sciatteria e l’azione è sciocca, generica e inverosimile.

E arriviamo finalmente al nonsense paroliberistico:

The pain is indescribable… physical, mental… metaphysical…

Il dolore è indescrivibile… fisico, mentale… metafisico…

Sì, metafisico, quantistico, iperuranico, come no.

Parole, parole, parole

Altra nota dolente sono i dialoghi. In realtà, i due protagonisti non parlano mai di nulla. Ogni scambio di battute non è che un innecessario preludio alla fornicazione, un riempitivo dai toni teoricamente intriganti (secondo le intenzioni dell’autrice), pieno delle solite espressioni e frasi fatte. Gary e Mary si parlano a suon di tormentoni, seguendo un canovaccio ormai liso.

Perdonatemi se non vi riporto un esempio, ma per apprezzare appieno l’insulsaggine bisogna leggersi anche il contesto in cui le battute sono pronunciate.

Quello che vale per i dialoghi si può dire anche per gli scambi di mail, stucchevoli e superflui come non mai.

Born in the USAK

Ciliegina sulla torta, la James è britannica, e non ha idea di come parlino gli americani nordoccidentali; questo almeno stando a quanto scrivono gli stessi americani in giro per il web. Pare che i personaggi si servano di espressioni mai sentite in quel di Seattle e provincia, e che non usino correttamente la parlata di quelle parti.

Ma perché ambientare il romanzo a Seattle e non a Londra? Potrebbe essere ambientato anche su Marte durante il Medioevo, vista l’importanza del contesto.

Certo che verso l’anno Mille doveva essere un casino mandare aiuti umanitari da Marte al Darfur.

No, non ho detto gioia

Ma noia, noia, noia.

Non solo lo stile è formulare, ma anche le scene di sesso sono prevedibili, visto che la struttura è sempre la stessa.

  • Anastasia e Christian si saltano addosso.
  • Si cimentano in attività sessuali che Anastasia non ha mai nemmeno immaginato prima (condite da una buona dose di “Oh, boy” e ondate di piacere provocate dal minimo gesto di Gary).
  • Il tutto si chiude con una salva di orgasmi da LSD.

Da un certo punto in poi ho cominciato a saltare queste scene. Sempre tutto perfetto, incredibile, inenarrabile, con esplosioni di godimento, allucinazioni da godimento, esperienze premorte per il troppo godimento.

In una parola, soporifero.

E dire che sarebbe bastato poco per dare un tocco di originalità. In questo l’industria del porno offre mille esempi; un po’ di gusto per la metafora, un po’ di effetti speciali e il gioco è fatto:

Dialoghi più accattivanti, personaggi più profondi, ritmo più stringente. Così si fa!

Mary e Gary

La storia d’amore è degna dei due protagonisti. Anastasia e Christian non parlano mai di niente, se non della loro relazione e di loro stessi; toccano altri argomenti solo quando è necessario sfoggiare la cultura di Christian, e in poche altre occasioni. Questa autoreferenzialità è, in parte, anche il motivo per cui i dialoghi sono così noiosi.

Va benissimo che i due abbiano una storia di solo sesso. Va benissimo a tutti, tranne che al papa e alla James. La James proprio non vuole lasciare che i suoi protagonisti si divertano in pace, senza troppi pensieri, e si ostina a costruire una storia d’amore quando al massimo c’è materiale per uno scambio di battute tra una copula e l’altra. L’autrice, non potendo fare altro, gioca la tristissima carta dell’attrazione fatale. È comprensibile che Anastasia s’innamori di Christian: è ricco, è bello, è ricco, è colto, è bello, è ricco, Darfur, è bello, ed è anche molto bello. E ricco, che non guasta mai. Ma perché Christian, l’uomo di ghiaccio, schiude le porte della propria anima ferita a una come Anastasia? È presto detto: si sente particolarmente attratto da lei, come non gli era mai successo prima. Forse perché lui conosce solo donne bionde e Anastasia è mora? So che sembra una battuta, ma dopo aver letto il romanzo non lo sembra più.

Il solito sesso

Se lo scopo del libro era quello di inanellare una scena di sesso dietro l’altra, possiamo capire il perché di una storia d’amore insulsa; ma nemmeno il sesso è eccezionale. Cioè, è eccezionale, ed è proprio questo il punto. Ora scenderò un minimo nei dettagli: lettori minorenni, ecco il punto che agognavate dall’inizio del post.

Se anche nella vita di tutti i giorni Christian e Anastasia soffrono di marysueismo, è nella camera da letto (o in qualsiasi altro luogo designato) che questa loro tendenza sboccia in tutto il suo splendore.

Prendiamo Christian. Sappiamo già del suo fisico perfetto e della sua considerable lenght. Sappiamo anche che non ha mai fatto del banale vanilla sex, o al massimo gli è capitato una volta. Eppure, guarda caso, è anche campione olimpionico di vanilla sex, tanto da saper soddisfare anche una verginella ingenua e un po’ bigotta. Eh sì, perdere la verginità non è mai stato così dissimile dal perdere la verginità.

Ma è Anastasia a raggiungere le vette del marysueismo sessuale. Anastasia non è mai stata con un uomo, eppure a letto non è mai impacciata, né spaventata, né a disagio, niente. Tutto perfetto, anche la deflorazione è poco più che una puntura di spillo e non è che un piccolo fastidio che prelude ad un orgasmo esplosivo, totalizzante, che quasi le fa perdere i sensi. Come tutti gli orgasmi che avrà nel libro, del resto.

Da brava Mary Sue sessuale, Anastasia è fisicamente pronta al rapporto in ogni momento. Christian non manca di espletare tutti i suoi doveri di galantuomo, ma i preliminari sarebbero sempre superflui: accanto a lui, Anastasia è praticamente un distributore automatico di lubrificante.

Ma il fondo lo tocchiamo davvero quando scopriamo che Anastasia può ingollare senza sforzo l’intera considerable lenght di Gary Stu senza batter ciglio.

“Don’t you have a gag reflex?” he asks, astonished.

“Non hai il riflesso faringeo?” chiede, allibito.

Riporto un brano da questa pagina di Wikipedia:

L’assenza di riflesso faringeo è sintomo di molte gravi patologie mediche, una delle quali può essere il danneggiamento del nervo glossofaringeo. Il riflesso può essere volontariamente eliminato con un allenamento, ad esempio a scopi professionali (come da parte di mangiatori di spada).

Sì, mangiatori di spada… quindi, Anastasia, o ti sei allenata parecchio o hai una grave patologia.

"No, è che le banane le ho sempre mangiate tutte intere!"

Una brava ragazza

Anastasia non si è mai toccata tra le gambe se non per lavarsi (supponiamo), e non ha mai provato desiderio carnale. Trovo poco credibile che una persona che fino al giorno prima è stata praticamente asessuata abbia un talento innato per l’amore carnale. L’approccio di Anastasia al sesso sarebbe potuto essere l’aspetto forse più interessante del libro, ma è un’opportunità che svanisce sotto la patina di perfezione.

L’iniziazione sessuale vissuta dalla protagonista è del tutto appagante e priva di ostacoli, quindi non è in alcun modo un’iniziazione. E non provate a dirmi che Christian che la sculaccia con la faccia cattiva è un ostacolo, perché alla fine Anastasia ha sempre il suo bravo orgasmo. Poi piange, chiaro, sollevando di molto l’opinione che abbiamo di lei.

What’s in a name?

Una brevissima considerazione sui nomi dei protagonisti. A me non dispiacciono i nomi parlanti, e non storco il naso di fronte a quelli particolari. Però “Anastasia Steele” sa da pornostar e/o da scrittrice di harmony, e l’abbinamento dei cognomi Steele/Grey è francamente triste.

Pornografia bigotta

Tutta questa perfezione rende il sesso irreale, lo relega in un iperuranio pornografico in cui gli uomini sono tutti muscolosi e superdotati, e le donne gnocche e disinibite. Ma non c’è solo questo.

Non ne so molto di BDSM, però quello descritto in Cinquanta sfumature di grigio mi è sembrato piuttosto stereotipato. Viene da chiedersi se la James sappia di cosa sta parlando. A rinforzare questa impressione arriva la causa delle tendenze sadiche di Cristiano: Cristiano si è dato al sadomaso perché da piccolo è stato maltrattato. Trovo questa motivazione estremamente bigotta e superficiale, e credo che non renda giustizia alla profondità psicologica che può avere un rapporto tra dominant e submissive. La James fa passare il BDSM come qualcosa che fanno solo i malati mentali o chi è stato traumatizzato da bambino. Se notate, sono le stesse cose che si dicevano – e che ancora si dicono – dell’omosessualità. BDSM e omosessualità sono due cose completamente differenti, ma hanno ricevuto lo stesso trattamento, essendo diverse dal sesso biblicamente prescritto.

Se volete vedervi un film che tratti di BDSM in modo meno semplicistico vi consiglio Secretary, tratto da un racconto breve di Mary Gaitskill (ma a quanto pare il film amplia molto la traccia originale). L’erotismo è molto più sottile, e di sesso “fisico” mi sembra non ce ne sia affatto. Incidentalmente, il cognome del protagonista maschile è sempre Grey.

Ho cercato le trame del secondo e del terzo volume della trilogia, ma non ne ho trovate di davvero dettagliate. Quello che si sa è che alla fine vivono tutti felici e contenti, e probabilmente sposati, visto che Anastasia rimane incinta. Sorpresi? Christian sì. Se ho capito bene, il fattaccio accade perché lei sbaglia a prendere gli anticoncezionali.

Il quadro allora si fa più chiaro: Anastasia, che fino ad allora era stata pura (asessuata) di mente e di corpo, trova la sua realizzazione amorosa nell’uomo perfetto. E si badi: lo stesso che la deflora la mette incinta, e passerà con lei il resto dei suoi giorni in un idillio marysueistico. La protagonista passa da vergine a madre/moglie in maniera rigorosamente monogama, e riuscirà anche ad esercitare un effetto salvifico (dicasi “sindrome dell’infermierina”) sull’uomo tormentato dai fantasmi del suo passato.

A questa diseducazione sentimentale si aggiunga quella sessuale perpetrata a suon di amplessi perfetti, e immaginatevi che effetto possa avere un libro così tra gli (ma soprattutto le) adolescenti, che di sicuro sanno come procurarsi il libro meglio di quanto i babbioni sappiano impedirglielo.

…a girl’s best friends

Sesso a parte, la vita dei personaggi sembra inventata da due bambine che giocano con le bambole. «Allora, facciamo che la sua migliore amica si chiama Kate e fa la giornalista, e che è in gambissima e bellissima e che tutti gli uomini cadono ai suoi piedi. E c’è l’amico appartenente ad una minoranza culturale, facciamo i latinos, che fa il fotografo, e organizza mostre, che fico! E poi Kate si innamora del fratello di Christian! Così possono andare a cena tutti e quattro insieme dalla famiglia Grey nella villa di Barbie Ereditiera!»

Sul serio, le due migliori amiche che intraprendono relazioni sentimentali serie con due fratelli? Il sogno (malato) di ogni under dieci. BFFs!

E veniamo al vile danaro. Ai fini della trama la ricchezza di Christian non sarebbe indispensabile. Certo, Anastasia si perderebbe qualche giro in elicottero, aliante, o jet privato, ma il bellissimo dio greco potrebbe ancora coprirla di regali, magari meno costosi. Ma non è il pensiero che conta?

Qualche detrattore di Fifty Shades Of Grey ha criticato il fatto che Anastasia è la submissive della coppia, e che questo sarebbe offensivo perché non è vero che tutte le donne sono sottomesse nella vita sessuale. Questi discorsi sono ovvi, noiosi e sciocchi, come la maggior parte del politicamente corretto: a letto ognuno fa quel che più gli piace, e solo perché a una donna piace farsi sculacciare non vuol dire che sia meno emancipata.

A mio avviso, chi ha attaccato le preferenze sessuali dei protagonisti ha sbagliato bersaglio. Trovo molto più grave che la James, nel ricreare l’uomo perfetto, lo abbia fatto anche ricco sfondato. Sì, Anastasia vuole una sua indipendenza e cerca di rifiutare i continui regali, ma finisce invariabilmente per accettarli. E il problema non è neanche questo, in fondo.

Il punto, e mi ripeto, è che Christian Grey è l’uomo perfetto. È bellissimo, è coltissimo, è bravo a letto. Non poteva essere semplicemente benestante?

Evidentemente, secondo la James, la ricchezza è un requisito indispensabile perché un uomo possa dirsi davvero perfetto. E magari sto interpretando troppo a fondo una fantasia sciocca, ma credo che questo sminuisca il genere femminile molto di più di una sculacciata ricevuta consenzientemente.

"Ma certo che ti amo, caro!"

Il segreto del successo

Christian Grey è il corrispettivo maschile di una ninfomane maggiorata: non esiste, e se esiste non lo incontrerai mai, e se lo incontrerai non si interesserà a te. È materiale masturbatorio per immaginazioni poco fervide.

Anastasia è pure peggio: non importa quante erezioni riuscirà a provocare al buon Gary, è colpa sua se la trama del libro resta moscia.

All’inizio del libro la protagonista ha una visione dei rapporti di coppia degna di una ragazzina delle scuole medie, ed è giusto: non ha mai avuto un ragazzo, non ha mai visto un uomo nudo, non le è mai piaciuto nessuno. Ma alla fine del libro Anastasia è ancora così; ha più o meno scoperto il sesso, ma niente più, è sempre la solita sciocchina.

Sarebbe potuta cambiare a causa delle esperienze vissute, e magari il libro si sarebbe salvato. E invece è Christian a cambiare per lei, l’universo interno al romanzo le dà ragione, la asseconda nella sua mediocrità.

A coronare il tutto si aggiungono il pessimo marysueismo sessuale e l’Interrogativo Twilightiano10.

A questo punto dobbiamo tirare un po’ le fila del discorso: perché questo libro ha avuto un successo simile?

Ha ragione Marina Pierri a dire che Cinquanta sfumature di grigio è un libro vuoto. Lo scopo di questo romanzo è l’esposizione di un sogno: una storia d’amore tra la protagonista, una sorta di abito che le lettrici possono indossare, e l’uomo più desiderabile che la James sia riuscita a spremere dalla propria penna, anche lui un signor nessuno, un agglomerato di proiezioni di desiderio.

Se Christian non fosse stato un Gary Stu, ma un vero personaggio, allora forse Fifty Shades Of Grey sarebbe potuto essere un romanzo erotico. Invece è un romanzo pornografico, e si sa che il porno tira tantissimo. La distribuzione digitale, poi, sembra aver contribuito molto alla sua diffusione: quando leggiamo un giornaletto di donne e/o uomini ignudi, preferiamo che non si veda la copertina, no? E l’e-reader non occorre nasconderlo tra le pagine di un quotidiano.

Vendite a parte, la James ci ha insegnato qualcosa di importante sulla scrittura: ogni volta che usiamo un Gary Stu stiamo facendo del porno. E se poi non c’è neanche del sesso, è davvero un pessimo porno.

  1. Cioè sì, ora sì. []
  2. Il ranking di questa pagina su Google ha appena avuto un’impennata. []
  3. Non viene detto in questi termini, ma è così. []
  4. Ho cercato nel web le trame degli altri due volumi, non mi sono inflitto altre mille pagine di battibecchi e bellezza maschile. []
  5. Ripeto: secondo la protagonista, e forse anche secondo l’autrice. []
  6. E non solo attratte dal suo fisico statuario, dal suo elicottero e dal suo Darfur (nota mia). []
  7. “Inclina la testa di lato”. []
  8. “Dirige la sua considerable lenght”. []
  9. Bisogna dirlo tre volte, come lei, altrimenti si spezza la tensione drammatica. []
  10. Ma perché uno come lui dovrebbe innamorarsi pazzamente di una come lei? []
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L’eterna lotta tra il Bene e l’Editoria – 5° puntata

Cedendo allo spirito vacanziero che ormai da un po’ mi dava di gomito, venerdì mattina sono partito per passare un weekend lungo in spiaggia, lontano dal trambusto cittadino. La località scelta non era lontanissima, ma abbastanza isolata da far annaspare i cellulari alla disperata ricerca di campo. La cosa non mi dispiaceva, anzi; di tanto in tanto è bello rendersi irreperibili.

Ma venerdì sera, in uno degli isolati momenti in cui c’è una mezza tacca di ricezione, ricevo un messaggio. L’operatore mi avvisa che quel pomeriggio qualcuno mi ha chiamato. Chiunque fosse, ha trovato il mio telefonino spento, e anche se fosse stato acceso, non ci sarebbe stato nessuno a rispondere.

Il numero non lo conosco, e non è un cellulare. Guardo bene il prefisso. Zero due. Milano. Un telefono fisso, da Milano. Non conosco nessuno a Milano. Gli unici contatti che ho con quella città sono quelli – sporadicissimi – che ho con gli editori.

Riempio la vasca di camomilla e mi faccio un bel bagno rilassante. Devo stare calmo, potrebbero esserci mille spiegazioni. Una su tutte mi viene suggerita da una mia compagna di vacanza: visto che ho cambiato operatore, potrebbe essere la Vodafone che mi chiama per supplicarmi di restare loro cliente. Ma è molto difficile, visto che per la Vodafone sono stato il peggior cliente che abbiano mai avuto. Un mese fa mi hanno addirittura mandato un sms minatorio: effettua una cazzo di ricarica, o ti disattiviamo la SIM. In più mi sono sempre figurato che le compagnie telefoniche chiamassero da numeri brevi e stilosissimi, non lunghi e anonimi.

Però ehi, può essere. Ma ormai è venerdì sera ed è troppo tardi per chiamare in un ufficio. Di sabato gli uffici sono deserti. In più non c’è campo, e anche volendo non si riesce a tenere su una telefonata per più di trenta secondi. Domenica idem. Trepido aspettando il lunedì: chiamerò e scoprirò finalmente quale editore mi ha scelto per pagarmi un vitalizio in cambio di un romanzo all’anno.

Ma il mio crogiolarmi nell’aspettativa termina domenica sera: un iPad decide di avere abbastanza ricezione, e il numero viene cercato con San Google.

È una truffa telefonica. Se richiami (o rispondi) ti fregano cinque euro.

"Salve, siamo della casa editrice a cui ha inviato il manoscritto. Come, quale? Ah, l'ha inviato a tante? Comunque, a noi è piaciuto moltissimo. No, non le chiediamo contributi per la pubblicazione, volevamo solo fare quattro chiacchiere con lei. Ha un'oretta?"

La soluzione

«Piano! L’ultima vota mi hai tagliato troppo l’unghia, idiota. Senti come brucia.»

Malachia tiene tra pollice e indice il mignolo del piede del Segretario. Lo separa dalle altre dita, poi lo spolvera con un pennellino, togliendo i granelli di sabbia bianca che erano rimasti attaccati alla pelle e sotto l’unghia.

«Così mi fai il solletico, scemo!»

La tallonata coglie Malachia sul mento, facendolo cadere all’indietro.

«Chiedo scusa, signor Segretario.» mormora il gobbo, rialzandosi «Starò più attento.»

«Avevo detto: né troppo forte, né troppo piano. Una via di mezzo. Quanto sarà difficile da capire?»

«Mi dispiace, signore.»

Il Segretario sbuffa.

«Sbrigati, non sopporto tutta questa sabbia tra le dita dei piedi. Hai telefonato?»

«Sì, signore.»

«E…?»

«Niente spiagge senza sabbia, signore. Non su questi atolli, hanno detto.»

Il Segretario sorseggia il suo Daiquiri, il suo volto è una maschera impassibile.

«E per l’altra questione?»

«Quelli dell’editoria hanno chiamato. È tutto pronto, basta una sua firma.»

«Non firmo più niente a scatola chiusa. Ho visto di cosa sono capaci. Telefono.»

Malachia abbandona dita e pennello, e caracolla via, con le code del frac che tracciano scie sulla sabbia immacolata. Torna un attimo dopo, reggendo un vassoio con sopra un telefono dorato. La cornetta è già alzata.

«Mi sono preso la libertà di comporre il numero, signore.»

Il Segretario si porta la cornetta all’orecchio.

«Sì, sono io. Sì. Ho capito che il self-publishing comincia a dare segni di cedimento. Sì. Sì, lo so che rischiamo il rosso. No, non firmo niente se prima non vedo il progetto. Non me ne frega niente che siete sicuri. Lo decido io se mi piace o no.»

Il Segretario si interrompe un attimo, e si umetta le labbra. «Una valanga di soldi, hai detto? Ok. Senti, qui non ho il fax, spiegamelo a voce.»

Annuisce. Annuisce ancora. «Legale, illegale, quello si mette a posto in un attimo. Voglio sapere se funziona.»

La voce all’altro capo della linea parla ancora, appena udibile sopra la brezza che spazza la spiaggia. Il Segretario ascolta, annuisce. «Finalmente ve ne siete usciti con qualcosa di serio.» dice infine «Falsifica pure la firma, vi metto quella vera quando torno. Ciao, eh. Ciao, ciao.»

Il Segretario riaggancia.

«Portami un altro daiquiri, Malachia.»

«Sì, signore.»

«Anzi no, fermati.»

Malachia si immobilizza, un piede a mezz’aria, il vassoio in una mano. Ondeggia un po’.

«Facciamo un margarita. Il segreto è diversificare.» dice il Segretario, e si mette a ridere di gusto «Diversificare, capito?»

Malachia annuisce, e ride anche lui. «No, signore.» dice «Un margarita, allora. Arriva subito.»

E saltella via.

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Menestrelli – 1° puntata

Se dovessimo dire quale forma letteraria si avvicini di più alla canzone della musica leggera, indicheremmo subito la poesia lirica. E giustamente: entrambe hanno testi relativamente brevi, e pasteggiano ad amori felici, amori tristi, insalata di sentimenti.

Ma la corrispondenza canzone1/lirica2 conosce delle eccezioni. È vero che la poesia epica ha più o meno tirato le cuoia e che nessuno più declama in versi le gesta di eroi e cavalieri, eppure di tanto in tanto qualcuno decide di raccontarci una storia messa in musica: ecco che, cantando le azioni di un protagonista, ci si allontana dalla lirica per avvicinarsi al racconto in versi. Si tratta sempre di testi brevi, sconosciuti alla poesia epica, ma possiamo dire che una “canzone narrativa” sta a un poema come un racconto molto breve sta a un romanzo.

Ecco quindi la materia trattata in questa nuova rubrica intitolata Menestrelli: canzoni che raccontano storie; un ponte tra poesia, narrativa e musica.

Il primo menestrello

Il menestrello con cui inauguriamo la rubrica è Sting. Musicalmente parlando Sting mi sta molto simpatico, in quanto bassista e amante dei tempi dispari. In più è uno che è riuscito a raggiungere un grande pubblico con musica che, per quanto pop, è di qualità. E chiunque storca il naso e lo tacci di canzonettismo deve prima riuscire a cantare/suonare un qualsiasi suo pezzo in sette o nove ottavi.

Inoltre Sting, al secolo Gordon Sumner, ha una certa cultura personale, e ha scritto canzoni su un po’ di tutto, dalla teoria junghiana della sincronicità ai desaparecidos del regime di Pinochet, senza trascurare la guerra fredda o riferimenti letterari a romanzi3 e a sonetti shakespeariani. Insomma, se ci si mette ad ascoltare i testi si scoprono molte cose, magari non sempre edificanti: ad esempio la celeberrima Every Breath You Take, composta quando ancora i Police non si erano sciolti, può sembrare una banale canzone d’amore, ma altro non è che l’accorato appello di uno stalker alla propria vittima.

Ma non è per tutto questo che Sting è il primo menestrello esaminato in questa rubrica. La ragione è che il buon Pungiglione ha fatto un intero album di canzoni narrative. O quasi.

"E poi perché so suonare il liuto. E perché porto dei foulard pazzeschi."

Ten Summoner’s Tales

L’album in questione è appunto Ten Summoner’s Tales. Il titolo è un gioco di parole che sfrutta la somiglianza del cognome di Sting, Sumner, con la parola summoner. Il summoner, in italiano apparitore, è uno dei personaggi delle Canterbury Tales di Geoffrey Chaucer. Insomma, potremmo tradurre il titolo dell’album come Dieci racconti dell’apparitore. Molto brutto. Ad ogni modo, riferimento chauceriano a parte, già quel tales rende chiara l’intenzione narrativa che anima le canzoni.

La tracklist è questa:

  1. (Prologue) If I Ever Lose My Faith in You
  2. Love is Stronger than Justice (The Munificent Seven)
  3. Fields of Gold
  4. Heavy Cloud No Rain
  5. She’s Too Good for Me
  6. Seven Days
  7. Saint Augustine in Hell
  8. It’s Probably Me
  9. Everybody Laughed But You
  10. Shape Of My Heart
  11. Something the Boy Said
  12. Epilogue (Nothing ‘bout Me)

I dieci tales programmatici sono calcolati senza prologo ed epilogo, che peraltro non hanno nulla di narrativo.

A dir la verità, poi, attraverso il titolo Sting ha fatto un po’ di falsa pubblicità: non tutte le dieci canzoni sono dei veri racconti. Ma bisogna anche dire che il grado di narratività di testi così brevi può variare molto tra i due opposti di un’ipotetica scala. E allora, se da un lato una canzone come It’s Probably Me non racconta proprio nulla, ci sono invece pezzi che presentano dei personaggi, i quali di per sé non costituiscono una storia, ma che di sicuro sono un punto di partenza. Un ottimo esempio è Shape Of My Heart, ritratto di un giocatore d’azzardo: non si racconta la sua storia, ma il binomio musica-testo traccia una figura senz’altro affascinante, anche se non caratterizzata con precisione.

Un ulteriore passo verso la maggiore narratività è fatto presentando interazioni tra personaggi o azioni di personaggi in un ambiente, vale a dire situazioni. Non abbiamo ancora dei veri eventi su cui si appoggia la narrazione ma, se il conflitto è già presentato in qualche modo, l’immaginazione dell’ascoltatore potrà lavorare su quanto viene suggerito; la musica può intervenire a sottolineare il conflitto, come succede per la simpatica dinamica di coppia di She’s Too Good For Me.

In Heavy Cloud No Rain ci vengono suggerite addirittura due o tre trame, accomunate dalla causa del conflitto, vale a dire appunto l’assenza di pioggia: un astrologo di corte deve far piovere per ritardare la propria esecuzione; un contadino ricorre alla magia nera per evitare il pignoramento della propria fattoria; un uomo viene respinto dalla propria amata, che conserva il proprio amore per i giorni di pioggia. Nessuna trama viene conclusa, ma il meccanismo narrativo viene comunque messo in moto. Restiamo a bocca asciutta anche con Seven Days, visto che non ci viene detto che cosa farà il protagonista di fronte all’ultimatum della donna amata. Anche qui viene presentato un personaggio, questa volta un eterno indeciso, messo di fronte ad una decisione difficile.

Ciascuna delle altre cinque canzoni segue invece una vicenda dall’inizio alla fine. Fields Of Gold ed Everybody Laughed But You sono canzoni d’amore, e in entrambe il protagonista maschile è quella che potremmo chiamare la “voce narrante” che si rivolge in prima persona alla donna. Sting utilizza spesso questo espediente della narrazione in prima persona, e probabilmente fa bene. La prima persona è più immediata della terza e il solo impiegarla crea già un personaggio. Questo tipo di narrazione, presente in tutte le canzoni di questo album, richiama anche la struttura chauceriana (e ancor prima boccacciana, con il Decameron) del racconto-cornice: è vero che nell’album non è presente un racconto-cornice che veda una serie di personaggi riuniti a raccontarsi storie, ma l’utilizzo di tante voci narranti quanti sono i racconti contribuisce comunque a creare una gamma di personaggi, che in fondo sono raggruppati nel contesto comune che è l’album.

Ma torniamo alle canzoni. Anche in Fields Of Gold ed Everybody Laughed But You, benché i fatti narrati siano presentati (o tratteggiati) fino alla fine, non sentiamo la stessa presa narrativa che potrebbe avere un racconto, forse perché i due testi si concentrano su panoramiche molto ampie delle storie d’amore raccontate, e non si va molto sul concreto.

Diverso è il discorso per Saint Augustine In Hell. La storia è sempre raccontata in prima persona dal protagonista, in questo caso il santo, che alla fin fine tanto santo non è. La storia è raccontata tutta in una strofa, e visto che gli eventi si articolano in un lasso di tempo piuttosto breve il risultato è più concreto, e quindi migliore da un punto di vista narrativo. Il resto del testo, dando spazio alla voce del protagonista, rinforza il messaggio non strettamente narrativo, ossia lo sviluppo del personaggio che, consumato com’è dal conflitto interiore, è ben riuscito. In questa canzone abbiamo addirittura un piccolo monologo recitato (un compiaciuto Satana che accoglie Agostino) seguito da un assolo di hammond che più peccaminoso non si può.

Something The Boy Said mi tormenta da quando, anni fa, ne ho capito il testo. Non spoilero troppo; basterà dire che succede qualcosa di orribile e non si dice come. L’accaduto si può interpretare in maniera molto semplice, ma una fervida immaginazione può immaginare mille storie che riempiano il buco lasciato dal testo. Il ricorso all’inquietante presagio di un bambino crea molto bene l’atmosfera, ma alla fine mi trovo sempre a desiderare qualche macabro dettaglio in più.

Ma la più narrativa di tutti questi tales è senz’altro Love Is Stronger Than Justice. È una storia di cowboy, di quelle che piacciono tanto al pure britannico Sting. E questo sì, è un vero e proprio racconto. Inizio, sviluppo, fine (con morale amorale).

Altre menestrellate

Ma quelli presenti in Ten Summoner’s Tales non sono i primi brani narrativi del repertorio di Sting. In The Dream Of The Blue Turtles, l’album del 1985 con cui intraprese la carriera solista, troviamo la suggestiva Moon Over Bourbon Street, canzone ispirata al romanzo di Anne Rice Intervista col vampiro. Un paio d’anni dopo uscì …Nothing Like The Sun4, in cui è presente Rock Steady, un’atipica ricostruzione del diluvio universale e rielaborazione dell’adagio popolare “Tra moglie e marito non mettere il dito”.

L’album The Soul Cages del 1991 è un’unica grande narrazione, stando alle interpretazioni che si trovano in giro, ma non lo conosco bene, e non ne saprei parlare con cognizione di causa. Lo ascolterò.

In Mercury Falling troviamo almeno tre racconti. Twenty Five to Midnight per certi versi richiama lo schema situazionale già visto in Seven Days, con un protagonista eterno indeciso e una fanciulla che, se lui non metterà la testa a posto, lo lascerà per un altro uomo. I’m So Happy That I Can’t Stop Crying è incentrata su una storia piuttosto comune, che però non risulta banale visto il modo in cui è presentata. A rendere il testo efficace sono come sempre i dettagli concreti, che fanno intendere la situazione complessiva senza ambiguità e rendono il lettore/ascoltatore più partecipe. A mio avviso, molto validi il discorso indiretto della moglie (riportato dal narratore/protagonista), i “sunday fathers” e il gelato sciolto; gli ultimi due sottolineati dal cambio di tonalità. Poi nel resto della canzone c’è spazio per l’introspezione, ma trovo significativo che le parti più riflessive partano comunque da contesti narrativi.

Degna di nota è anche I Hung My Head, sempre nello stesso album, una storia di colpa con ambientazione western, tanto western che perfino Johnny Cash ne ha fatto una cover, purtroppo volgarizzando l’originale tempo in nove ottavi della strofa in un banalissimo quattro quarti.

Note conclusive

Direi che per ora basta così; di sicuro Sting, durante e dopo la collaborazione con i Police, avrà scritto altri brani narrativi, ma non conosco alla perfezione tutta la sua discografia. Il punto della questione, però, mi sembra chiaro.

Nella fusione tra racconto e canzone si possono raggiungere vari gradi di narratività, se così vogliamo chiamarla, che spaziano dalla definizione di un personaggio all’esposizione di tutta la trama vera e propria, passando per la presentazione di situazioni che, benché statiche, suggeriscono attraverso la presenza di conflitto il passaggio ad un diverso stato delle cose, e quindi di fatto gettano le basi per una fabula.

La cosa interessante è che certe soluzioni semi-narrative presenti in questo tipo di brano non si realizzano così spesso o così facilmente nella prosa. Mi riferisco ovviamente a tutta quella zona grigia di cui si sono dati molti esempi nel post, quei diversi gradini della scala di narratività che abbiamo proposto.

Soluzioni narrativamente incomplete (ritratti di personaggi, situazioni di conflitto irrisolte) riescono ad esercitare su di noi influenze e reazioni paragonabili a quelle di veri e propri racconti5. Come mai? La musica, certo; è una risposta ovvia, ma se problematizzata può portare a considerazioni interessanti. Se assumiamo che sia proprio la musica a colmare la distanza tra un testo narrativamente completo e uno incompleto, possiamo ipotizzare che il suo compito non sia solo quello di sottolineare ciò che viene detto attraverso le parole (ruolo che comunque ricopre), ma anche quello di stimolarci a riempire i vuoti lasciati nella vicenda. In altre parole, la musica innesca un processo creativo inconscio che ci porta a terminare una narrazione parziale.

Detto così sembra una scemenza totale. Ma abbiate ancora un attimo di pazienza.

Figuratevi questa ipotetica scena di un film: una persona cammina nella propria casa, passando di stanza in stanza. Non importa cosa fa la persona, non importa l’inquadratura. Non c’è musica. È la prima scena del film, di cui noi non conosciamo nulla se non, al limite, il titolo.

Di per sé la scena ci dice solo quello che ci mostra. Ma riavvolgete il nastro e riguardatela con un sottofondo dissonante di archi. Che angoscia; il killer salterà fuori da un momento all’altro.

È un esempio banale, eppure rende chiara e in qualche modo plausibile la tesi di poco fa. La musica ci permettere di ricorrere al nostro immaginario per riempire i buchi di un quadro narrativo incompleto6, e in questo meccanismo, probabilmente, gioca anche il peso che la musica ha nel definire l’ambientazione.

Quando ascoltiamo una canzone che ci parla di un particolare personaggio, la musica può aiutarci a collocarlo in un sistema di archetipi, di standard presenti nel nostro immaginario, e può tratteggiargli attorno un particolare mood.

Se viene presentato l’inizio di una vicenda ma non la fine, saremo naturalmente portati a ipotizzare una conclusione, e in una certa misura la musica può influenzare la direzione della nostra compensazione creativa. Banalmente, musica triste/finale triste, musica allegra/finale allegro. Sto semplificando brutalmente, tralasciando le infinite sfumature che possono essere generate dall’interazione musica-testo, ma il discorso è chiaro.

Ora, visto lo scopo della rubrica abbiamo esaminato dei testi narrativi scritti per o assieme alla musica. Ma se procedessimo al contrario? Vale a dire, e se venisse scritta della musica come colonna sonora per un testo narrativo?

Per ora butto lì quest’idea; la riprenderò in un altro post.

Un’ultima considerazione: così come la dimensione del racconto può essere presente in diverse concentrazioni all’interno della forma-canzone, così l’aspetto lirico non viene necessariamente escluso da quello narrativo. Anzi, spesso il ruolo della narrazione è quello di veicolare un messaggio che esposto in maniera lirica sarebbe di sicuro meno originale: questo perché la concretezza coinvolge di più, principio già ampiamente affrontato da tutti, e spesso ripreso anche in questo blog. È più efficace dire che l’amore è più forte del senso morale o raccontare la storia di un tale che, pur di avere per sé la donna amata, ammazza i suoi sei fratelli?

Sì, in fondo è sempre la stessa storia. Vi annoia? Magari la prossima volta ve la canto.

  1. In questo post useremo il termine “canzone” solo con accezione contemporanea, non intenderemo mai la forma poetica. Non siate snob. []
  2. E per lirica intenderemo sempre poesia lirica, non gente che spacca bicchieri a suon di urlacci. Non siate grezzi. []
  3. Come The Sheltering Sky di Paul Bowles. []
  4. I puntini sono presenti nel titolo, non sono miei. Sciagura a voi se l’avete anche solo pensato. []
  5. Sempre che le canzoni non ci facciano schifo. []
  6. L’aspettativa (nell’esempio, la suspense) è una strategia di completamento temporaneo. []
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God(s) bless America

Di recente mi sono fatto del male.

Tutto è cominciato nel 2010, o almeno credo. È in quell’anno, infatti, che uscì nei cinema Scontro tra titani, e che si cominciò a vedere in giro il rispettivo trailer. Il tono del film si intuiva perfettamente: superomismo, predestinazione, americanaggine a piene mani. Nei mesi successivi mi rimase impressa l’immagine di uno Zeus che dava l’ordine di liberare un kraken. Un kraken, capite? Zeus. Kraken. Zeus. Kraken.

Per molti mesi ho resistito alla tentazione, ma alla fine ho dovuto cedere.

Per quelli che come me indulgono occasionalmente nella visione di film spazzatura, questo trailer è la promessa di una leccornia irresistibile. Per i non-trashofili invece sarà difficile capire la ragione di tanta fascinazione. Non è un sentimento che si possa trasmettere a parole, per cui provate a infliggervi una seconda visione: notate l’accozzaglia di mostri, notate gli attori famosi che si coprono di ridicolo, notate le battute, scritte e parlate, grondanti retorica e genericità.

Notate il kraken. Il kraken è tutto.

Il mascellone squadrato identifica il kraken come statunitense.

Responsabile dell’attrazione verso il trash è il sentimento del kitsch-sublime, riassumibile con l’espressione “it’s so bad it’s good”.

Ma un’opera può andare oltre il so bad it’s good e approdare al livello successivo: so bad it’s worse. Neanche a dirlo, Scontro tra titani appartiene a questa categoria.

Son ragazzi

La menzione del kraken prelude già ad una macedonia mitologica, per cui si arriva preparati alla visione del film vero e proprio. O meglio, si crede di arrivare preparati.

La mia ipotesi è che gli autori siano ragazzini delle scuole medie. Ciò spiegherebbe la pacchianeria diffusa, e in particolare l’accurato character design del kraken.

Autore 1: «Quanto alto lo facciamo?»

Autore 2: «Io dico cento metri.»

A1: «Facciamo cinquecento.»

A2 [annuisce ammirato]: «Mi piace come ragioni.»

A1: «Che forma deve avere?»

A2: «Tipo un gigante, no? Se è alto cinquecento metri! Braccia enormi, mani enormi, cose così. Anche denti enormi. Che ci mangia un aereo, tipo.»

A1: «Ma non è un mostro marino?»

A2: «Chissene.»

A1: «I produttori avevano detto che importava.»

A2: «Allora c’ha i tentacoli. Un casino, che distruggono tutto, e l’aereo ci deve passare in mezzo.»

A1: «Ma non c’erano mica gli aerei.»

A2: «Qualcosa ci inventiamo.»

[suona la campanella, escono dall’aula]

Dopo aver scomodato il folklore nordico, gli autori sentivano che mancava ancora qualcosa: e allora perché non far comparire, con un deus ex machina dei più imprevedibili, nientemeno che dei jinn? Tàcchete, ad penem canis.

Ma si sa, gli americani fanno ancora fatica a distinguere l’Europa dalla Francia, figuriamoci se si dilungano in sottigliezze legate alla provenienza dei mostri.

Scanzonati come non mai, e ad un passo dall’infilare una mitragliatrice da qualche parte, gli autori non hanno neanche provato a vedere su Wikipedia se le quattro acche di mitologia greca che si ricordavano avevano un qualche fondamento o se invece stavano solo appiccicando nomi greci su stereotipi presi dalla loro cultura generale, che essendo di stampo statunitense è composta per lo più dalla Bibbia e da citazioni di Washington che cita la Bibbia.

Innanzitutto, le arpie sono cugini di Gollum con ali da pipistrello. Diavoli senza forcone, insomma.

Pegaso compare ad un certo punto del film, ma scappa, e Perseo lo cavalca solo più avanti. La leggenda però vuole che Pegaso sia nato dal sangue di Medusa uccisa da Perseo, e mai si fa menzione di Perseo in groppa al cavallo alato. Pegaso è montato da Bellerofonte nella battaglia contro la Chimera, ma, ancora una volta, chissene.

Ah, si parlava di Medusa? Ecco com’è andata.

A1 [succhiando l’estremità di una matita]: «Medusa, Medusa…»

A2: «Serpenti in testa.»

A1 [disegna uno schizzo su un foglio]: «Serpenti in testa, fichissimo! Di’ la verità, questa te la sei pensata a casa.»

A2 [si stringe nelle spalle]: «Mi è venuta così. Ma manca ancora qualcosa…»

A1: «Ci mettiamo anche una coda di serpente1. Tàcchete.»

A2: «E una mitragliatrice al posto del braccio.»

A1: «Per l’ennesima volta, niente armi da fuoco, o i produttori non sganciano.»

A2: «Cheppalle… dovrà pur sparare, no? Mica è un film d’amore!»

A1: «Un arco. Usa un arco.»

A2: «Ok, ma tipo un arco mitragliatore.»

A1: «Quello ce l’hanno già rifiutato.»

A2: «Allora basta così, ma il combattimento lo facciamo dentro un vulcano.»

A1: «Facciamo un tempio-vulcano in rovina. Le colonne spaccano.»

A2: «Andata.»

Non ho la tempra necessaria per rivedere il film e ricontrollare, ma mi pare che a un certo punto uno dei personaggi dica che Medusa è un titano.

"Lo sapevo, che almeno l'istruzione non dovevamo privatizzarla così tanto!"

Ah, poi c’è Io, che in un briefing fasullissimo in vista dello scontro contro Medusa ne approfitta per farsi smanacciare da Perseo. Ancora una volta, inventato di sana pianta. Perché non mettere una sciacquetta qualsiasi anziché scomodare un personaggio mitologico serio? Unica nota positiva, l’attrice che interpreta Io mi ha ricordato Fantaghirò2, amore della mia infanzia.

Veniamo agli dei. Zeus è interpretato da uno scintillante Liam Neeson coperto di stagnola (cit. Zweilawyer), mentre Ralph Fiennes, nei panni di Ade, è un farfallone (in senso letterale, non figurato) fumogeno e vagamente luciferino, un Voldemort con naso, barba e capelli. Il resto del pantheon, fatta eccezione per un paio di battute, è inesistente, e lascia il campo ai due dei sopracitati, che incarnano la buona, vecchia dicotomia male/bene, diavolo e acqua santa.

Nel film si fa più volte riferimento alla creazione dell’uomo da parte di Zeus. Roso dal tarlo del dubbio, ho consultato il buon Graves, che, se mi passate il lame pun, si stava rivoltando nella tomba: ci sono diversi miti greci riguardanti la creazione degli uomini, ma in nessuno di loro il creatore è Zeus, né Zeus è un fan sfegatato del genere umano.

Ade, ça va sans dire, è malvagerrimo, nemico dell’umanità, un sadico che trae linfa vitale dalla paura e dalla sofferenza delle personcine perbene.

I due non ricordano molto i veri Ade e Zeus, quanto piuttosto un Lucifero inquinante e uno Jahvè paillettato.

Ma la chicca, la vera chicca, è che nel film non ci sono titani.

Proprio così, siore e siori, non c’è l’ombra di un titano, venghino a vedere. Si parla di titani solo nella sequenza introduttiva, dopodiché tutti sembrano dimenticarsi del titolo, intenti come sono a violentare la mitologia greca e non3.

A1: «Oh, e ‘sti titani?»

A2: «Eh?»

A1: «Eh, i titani. Alla fine non li abbiamo messi.»

A2: «Cambiamo il titolo.»

A1: «Non si può, quelli della computergrafica hanno già montato tutto per l’intro. La scena c’è e non si cambia, hanno detto i produttori.»

A2: «Le scene con Medusa le hanno già girate?»

A1: «No.»

A2: «Pensi anche tu quello che penso io?»

A1: «Medusa è un titano, no? Tàcchete.»

A2: «Basta farlo dire a qualcuno, in un momento di stanca. Vedi se c’è una scena in cui non si menano.»

A1: «Prima o dopo gli scorpioni giganti?»

A2: «Decidi tu. Piuttosto, prima ha chiamato il compositore, strillava come un ossesso. Ha detto che gli abbiamo rovinato tutto.»

A1: «Quante storie per un remix. La roba che aveva scritto lui faceva dormire, ci ho dato una svegliata. Mica è un film per barbogi!»

God(s) bless America

Avete presente quando parlavo della cultura generale degli americani? Leggetevi le battute del trailer:

No! Io li ho creati e loro ripagano il mio amore sfidandomi! Non ci sarà alcuna tregua!

 

Questa è la fine. – Questo è solo l’inizio!

 

Questa non è la tua battaglia.

 

Qualcuno deve pur fermarli.

 

Se devo farlo, lo farò da uomo. – Ma tu non sei soltanto un uomo.

 

Liberate il kraken!

E anche le scritte, sempre del trailer:

Il figlio di un dio con il cuore di un uomo. La sua scelta deciderà il nostro destino.

 

Dannati gli dei.

Ed ecco che gli autori di Scontro tra titani giungono lì dove neanche il peggior Mel Gibson si era ancora spinto: un film d’azione basato sui testi sacri! Togliete kraken e maledizione agli dei dalle battute del trailer, e rileggete il resto. Vi ricorda qualcosa?

Svelato l’arcano: in realtà Scontro tra titani è il prequel di The passion.

Trovata quindi la risposta all’annosa domanda dei catechisti di tutto il mondo: come rendere meno barbosa la lettura del vangelo?

Risposta: il kraken.

Il vizietto

Ogni volta mi riprometto che non lo farò più, e ogni volta ci ricasco. Il richiamo del trash è troppo forte.

Ma questa volta sono rimasto davvero annichilito, travolto da mille domande senza risposta: com’è possibile che un produttore abbia davvero voluto sborsare danari per finanziare una ciofeca del genere? Davvero non c’era niente di meglio da sovvenzionare?

E poi, perché fare un minestrone mitologico simile? Che senso ha basarsi su una leggenda per poi ignorarla del tutto? Da un film chiaramente incentrato sulle botte non mi aspettavo un’accuratezza filologica, ma qui viene davvero meno il senso di tutta l’ambientazione.

Un po’ come nella pubblicità della Pepsi con We will rock you come sfondo. Si vedono anche due dei Queen, ma tutto ciò che si ricava dalla visione è un senso di schifo e svilimento (complici Britney “Auto-tune” Spears e socie). E perché, perché pagare migliaia di dollari a Enrique Iglesias per fargli fare l’imperatore?

E ancora, la Rai non ci ha già inflitto troppe fiction su santi e madonne? Perché mi devo ritrovare evangelismo d’assalto e retorica cristiana in un film sulla mitologia greca?

Mi aspettavo un’ora e mezza di pestaggi, mostri e frasi ad effetto ridicole; una specie di spin-off della serie tv anni ‘90 Hercules, insomma. Ho avuto tutto questo, ma non solo. Me la sono cercata, che mi serva da lezione.

Comincio a covare seri dubbi sui miei stessi gusti: sto forse tramutandomi in uno snob che non guarda un film a meno che non sia d’essai? Forse è solo l’età che avanza, è la vecchioneria.

Certo che, ai miei tempi, i film brutti erano più belli.

  1. Per la cronaca, la coda di serpente è prerogativa di Echidna, sorellina di Medusa. []
  2. Caschetto bruno a parte. []
  3. Mi accorgo ora che anche Wikipedia riporta più o meno gli stessi orrori che ho trovato io. La differenza è che io non sono imparziale. []
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Hunger Games – Buoni da morire

Di sicuro il titolo Hunger Games l’avete già sentito, magari anche solo in un post apparso qualche tempo fa proprio qui su Sudare inchiostro.

Si tratta di una trilogia (sigh!) scritta dalla statunitense Suzanne Collins. Lo stile della Collins non mi piace moltissimo, ma non si può negare che sia scorrevole: il primo libro si legge in un attimo, e anche il secondo, più o meno. Quanto al terzo… ma andiamo con ordine. In ogni caso, in questo post non farò le pulci allo stile; preferisco trattare altre questioni.

Ah, e siete avvertiti: come al solito, il post è un unico, grande spoiler. Procedete a vostro rischio e pericolo.

Un po’ di trama

Vi trovate in un paragrafetto di aggiornamento per chi proprio non ha mai sentito parlare di Hunger Games. Se sapete già di cosa stiamo parlando, saltate pure al successivo. Intanto un veloce excursus sull’ambientazione.

Il romanzo è ambientato in un futuro distopico in cui l’America settentrionale è divisa in dodici Distretti, comandati da una capitale. Mentre gli abitanti dei Distretti fanno la fame, a Capitol City regna l’opulenza.

Ogni anno vengono celebrati gli Hunger Games: da ogni Distretto vengono prelevati un ragazzo e una ragazza tra i dodici e i diciotto anni; i ventiquattro “tributi” sono obbligati ad ammazzarsi l’un l’altro all’interno di un’arena, e l’ultimo che rimarrà sarà dichiarato vincitore, ottenendo per il proprio distretto un anno di razioni di cibo extra. Capitol City organizza questi giochi per ribadire la propria supremazia sui Distretti, che più di settant’anni prima avevano cercato di ribellarsi al suo dominio.

Gli Hunger Games sono sì un evento simbolico, ma anche (e soprattutto) uno show televisivo: lunghe preparazioni e interviste precedono l’evento vero e proprio, che è atteso con ansia dalla gente di Capitol City, e guardato (obbligatoriamente) in tutti i Distretti.

E ora qualcosa sulla trama.

Katniss Everdeen è una sedicenne che vive nel Distretto 12, e che provvede al sostentamento della propria famiglia cacciando nei boschi, benché ciò sia proibito.

Quando arriva il giorno della Mietitura, ossia il sorteggio dei tributi da parte degli inviati di Capitol City, il nome che viene estratto è quello di Prim Everdeen, sorella dodicenne di Katniss. Katniss si offre volontaria al suo posto, e viene portata a Capitol City assieme a Peeta, il figlio del panettiere, che è segretamente innamorato di lei da quando erano piccoli.

Con l’aiuto dell’ubriacone Haymitch, unico concorrente del loro Distretto ad aver vinto un’edizione del gioco e ad essere ancora in vita, Katniss e Peeta si preparano per entrare nell’arena1.

Non ho riassunto che la prima parte del libro, ovviamente. Gli spoiler arriveranno, non temete; se invece quello che cercate è una sinossi più dettagliata allora cercate altrove nel web.

No, non conosco il signor Takami

Prendete i personaggi di Hunger Games, tingete i loro capelli di nero e applicate del nastro adesivo tra gli angoli degli occhi e le tempie, in modo da ricreare approssimativamente dei lineamenti orientali. Come tocco finale, fate in modo che i concorrenti siano compagni di classe.

Et voilà: avete trasformato Hunger Games in Battle Royale.

Ho trovato notizie discordanti in merito alle dichiarazioni della Collins sulla sua supposta conoscenza di Battle Royale. Da un lato abbiamo l’articolo sulla Wikipedia italiana, secondo cui:

La Collins ha dichiarato che l’idea per Hunger Games è stata conseguenza di un momento di zapping televisivo e Battle Royale è servito come ispirazione per il libro.

mentre dall’altro c’è questo articolo del New York Times, in cui leggiamo la seguente dichiarazione della Collins:

“I had never heard of that book or that author until my book was turned in. At that point, it was mentioned to me, and I asked my editor if I should read it. He said: ‘No, I don’t want that world in your head. Just continue with what you’re doing.’ ”

“Non avevo mai sentito parlare di quel libro o di quell’autore fino a quando il mio libro non è stato consegnato [all’editore]. A quel punto me ne è stato fatto il nome, e ho chiesto al mio editor se dovessi leggerlo. Ha detto: ‘No, non voglio quel mondo nella tua testa. Continua semplicemente a fare quello che stai facendo.’ ”

L’articolo del Times mi è sembrato la fonte più citata in proposito2, per cui facciamo che ci fidiamo di lui.

A leggere le parole della Collins ci salta in mente un Foscolo che sostiene di non aver letto il Werther se non dopo la stesura del suo Ortis. Altro interessante parallelismo, Foscolo e Collins hanno spinto di più sul pedale della riflessione politica di quanto non avessero fatto prima di loro rispettivamente Goethe e Takami.

"Takami? È quel nuovo ristorante di sushi in corso Guazzoni?"

Non temete, i paragoni stiracchiati finiscono qui. A sentimento direi che la Collins ha letto eccome Battle Royale. Da parte sua mi pare sciocco negarlo, soprattutto perché Hunger Games non è un plagio del libro di Takami: si può parlare al più di un’ispirazione, che non è né illegale né immorale. I due libri, benché accomunati da un elemento portante della trama, sono molto diversi; entrambi hanno grandi potenzialità, derivate appunto da un’idea centrale efficacissima, che porta naturalmente a situazioni di conflitto, sia fisico che interiore. Entrambi hanno dei difetti, alcuni in comune, altri no; lo stesso vale per i pregi.

Nei sottoparagrafi che seguono vi propongo un breve confronto tra i due libri. Credo che in rete ce ne siano altri, ma non so quanto siano affidabili. Questo, in particolare, contiene varie inesattezze, probabilmente perché fa riferimento ai film.

Se avete bisogno di rispolverarvi Battle Royale, potete riprendere il mio articolo o andarvi a spulciare le solite Wikipedie.

L’ambientazione

Battle Royale e Hunger Games sono romanzi distopici, in cui gruppi di giovani ambosessi sono costretti, con cadenza annuale, ad ammazzarsi l’un l’altro fino alla vittoria dell’unico sopravvissuto. Battle Royale è però ambientato in un mondo che, tecnologicamente e cronologicamente parlando, sembra molto più vicino al nostro. Ciò può rendere la distopia molto più significativa, perché il paragone con la nostra società risulta più immediato. Ma il centro del romanzo di Takami non è il mondo distopico, bensì il gioco: vengono forniti indizi sulla società in cui vivono gli studenti e si menzionano le ragioni che hanno portato i governanti a creare un gioco così sanguinario, ma di fatto quasi tutto il libro si svolge sull’isola, e del “mondo esterno” si vede ben poco. Al contrario, in Hunger Games i combattimenti sono solo una parte della trama e, per quanto centrali, sono solo un tassello del mondo creato dalla Collins. Gran parte del primo romanzo si svolge fuori dall’arena, e lo stesso si può dire per il secondo. Nel terzo, gli Hunger Games veri e propri non ci sono nemmeno.

In conclusione, l’ambientazione complessiva di Hunger Games è più curata, ma forse anche perché in Battle Royale c’è meno bisogno di delineare il contesto tecnologico e sociopolitico (sia perché è ambientato praticamente ai giorni nostri, sia per ragioni di trama).

Il gioco

Lo scopo del gioco è lo stesso: i concorrenti devono uccidersi tra loro. Si possono stringere alleanze, ma alla fine può esserci solo un vincitore3. In entrambi i casi le mattanze sono monitorate ed eventualmente indirizzate (anche se di rado in modo diretto) dai crudeli organizzatori del gioco. Mi pare che le somiglianze finiscano qui; ora vediamo le differenze principali.

  • I concorrenti. Su questo punto Battle Royale stravince, proprio non c’è lotta. In Hunger Games i concorrenti non si conoscono tra loro, e questo toglie molto conflitto: dopo qualche scrupolo iniziale, è facile scegliere tra la tua vita e quella di uno sconosciuto (che magari non vede l’ora di ammazzarti). Come se non bastasse, alcuni dei concorrenti sono dei veri stronzi cattivoni prototipici: muscolosi, spietati e assetati di sangue al limite dell’insania. In Battle Royale la violenza psicologica è pari a quella fisica, perché i concorrenti sono compagni di classe. Tutte le dinamiche interpersonali sono stravolte dalla necessità di uccidere amici e conoscenti. Conflitto a palate! Di conseguenza anche la malvagità dei cattivi sa assumere forme più sottili dello “spakko tutto”, ed è più facile trovare personaggi chiaroscurali (che purtroppo non sono i protagonisti, ma di questo ho già parlato nel vecchio articolo).
  • Le regole. Non voglio entrare troppo nel dettaglio; credo comunque che Battle Royale sia superiore anche su questo versante. Il regolamento è pensato meglio, e di rado richiede un intervento dall’alto. Di conseguenza il ritmo delle uccisioni è più incalzante, e si prova la sensazione di un reale pericolo e costante ansia per i personaggi, mentre in Hunger Games passano anche giorni senza che qualcuno muoia. Mi è piaciuta l’idea della Cornucopia piena di armi ed equipaggiamento attorno alla quale si consuma la mattanza iniziale degli Hunger Games, ma trovo di gran lunga migliori i borsoni-sorpresa assegnati a ciascuno studente in Battle Royale: può capitarti un fucile a canne mozze, un coltellino svizzero, una balestra, una bussola, un navigatore GPS. Il sistema dei borsoni ha una deliziosa ironia, anche perché si possono creare (apposta) le tremende situazioni chi-ha-pane-non-ha-denti.
  • L’ambiente di gioco. Altro punto per Battle Royale. L’arena ipertecnologica di Hunger Games sa essere di una burineria pazzesca, come quando spuntano lanciarazzi dal suolo e sparano proiettili infuocati all’impazzata. Molto meglio tenersi sul sobrio, rende tutto più reale.

Punti di vista

È un peccato sapere che ci sono un sacco di succulente uccisioni senza potervi assistere. In altri termini, è brutto sentirsi lontani dall’azione. Questo accade precisamente quando Katniss è nell’arena e gli altri concorrenti si sbudellano a vicenda. Va da sé, se il punto di vista è uno, bisogna accontentarsi. O riconsiderare la scelta del punto di vista.

Molto più efficace Takami, che pur pasticciando qua e là con il POV ci regala in diretta tutte le gesta degli studenti.

Protagonisti

Qui Takami dà il peggio di sé. I protagonisti della Collins sono un po’ meglio, se non altro perché ci offrono una storia d’amore non scontatissima, in cui l’uomo non è un deficiente e la ragazza non è un’insulsa. Sempre di superbuoni si tratta (ne discuteremo tra poco), ma un filino meno stucchevoli.

Le solite rimostranze

Vi ho già detto che Hunger Games è un libro che fila. Anche il Re (non Elvis) ha speso parole d’elogio nel recensirlo.

Ma io ho studiato per diventare Signore del Male, e quindi sì, ho delle lamentele.

La copertina

Il concept della copertina italiana è beceramente riciclato. Prendete l’edizione Mondadori di Hunger Games:

Un fru fru tra le fratte!

E confrontatela con La solitudine dei numeri primi, di Paolo Giordano, sempre edito da Mondadori.

Un altro fru fru.

Dai, scherzavo. Ora però si fa sul serio.

Punti di vista

Passando oltre; vorrei riprendere un punto accennato durante il confronto con Battle Royale, cioè i punti di vista. Usarne uno solo è un peccato, con una trama del genere; Hunger Games avrebbe potuto guadagnare moltissimo da tutte le prospettive e le storie dei diversi personaggi. Io, da fan sfegatato dei personaggi secondari, avrei proprio voluto sapere come ha fatto il ragazzo zoppo del Distretto 10 a sopravvivere così tanto. Avrei voluto leggere la storia di Thresh, e sapere come è sopravvissuto e come è morto. Non avrebbe guastato nemmeno uno sguardo sulle realtà dei Favoriti, magari per farli apparire meno stereotipati. L’uso di punti di vista differenti avrebbe giovato molto anche all’ambientazione: sarebbe stato interessante scoprire più nel dettaglio i diversi Distretti di Panem.

Cuordipanna, odiati cuordipanna

A grande richiesta, non potevano mancare tra le lamentele quelle per i protagonisti cuordipanna, buoni ma che più buoni non si può, e per il destino cuordipanna che sempre li assiste.

Katniss e Peeta, benché costretti a partecipare al gioco, non devono mai, e sottolineo mai, prendere decisioni moralmente difficili. Non uccidono nessuno, se non i cattivoni: bella forza! Ad aggiungere panna alla panna ci sono anche le modalità di uccisione dei cattivi. Katniss infatti ammazza solo quando costretta; l’eccezione si verifica quando la sua piccola alleata Rue viene infilzata dalla lancia di un concorrente del Distretto 1: Katniss s’imbufalisce e fredda il malcapitato che, ahilui, stava solo giocando (segue grande cordoglio, poveri bambini, ma quando finirà tutto questo et similia). E anche quando tutti vorremmo che piantasse una freccia in gola al malvagerrimo Cato, ecco che una motivazione nebulosa e raffazzonata la spinge a colpirlo al polso, peraltro ritardando semplicemente la morte dell’antagonista. Peeta, dal canto suo, ammazza la concorrente più furba con la sola forza della sua scemenza. True story.

Il problema qui non sta tanto nei due protagonisti, quanto appunto nel Destyno (aka Suzanne Collins): l’autrice provvede a eliminare i concorrenti non-malvagi prima che Katniss sia costretta a finirli (una volta esauriti i veri kattivi), e così facendo ci priva del conflitto, il nostro cibo preferito.

La cuordipannità, benché prevedibile, è stata il tratto del libro che più mi ha deluso.

Un classico della kattiveria

Imparziale come sempre, mi lamento parimenti di buoni e non. Almeno nel primo libro, la parola d’ordine nell’arena è manicheismo: chi sembra cattivo è cattivo, chi sembra buono è buono (e dai, non ditemi che per un attimo avevate dubitato dell’angelico Peeta!).

Come ho detto, è stata la cuordipannità ad addolorarmi sopra ogni cosa. E tuttavia c’è stato qualcosa di ancora peggiore, anche se limitato a un solo episodio. Vi confesso che, durante la lettura, non riuscivo a credere ai miei occhi, perché non mi ero accorto che Hunger Games fosse un romanzo comico.

Dovete sapere che, ad un certo punto, Katniss si trova a dover lottare contro una dei Favoriti, tale Clove. Clove è come ce l’aspettiamo: muscolosa, cattiva, assetata di sangue. Dopo una breve colluttazione riesce ad avere la meglio su Katniss e la schiaccia a terra, bloccandola con il proprio peso. A questo punto ci aspetteremmo una bella carotide recisa, e invece accade l’irreparabile.

Sì, signore e signori, Clove inizia a parlare. Racconta a Katniss quanto la odi, come nella più becera tradizione dei cattivi di serie B. Non paga, decide – e annuncia – di volerle dare una morte lenta. Una morte lenta! Riuscite a crederci?

Ed ecco che arriva, tristemente annunciato dall’idiozia di Clove, il deus ex machina che si era attardato al bar a bere un caffè. Thresh spacca la testa della malaccorta con un sasso, e lascia andare l’imbelle Katniss perché era alleata con la sua compagna di Distretto, la piccola e ormai defunta Rue.

Basta. È ora che gli autori comincino a leggersi per davvero la Evil Overlord List.

Il numero perfetto

E infine, la bestia nera di tutti gli scrittori di bestsller per ragazzi: la necessità di scrivere (almeno) una trilogia.

Se il primo libro ha i suoi difetti, e il secondo pure, il terzo è una vera schifezza. I fattori che scatenano questa picchiata di qualità sono due.

Numero uno: la maggior parte del libro consiste nell’esposizione dei tormenti interiori di Katniss. Per carità, lei ha anche le sue ragioni per tormentarsi, ma dopo un po’ le preoccupazioni legittime diventano piagnistei. E poi è ferita4 per quasi tutto il libro, e spesso e volentieri si droga di antidolorifici. E rispetto a quello che succede, l’annichilimento interiore è davvero eccessivo. Eccessivo quasi come Bella Swan quando viene lasciata da Edward e viene colta da isteria, depressione e brutti sogni xk lui era trp bll.

E poi l’orrore. «Suzanne,» ricordo di aver pensato «Suzanne, questo non ce lo dovevi fare.»

È successo così: la Collins stava scrivendo le ultime cinquanta cartelle del terzo volume, e si era messa in testa di mandare Katniss e i suoi migliori amycy in una missione suicida. Il problema è che non c’erano i presupposti: i ribelli ormai avevano vinto la guerra, e a Katniss sarebbe bastato aspettare due o tre giorni al massimo per avere l’opportunità di uccidere il presidente Snow, come aveva giurato di fare. Chiaro, l’avrebbe fatto harrypotterescamente, magari andando contro un diretto ordine dei suoi superiori, ma alla fine l’avrebbe sfangata, in un modo o nell’altro. E invece.

Ovviamente Katniss decide di partecipare all’assalto contro Capitol City e di fare di testa propria (sempre molto harrypotterescamente). Questo è stato particolarmente sconsolante, visto che le paranoie che mi avevano tediato fino a quel punto del libro vertevano in gran parte sul mettere in pericolo le persone che si amano, sull’aver cura di loro, sulla responsabilità per la morte di gente innocente, blah blah. Katniss, Katniss, di’ la verità: era tutta una finta per avere i tranquillanti! Eh sì, perché la nostra arciera preferita non ci pensa due volte a portarsi tutti gli amici (incredibilmente consenzienti, e quindi meritevoli di morte cruenta) nel pericolo più pericoloso. Il tutto, ci tengo a ribadirlo, senza un vero motivo.

Morranno, oh se morranno. Ma non abbastanza, ahinoi, non abbastanza da saziare la mia sete di vendetta per il buco di coerenza lasciato dalla Suzy.

Non tutti gli squartamenti vengono per nuocere

Come al solito mi sono lasciato trasportare troppo, e mi sono infervorato. Ma visto che in fondo ho anch’io un dolce cuore di panna, ho lasciato per la fine dell’articolo un paio di cose che mitigheranno gli orrori appena descritti.

Hunger Games avrà i suoi difetti, eppure non è spazzatura. Io sono bisbetico, e in questo post mi sono concentrato sugli aspetti negativi, ma mi sono bevuto i tre libri in poche ore.

Al di là della scorrevolezza del testo, mi premeva fare qualche considerazione sui contenuti del romanzo, soprattutto visto il successo che ha avuto tra i lettori e le lettrici adolescenti.

Se siete cinici cominciate pure a storcere il naso, visto che stiamo per parlare dei Grandi Messaggi trasmessi dal libro. Hunger Games è un libro dai contenuti positivi, e tutto sommato importanti. Da bravo romanzo distopico ha una forte componente sociopolitica, e si concentra sull’importanza dell’informazione e sulla crudele vacuità a cui può arrivare la televisione, nonché sul rapporto tra potere e cittadini e sull’iniquità della distribuzione della ricchezza nel mondo. Tutte cose già sentite, certo, e meglio esposte in libri più blasonati.

Ora però considerate le folle di adolescenti che non leggeranno mai un Brave New World o un Fahrenheit 451, e considerate il più famoso bestseller per adolescenti degli ultimi anni. Parlo di Twilight, ovviamente: concedetemi un ulteriore paragone; questa volta però mi basta prendere le due protagoniste.

Prima Twilight. Bella Swan è una ragazza insulsa, che si realizza solo attraverso le attenzioni di un superuomo. Quando viene lasciata frigna in modo inverecondo e si riduce a una larva umana. Vuole vivere per sempre, e fa tanti capricci che alla fine l’accontentano. Il suo uomo è così “focoso” che durante la prima notte di nozze (lei è ovviamente vergine) le procura lividi e contusioni assortite; la mattina dopo Edward si scusa, ma Bella ribatte che le va bene anche così, e che anzi non si deve sentire in colpa, perché è nella sua natura di predatore essere violento: lei può ben sopportare un paio di pacche, pur di stargli accanto, e poi lui è così contrito5! Se non è un’apologia della violenza domestica questa… E non è tutto: Bella rimane incinta in seguito alla prima notte di nozze. Un tiro, un centro, insomma. Del resto è a questo che servono amore e matrimonio.

Bella Swan in un momento di riflessione

A quest’immagine malata e religiosamente perversa della donna si contrappone, molto felicemente, Katniss Everdeen: Katniss è indipendente, provvede da sola al sostentamento della sua famiglia dopo che il padre è morto e la madre ha avuto un crollo nervoso. Quando si trova a dover competere negli Hunger Games, attua una strategia di “marketing” e finge di essere innamorata di Peeta pur non essendolo: il suo scopo è tornare a casa viva per proteggere le persone che ama, non correre dietro a un bellimbusto per farsi sposare e ingravidare in un giorno solo. Al contrario, con lo svilupparsi della vicenda si crea un triangolo in cui è lei a tenere le cose in sospeso, visto che non si vuole sbilanciare né con Peeta né con Gale. Girl power, insomma. Katniss mostra inoltre di non amare tutti i ritocchi con cui il suo team di estetisti la prepara per i vari show: nel secondo libro, se non ricordo male, durante una ceretta dice pure di essere affezionata ai propri peli delle gambe.

Katniss prima e dopo. Quando la chirurgia estetica oltrepassa il limite.

Al di là dei gusti in materia di depilazione, credo che sia una declinazione interessante e concreta del trito messaggio “siamo tutti belli così”. Addirittura, in Hunger Games emerge con chiarezza un certo disgusto verso l’eccesso nella chirurgia estetica.

Il punto del confronto mi pare chiaro: se aveste una figlia, quale delle due protagoniste preferireste che prendesse come esempio? La decerebrata o l’impavida cacciatrice?

Una scelta facile

E poi, modelli femminili a parte, c’è tutta quella quintalata di questioni su cui riflettere. Libertà, povertà, ruolo dell’informazione. Un lettore dal palato più fine dirà che questi temi sono affrontati in modo scontato, e magari avrebbe pure ragione, ma non starebbe tenendo in conto tutta quella fetta di pubblico che a questi Grandi Temi ha pensato troppo poco, o che proprio non ci ha mai pensato perché ogni volta che li ha visti erano sepolti in una marea di noia scolastica. Libri di facile lettura come Hunger Games possono aprire le porte di riflessioni più ampie anche a chi, magari, è un po’ a digiuno di riflessioni.

Delectare atque monere, bitches!

Il gusto amaro del cuordipanna

Insomma, leggetevelo, ‘sto Hunger Games, se non altro per considerare che l’ultimo bestseller per adolescenti non è una boiata totale.

Io però resto sempre con l’amaro in bocca. Vorrei trovare un libro che sviluppasse questo meraviglioso espediente della mattanza, ma senza protagonisti superbuoni e destino cuoredipanna a rovinarmi il conflitto e la conseguente festa.

Me lo devo scrivere da solo?

  1. Che non è una vera arena, quanto piuttosto un’estensione di territorio che gli Strateghi, gli organizzatori del gioco, possono controllare a loro piacimento. []
  2. Anche dalla Wikipedia inglese, by the way. []
  3. Ma… aspetta… non è possibile! È un imprevisto dell’ultimo minuto! []
  4. Diverse ferite, solite lagne. []
  5. Qui mi rifaccio al quarto film, non ho avuto lo stomaco di leggere i libri dopo il primo. []
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Un anno di sudore

Oggi Sudare inchiostro compie un anno! Sembra passato molto meno da quando ho pubblicato il primo post.

Un anno!Questo anniversario è anche l’occasione per inaugurare il mio nuovo periodo di produzione: ho iniziato un nuovo romanzo, e c’è la possibilità che su Sudare inchiostro gli articoli si facciano un pochino più radi o più corti del solito. Cercherò comunque di mantenere un ritmo più o meno settimanale, e se non ci riuscirò saprete che sto lavorando notte e giorno al mio prossimo capolavoro.

Colgo l’occasione per ringraziare tutti voi che avete dedicato un po’ del vostro tempo a curiosare tra le pagine del blog, e che ogni tanto avete pure lasciato dei commenti, facendomi sommamente felice. Siete sempre i benvenuti qui nella baracca.

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Gravidanza e ruminazione: una passeggiata metaforica

Quando si parla della produzione di un’opera letteraria, sia questa in prosa o in poesia, si ricorre spesso alla metafora della gravidanza. In genere si fa riferimento solo alla fase di gestazione, ma si può schematizzare l’intera trafila:

  • Corteggiamento e copula. C’è l’idea di scrivere, ma non si sa ancora bene cosa. Si ha in mente il tema generale, magari un paio di personaggi e colpi di scena. Di solito non è chiaro con che cosa si abbia a che fare, e spesso si sottovalutano o si ignorano gli ostacoli futuri. Quando l’idea è arrivata a maturazione, la si può mettere in atto: si comincia la stesura. È in genere un momento molto entusiasmante1.
  • Gestazione. La parte più lunga, il delicato procedimento durante il quale la creatura si sviluppa in tutte le sue parti. Bisogna accertarsi che tutte le membra siano ben formate, che funzionino e interagiscano a dovere.
  • Parto e vita del pargolo. L’opera è finita e si separa dal suo autore per avere se sarà fortunata, vita propria. Manderemo questo nostro figliolo alla scuola pubblica (editoria) o, se non è troppo sveglio, privata (editoria a pagamento). Qualcuno lo farà persino stare a casa a studiare con il precettore (self-publishing). Lo scopo, comunque, è che conosca gente, o meglio, che la gente conosca lui e magari, attraverso i suoi successi, anche noi. Pane per i denti dello psicanalista, insomma.

È chiaro che il grosso del lavoro è costituito dalla gestazione, la fase che più di tutte richiede impegno, tempo e costanza. Ma un grande impegno in fase gestatoria è sufficiente per produrre una creatura sana?

Nei progetti di romanzo che ho intrapreso e portato a termine la gestazione è stata centrale. Più o meno lunga, variamente faticosa, non è questo il punto. Il punto è che nella mia testa il lavoro era principalmente quello, ed ero così ansioso di cominciarlo che trascuravo un altro aspetto importante: la pianificazione.

Non la saltavo a piè pari: mi documentavo sui dovuti argomenti, facevo qualche bozzetto dei personaggi, cose così. Però l’intreccio non era mai definito dettagliatamente fin dall’inizio, e questo portava a delle imperfezioni o a dei piccoli problemi di coerenza che, benché aggiustati in corso d’opera, rendevano l’intera creatura traballante. Si trattava di questioni da risolvere a monte: rimediarvi durante la gestazione non era sufficiente, e raddrizzare tutto una volta finito di scrivere è stata un’esperienza infernale e di scarso successo.

Un occhio poco esperto o non troppo esigente probabilmente non avrebbe notato le imperfezioni di cui parlo, ma uno scrittore dev’essere una madre, se non esigente, almeno un po’ obiettiva. Perciò, alla luce di queste dolorose considerazioni, dopo il mio ultimo2 parto mi sono ripromesso di curare ancora più approfonditamente la fase di pianificazione. Prima di iniziare a scrivere, s’intende. È chiaro che non si può mai sapere esattamente fin dall’inizio cosa succederà in fase di stesura. Le modifiche ci saranno sempre, ma partire preparati è importante: invece di creare frettolosamente qualcosa che mancava, si migliorerà quello che già c’era.

Ho da poco finito una fase di pianificazione che, vi assicuro, per il tempo richiesto e per la mole di documentazione autoprodotta (appunti, profili, bozze, schemi) è equiparabile ad una piccola fase gestatoria. Ho cominciato la stesura vera e propria, che a questo punto equivarrebbe ad una specie di seconda gestazione.

Ma due gravidanze sono troppe per un solo parto. La metafora non calza più.

Più vacche, meno puerpere

L’autore è una mucca al pascolo. I ciuffi d’erba sono le idee: ancora grezze, ma fresche e invitanti. Entusiasta, l’autore china il capo e ne stacca un bel ciuffo. Le fa proprie, deglutendole e conservandole nel rumine. Prima di cominciare la scrittura, ossia la digestione vera e propria, l’autore prepara per benino il bolo di idee, rigurgitandolo e dandogli un’altra bella masticata. A questo punto termina la pianificazione.

Comincia quindi la stesura/digestione. Grazie all’azione che avviene all’interno del rumine (batteri e protozoi solubilizzano la cellulosa, traducendo testo narrativo le idee precedentemente organizzate) la mucca può trarre il massimo di energia dal cibo assunto, e l’autore il massimo dell’efficacia dalla sua trama.

L’intestino è la fase di revisione ed editing: lì si separa il prodotto valido, l’energia, da quelle parti di testo che appesantiscono l’opera, e che la mucca espelle in abbondanza sul prato.

Stomaco dei ruminanti

I quattro stomaci garantiscono una prosa di alta qualità.

Che dite della nuova metafora? Io la trovo molto poetica, soprattutto perché il risultato del processo creativo non è un bambino su cui proiettiamo le nostre ambizioni, bensì energia raffinata, estratta chimicamente dalla pianta più comune.

Forse la nuova metafora può essere utile, e andare oltre la sua funzione estetica, acquisendone una etica: già m’immagino la favola, corredata di morale. S’intitolerebbe La mucca e la puerpera , e il finale farebbe più o meno così:

Ed ecco spiegata la vittoria della mucca: affinché un romanzo venga bene, dobbiamo farlo somigliare di più a pura energia e meno al frutto di un nostro desiderio o della nostra vanità.

Oppure così:

Perciò, quando camminate su un prato pieno di scrittori, guardate bene dove mettete i piedi.

Un nuovo, bovino inizio

Sudare inchiostro ha taciuto per più di due settimane a causa dell’inizio della stesura di una nuova opera narrativa, alla cui pianificazione lavoro ormai da un po’ di tempo. Per ora non faccio anticipazioni; forse in futuro, quando avrò visto che il romanzo sta in piedi, pubblicherò un brano con funzione di teaser.

Mi sono ripromesso di essere più mucca e meno puerpera; vi farò sapere se funziona.

  1. In questo primo punto salta all’occhio lo scollamento tra la stuzzicante metafora di coppia e la dura solitudine dello scrittore. []
  2. Non proprio ultimissimo, ma non divaghiamo. []
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