Letture estive 2015 – Un cantico per Leibowitz

Cosa vi viene in mente se vi dico “futuro postapocalittico”? Probabilmente una landa desolata, in cui arrancano o sopravvivono a stento sparuti gruppetti di sopravvissuti, talvolta raggrumati in comunità cenciose che ormai vedono gli stessi geni rimescolarsi da generazioni. Al quadretto potremmo aggiungere un vasto assortimento di mutanti più o meno antropofagi e le immancabili bande di predoni spietati e variamente psicotici.

In tutto questo si muove il nostro protagonista, eroe burbero e di poche parole, ma dall’animo nobile. È un cowboy che dice di voler pensare solo per sé, ma il cui cuore d’oro lo costringe a salvare alternativamente (o congiuntamente) orfani, fanciulle e comunità cenciose. È Kevin Costner in un qualsiasi film di/con/su/per Kevin Costner.

“Mio malgrado, vi salverò tutti.”

Con buona pace di Kevin, Un cantico per Leibowitz, di Walter M. Miller, è molto distante da questo scenario postapocalittico. La landa desolata c’è – ma è un deserto, e lo è per ragioni geografiche –, i mutanti e i predoni ci sono – ma sono così marginali che fanno praticamente parte del paesaggio. Le somiglianze con il quadretto dipinto poco sopra si fermano qui.

Dopo la catastrofe nucleare, il genere umano ha lentamente e faticosamente passato la fase madmaxiano-costneriana, così lentamente e faticosamente che Miller la salta a piè pari e fa iniziare il romanzo seicento anni dopo il disastro. È un’epoca in cui la civiltà umana ha cominciato a ricostituirsi partendo dai brandelli di quello che c’era stato prima dell’apocalisse, e in cui il livello tecnologico è stato ridimensionato di un bel po’; per intenderci, non c’è l’elettricità, e i libri si copiano a mano. Old school.

È quello che potremmo chiamare un medioevo postnucleare, ma attenzione, so già a cosa state pensando. Con il solito meccanismo di associazione di idee, la catena è immediata: medioevo à cavalieri à cavaliere solitario à Kevin Costner.

Come dicevo, niente Costner. Miller ha ambientato il suo romanzo in un monastero, luogo che come nel vero medioevo è centro fondamentale di recupero, conservazione e trasmissione del sapere.

La storia si sviluppa in tre parti cronologicamente distanti seicento anni l’una dall’altra, ma tutte ambientate nella stessa abbazia, situata nel sudovest degli odierni Stati Uniti. Assistiamo dunque alla vita dei monaci in epoche che sono, rispettivamente, il già menzionato simil-medioevo, una sorta di Rinascimento ricco di (ri)scoperte scientifiche e infine un futuro futuristico con auto automatizzate e computer che traducono simultaneamente i messaggi da una lingua all’altra.

La scansione temporale così distesa, e al contempo concentrata in tre momenti ben precisi, permette a Miller di mantenere la narrazione sempre abbastanza vicina al livello evenemenziale e al contempo di affrontare temi molto ampi e profondi, come la ciclicità della storia, che porta l’uomo a commettere sempre gli stessi errori, e la contrapposizione morale-progresso (forse trattata in modo un po’ manicheo).

Ogni tanto Miller scivola nel mistico, inserendo elementi – pochi, ma rilevanti – spiegabili soltanto con la presenza di forze soprannaturali. Questo è un vero peccato: ho apprezzato Un cantico per Leibowitz per lo sguardo che dà sull’umanità e sulla sua storia, e mi pare che le suggestioni oltremondane banalizzino la visione d’insieme. Naturalmente tutto si può intendere in modo metaforico, ma comunque avrei preferito una soluzione più realistica.

In ogni caso si tratta di aspetti che, anche se non piacciono, non pregiudicano la validità del romanzo. Un cantico per Leibowitz rimane un libro originale per contenuti e struttura, invecchiato molto bene (è stato pubblicato per la prima volta nel 1960), e invita a porsi domande su temi, lo ripeto, profondi e sempre attuali. Ogni tanto vuole fare la predica, ma la fa con lo spirito benintenzionato dei monaci dell’abbazia: in fondo sono uomini di buon cuore, e finiamo per capire le loro ragioni anche se non per forza le condividiamo.

Poi certo, belle belle tutte queste paranoie sul pericolo di una catastrofe nucleare come metafora e conseguenza dello scollamento tra progresso tecnologico e progresso morale, ma sono chiaramente fantasticherie. Almeno finché c’è in giro Kevin Costner.

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Letture estive 2015 – Old Man’s War

Immaginate un mondo in cui gli anziani possano decidere di tornare giovani, a patto che lascino per sempre il pianeta Terra, tagliando ogni legame con i propri cari, e che passino almeno due anni (in realtà dieci, scherzetto!) a combattere una sanguinosa guerra di conquista contro varie razze aliene.

Ora mettete giù il telefono, la nonna la chiamerete un’altra volta.

Questo scenario gerontopunk è la premessa immaginata da John Scalzi per il suo Old Man’s War, un romanzo che mi ha insegnato qualcosa di molto importante: prima di procurarsi un titolo rimasto per molti mesi in coda di lettura è bene rinfrescarsi la memoria su alcuni dettagli del suddetto titolo. Sì, perché arrivare alla fine di un romanzo e scoprire che è solo il primo di una serie di sei libri (6!) è un’esperienza molto deludente (nonché molto evitabile, nell’epoca di Internet).

Ad ogni modo, Old Man’s War è un romanzo onesto, che si lascia leggere senza problemi e presenta varie trovate interessanti per quanto riguarda il world building. Nonostante questo, però, non l’ho trovato particolarmente memorabile; la trama, che pure non cade mai in momenti morti, mi ha intrattenuto, ma non coinvolto più di tanto.

E poi ho avuto quella sensazione, l’atroce dubbio di aver già letto quel libro.

Il classico dubbio che può venire a uno che non sa che il romanzo che sta leggendo è solo il primo di una serie di sei libri (6!), direte voi. Vero.

Proseguendo nella lettura, mi sono convinto che si trattava di una semplice catena di déja vu, e che mi stavo confondendo con un altro libro, un misconosciuto titoletto di fantascienza del 1959.

Poi sono arrivato alla fine, e l’atroce dubbio si è rivelato motivato. Nella sezione dedicata ai ringraziamenti, lo stesso Scalzi evidenzia il debito di Old Man’s War nei confronti di Starship Troopers.

Ora, io non dico che sia un plagio, una scopiazzatura o un rifacimento, tanto più che il legame con il romanzo di Heinlein è dichiarato; però la somiglianza tra i due libri è molto evidente.

La differenza più macroscopica è che nel romanzo di Scalzi mancano tutte le riflessioni sociopolitiche per cui Fanteria dello spazio è conosciuto e apprezzato. Giusto per sparare una cattiveria, potremmo dire che Old Man’s War è uno Starship Troopers spolverato e privato della parte per cui più valeva la pena leggerlo. Ma sarebbe un giudizio troppo duro.

John Scalzi ci regala la soluzione definitiva all’annoso problema delle pensioni (convertire i reparti di geriatria in incrociatori spaziali), e nel farlo ci offre una lettura scorrevole e ben confezionata, un divertissement ottimo per i pomeriggi sotto l’ombrellone.

Sì, non fate quelle facce, lo so che agosto è finito.

Il logo dell’Interstellar Navy Patrol Squadron.

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Letture estive 2015 – The Buried Giant

Come annunciato in precedenza, apriamo la serie di recensioncine estive con The Buried Giant, di Kazuo Ishiguro, che arriverà in Italia – il romanzo, non Ishiguro – all’inizio di settembre, con il titolo Il gigante sepolto.

Comincio con un invito: non cercate la trama di questo romanzo online, e non leggete altre recensioni. Prima di tutto perché potrei offendermi per la vostra scarsa fiducia nella qualità dei miei post, ma soprattutto perché, da quello che ho visto, il web pullula di spoiler. Sono spoiler che in un certo senso potrebbero sembrare necessari per parlare con una certa precisione del romanzo, e che però rivelano troppo, e a mio parere pregiudicano il piacere della lettura.

The Buried Giant è un romanzo atipico, e parlarne rivelando poco o niente della trama è molto difficile. Credo però che gran parte del fascino di questo libro stia proprio nei suoi continui disvelamenti, per cui mi cimenterò nell’impresa impossibile: una recensione totalmente spoilerless. O quasi.

Diciamo che questo articolo serve più per dare una vaga idea che per informare; se continuerete a leggere, vedrete anche che tutto questo è molto in linea con lo spirito del romanzo.

Per la trama mi affido a una sommaria traduzione della quarta di copertina dell’edizione hardcover inglese, leggermente più discreta di certe trame spiattellanti che si trovano in giro.

I romani se ne sono andati da tempo, e la Britannia sta andando in rovina. Ma, almeno, le guerre che un tempo avevano devastato il paese si sono interrotte. Axl e Beatrice, una coppia di anziani britanni, decidono che per loro è finalmente giunto il momento di attraversare questa tormentata terra di foschia e pioggia per trovare il figlio che non vedono da anni, il figlio che ricordano a malapena. Sanno che fronteggeranno molti pericoli – alcuni dei quali strani e soprannaturali – ma non possono prevedere come il loro viaggio […]. Né possono prevedere che […].

Ho dovuto tagliare le ultime due frasi, che per quanto generiche davano già un’idea di quello che sarebbe successo nella prima parte del romanzo. Come vi dicevo, servono i paraocchi per difendersi adeguatamente dagli spoiler.

Forse vi chiederete perché mi stia impuntando così tanto sulla segretezza della trama, mentre di solito, pur con le dovute precauzioni, spoilero a destra e a manca. Ve lo dico subito, e per dirvelo vi faccio io uno spoilerino piccolo piccolo.

Nebbia

Niente paura, si tratta di qualcosa che si trova proprio nelle prime pagine del romanzo.

La Britannia in cui è ambientata la vicenda è una terra nebbiosa, e fin qui niente di nuovo, ma la foschia sembra avere uno strano effetto sulla gente: tutti, protagonisti compresi, soffrono di una strana forma d’amnesia, che nasconde certi ricordi e ne confonde altri.

Questo potrebbe far pensare a un plot device dei più beceri, e senz’altro qualche recensore la pensa così, ma a mio avviso Ishiguro usa l’espediente della nebbia, e non solo, per calare il lettore in un’atmosfera tutta particolare. Cerco di spiegarmi meglio.

Questo libro parte lentamente, ma pone da subito delle domande. Anzi, spinge il lettore a porsele – Ishiguro in questo è davvero magistrale – mettendogli davanti dei pezzettini di informazione, delle parole, delle immagini, che suggeriscono la presenza di qualcosa di più grande, creando curiosità unita a una sensazione persistente di vaga minaccia. La foschia ha un ruolo cardinale in tutto questo, e non solo per la strana amnesia che sembra causare, ma per gli effetti che questa ha sui personaggi: Axl e Beatrice si muovono in una nebbia non tanto letterale quanto interiore, nella lucida confusione di un costante presente, con delle certezze incrollabili eppure sfocate.

In un contesto come questo sarebbe fin troppo facile snocciolare un colpo di scena dietro l’altro, ma Ishiguro non è proprio il tipo. Al contrario, mantiene la tensione sempre costante, la riprende quando cala, ma non la sfrutta mai nel modo più ovvio. In linea con l’immagine della nebbia, che nasconde le sagome più lontane e confonde quelle più vicine, Ishiguro ci fa intuire i contorni di ciò che verrà; ma ogni disvelamento porta con sé nuovi dubbi, piuttosto che chiarire quelli vecchi. Al costante senso di minaccia si aggiunge allora una fame di risposte che ci sospinge fino all’ultima pagina, in un vagare incerto – ma non casuale – che rispecchia fedelmente l’atmosfera e la trama del romanzo.

Ecco quindi perché voglio rivelare il meno possibile: la lettura di The Buried Giant è una scoperta continua e mai definitiva, e sapere qualcosa in anticipo, anche un dettaglio relativamente piccolo, in qualche modo rovina il piacere la ricerca.

Il fascino discreto del fantastico

Com’è che uno Scrittore Serio, apprezzato internazionalmente per la qualità letteraria delle sue opere, si mette a scrivere di magia e creature fatate? E che risultati potrà mai ottenere?

Sicuramente delle foto suggestive.

È un fatto insolito, senz’altro. Certo, Non lasciarmi ha degli elementi distopici, ma lo mettereste tra i romanzi di fantascienza?

Insomma, ho letto The Buried Giant anche perché mi incuriosiva l’idea di uno scrittore che esce dal sentiero battuto per sperimentare un nuovo genere, ma non solo. Se prendiamo per buona la banalizzazione per cui da una parte c’è la narrativa letteraria, cioè la Letteratura, tutta tesa a trasmettere un messaggio, e dall’altra quella di genere, che ha come scopo primario l’intrattenimento, possiamo dire che le opere di Ishiguro fanno parte del primo gruppo, mentre la letteratura fantasy è generalmente ascritta al secondo.

Questa naturalmente è un’approssimazione sciocca, una facile generalizzazione, che come tutte le generalizzazioni parte da un fenomeno esistente, reale o percepito che sia. Ma non è di questo che stiamo parlando qui; mi premeva solo sottolineare l’atipicità della scelta di Ishiguro. Atipica la scelta, atipico il risultato.

Prima di cominciare a leggere il romanzo mi aspettavo che gli elementi fantastici sarebbero stati irrilevanti, se non addirittura assenti, ma non è stato così. La magia è qualcosa di reale, tanto più per com’è calata nel contesto storico altomedievale, e altrettanto reali sono le creature soprannaturali che popolano la Britannia. Tutto però è filtrato attraverso il punto di vista dei personaggi, e nell’atmosfera quasi di sogno – un sogno non sempre piacevole – in cui la trama si dipana.

Insomma, siamo molto lontani dall’high fantasy, e personalmente credo vada benissimo così. In The Buried Giant il fantastico non è esaltato, messo su un piedistallo; è lì, punto, e fa parte di quel mondo confuso e a tratti intorpidito in cui si muovono tutti i personaggi. È sovrannaturale, ma questa sua qualità non increspa lo stile di Ishiguro, che rimane sempre coerente con la propria pacatezza.

Paradossalmente, è proprio questo distacco a dare potenza ai momenti più drammatici, che vengono presentati in modo asciutto, dimesso, oppure vengono addirittura saltati e lasciati intravedere a posteriori, a fatto compiuto. Ishiguro rinuncia all’eccezionale, e per quanto controintuitiva, la sua è una scelta ad effetto, che inizialmente può spiazzare, ma attraverso cui costruisce accuratamente la continua ricerca di cui sono protagonisti Axl e Beatrice – e il lettore.

Il gigante sepolto

Ho letto pareri discordanti su questo romanzo, che pare aver lasciato perplessi molti di coloro che ormai da una decina d’anni aspettavano la nuova opera di Ishiguro. Neil Gaiman, che pure loda molto il libro, lo definisce

a novel that’s easy to admire, to respect and to enjoy, but difficult to love

un romanzo che è facile ammirare, da rispettare e da godersi, ma difficile da amare.

Altri recensori sono molto più critici, e hanno da ridire su vari aspetti del libro: l’impianto allegorico che è troppo semplice o troppo oscuro da decifrare, la parlata dei personaggi, stilisticamente molto connotata, l’emergere di alcuni ricordi in determinati momenti del romanzo.

La critica sull’allegoria è giustificata, ma la condivido fino a un certo punto. Alla fine del romanzo possiamo interpretare la storia in modo davvero molto diretto, ma francamente non credo sia tutto lì. Se c’è un livello interpretativo più profondo, e personalmente credo ci sia, beh, è molto difficile da decifrare. A me la cosa non ha dato più di tanto fastidio, un po’ perché The Buried Giant è un libro enigmatico, e poterci rimuginare un po’ prolunga il piacere della lettura e offre interessante materiale di discussione con altri lettori.

Gli altri due aspetti sono cose che potrebbero far storcere il naso, e invece in questo contesto non mi hanno disturbato. È vero che i personaggi si esprimono in modo molto articolato, a volte poco diretto1, ma è parte dell’ambientazione, è molto adeguato alla storia e al modo in cui viene raccontata.

Questo vale anche per l’ultimo punto, l’emergere ad hoc di alcuni ricordi, su cui però vale la pena fare una precisazione. Come ho scritto, questo non è un libro pieno di rivelazioni fulminanti. Quello che emerge dalla nebbia dell’amnesia collettiva emerge lentamente, e Ishiguro prepara l’arrivo di ogni informazione in modo tale che il lettore non si senta mai preso in giro. Al contrario, quando la nebbia dei ricordi si dissipa abbastanza da farci intravedere qualcosa, il più delle volte ci accorgiamo che quella cosa la sapevamo già, che avevamo già capito.

Il registro stilistico e l’uso dell’amnesia sono comunque due aspetti che, assieme ad altri, concorrono nel far sconfinare The Buried Giant dal territorio del romanzo moderno a quello della fiaba e del mito, in una zona difficile da definire.

Pur prestando il fianco a qualche critica, Ishiguro ci offre un libro affascinante e coerente nella sua stranezza, un libro che mescola striscianti inquietudini e suggestioni leggendarie, e che fa della commistione dei due il suo punto di forza. Il gigante sepolto è proprio quella sensazione di minaccia incombente che ci accompagna lungo tutto il romanzo, la sensazione che dietro a quel poco che vediamo ci sia qualcosa di immane, sconosciuto e incontrollabile.

Qualcuno aveva chiesto dell’allegoria?

Eccola qui.

  1. Io poi ho letto il libro in inglese, sulla traduzione italiana non posso pronunciarmi. []
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Il ritorno del lettore

Come scrivevo nell’ultimo e striminzitissimo post, era ora che mi rimettessi a leggere, ancora prima che a scrivere, visto che la prima attività è condizione necessaria, anche se non sufficiente, per la seconda.

Finalmente il tirannico regime del signor T. è caduto, e nell’ultima settimana, complice anche un provvido allontanamento dalla linea internet di casa, ho potuto immergermi nella lettura come non facevo da tempo. Era da qualche mese che leggevo poco e male, appena una mezza dozzina di pagine ogni sera prima che gli occhi si chiudessero da soli; affrontare in questo modo un romanzo significa rovinarselo, ed è un peccato, oltre che una perdita di tempo.

Ma ho scoperto con piacere che, sotto un po’ di polvere, il mio smalto di lettore era quello di sempre, che il lungo digiuno non lo aveva corroso. Nell’ultima settimana ho divorato quattro romanzi scelti un po’ a caso dalla lista d’attesa, quella che da gennaio ha continuato ad allungarsi senza accorciarsi quasi mai.

È di questi romanzi che scriverò nei prossimi post, un po’ per scambiare opinioni con chi li ha già letti o li leggerà, un po’ per dare qualche idea a chi non ha titoli in programma per quest’estate, un po’ per celebrare questa piccola rinascita estiva. È stato un lungo inverno.

Ned Stark

«Dimmi di più.»

La piccola rassegna comincerà con un romanzo così recente che non è ancora uscito in Italia: si tratta di The Buried Giant, di Kazuo Ishiguro, e dovrebbe arrivare nelle librerie all’inizio di settembre con il titolo Il gigante sepolto. Quella su Sudare Inchiostro, quindi, sarà una delle prime recensioni in italiano che potrete trovare nel web.

Vi vedo giustamente impressionati.

Come lui.

L’attesa non sarà lunga. Promesso.

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Timida ripresa estiva

Il signor T.1 si sta dando una calmata; a breve tornerò operativo.

Nel frattempo, prima di rimettermi a scrivere, mi rimetto a leggere.

Un po’ di vacanza mai, eh?

  1. Ne parlavamo qui per la prima volta. []
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Quattro film

Il signor T. sta allentando la presa, o meglio, sto depennando una dopo l’altra le troppe consegne, e comincio a vedere la fine del tunnel. Sto scrivendo molto, ma è tutto per il signor T.; il progetto principale langue, e l’unica consolazione è che, avendo già pronta la trama ad un livello abbastanza dettagliato, riuscirò a riprendere il ritmo in tempi brevi anche dopo tutte queste settimane di lavori forzati.

Oltre la scrittura, l’altra attività di base che ha risentito delle imposizioni del signor T. è la lettura. Da quando mi sono trovato a dover sottostare a questo tiranno capriccioso, ho un libro – bello – che non si schioda dal comodino, ed è diventato strumento di tortura, in uno stillicidio da una pagina a sera.

Per questioni di tempo ed energie, quindi, gli unici libri che riesco a leggere sono film.

Come al solito, qui su Sudare Inchiostro non pretendiamo di dare una raffinata analisi cinematografica. Pretendiamo al limite di usare il plurale maiestatis di tanto in tanto, quando viene, ma soprattutto offriamo un punto di vista più legato alla narrativa e alla scrittura.

I film di cui parliamo oggi, quindi, li guardiamo con l’occhio critico di uno scrittore che ancora non ha scritto niente, uno sfaccendato che sa apprezzare una buona inquadratura ma che scuote la testa di fronte alla metà delle battute dicendo – o pensando – che quel film l’avrebbe sceneggiato meglio lui. Posto questo, ho cercato di portare alla vostra augusta attenzione dei titoli che avessero a che fare con quello di cui ci occupiamo. Insomma, qui si lavora anche quando ci si diverte.

Vediamo allora che film vi propino.

Third person

Smessa la scintillante armatura da Zeus medievale (ugh), smesso il kraken, (che un po’ s’è risentito, poverino), Liam Neeson incappa nell’ennesimo progetto e accetta alla cieca, ignaro del fatto che quel film non farà schifo.

Avete presente Crash? Io ne conservavo un ottimo ricordo, e non tanto per gli Oscar vinti1, quanto per la capacità di tenere il conflitto sempre a livelli alti, di gestire diverse linee narrative in modo solido e, non da ultimo, di affrontare un tema come il razzismo senza scivolare nella retorica. Poi oh, questo è quello che mi ricordo, ma che ne sapevo io nel 2006?

Ecco, Third person è dello stesso regista di Crash. Anche qui abbiamo diverse linee narrative, per la precisione tre; all’inizio sembrano completamente separate, poi si cominciano a notare alcuni punti di contatto, e poi mi chiudo in un silenzio antispoiler.

È particolarmente on topic2 qui su Sudare Inchiostro perché parla di uno scrittore e dell’annoso rapporto individuo/realtà/finzione. Parla anche d’altro, e infatti non è per niente un film da addetti ai lavori.

Vi avverto, a metà visione vi prenderà un senso strisciante di paura. Le cose cominciano a farsi enigmatiche, e dallo scantinato della nostra memoria proviene la risata di J.J. Abrams che ci promette il trionfo del nonsense e delle spiegazioni mancate, in stile Lost.

Non date retta a J.J., in Third person alla fine i pezzi vanno a posto, e anche se qualche interrogativo rimane semiaperto, la sensazione è che sia una cosa voluta, e allo spettatore sono dati tutti gli strumenti per rispondere. In conclusione, promosso.

«Liberate il –» «Liam, non c’è nessun kraken in questo film.» «…» «E togliti l’armatura, per favore.»

Il racconto dei racconti

Ma torniamo in patria. Presentato al Festival di Cannes, Il racconto dei racconti è un progetto ambizioso: trasporre delle fiabe italiane secentesche sul grande schermo. Per una recensione come si deve, consiglio vivamente la lettura di quella apparsa sulla rivista di cinema da combattimento più nota del web. Mi riallaccio a quello che scrive Jackie Lang proprio in questa recensione: c’è un grande distacco dai personaggi, non c’è immedesimazione.

Questo è vero, e credo sia dato dalla scelta di non modificare troppo le fiabe originali, di non rimodellarle sui canoni della narrativa di oggi. Per questo, Il racconto dei racconti è un film strano: il tono è proprio quello della fiaba, e l’ andamento della vicenda ha molto poco a che fare con la dimensione del romanzo, poiché non ne condivide la forma e la finalità.

Lo consiglio? Più sì che no. È un esperimento interessante, e può dare spunto per riflessioni interessanti sull’adattabilità dei racconti popolari.

Youth

Restiamo a Cannes, ma restiamo anche in Italia. Vi era piaciuto La grande bellezza? Ecco, la mia impressione è che Sorrentino abbia voluto fare un altro film “artistico”, ma questa volta osando di più sul versante narrativo.

Mi spiego meglio. La grande bellezza è un film statico, fatto di quadri – non solo visivi, ma anche situazionali – in cui il protagonista mette piede, una scena dopo l’altra. I personaggi stessi sono statici, e anche da questo deriva la malinconia che permea il film.

Youth è più dinamico; quasi tutti i personaggi principali evolvono nel corso del film, spesso positivamente. Questo però ha messo a nudo un difetto molto italiano, ossia la sceneggiatura così così. Spiccano almeno due o tre as you know, Bob di quelli grossi, eclatanti, da manuale, e in molti punti l’affettazione delle battute è davvero esagerata; la ricerca del contenuto elevato ha portato gli sceneggiatori a mettere in bocca ai personaggi frasi davvero troppo artefatte, anche per un film dal taglio volutamente artistico.

In un paio di scene potrei giurare di aver visto Baricco alzare il pollice a bordo inquadratura.

Consigliato? Dipende dai vostri gusti. Come La grande bellezza, è un film che si apprezza, più che un film che piace.

Da spettatore relativamente ignorante di cinema e comunque poco orientato verso l’essai, posso dire che Youth mi è sembrato peggiore de La grande bellezza, ma forse mi è piaciuto di più, perché certi dialoghi evidentemente difettosi hanno finito per farmi tenerezza, e perché in fondo qui c’è un arco narrativo più evidente.

«Amico merlo indiano, ti ho mai detto di quella volta che –» «Ero con te.» «Ah, già.»

Cinquanta sfumature di grigio

Chiudiamo col botto e col masochismo. Il mio, non quello di Anastasia Steele.

Ho dovuto, dovuto vedere Gary Stu debuttare anche al cinema. Che dire? Un film brutto quanto il libro, forse un po’ meno per via delle parti tagliate. Naturalmente tutte le parti relative ai pensieri della protagonista sono assenti, e questo non può che migliorare l’opera nel suo complesso, che resta comunque sessista, diseducativa e fondamentalmente stupida.

Proprio perché i pensieri della protagonista non sono rappresentati, l’Anastasia del libro è un po’ diversa da quella del film: più sciocca e irritante quella di cellulosa, più pesciazzo lesso quella di celluloide.

Guardare questo film ha una sua utilità, soprattutto per gli autori alle prime armi. Vedere le scene del libro interpretate senza commento della protagonista fa capire davvero quanto la vicenda nel suo complesso sia insulsa.

Potrei farci una recensione completa? Forse sì, ma anche no. Perché no, chiedete? Permettetemi di citare i capelli perfetti e ramati di Christian Grey: perché io valgo.

Aspettiamo con ansia il mashup “50 Shades of Thrones”. Chi vuole intendere…

  1. E che Oscar: miglior film, miglior sceneggiatura originale, miglior montaggio. []
  2. Si può dire? []
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Quattro anni di sudore

Si chiude il quarto anno di Sudare Inchiostro, ed è tempo di bilanci e previsioni.

Da un lato è stato un anno bruttarello, per alcune questioni personali e professionali che hanno fagocitato, oltre che preziose energie, soprattutto moltissimo tempo. Una di queste, un famigerato corso abilitante che molto letterariamente chiameremo il signor T., continua ad essere una fucina di frustrazioni alimentata a tempo.

Tra le altre cose, il signor T. esige dal sottoscritto la produzione di varie scartoffie dall’utilità opinabile, e quelle sono tutte cartelle che vanno a sostituirsi, almeno in parte, a quelle che stenderei per il progetto in corso.

Ma quest’ultimo anno non è tutto da buttare. Ho finalmente cominciato il suddetto progetto, e arrivato a buona parte della prima stesura sono ancora convinto della sua validità. E visti i tre romanzicidi che appesantiscono la mia fedina penale, direi che non è poco.

Ho migliorato la produttività con una nuova modalità di lavoro, o meglio con una semplice migrazione giornaliera. Anche questo non è poco.

E allora siate comprensivi, e lasciatemi fare un’operazione da storico della letteratura. Uno di quelli di una volta, che davano ai momenti letterari nomi tipo “preromanticismo”, come se all’epoca ci si stesse preparando per il romanticismo, come se si sapesse già cosa sarebbe arrivato.

Ecco, allora quest’anno appena concluso lasciatemelo chiamare il pre-quinto. Io lo so già che cosa arriverà, soltanto non so come, e non so quando. Non mi resta che rimboccarmi le maniche. E via di sudore.

"Quanti anni hai, piccolo?" "Pre-cinque."

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Un saluto

Oggi è morto Sir Terry Pratchett.

È morto mentre tenevo una lezione del mio corso di scrittura.

E ci potrei anche leggere qualche coincidenza, dietro, se non fosse che sono un fan di Pratchett, e che ricordo bene la lezione del filosofo Didactylus.

Things just happen, what the hell.

<3

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Un trasloco proficuo

Tutto procede. A rilento, ma procede.

Certo, uno si fa un piano di lavoro e poi non è che riesce a rispettarlo così, come se niente fosse. Ci si mette il lavoro pagabollette, a disturbarlo. Ci si mette l’eventuale studio per l’eventuale corso di laurea/master/corso di formazione/concorso. Ci si mettono le fisiologiche beghe della vita di tutti i giorni – oh, la trivialità, nemesi di noi Grandi Autori! – che sono sempre più immediate e concrete della pagina da scrivere, e perciò finiscono per avere la priorità.

Ma soprattutto ci si mette il Wi-Fi.

Sul serio, il Wi-Fi è il male.

Che insomma, no, ce lo possiamo dire, uno si fa mille scuse, e il lavoro qui, e l’esame lì, sì sì, tutto vero. Ma il Wi-Fi. E poi certo che un Tolstoj ti scriveva mille pagine come se niente fosse.

Mettetevi al posto suo, cioè in un’isba persa nella ridente steppa russa, seduti allo scrittoio. Finite di vergare pagina boh, seicentoquarantadue, e una vocina nella vostra testa vi dice che potreste anche concedervi una breve distrazione. Andate al frigorifero, e –

Scherzavo. Naturalmente non c’è frigorifero. C’è la dispensa, però, che ha una temperatura da congelatore, e prendete il necessario per uno snack goloso e genuino, diciamo dello strutto e del pane di segale.

Vi godete lo spuntino, ma tempo due minuti – giusto per permettere allo strutto di scongelarsi al calore del vostro fiato, riacquistando un po’ di spalmabilità – e siete tornati allo scrittoio. Della breve distrazione che vi eravate ripromessi nessuna traccia. Staccate qualche scheggia dai tronchi che formano le pareti e inscenate una versione riveduta della prima puntata di Game Of Thrones, ma poi non riuscite più a distinguere i protagonisti dalle loro spade, e vi stufate. Il vostro interesse viene catturato dall’oscillare delle fronde di due betulle che si ergono solitarie all’orizzonte. Tempo totale di distrazione, cinque minuti.

A questo punto, siete grati di potervi rimettere al lavoro, e oh se lavorate. Magari lentamente, ma lavorate.

Non una notifica di Faccialibro a distogliervi dalla vostra prosa torrenziale.

Non una serie di foto di gatti a rubarvi preziosi minuti di luce solare.

Solo voi, la steppa sconfinata, e la bocca che sa di strutto.

Gustoso e genuino!

Ecco, tutto questo per dire che a volte la baracca non basta, se ci arriva la connessione internet, e bisogna trasferirsi in un posto ancora più isolato. Io ho trovato la mia isba, e cerco di passarci più tempo possibile.

Per la prima volta da un po’ di tempo, la Musa sorride, soddisfatta di me.

Non ha visto lo smartphone che ho in tasca.

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La ricompensa

Come primo articolo di questo 2015 avevo in mente qualcosa di un po’ più corposo rispetto alle ultimi post. Ma come si suol dire, il blogger pianifica, la blogosfera ride.

Rimando i buoni propositi almeno a fine febbraio, ma anche a fine marzo, ma anche a fine aprile (2016), però mi dispiacerebbe non postare niente.

Vi propongo quindi un piccolo gioiellino che sono andato a riesumare per l’occasione.

Certo, il medium è diverso rispetto a quello di cui solitamente parliamo qui su Sudare Inchiostro, ma si tratta pur sempre di narrativa, e chi ha voglia di imparare può trovarci spunti molto interessanti. In particolare, questo cortometraggio vi dimostra come in una brevissima opera di narrativa si possano fare, tutte insieme, le seguenti cose:

  • raccontare una storia coerente e autoconclusiva
  • caratterizzare i personaggi
    • senza che questi dicano una sola linea di dialogo
  • trasmettere un messaggio (ovvove!) positivo, ma
    • in maniera non stucchevole
  • non prendersi troppo sul serio, riuscendo comunque ad appassionare
  • cacciarvi la sorpresa dopo i titoli di coda.

E il tutto in meno di dieci minuti.

Scusate se è poco.

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