Il ritorno del lettore

Come scrivevo nell’ultimo e striminzitissimo post, era ora che mi rimettessi a leggere, ancora prima che a scrivere, visto che la prima attività è condizione necessaria, anche se non sufficiente, per la seconda.

Finalmente il tirannico regime del signor T. è caduto, e nell’ultima settimana, complice anche un provvido allontanamento dalla linea internet di casa, ho potuto immergermi nella lettura come non facevo da tempo. Era da qualche mese che leggevo poco e male, appena una mezza dozzina di pagine ogni sera prima che gli occhi si chiudessero da soli; affrontare in questo modo un romanzo significa rovinarselo, ed è un peccato, oltre che una perdita di tempo.

Ma ho scoperto con piacere che, sotto un po’ di polvere, il mio smalto di lettore era quello di sempre, che il lungo digiuno non lo aveva corroso. Nell’ultima settimana ho divorato quattro romanzi scelti un po’ a caso dalla lista d’attesa, quella che da gennaio ha continuato ad allungarsi senza accorciarsi quasi mai.

È di questi romanzi che scriverò nei prossimi post, un po’ per scambiare opinioni con chi li ha già letti o li leggerà, un po’ per dare qualche idea a chi non ha titoli in programma per quest’estate, un po’ per celebrare questa piccola rinascita estiva. È stato un lungo inverno.

Ned Stark

«Dimmi di più.»

La piccola rassegna comincerà con un romanzo così recente che non è ancora uscito in Italia: si tratta di The Buried Giant, di Kazuo Ishiguro, e dovrebbe arrivare nelle librerie all’inizio di settembre con il titolo Il gigante sepolto. Quella su Sudare Inchiostro, quindi, sarà una delle prime recensioni in italiano che potrete trovare nel web.

Vi vedo giustamente impressionati.

Come lui.

L’attesa non sarà lunga. Promesso.

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Timida ripresa estiva

Il signor T.1 si sta dando una calmata; a breve tornerò operativo.

Nel frattempo, prima di rimettermi a scrivere, mi rimetto a leggere.

Un po’ di vacanza mai, eh?

  1. Ne parlavamo qui per la prima volta. []
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Quattro film

Il signor T. sta allentando la presa, o meglio, sto depennando una dopo l’altra le troppe consegne, e comincio a vedere la fine del tunnel. Sto scrivendo molto, ma è tutto per il signor T.; il progetto principale langue, e l’unica consolazione è che, avendo già pronta la trama ad un livello abbastanza dettagliato, riuscirò a riprendere il ritmo in tempi brevi anche dopo tutte queste settimane di lavori forzati.

Oltre la scrittura, l’altra attività di base che ha risentito delle imposizioni del signor T. è la lettura. Da quando mi sono trovato a dover sottostare a questo tiranno capriccioso, ho un libro – bello – che non si schioda dal comodino, ed è diventato strumento di tortura, in uno stillicidio da una pagina a sera.

Per questioni di tempo ed energie, quindi, gli unici libri che riesco a leggere sono film.

Come al solito, qui su Sudare Inchiostro non pretendiamo di dare una raffinata analisi cinematografica. Pretendiamo al limite di usare il plurale maiestatis di tanto in tanto, quando viene, ma soprattutto offriamo un punto di vista più legato alla narrativa e alla scrittura.

I film di cui parliamo oggi, quindi, li guardiamo con l’occhio critico di uno scrittore che ancora non ha scritto niente, uno sfaccendato che sa apprezzare una buona inquadratura ma che scuote la testa di fronte alla metà delle battute dicendo – o pensando – che quel film l’avrebbe sceneggiato meglio lui. Posto questo, ho cercato di portare alla vostra augusta attenzione dei titoli che avessero a che fare con quello di cui ci occupiamo. Insomma, qui si lavora anche quando ci si diverte.

Vediamo allora che film vi propino.

Third person

Smessa la scintillante armatura da Zeus medievale (ugh), smesso il kraken, (che un po’ s’è risentito, poverino), Liam Neeson incappa nell’ennesimo progetto e accetta alla cieca, ignaro del fatto che quel film non farà schifo.

Avete presente Crash? Io ne conservavo un ottimo ricordo, e non tanto per gli Oscar vinti1, quanto per la capacità di tenere il conflitto sempre a livelli alti, di gestire diverse linee narrative in modo solido e, non da ultimo, di affrontare un tema come il razzismo senza scivolare nella retorica. Poi oh, questo è quello che mi ricordo, ma che ne sapevo io nel 2006?

Ecco, Third person è dello stesso regista di Crash. Anche qui abbiamo diverse linee narrative, per la precisione tre; all’inizio sembrano completamente separate, poi si cominciano a notare alcuni punti di contatto, e poi mi chiudo in un silenzio antispoiler.

È particolarmente on topic2 qui su Sudare Inchiostro perché parla di uno scrittore e dell’annoso rapporto individuo/realtà/finzione. Parla anche d’altro, e infatti non è per niente un film da addetti ai lavori.

Vi avverto, a metà visione vi prenderà un senso strisciante di paura. Le cose cominciano a farsi enigmatiche, e dallo scantinato della nostra memoria proviene la risata di J.J. Abrams che ci promette il trionfo del nonsense e delle spiegazioni mancate, in stile Lost.

Non date retta a J.J., in Third person alla fine i pezzi vanno a posto, e anche se qualche interrogativo rimane semiaperto, la sensazione è che sia una cosa voluta, e allo spettatore sono dati tutti gli strumenti per rispondere. In conclusione, promosso.

«Liberate il –» «Liam, non c’è nessun kraken in questo film.» «…» «E togliti l’armatura, per favore.»

Il racconto dei racconti

Ma torniamo in patria. Presentato al Festival di Cannes, Il racconto dei racconti è un progetto ambizioso: trasporre delle fiabe italiane secentesche sul grande schermo. Per una recensione come si deve, consiglio vivamente la lettura di quella apparsa sulla rivista di cinema da combattimento più nota del web. Mi riallaccio a quello che scrive Jackie Lang proprio in questa recensione: c’è un grande distacco dai personaggi, non c’è immedesimazione.

Questo è vero, e credo sia dato dalla scelta di non modificare troppo le fiabe originali, di non rimodellarle sui canoni della narrativa di oggi. Per questo, Il racconto dei racconti è un film strano: il tono è proprio quello della fiaba, e l’ andamento della vicenda ha molto poco a che fare con la dimensione del romanzo, poiché non ne condivide la forma e la finalità.

Lo consiglio? Più sì che no. È un esperimento interessante, e può dare spunto per riflessioni interessanti sull’adattabilità dei racconti popolari.

Youth

Restiamo a Cannes, ma restiamo anche in Italia. Vi era piaciuto La grande bellezza? Ecco, la mia impressione è che Sorrentino abbia voluto fare un altro film “artistico”, ma questa volta osando di più sul versante narrativo.

Mi spiego meglio. La grande bellezza è un film statico, fatto di quadri – non solo visivi, ma anche situazionali – in cui il protagonista mette piede, una scena dopo l’altra. I personaggi stessi sono statici, e anche da questo deriva la malinconia che permea il film.

Youth è più dinamico; quasi tutti i personaggi principali evolvono nel corso del film, spesso positivamente. Questo però ha messo a nudo un difetto molto italiano, ossia la sceneggiatura così così. Spiccano almeno due o tre as you know, Bob di quelli grossi, eclatanti, da manuale, e in molti punti l’affettazione delle battute è davvero esagerata; la ricerca del contenuto elevato ha portato gli sceneggiatori a mettere in bocca ai personaggi frasi davvero troppo artefatte, anche per un film dal taglio volutamente artistico.

In un paio di scene potrei giurare di aver visto Baricco alzare il pollice a bordo inquadratura.

Consigliato? Dipende dai vostri gusti. Come La grande bellezza, è un film che si apprezza, più che un film che piace.

Da spettatore relativamente ignorante di cinema e comunque poco orientato verso l’essai, posso dire che Youth mi è sembrato peggiore de La grande bellezza, ma forse mi è piaciuto di più, perché certi dialoghi evidentemente difettosi hanno finito per farmi tenerezza, e perché in fondo qui c’è un arco narrativo più evidente.

«Amico merlo indiano, ti ho mai detto di quella volta che –» «Ero con te.» «Ah, già.»

Cinquanta sfumature di grigio

Chiudiamo col botto e col masochismo. Il mio, non quello di Anastasia Steele.

Ho dovuto, dovuto vedere Gary Stu debuttare anche al cinema. Che dire? Un film brutto quanto il libro, forse un po’ meno per via delle parti tagliate. Naturalmente tutte le parti relative ai pensieri della protagonista sono assenti, e questo non può che migliorare l’opera nel suo complesso, che resta comunque sessista, diseducativa e fondamentalmente stupida.

Proprio perché i pensieri della protagonista non sono rappresentati, l’Anastasia del libro è un po’ diversa da quella del film: più sciocca e irritante quella di cellulosa, più pesciazzo lesso quella di celluloide.

Guardare questo film ha una sua utilità, soprattutto per gli autori alle prime armi. Vedere le scene del libro interpretate senza commento della protagonista fa capire davvero quanto la vicenda nel suo complesso sia insulsa.

Potrei farci una recensione completa? Forse sì, ma anche no. Perché no, chiedete? Permettetemi di citare i capelli perfetti e ramati di Christian Grey: perché io valgo.

Aspettiamo con ansia il mashup “50 Shades of Thrones”. Chi vuole intendere…

  1. E che Oscar: miglior film, miglior sceneggiatura originale, miglior montaggio. []
  2. Si può dire? []
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Quattro anni di sudore

Si chiude il quarto anno di Sudare Inchiostro, ed è tempo di bilanci e previsioni.

Da un lato è stato un anno bruttarello, per alcune questioni personali e professionali che hanno fagocitato, oltre che preziose energie, soprattutto moltissimo tempo. Una di queste, un famigerato corso abilitante che molto letterariamente chiameremo il signor T., continua ad essere una fucina di frustrazioni alimentata a tempo.

Tra le altre cose, il signor T. esige dal sottoscritto la produzione di varie scartoffie dall’utilità opinabile, e quelle sono tutte cartelle che vanno a sostituirsi, almeno in parte, a quelle che stenderei per il progetto in corso.

Ma quest’ultimo anno non è tutto da buttare. Ho finalmente cominciato il suddetto progetto, e arrivato a buona parte della prima stesura sono ancora convinto della sua validità. E visti i tre romanzicidi che appesantiscono la mia fedina penale, direi che non è poco.

Ho migliorato la produttività con una nuova modalità di lavoro, o meglio con una semplice migrazione giornaliera. Anche questo non è poco.

E allora siate comprensivi, e lasciatemi fare un’operazione da storico della letteratura. Uno di quelli di una volta, che davano ai momenti letterari nomi tipo “preromanticismo”, come se all’epoca ci si stesse preparando per il romanticismo, come se si sapesse già cosa sarebbe arrivato.

Ecco, allora quest’anno appena concluso lasciatemelo chiamare il pre-quinto. Io lo so già che cosa arriverà, soltanto non so come, e non so quando. Non mi resta che rimboccarmi le maniche. E via di sudore.

"Quanti anni hai, piccolo?" "Pre-cinque."

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Un saluto

Oggi è morto Sir Terry Pratchett.

È morto mentre tenevo una lezione del mio corso di scrittura.

E ci potrei anche leggere qualche coincidenza, dietro, se non fosse che sono un fan di Pratchett, e che ricordo bene la lezione del filosofo Didactylus.

Things just happen, what the hell.

<3

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Un trasloco proficuo

Tutto procede. A rilento, ma procede.

Certo, uno si fa un piano di lavoro e poi non è che riesce a rispettarlo così, come se niente fosse. Ci si mette il lavoro pagabollette, a disturbarlo. Ci si mette l’eventuale studio per l’eventuale corso di laurea/master/corso di formazione/concorso. Ci si mettono le fisiologiche beghe della vita di tutti i giorni – oh, la trivialità, nemesi di noi Grandi Autori! – che sono sempre più immediate e concrete della pagina da scrivere, e perciò finiscono per avere la priorità.

Ma soprattutto ci si mette il Wi-Fi.

Sul serio, il Wi-Fi è il male.

Che insomma, no, ce lo possiamo dire, uno si fa mille scuse, e il lavoro qui, e l’esame lì, sì sì, tutto vero. Ma il Wi-Fi. E poi certo che un Tolstoj ti scriveva mille pagine come se niente fosse.

Mettetevi al posto suo, cioè in un’isba persa nella ridente steppa russa, seduti allo scrittoio. Finite di vergare pagina boh, seicentoquarantadue, e una vocina nella vostra testa vi dice che potreste anche concedervi una breve distrazione. Andate al frigorifero, e –

Scherzavo. Naturalmente non c’è frigorifero. C’è la dispensa, però, che ha una temperatura da congelatore, e prendete il necessario per uno snack goloso e genuino, diciamo dello strutto e del pane di segale.

Vi godete lo spuntino, ma tempo due minuti – giusto per permettere allo strutto di scongelarsi al calore del vostro fiato, riacquistando un po’ di spalmabilità – e siete tornati allo scrittoio. Della breve distrazione che vi eravate ripromessi nessuna traccia. Staccate qualche scheggia dai tronchi che formano le pareti e inscenate una versione riveduta della prima puntata di Game Of Thrones, ma poi non riuscite più a distinguere i protagonisti dalle loro spade, e vi stufate. Il vostro interesse viene catturato dall’oscillare delle fronde di due betulle che si ergono solitarie all’orizzonte. Tempo totale di distrazione, cinque minuti.

A questo punto, siete grati di potervi rimettere al lavoro, e oh se lavorate. Magari lentamente, ma lavorate.

Non una notifica di Faccialibro a distogliervi dalla vostra prosa torrenziale.

Non una serie di foto di gatti a rubarvi preziosi minuti di luce solare.

Solo voi, la steppa sconfinata, e la bocca che sa di strutto.

Gustoso e genuino!

Ecco, tutto questo per dire che a volte la baracca non basta, se ci arriva la connessione internet, e bisogna trasferirsi in un posto ancora più isolato. Io ho trovato la mia isba, e cerco di passarci più tempo possibile.

Per la prima volta da un po’ di tempo, la Musa sorride, soddisfatta di me.

Non ha visto lo smartphone che ho in tasca.

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La ricompensa

Come primo articolo di questo 2015 avevo in mente qualcosa di un po’ più corposo rispetto alle ultimi post. Ma come si suol dire, il blogger pianifica, la blogosfera ride.

Rimando i buoni propositi almeno a fine febbraio, ma anche a fine marzo, ma anche a fine aprile (2016), però mi dispiacerebbe non postare niente.

Vi propongo quindi un piccolo gioiellino che sono andato a riesumare per l’occasione.

Certo, il medium è diverso rispetto a quello di cui solitamente parliamo qui su Sudare Inchiostro, ma si tratta pur sempre di narrativa, e chi ha voglia di imparare può trovarci spunti molto interessanti. In particolare, questo cortometraggio vi dimostra come in una brevissima opera di narrativa si possano fare, tutte insieme, le seguenti cose:

  • raccontare una storia coerente e autoconclusiva
  • caratterizzare i personaggi
    • senza che questi dicano una sola linea di dialogo
  • trasmettere un messaggio (ovvove!) positivo, ma
    • in maniera non stucchevole
  • non prendersi troppo sul serio, riuscendo comunque ad appassionare
  • cacciarvi la sorpresa dopo i titoli di coda.

E il tutto in meno di dieci minuti.

Scusate se è poco.

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Natale a San Guinario – 4° puntata

È Natale, e chi siamo noi per interrompere le tradizioni? Anche quest’anno la vigilia si passa a San Guinario.

A chi fosse nuovo del blog consiglio, come al solito, la lettura preventiva delle puntate precedenti: la prima, la seconda e la terza.

Natale a San Guinario

Il professor Malicius entra nello studio e va a sedersi dietro la grande scrivania in mogano. Squadra i due studenti seduti davanti a lui.

«I fratelli Grinci, suppongo. Bianca e… Fausto, corretto?»

I due annuiscono.

«Il Direttore mi aveva detto che vi avrebbe mandati da me per un provvedimento disciplinare.»

Uno specchio dalla cornice dorata è posato sulla scrivania, assieme a una busta con il sigillo dell’Accademia. Malicius apre la busta, ne estrae il rapporto ufficiale e lo legge ad alta voce. «Possesso, in assenza del regolare permesso rilasciato dalla Segreteria, di manufatto lesivo dell’integrità morale dell’Accademia.»

Posa il foglio e prende in mano lo specchio e lo soppesa.

«“Lesivo dell’integrità morale”.» ripete «Sono proprio curioso di sapere cosa fa questa cianfrusaglia.»

«Non è una cianfrusaglia!» scatta Fausto «Lei non si può permettere di –»

La sorella lo ha fermato posandogli una mano sul braccio. Lui si appoggia allo schienale, rosso in viso, stringendo i braccioli della poltroncina.

«Quello che mio fratello sta cercando di dire» interviene Bianca, con un sorriso conciliante «È che si tratta di un cimelio di famiglia, di grande valore affettivo.»

Malicius si rigira lo specchio ovale tra le mani. La cornice d’ottone è decorata da demonietti dalle ali di pipistrello che con i loro forconi tormentano dei dannati. In cima campeggia un teschio ghignante.

«Questo non vi autorizza ad introdurlo nell’Accademia senza permesso, se si tratta di un manufatto magico.»

«Posso spiegare.» dice Bianca «Noi non sapevamo che ci sarebbe arrivato. È stata una sorpresa.»

«Sorpresa?»

«Un regalo… ha presente, no…»

Malicius solleva un sopracciglio. «No, non ho presente. Mi illumini.»

«Un regalo di Natale. Da parte di nostro padre. Nulla di irregolare.»

Malicius sospira. Ecco il risultato di tanto lassismo nelle politiche dell’Accademia. Si dichiara tollerabile – tollerabile, non incoraggiata – la pratica di dare e ricevere doni per Natale, e subito la posta in entrata contiene manufatti magici. Ma del resto le parole del Direttore sono state chiare: “Che cattivi speriamo di formare se li cresciamo al riparo dal consumismo?”. Parole chiarissime, ispirate dal disinteressato omaggio in denaro fattogli dalla multinazionale Oration Corp..

«A quanto pare qualcosa di irregolare c’è. Allora, devo leggermi il rapporto per intero o mi dite voi il motivo per cui stiamo perdendo il mio prezioso tempo?»

«È Gruggul, lo Specchio del Misfatto.» spiega Fausto «Sa risolvere qualsiasi dilemma che un cattivo si può porre in merito alla propria condotta.»

Malicius ride. Una sincera, tonante, malvagia risata, che si perde verso il buio soffitto dello studio. Ora è chiaro perché il Direttore li ha mandati da lui.

«Dunque intendevate superare il mio esame con questo affare da due soldi trovato su chissà quale bancarella.»

Fausto avvampa ancora, ma si contiene. «Nostro padre lo ha ritrovato nel castello di famiglia dopo mesi di ricerche.»

«Ah, davvero?»

«Mette in dubbio la parola di Augusto Grinci?»

«Io credo» interviene Bianca, con un ghigno beffardo «che lei abbia paura di Gruggul, Specchio del Misfatto, perché se si possiede Gruggul non serve neanche seguirlo, il suo corso. Anzi, Gruggul potrebbe tenere il suo corso di Teoria del Male meglio di lei.»

Malicius si appoggia allo schienale, i gomiti appoggiati sui braccioli e i polpastrelli uniti di fronte a sé. «Attivi lo specchio, signorina Grinci.»

Bianca rimane interdetta per un istante, poi si riscuote, inspira a fondo e declama: «Ok, Gruggul.»

Un turbine lattiginoso anima lo specchio.

«È la formula di avvio.» sussurra Bianca a Malicius «Faccia pure una domanda.»

«Molto bene, cominciamo con qualcosa di facile.» risponde lui, e si rivolge allo specchio «Qual è la divinità che più incarna l’opposto del Male?»

«Babbo Natale.» risponde una suadente voce femminile, leggermente distorta.

«Come mai?»

«Babbo Natale premia anche chi non crede in lui. Le offerte che gli si fanno sono del tutto opzionali, e nei rari casi in cui punisce qualcuno, lo fa solo attraverso metodiche di punizione negativa – vale a dire, la privazione di un dono ancora non recapitato. E l’applicazione di tali provvedimenti ha visto negli anni un progressivo calo, tanto che oggi la loro frequenza percentuale ammonta approssimativamente a zero.»

«Molto bene, Gruggul, ottima risposta.»

«Grazie.»

Malicius indirizza uno sguardo di ammirazione a Bianca, che dà di gomito al fratello, visibilmente soddisfatta.

«Ok Gruggul, vediamo qualcosa di più complesso.» dice Malicius «Come faccio ad essere un bravo Cattivo?»

«Ti devi opporre al Bene, ossia alle azioni di chi è Buono.»

«Dimmi, il nemico del mio nemico è mio amico?»

«Sì.»

«Ma mettiamo che il mio nemico sia malvagio e il suo nemico sia un Buono. Sarebbe ancora mio amico?»

«No. Si suggerisce un’alleanza pro tempore con il Buono e un successivo tradimento.»

«Ok Gruggul, ma non mi è chiara una cosa: se io sono malvagio, è giusto che combatta contro altri malvagi?»

La foschia sullo specchio si mette a vorticare più velocemente.

«Attendere. Caricamento.» dice Gruggul. Nell’attesa, dalla bocca del teschio d’ottone parte un bossa nova soffuso, che s’interrompe poco dopo.

«Riformula la domanda, prego.»

«Combattere i malvagi fa di me un buono. Dovrei evitarlo?» chiede Malicius.

«Sì.»

«Ma in questo caso, con i malvagi, sarei buono.»

Lo specchio scricchiola. «Sì.» dice. La distorsione fa gracchiare la voce di Gruggul.

«Ma quindi dovrei combatterli.»

«Sì.»

«Ma questo farebbe di me un Buono.»

«S–.»

La nebbia sullo schermo prende a muoversi a scatti.

«Nell’incertezza, opta per obliterazione totale di ogni forma di vita. Non puoi sbagliare. Non puoi sbagliare.»

«Ma allora resterei da solo, e la nuova morale – l’unica – sarebbe la mia. Quindi sarei un Buono. Peggio, sarei il Bene. Giusto?»

Una spaccatura attraversa la superficie lucida dello specchio, seguita da mille crepe più sottili che si diramano a ragnatela. Bianca diventa pallida come un cencio, mentre a Fausto esce un gemito strozzato.

Malicius si china verso l’interfono e preme il pulsante prima di parlare.

«Guardie.»

Passi pesanti risuonano nel corridoio.

«Ma io non – nostro padre –» comincia Fausto. Sembra davvero mortificato.

«Nella bocca del teschio.» dice Malicius, porgendo lo specchio ai due «Esatto, “Made in Taiwan”.»

Quattro miliziani dell’Accademia irrompono nello studio e prendono per le braccia i fratelli Grinci, sollevandoli senza complimenti.

«Non scordatevi di ringraziare vostro padre a marzo, quando avrete finito la vostra permanenza alla gogna.»

Bianca e Fausto supplicano clemenza mentre vengono trascinati via, e quando la porta dello studio si richiude dietro le solerti guardie Malicius si concede un sorriso. Guarda dietro il rapporto, e trova quello che si aspetta, una scritta tracciata in una grafia familiare.

“Una sorpresa per il mio diavoletto – BB”

Quella storia del Natale, in fondo, comincia a piacergli. Potrebbe persino farci l’abitudine.

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Disciplina regale

Sia detto con tracotanza e totale sprezzo della doppia negazione: duemila parole al giorno non sono niente.

Bum.

«Sicuramente c’è il trucco.» direte voi, e avete ragione. Perché la versione completa e non ad effetto della suddetta frase è: “Duemila parole qualsiasi al giorno non sono niente.”

Rimane il totale sprezzo della doppia negazione, si stempera drammaticamente la tracotanza. Però emerge una certa verità: le famose duemila parole giornaliere, in termini puramente quantitativi, non sono tantissime.

Se ci mettiamo a scrivere tutto quello che ci passa per la testa, o se scriviamo di un argomento che conosciamo bene e che ci appassiona particolarmente, il tutto in un contesto poco formale, raggiungere duemila parole è uno scherzo.

Ma noi ci occupiamo di quei casi in cui la scrittura non è proprio casuale: le duemila parole quotidiane devono inserirsi in un impianto narrativo (più o meno) ampio e (possibilmente) coerente, nonché rispettare i paletti stilistici che ci siamo posti (per esempio focalizzazione e punto di vista).

Ed ecco che la soglia di duemila parole è già ben più lontana.

Tre consigli non richiesti

Ma facciamo un passo indietro. Sì, sto cercando di seguire una rountine à la Stephen King. Non sempre riesco a tenere il ritmo del Re, complice anche il fatto che King guadagna qualcosa come cinquanta fantastilioni al giorno e può dedicare l’intera giornata alla scrittura, però più mi ci incaponisco e più vedo che si tratta anche di una questione d’abitudine.

Un primo consiglio, quindi: non scoraggiatevi se inizialmente la soglia vi sembra troppo alta. Per la prima settimana magari attestatevi sulle 500 parole, poi sulle 1000, e vedrete che entrerete a regime1.

Il secondo consiglio è quello di mettersi al lavoro con le idee già chiare. Non mi riferisco solo alla trama nel suo complesso, ma molto di più alla struttura del capitolo e alla sua eventuale articolazione in scene. Può essere utile, prima di cominciare un nuovo capitolo, stendere un breve elenco di ciò che si scriverà, anche per avere ben chiaro il ruolo di quel capitolo nell’economia della trama (in altre parole, il modo in cui la fa progredire).

Il terzo consiglio è il più utile, e quello più difficile da mettere in pratica. È un principio che, se applicato, rende il lavoro molto più veloce, efficace, e meno pesante. Quando si ha a che fare con la prima stesura, bisogna cercare di mettere a tacere la vocina che sta facendo instant editing nella nostra testa. Non ha senso ruminare per ore le stesse dieci frasi o bloccarsi perché non ci sovviene l’espressione esatta che abbiamo sulla punta della lingua; è molto più produttivo rivedere testo in un secondo momento, magari seguendo gli appunti che abbiamo annotato durante la prima stesura.

Anche perché, non so se l’avete notato, una prima stesura iperruminata non è necessariamente meglio di una prima stesura “veloce”, anzi. La differenza è che nel primo caso vi troverete a correggere cose partorite con dolore, mentre nel secondo non ci penserete due volte a espungere qualcosa che non suona benissimo.

È vero che una prima stesura veloce rischia di contenere sviste più banali, ma è anche vero che probabilmente, dopo la revisione, le frasi scorreranno con maggiore naturalezza, mentre una prosa scritta con uno sforzo immane spesso conserva i segni di quella fatica.

Come al solito, malgrado io usi la prima persona plurale, non è detto che questo valga per tutti. In ogni caso non è una lezione, ma una semplice condivisione della mia esperienza personale. Il terzo consiglio, in particolare, è qualcosa che vorrei saper mettere in pratica meglio, e su cui sto lavorando molto, ma essere in grado di “dimenticare” a comando determinate conoscenze (senza smettere di utilizzarle) è qualcosa che va imparato con la pratica.

E voi avete consigli o trucchi da condividere?

  1. Una considerazione aritmeticamente banale: anche scrivendo “solo” 1000 parole al giorno, nel giro di tre mesi avrete per le mani la prima stesura di un romanzo. []
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Il miglior travestimento

«Io esco.» annuncia Gigi, prendendo il cappotto dall’appendiabiti.

La Musa si blocca a metà di un sollevamento. Il bicipite contratto scintilla più del manubrio da ventotto chili fermo a mezz’aria.

«Non ho sentito bene.»

Gigi si schiarisce la gola e mette su una faccia risoluta. «E-esco, ho detto.»

La Musa posa a terra il manubrio e si alza dal divano.

«Ho g-già dato conferma ai ragazzi.» pigola Gigi, il cappotto infilato a metà.

La Musa afferra la manica ancora vuota e dà uno strattone. Gigi ruota su sé stesso e si ferma barcollante nella posizione iniziale, trovandosi puntato addosso un indice grosso come un salame.

«Io non ho dato nessuna conferma.» ringhia la Musa «Dove vorresti andare?»

«Dai, per favore, gli altri ci vanno tutti!»

«Gli altri hanno un lavoro vero. Allora, dove?»

«Da Beppe, per la festa di Hal–»

«Parole?»

«Duemila e sessantaquattro. Ho appena finito il capi–»

«Costume?»

«Eh?»

«È una festa di Halloween. Da cosa ti vesti?»

Gigi si stringe nelle spalle. «Da niente. Non ho avuto il tempo di prepa–»

«Allora non vale la pena andare. Oggi puoi arrivare a tremila parole, ti porto la cena in studio.»

«No, aspetta, aspetta un momento!»

Gigi corre in camera sua, e torna un attimo dopo.

La Musa fa una smorfia. «E quello sarebbe un travestimento?»

«È un Mantello Lovecraftiano™.»

«Sembri uno scemo.»

«Non hai mai visto la pubblicità? Dai, quella che fa: Mantello Lovecraftiano, il terrore a portata di mano! No?»

«Rimettiti a scrivere.»

«Aspetta, aspetta. Non deve fare paura quando lo vedi, deve fare paura quando qualcuno ti racconta di averlo visto. Prova, dai.»

Le labbra della Musa sono strette in un taglio severo.

«Forza!» insiste Gigi «Prova a descriverlo.»

La Musa si pianta i pugni sui fianchi. «E va bene. Il mantello è…» s’interrompe, e spalanca gli occhi. Gigi ricambia lo sguardo e annuisce con aria complice.

«Visto? Va’ avanti.»

«…è una visione indicibile, allucinata e delirante, un’aberrante scaturigine del più empio e perverso abisso di follia, un aborto osceno che tutto ammorba con la sua fetida corruzione. È puro male.»

La Musa tace, stupefatta per le parole che ha appena pronunciato.

«Te l’avevo detto che funzionava.» dice Gigi, soddisfatto. Descrive un ampio arco con il braccio, avvolgendosi in quel mantello sordido, sacrilego e ripugnante. «Allora, posso andare?»

La Musa riprende il suo contegno severo. «E sentiamo, a che ora vorresti tornare?»

«Verso mezzanot–»

«Dieci e un quarto.»

Gigi infila la porta con uno strillo di giubilo.

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