Tre anni di sudore

E anche questo terzo anno è passato. Volato, più che altro, perché mentre scrivo questo post mi ritrovo a fare un piccolo bilancio e a considerare che in quest’ultimo anno non ho combinato quanto avrei voluto (si scrive “voluto”, ma si legge “dovuto”).

La frequenza dei post è rimasta abbastanza bassa in confronto a quella mantenuta durante il primo anno, ma nonostante questo vedo che continuate ad avventurarvi da queste parti. A voi vanno i miei ringraziamenti per aver dedicato un po’ del vostro tempo ai miei articoli.

Giusto per non lasciarvi a bocca asciutta, vi preannuncio che forse (il grassetto è d’obbligo) nel 2015 ci sarà qualcosa in più da festeggiare, oltre al passaggio di un nuovo anno. Non lascio trapelare spoiler, più che altro perché uno spoiler suona pericolosamente come un impegno preso, ma in cantiere c’è un progetto un po’ particolare che forse vedrà la luce.

Insomma, anche a colpo d’occhio direi che la parola d’ordine del post (e dell’anno) è “forse”. Le candeline sono tre, comunque, e almeno di questo possiamo essere sicuri.

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Schiavi della realtà

Già da bambino mi ero accorto di una cosa importante, ossia che i grandi non capiscono niente. La regola non era sempre valida, naturalmente, ma si applicava ad un aspetto fondamentale della mia vita di fanciullo drogato di libri: le storie.

L’insipienza dei grandi era dimostrabile ogniqualvolta si trovassero a discutere di storie vere. Parlando di un libro o un film non mancavano di aggiungere, quando possibile, «È tratto da una storia vera.», annuendo come chi la sa lunga. A questo punto l’altro adulto annuiva a sua volta ed esprimeva il proprio apprezzamento. Di tanto in tanto lo dicevano anche a me, che un film era tratto da una storia vera, e lo facevano con la faccia di chi si aspetta di suscitare un più vivo interesse. Ecco, questo proprio non lo capivo. Tra le mille cose che potevano convincere un bambino del valore di un’opera, quella era in fondo alla lista. Avrebbero potuto addurre motivazioni molto più efficaci, dicendo cose come:

  • «È tratto da [libro che ti è piaciuto].»
  • «L’attrice protagonista è Alessandra Martines
  • «Contiene un mostro.»
  • «Contiene molti mostri.»
  • «Non è tratto da una storia vera.»

Sì, amavo creature fantastiche ed eroine, alla facciaccia dell’establishment realistico-maschilista. Ero un bambino estremamente schierato. Magari un giorno ritornerò sul grande amore che ha segnato la mia fanciullezza, ma ora proseguiamo con il post (Fantaghirò, se mi stai leggendo, chiamami! Non ti ho mai dimenticata!).

Dove eravamo rimasti? Ah, sì. Mi avrebbero potuto dire una qualsiasi di queste cose.

E invece no: «È tratto da una storia vera, sai.».

Il me bambino ascoltava quella moscia rivelazione con un sorriso condiscendente, preparandosi a sciropparsi un polpettone carico di mestizia e inevitabile biografismo.

Senza mostri.

Senza indimenticabili eroine con i capelli a scodella.

Senza senso.

E poiché il me bambino era già dotato di una precocissima inclinazione per l’oratoria, non in una pacata osservazione si riassumeva il mio pensiero, ma in una stringentissima domanda retorica: “Se devi raccontare una storia, perché rovinare l’occasione raccontandone una vera?”

Poi sono cresciuto, e ho capito che mi sbagliavo.

Poi ho visto 12 anni schiavo, e ho capito che in realtà non mi sbagliavo affatto.

Bum1.

Fidarsi è bene…

Il post conterrà spoiler, siete avvertiti. Certo, il titolo è già un mezzo spoiler di per sé: ci dice che il protagonista diventa schiavo, e ci dice che rimane schiavo per dodici (anzi, 12) anni. E il film è un po’ tutto qui, se non fosse che… [sguardo allarmato in camera] ma andiamo con ordine.

12 anni schiavo è tratto dall’omonima autobiografia scritta da Solomon Northup. Lo so, autobiografia. «Te le vai a cercare.» mi direte. Sì e no, perché non si tratta di un’autobiografia intimista qualsiasi, ma di una vicenda drammatica e potenzialmente avventurosa ambientata nel diciannovesimo secolo. In sintesi, le premesse sono queste:

È il 1841 quando Solomon, violinista afroamericano che vive con la famiglia nello stato di New York, viene rapito e portato in Louisiana, dove viene venduto come schiavo.

Sì, il buonismo era in agguato, ma nella carrellata di premi vinti dal lungometraggio c’erano ben tre Oscar a motivarmi: miglior film, miglior attrice non protagonista, miglior sceneggiatura non originale. Che dire, questa volta Hollywood ci si è messa d’impegno per farmi cadere nella trappola. Sono quasi lusingato.

A posteriori, l’Oscar che più mi ha lasciato sbalordito è quello per la miglior sceneggiatura. Ma è stata colpa della mia disattenzione: l’Oscar infatti è stato assegnato per la miglior sceneggiatura non originale, cioè banale. Tutto quadra.

La bella parlata di una volta

Uno dei primi aspetti a colpirmi è stato il linguaggio usato dai personaggi (N.B.: ho visto il film in lingua originale). Si è voluto dare l’effetto di un inglese di metà Ottocento, e suppongo che qualcuno abbia svolto delle ricerche sulla lingua parlata allora negli Stati Uniti, o che quantomeno ci si sia basati sulla lingua dell’autobiografia di Northup.

In ogni caso, è rischioso usare un codice linguistico distante da quello dei destinatari, perché l’effetto spesso non è quello di rendere l’opera più realistica, ma di ostacolare l’immedesimazione del fruitore. Non dico che il protagonista si dovesse esprimere come il principe di Bel Air, ma forse il tono generale poteva essere più neutro.

Per chi si occupa di narrativa storica, questa è una questione interessante: è meglio ricalcare la vera parlata del personaggio (quando possibile) o cercare di mediare tra il codice linguistico dell’epoca e quello del lettore/spettatore? Prima d’ora non ci avevo mai pensato molto, ma propenderei per la seconda opzione. Il motivo, già accennato, è che la lingua è un mezzo, e se attira tutta l’attenzione su di sé impedisce di concentrarsi su ciò che davvero conta, ossia il contenuto della battuta.

Naturalmente, se la battuta in sé è insulsa, la lingua desueta è solo un trucco per far credere allo spettatore che sia stato detto chissà che.

I tormenti del giovane Brad

[Brad Pitt è a letto, gli occhi spalancati. Angelina Jolie dorme accanto a lui.]

Brad: Angelina.

Angelina: …

B.: Angelina.

A.: Mh?

B.: Non riesco a dormire.

A.: Mh.

B.: …

A.: …

B.: Angelina.

A.: Che c’è? Sono le… [guarda la sveglia] le tre e venti, maledizione.

B.: Non riesco a prendere sonno.

A.: Non mi dire!

B.: …

A.: …

B.: Non mi chiedi perché?

A.: Sento che me lo dirai comunque.

B.: …

A.: …

B.: Dobbiamo adottare un altro bambino.

A.: [si alza a sedere] Ancora con questo discorso?

B.: Eddai… uno in più, che ti cambia? Tra sei e sette non c’è tutta questa differenza.

A.: Ne abbiamo già parlato. Quando è no è no. Adesso chiudi gli occhi e rilassati, vedrai che in un attimo ti addormenti. [si stende e si gira dall’altra parte]

B.: …

A.: …

B.: È che potremmo fare di più, non credi?

A.: Ossignore. Dormi!

B.: Con tutta quella gente che soffre mentre noi viviamo nel lusso. E tutti quei bambini che – [il nodo in gola gli impedisce di continuare]

A.: … [fa un respiro profondo]

B.: E la gente? Cosa dirà la gente? Potrebbe credere che rimaniamo indifferenti di fronte alla miseria umana.

A.: Non dire scemenze. Metà della tua pagina Wikipedia è dedicata alla filantropia.

B.: Devo ricordarti come fa la nostra canzone?

A.: Scordatelo, quella non è la nostra can–

B.: [cantando sottovoce] Si può dare di più / perché è dentro di noi / si può dare di più / senza essere eroi…

A.: Basta! Svegli i ragazzi!

B.: Si può sempre dare di più, Angelina. Sempre. E io sento di avere ancora molto da dare in un mondo come questo, ricco di discriminazioni.

A.: Tu a cena non la mangi più, la peperonata.

B.: Per esempio, ci hai mai pensato a quanto è brutta la schiavitù?

A.: Ma che caz–

B.: È una cosa sbagliata, ti dico. Ho ricevuto questo script, Angie, dovresti leggerlo. Parla di –

A.: Zitto.

B.: La storia è ambientata nel –

A.: Zitto.

B.: E c’è uno schiavista che –

A.: Già sei persona indesiderata in Cina, vuoi che aggiungiamo anche casa nostra all’elenco dei posti dove non puoi più mettere piede?

B.: …

A.: Ecco. [si gira dall’altra parte]

B.: …

A.: …

B.: [sussurrando] E comunque ho due o tre cosette da dirci, a quello schiavista.

A.: Come?

B.: ‘Notte.

Avete presente quando si dice, qui su Sudare Inchiostro o in sedi ben più autorevoli, che è meglio non fare la moralona al lettore? John Ridley, di professione sceneggiatore, probabilmente no.

Il dialogo che segna in modo irreparabile il film è quello tra Edwin Epps, il perfido schiavista interpretato da Michael Fassbender, e Samuel Bass, un lavoratore canadese interpretato da Brad Pitt. Bass è un abolizionista, perché crede che tutti gli uomini siano uguali, e pensa bene di dirlo allo schiavista che l’ha ingaggiato per lavorare a fianco dei suoi schiavi. La scena suona più o meno così:

Edwin Epps: Perché non vieni un po’ all’ombra a berti un goccetto con me?

Samuel Bass: Anche gli altri stanno faticando al sole quanto me. Il vostro atteggiamento nei confronti degli altri lavoratori è sbagliato, proprio sbagliato, signor Epps. Cattivello!

EE: Loro non sono lavoratori, sono roba mia.

SB: La schiavitù è sbagliata. In fondo, che diritto avete voi sui vostri schiavi?

EE: Oh, non cominciamo a fare i fiscali, lo scontrino l’ho buttato.

SB: Li avete comprati, quindi, e la legge vi dà il diritto di farlo. Ma la legge si sbaglia. E se domani la legge dicesse che voi potete essere comprato e venduto?

EE: LOL.

SB: Voi lollate, signor Epps, ma gli uomini sono tutti uguali. Oh, sì! Non c’è differenza tra bianchi e neri, è una legge universale!

EE: Oh, ma dove ti credi di essere? Tornatene in Canada dalla tua sanità pubblica e non venire a rompere le palle a noi sudisti. E Angelina dice che devi tagliarti quella barba ridicola.

SB: …

Quelle di Bass sono parole inutili. È come sentire il papa dire che i mafiosi andranno all’inferno. Le persone dotate di morale sanno già che far parte della mafia è sbagliato, i mafiosi si faranno una risata.

E dopotutto, se un cattivo si redime non appena un personaggio buono gli spiega che sta sbagliando, che cattivo è?

Ma attenzione, il latte alle ginocchia non è finito. Circa un quarto d’ora dopo, il buon Brad Pitt si fa due chiacchiere con Chiwetel Ejiofor, che interpreta Solomon Northup.

Solomon Northup: Credete davvero che la schiavitù sia una cosa terribile, come avete detto prima?

Samuel Bass: Sì.

SN: Sapete, la schiavitù è una cosa terribile.

SB: Eh, già.

SN: Vorrei tornare dalla mia famiglia.

SB: Capisco.

SN: Non è che scrivereste ai miei amici al nord, per far sapere che sono da queste parti?

SB: Ho viaggiato in questo paese per quasi vent’anni. La mia libertà è tutto per me [occhiata di americanità]. La libertà è una figata pazzesca. Perciò sì, scriverò ai vostri amici.

E almeno questa seconda scena serve a fare andare avanti la trama. In realtà anche la prima scena, malgrado l’impianto retorico scarsino, sarebbe stata salvabile. Sarebbe bastata qualche conseguenza.

Sì, insomma. Un lavoratore contesta apertamente il comportamento e l’autorità del capo, e per giunta lo fa di fronte a degli schiavi. Se quell’affronto avesse avuto delle conseguenze, allora avremmo saputo che la scena era utile per lo svolgimento della trama2, e non una lezione per il pubblico. E invece all’efferato Edwin Epps basta una velatissima minaccia, nessuno si prende delle cinghiate omaggio, e ogni spettatore corre nel fienile a liberare i propri schiavi, assicurando che si è trattato di un errore, ché fino a quel momento nessuno aveva mai spiegato chiaramente se la schiavitù fosse buona o cattiva.

Solitamente mi lamento della pura malvagità degli antagonisti, ma questo non è il caso. È giusto che Epps sia un malvagio al cento per cento; ma c’è davvero bisogno di un personaggio che ci spieghi dove sta la sua cattiveria?

Cos'ha detto della mia barba?

Così stanno le cose

Anche considerando la narrazione da una prospettiva più ampia, non sono riuscito a trovare grandi spunti positivi.

Per prima cosa, non sembra che passino dodici anni. Se non fosse per i figli del protagonista, che ritroviamo cresciuti alla fine del film, ci sarebbe solo il titolo a indicarci l’estensione temporale della vicenda. Sì, nelle ultime scene Solomon ha due o tre capelli grigi, ma non ho avvertito il procedere degli anni. E va beh, questo potrebbe essere un dettaglio di importanza relativa.

Molto peggio constatare come le cose semplicemente accadano al protagonista, senza che questi riesca davvero a modificare il corso degli eventi (se non in peggio, quando picchia uno dei sorveglianti e viene trasferito nella piantagione di Epps). Tanto per esemplificare, Northup si salva per un colpo di fortuna. Se non fosse per il deus ex machina dalle sembianze bradpittiane, non tornerebbe mai a casa. Non tenta mai di fuggire, e la sua unica trovata3 fallisce miseramente. In un’occasione riesce a convincere Epps della propria innocenza con una bugia ben costruita, ma non possiamo dire che si salvi grazie al proprio ingegno, né grazie alla propria tenacia.

Vista la situazione rappresentata, però, è plausibile che un personaggio non abbia un grande controllo sul proprio destino. Ci aspettiamo allora che il film approfondisca bene il lato più psicologico dei personaggi, ma Solomon non subisce veri cambiamenti, sotto quel punto di vista: dall’inizio alla fine il suo unico pensiero è quello di tornare a casa, e la sua visione del mondo non è cambiata più di tanto.

E questo magari è comprensibile, perché il film è tratto da una storia vera, e in quella storia le cose vanno così. Ma allora forse è lì che sta il problema.

Persone come noi

12 anni schiavo non dice niente di nuovo sulla schiavitù, non pone il problema in un qualche modo particolare, e infine direi che non è un’opera impeccabile dal punto di vista narrativo. Sì, c’è un motivo se non mi chiamano a far parte della giuria degli Oscar.

La questione è la solita: i mondi narrativi e il mondo reale hanno regole differenti, per cui una storia vera può costituire automaticamente del buon materiale per un documentario, ma non è detto che sia ottima narrativa. Se poi a una storia poco efficace e già sentita in mille salse (solitamente migliori) aggiungiamo anche qualche cucchiaiata di inutile buonismo, non aspettiamoci un ricco pasto narrativo.

Nonostante questo, alcuni danno più valore alle storie vere che alla fiction; o almeno, sono convinti che i loro gusti siano questi. Ma la verità è un’altra.

Alcune persone sono affette da un disturbo che limita la loro immaginazione in modo invalidante e impedisce loro di godersi film e romanzi come tutti. Per queste persone, l’unico modo per godersi un’opera di narrativa è sapere che è tratta da una storia vera: solo così riescono ad immedesimarsi nei personaggi e, nei casi più lievi, perfino ad appassionarsi.

Di conseguenza queste persone non odiano la fiction, anzi, in un certo senso, pur senza saperlo, la amano troppo: semplicemente non sopportano che una storia non sia reale.

E non crediate che si tratti di una percentuale irrisoria della popolazione: tra le persone che conoscete ce n’è sicuramente qualcuno. Camminano tra noi, lavorano al nostro fianco, votano per assegnare gli Oscar.

L’importante è che non li discriminiate. Sono persone come noi.

  1. Se ancora non conoscete questo effetto speciale, vi siete persi questo. []
  2. Non ditemi che tutta quella scena serve per permettere a Northup di capire le idee di Bass. Sarebbe bastato molto meno, e si sarebbe potuto gestire molto meglio. []
  3. Ottenere dell’inchiostro schiacciando delle more, e scrivere una lettera alla sua famiglia. []
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La morte della letteratura e altre cose da gangsta

Qualche tempo fa mi è capitato di fare due chiacchiere con una ragazza che sta studiando per prendere una laurea magistrale in lettere1. Lucrezia, così la chiameremo, ha un’ottima media ed è tra i migliori del suo corso di laurea; una studentessa brillante, insomma.

Tra una cosa e l’altra, abbiamo cominciato a parlare di poesia. Ora, Lucrezia si occupa sì di letteratura del Novecento, ma conosce bene tutta la letteratura italiana, e si muove con grande competenza nell’ambito della stilistica e della metrica. Addirittura, avendo un approccio molto più accademico del mio, conosce meglio di me la storia delle forme poetiche e i principali studi del settore.

Insomma, in una piacevole mezz’oretta di chiacchierata ho imparato delle cose interessanti da una persona competente.

E il post potrebbe finire qui, ma sarebbe fine a sé stesso e privo di conflitto come il romanzo autobiografico medio. Orrore!

"Nooo! Ogni famiglia infelice è infelice a modo suooo!"

Insomma, la chiacchierata volgeva al termine quando Lucrezia, che forse da parte mia si aspettava un maggiore (o diverso) contributo alla conversazione, ha voluto sapere come mai mi interessassi di quegli argomenti. Al che ho candidamente confessato che scrivo poesia in metro.

Altrettanto candidamente, lei mi ha chiesto: «Perché?»

Et voilà! Materiale da post.

«E perché no?» mi sono limitato a rispondere, e ho soffocato un focolaio di sterile filippica, non volendo sprecare oralmente tanto buon materiale da post. La conversazione si è spostata su altri argomenti, ed è proseguita piacevolmente com’era cominciata.

Nei giorni successivi, però, la reazione di Lucrezia mi ha dato ancora da pensare. Come mai una studentessa competente e appassionata trova strano che qualcuno possa voler scrivere poesia secondo i canoni antichi?

Ma la domanda in realtà è più generale; permettetemi di esprimerla in termini pomposi: come può una persona che nella vita studia una determinata forma d’arte2 rimanere genuinamente stupita nel sapere che qualcuno produce quel tipo d’arte?

Qui non si tratta di orgoglio ferito; Lucrezia non ha letto o giudicato la mia produzione, e comunque so bene che scrivere sonetti è meno cool di quanto lo fosse nel Duecento.

Qui – occhio che arriva la bomba – il problema è un altro: [sguardo in camera] la cultura umanistica è morta.

Bum.

Oh, io ve l’avevo detto.

Una tragica fine

L’ho messa giù un po’ troppo tragica, sì. In realtà la filippica è già finita, la domanda centrale è già stata posta. Tac. Anticlimax.

La questione è la solita, ossia che la letteratura viene spesso piazzata in una metaforica teca e vista come intoccabile, inimitabile, conclusa. Morta, appunto.

È la prima edizione ancora incellophanata e mai scartata del primo numero di un fumetto, gelosamente custodita dal nerd che l’ha comprata con lo stipendio di un mese. È un’entità inutile e venerabile che sì, mai conoscerà le manine sudaticce di un bambino, le orecchie agli angoli delle pagine o le magagne che il tempo infligge alla rilegatura, ma che per contro sarà condannata all’eterna inadempienza, a non portare mai a termine ciò per cui è stata creata.

E questo è molto triste. Avete pianto? Io ho pianto.

Dispiace constatare che, spesso, chi si occupa di letteratura è il primo a considerarla come qualcosa che non ha nulla a che fare con la vita di tutti i giorni, come una cosa distante dal mondo reale, priva di qualsiasi ragion d’essere al di fuori di un’aula.

Non c’è da stupirsi se poi gli italiani non leggono i classici, o se non leggono proprio. La letteratura presentata come un rompicapo per soli eruditi non ha alcuna attrattiva per chi non è un addetto ai lavori.

La letteratura spiegata (d)ai gangsta

Vorrei concludere con una nota positiva. Qualche post fa parlando del talent show Masterpiece, avevo citato il blog L’Arte spiegata ai Truzzi come ottimo esempio di divulgazione.

La buona notizia, appunto, è che ho trovato un altro ottimo esempio, ancora più calzante con il contenuto del post e in generale con la linea di questo blog. Si tratta di Thug Notes, un sito che pubblica video-recensioni di classici della letteratura.

La particolarità è che queste recensioni sono fatte da un letterato ahimè atipico, il dottor Sparky Sweets. La parlata e le espressioni da ghetto non pregiudicano l’accuratezza dei riassunti e la puntualità dell’analisi, anche se potrebbero ostacolare la comprensione del discorso, se non avete un buon livello di inglese.

Vi lascio con una delle mie analisi preferite, quella dell’Edipo re.

 

  1. Ovviamente non è la denominazione precisa, visto che al giorno d’oggi un titolo di studio deve avere almeno otto-dieci parole, ma insomma, ci capiamo. []
  2. Per arte intendiamo un’attività che ha fini principalmente estetici. Ve lo dico subito così possiamo mantenere tutti la calma. []
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La volta buona?

2014 – L’anno della svolta.

È il titolo che il mio biografo ufficiale darà ad uno dei capitoli del suo libro (L’inchiostro e il sudore, in uscita nelle librerie tra una cinquantina d’anni).

Fino a ieri il capitolo si intitolava 2013 – L’anno della svolta, per cui non mi faccio grosse illusioni. Il buon proposito di quest’anno è quello di realizzare il buon proposito dell’anno scorso, come sempre. Di mezzo però ci sono stati dei cambiamenti, alcuni apparentemente favorevoli; non ci resta che avere pazienza e vedere come andrà a finire. In realtà ad avere pazienza dovrete essere più che altro voi; io dovrò metterci olio di gomito e perseveranza.

Ma non preannuncio nulla, potrete leggere tutto nel capitolo 2014 2015 – l’anno della svolta [il mio biografo ufficiale abbraccia la mia autostima, entrambi piangono].

E ora, al lavoro.

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Natale a San Guinario – 3° puntata

Un’Accademia del Male non è il peggior posto in cui passare le vacanze natalizie, e qui a Sudare Inchiostro ormai è tradizione fare una capatina a San Guinario, almeno per la vigilia.

Se ancora l’ambiente non vi è familiare vi consiglio di dare un’occhiata alla prima e alla seconda puntata, altrimenti rischiate di capirci poco. Anche perché quest’anno, a San Guinario, non si parla davvero di Natale, ma di narrativa, retorica, insegnamento e di altre adorabili nefandezze.

Natale a San Guinario

Un lungo indice ossuto uscì da una piega delle vesti del Direttore e picchiettò sul microfono. Dalle profondità del cappuccio emerse un «Prova, prova. È acceso?»

La platea mormorò qualche assenso. Dal tavolo della commissione, il professor Suplicio alzò un pollice.

«Molto bene.» disse il Direttore «Vi do allora il benvenuto alla finale dei Giochi del Solstizio 2013. Cominciamo la serata facendo un bell’applauso alla commissione giudicatrice, presieduta dalla professoressa Bondaggi.»

Gli studenti applaudirono. Senza staccare gli occhi dalle carte che stava consultando, la professoressa alzò la mano guantata di latex nero e fece un breve cenno di saluto agli studenti dietro di lei.

«Con l’eliminazione dei Moderni Prometei, sono rimaste solo due squadre in gioco.» riprese il Direttore «Diamo un caloroso benvenuto alle Matrigne, coordinate dal professor Malicius, e ai Cerberi, coordinati dal professor Schianta.»

Un’ovazione riempì l’auditorium mentre sei studenti uscivano da dietro le quinte e si disponevano alle due estremità del palcoscenico, tre da una parte e tre dall’altra.

Seduto in prima fila, il professor Malicius studiava la propria squadra. Lucertolo si stava torcendo le mani, brutto segno, ma Lamia sfoggiava il solito sorriso sibillino. Umbra era immobile accanto ai compagni, il viso nascosto dai lunghi capelli neri.

«Vi asfaltiamo.» gli sussurrò all’orecchio il professor Schianta, seduto dietro di lui. Malicius non si scompose, ma si augurò che i giudici non avessero sorteggiato una prova fisica. Il solo Mongibello pesava più di tutte e tre le Matrigne messe insieme, e Rosha aveva vinto per quattro anni consecutivi le Olimpiadi dell’Efferatezza. E poi c’era ArMario, che torreggiava anche sui suoi due compagni di squadra.

«Senza ulteriori indugi» disse il Direttore «andiamo a scoprire quale sarà la prova finale.»

Fece un cenno verso il tavolo della commissione. La professoressa Bondaggi passò una busta al professor Suplicio, che si alzò e salì sul palco, fermandosi dietro al microfono che il Direttore gli aveva lasciato.

«La prova finale sarà…» cominciò. Sollevò la busta davanti a sé e la aprì. Il sussurro della carta si perse nel silenzio generale.

«Confessione.»

La platea fu attraversata da un mormorio. Mentre il professor Suplicio tornava al tavolo della commissione, un maxischermo cominciò a scendere alle spalle del Direttore, che riprese il suo posto al centro del palco.

Lo schermo arrestò la sua discesa con un sussulto e si accese, mostrando un’ampia stanza quadrata. Cinque sedie erano disposte l’una accanto all’altra lungo una delle pareti, e su ciascuna sedia era legato un ragazzo.

«Molti di voi riconosceranno i nostri prigionieri. Sono tutti regolari studenti della nostra Accademia. Quello che non sapete è che uno di loro è un Buono.»

Il mormorio del pubblico si colorò d’indignazione, e dalle ultime file arrivò qualche insulto.

«Ebbene sì, i nostri nemici sono riusciti a introdurre due spie tra di noi, e purtroppo non è la prima volta. La buona notizia è che i nostri docenti sono riusciti a individuarle, e a creare due gruppi di sospetti, entrambi comprendenti un Buono. Ciascuna squadra si confronterà con un gruppo, e i concorrenti dovranno indurre l’infiltrato a confessare. Ma non è tutto!» il Direttore sfoderò di nuovo l’indice, questa volta sollevato in un ossuto ammonimento «I giocatori non potranno arrecare lesioni permanenti ai prigionieri, visto che, per ogni gruppo, quattro di loro sono normali studenti.»

Il pubblico rumoreggiò.

«Ma non temete. Per compensare la mancanza di crudeltà, i giudici hanno deciso di rendere obbligatorio l’uso dell’ultimo ritrovato in fatto di tecnologia applicata al Male: una FidoGrinder 2700.»

Il cappuccio del Direttore si scosse in un cenno d’assenso verso il professor Suplicius, che sollevò la cornetta del telefono di fronte a sé. Disse poche parole che Malicius non riuscì a distinguere, e riattaccò. Un istante dopo le porte della stanza proiettata sul maxischermo si aprirono, lasciando entrare due bidelli. Uno spingeva un monolite metallico alto quanto lui, l’altro un carrello di rete metallica colmo di cuccioli. I due carichi furono posizionati di fronte ai cinque prigionieri, e il primo bidello prese ad armeggiare con il retro del monolite, da cui estrasse un tubo di una spanna di diametro. Una delle estremità era rimasta collegata alla macchina, mentre l’altra fu tuffata tra i cuccioli. Intanto il secondo bidello aveva estratto dal corpo della FidoGrinder un profondo cassetto a scomparsa, posizionato proprio sotto la rosa di forellini che si apriva a mezzo metro dal terreno.

Malicius strinse i braccioli della poltroncina mentre Schianta assicurava alla moglie di avere ormai vinto. Non aveva tutti i torti. Due dei tre Cerberi, Rosha e ArMario, avevano seguito il corso di Tecnologie della Distruzione, mentre nessuna delle Matrigne aveva mai visto una tritacuccioli da vicino.

«Secondo il regolamento» disse il Direttore «è la squadra con il punteggio più basso a cominciare. Vi ricordo che il punteggio per questa prova sarà calcolato in base al tempo impiegato per ottenere la confessione. Ciascuna squadra avrà un massimo di dieci minuti, e che vinca il peggiore. Cerberi, siete pronti?»

L’assenso dei Cerberi fu coperto da un applauso assordante. Il Direttore attese che l’entusiasmo del pubblico si fosse placato prima di parlare.

«Molto bene. Il conteggio del tempo comincerà quando metterete piede nella stanza. Buona fortuna!»

Gli applausi ripresero e i Cerberi vennero scortati fuori dall’auditorium dalla professoressa Bondaggi.

Schianta si chinò avanti e poggiò una mano sulla spalla di Malicius. «Sai qual è il tuo problema?» gli disse, investendolo con una fiatata che sapeva di pop corn «Hai scelto con il cuore, non con questa.»

Malicius chiuse gli occhi e respirò a fondo mentre l’indice di Schianta gli picchiettava sulla tempia.

«Dovevi prenderti qualcuno di più esperto, non tre matricole. E poi, vuoi dirmi perché –»

«Caro, siediti composto.» lo interruppe la signora Schianta.

«Non tormentarti troppo, eh, Malo?» concluse Schianta «Godiamoci lo spettacolo e che vinca il migliore.»

Nel frattempo i Cerberi erano entrati nella stanza degli interrogatori, e in un angolo del maxischermo erano apparse le cifre di un cronometro. Mongibello camminava avanti e indietro davanti ai prigionieri, e benché nell’auditorium non si sentisse ciò che diceva, la smorfia compiaciuta dipinta sul suo volto parlava chiaro.

Dileggio e sfida, pensò Malicius. Era una buona strategia da adottare per individuare il Buono, faceva presa sul suo insopprimibile senso dell’orgoglio. Stava tutto nel sottolineare l’impotenza del Buono di fronte all’eccidio di creature inermi: quello sarebbe scattato in piedi in un attimo per difendere il proprio onore e dimostrare al Cattivo che si sbagliava di grosso.

Per il momento, però, i cinque prigionieri rimanevano impassibili. In piedi in un angolo, la professoressa Bondaggi prendeva appunti sulla sua cartellina.

Mongibello si voltò e disse qualcosa ai due compagni di squadra. ArMario tenne l’estremità del tubo di alimentazione mentre Rosha digitava qualcosa sul pannello dei comandi. Un cucciolo schizzò su per il tubo, e un attimo dopo lunghi filamenti di carne macinata uscirono dai forellini della FidoGrinder 2700 per poi adagiarsi nell’apposito cassetto.

Mongibello continuò a parlare, scambiandosi di tanto in tanto un cenno d’intesa con i compagni di squadra, che ogni volta provvedevano a tritare un nuovo cucciolo. Nell’angolo del maxischermo, sotto il cronometro, era apparso un nuovo contatore che scattava ad ogni risucchio del tubo.

Malicius osservò le Matrigne, cercando di stabilire un contatto visivo, ma i tre stavano confabulando, noncuranti del maxischermo e dei commenti del pubblico.

Passarono i secondi, poi i minuti, e nell’auditorium il tifo si affievolì fino ad ammutolire del tutto. Il cassetto della FidoGrinder era ormai colmo, e ArMarius dovette schiacciare il macinato sul fondo per continuare a tritare senza spandere carne sul terreno. Mongibello grondava sudore, e l’espressione di superiorità di poco prima si era trasformata in un ghigno teso. Rosha gettava occhiate nervose all’orologio e alla Bondaggi.

All’inizio dell’ottavo minuto, quando ormai mancavano appena sei cuccioli perché il carrello fosse vuoto, uno dei prigionieri crollò il capo, e i tre Cerberi esultarono, mentre la Bondaggi annotava qualcosa sulla cartellina e li precedeva fuori dalla stanza.

«Otto minuti e tre secondi!» annunciò il Direttore, nel boato che scuoteva l’auditorium «Ora starà alle Matrigne battere questo tempo.»

Sul maxischermo si videro i bidelli liberare i quattro studenti – il Buono venne preso in custodia da due agenti della sicurezza – e condurre nella stanza altri cinque prigionieri, che vennero legati alle sedie. Il carrello di cuccioli semivuoto venne sostituito con uno pieno, e il cassetto della FidoGrinder 2700 fu svuotato in un sacco che venne portato via da un inserviente vestito di bianco.

Il ritorno dei Cerberi fu accolto da un’ovazione. I tre concorrenti salirono sul palco salutando il pubblico, mentre le Matrigne raggiungevano la professoressa Bondaggi e si incamminavano con lei fuori dall’auditorium.

«Sono andati bene, amore?» chiese la signora Schianta al marito «Non ci capisco niente, di queste cose.»

«Potevano andare meglio.» sussurrò Schianta.

«Parla più forte, non ti sento, con tutti questi qua che gridano!» disse lei.

Malicius sorrise.

«Silenzio!» ingiunse il Direttore, e l’auditorium tacque.

Il maxischermo mostrò le Matrigne che entravano nella stanza. Il cronometro partì. Umbra raggiunse il carrello, prese in braccio un cucciolo e andò a piazzarsi tra Lamia e Lucertolo, in piedi di fronte alla fila di prigionieri. Lamia cominciò a parlare ai prigionieri, seguita da Lucertolo. Umbra accarezzava il cagnolino.

La professoressa Bondaggi seguiva le mosse dei concorrenti senza batter ciglio, eppure Malicius avrebbe potuto giurare di aver visto l’ombra di un sorriso increspare il lucido rossetto borgogna.

Un prigioniero scoppiò a piangere. L’auditorium assistette alla scena nel silenzio più assoluto: Lamia e Lucertolo che si abbracciavano, la professoressa Bondaggi che prendeva nota, Umbra che rimetteva a posto il cucciolo nel carrello. Il tutto con il cronometro immobile in sovrimpressione. Un minuto e ventidue secondi.

Il pubblico esplose. E mentre ogni studente in sala gridava, ululava e batteva mani e piedi, Malicius chiuse gli occhi e ascoltò il silenzio di Schianta, a cui la moglie stava chiedendo: «Bravi questi, no?»

Un attimo dopo i tre studenti furono in sala, e l’esultanza generale si fece ancora più forte. I Cerberi strinsero la mano ai vincitori, e il Direttore chiamò sul palco i Moderni Prometei e i tre docenti coordinatori per la premiazione finale.

Malicius si alzò, salì le scale del palco e, sempre tra gli applausi scroscianti, raggiunse le Matrigne. Le sue Matrigne.

Lamia doveva aver colto la domanda nel suo sguardo, perché rispose. «Uccida un cucciolo, e avrà ucciso un cucciolo.» disse, continuando a fronteggiare il pubblico festante «Ma uccida il piccolo Rufus, salvato da un padrone crudele il giorno della vigilia di Natale e destinato a rallegrare i bambini di un orfanotrofio per piccoli malati terminali, e avrà ucciso tutto ciò che c’è di buono al mondo.»

Lucertolo si girò appena. «Male e Bene esistono in un contesto. Abbiamo creato il contesto.»

Male e Bene esistono in un contesto, ripeté Malicius tra sé e sé. Erano le parole con cui ogni anno apriva il suo corso di Teoria del Male.

Qualcosa gli tirò la giacca. Guardò giù e vide Umbra; non l’aveva vista avvicinarsi. Attraverso i capelli che le coprivano il volto, Malicius scorse un bagliore bianco e qualcosa che poteva essere un canino.

«Ben fatto, Umbra.» disse, e lei gli prese un indice nella sua mano sottile.

Il Direttore consegnò le medaglie di bronzo ai Moderni Prometei, quelle d’argento ai Cerberi e infine mise quelle d’oro al collo di Lamia, Lucertolo e Umbra. Malicius sentì un improvviso bruciore agli occhi, che gli si appannarono. Sbatté le palpebre un paio di volte, e si ritrovò le ciglia umide. E dire che non aveva mai manifestato alcun sintomo di allergia, prima di allora.

«Dichiaro conclusi i giochi del Solstizio.» annunciò il direttore «Non mi resta che ricordarvi, visto che legalmente sono obbligato a farlo, che nessun cucciolo è stato maltrattato nel corso dei Giochi del Solstizio, tutto ciò che avete visto è stato un effetto speciale. Vi auguro –»

Il Direttore s’interruppe mentre una donna corpulenta con un cappello da cuoco saliva sul palco e gli andava a sussurrare qualcosa all’orecchio.

«Ah, sì. Dal servizio ristorazione mi segnalano che il menu vegetariano è previsto per domani, non più per stasera. Detto questo, vi auguro una buona serata.»

Gli studenti cominciarono ad alzarsi, mentre il Direttore e le squadre vincitrici scendevano dal palco. Malicius aspettò che la folla fosse defluita fuori dall’auditorium e si prese un minuto per contemplare la sala vuota, misurando il corridoio centrale a passi lunghi e lenti. Poi uscì anche lui.

La professoressa Bondaggi era fuori ad aspettarlo.

«Congratulazioni.»

«Li hai aiutati tu, Brigitta?» sospirò Malicius.

«Questa insinuazione ti costerà cara, tra poco.» rispose lei, impassibile. Lo prese sottobraccio e insieme si avviarono verso l’ala ovest. «Allora, pensi ancora di lasciare l’insegnamento?»

Lui sospirò. «Ancora un altro anno, Brigitta. Ancora un altro anno.»

Buon cenone!

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Masterpiece – Il talent show che ci mancava

Dicevano che un reality basato sulla scrittura fosse impossibile. Dicevano che, se ancora gli americani non lo avevano fatto, un motivo ci doveva essere. Dicevano che l’attività dello scrittore è troppo distante dai ritmi televisivi per poter essere portata al grande pubblico senza drastiche banalizzazioni. E indovinate un po’? C’avevano ragione.

Sigla!

Freak show

Nella prima parte del programma la giuria ha cominciato a passare in rassegna i concorrenti; un carosello di casi umani e/o attori presi in prestito a Forum.

Ogni sventurato prendeva posto di fronte ai giurati e leggeva un brano tratto dal proprio romanzo, che la giuria aveva già letto. Alcuni sono stati eliminati davvero troppo presto, vale a dire che si sono sciroppati il viaggio fino a Torino semplicemente per sentirsi dire: «Fai schifo, torna a casa.». E questi sono i concorrenti fortunati, quelli a cui è stato impedito di sprofondare ancora di più nella miseria umana. Ma non anticipiamo nulla.

Scelta di sicuro ponderata, ma poco efficace, è stata quella di chiamare costantemente i concorrenti con nome e cognome. Televisivamente parlando è una trovata triste, fa un po’ ambulatorio medico, per cui io assegnerò a ciascuno di loro dei nom de plume di mio gradimento.

Fase 1

Dopo la prima eliminazione, che in realtà si sarebbe potuta fare a priori visto che non coinvolgeva in alcun modo i concorrenti, gli autori rimasti erano, se non ricordo male:

  • Il matto-ma-non-per-davvero, d’ora in poi chiamato Nido del Cuculo
  • Il vergine over 30, d’ora in poi Onan
  • L’ex galeotto, d’ora in poi Papillon
  • L’operaia dalla vita difficile, d’ora in poi Quante Difficoltà
  • Quello che “da pischello cercavo tanti guai” (parole sue), d’ora in poi Sedicenne Vissuto
  • L’ex anoressica e/o bulimica, d’ora in poi Piangy

Dei loro romanzi non si è parlato molto, ma da quello che si poteva intuire si trattava di scritti dalla forte componente autobiografica. Le sorprese, eh?

Invece ci si è concentrati moltissimo – ancora una volta, le sorprese – sulla loro vita privata. Riassumendo, ecco come sono andate le prime interviste:

  • Nido del Cuculo suscita subito nei giudici una fortissima antipatia, raccontando di quella volta che si è finto pazzo e di quella che era pazzo per davvero. Non ci sono dubbi sul fatto che verrà silurato.
  • Onan fa della verginità il proprio vessillo personale, menziona di striscio le pratiche autoerotiche che coltiva con dedizione e dichiara di avere una murakamiana passione per la corsa.
  • Papillon si rivela meno omertoso del previsto sul motivo per cui ha passato tredici anni in prigione, dimostrando così una pessima gestione della suspence: magari se non lo avesse detto subito lo avrebbero tenuto in gara un po’ di più.
  • Quante Difficoltà ha una storia strappalacrime che ora non ricordiamo, racconta di come i suoi tentativi di scrittura siano regolarmente osteggiati dai colleghi (ufficialmente per diffidenza verso tutto ciò che è culturale, ma magari per semplice disapprovazione verso la scrittura rigonfia di aggettivi).
  • Sedicenne Vissuto, in realtà trentaquattrenne, se non ricordo male cita Apocalypse Now à la Enrico Fiabeschi, altro ragazzo difficile. Poi si salva in corner un attimo dopo menzionando Conrad, ché lui sì ha avuto una vita spericolata come quella dei film, ma ha letto anche tanti libri. De Cataldo, sportivamente, comincia a parteggiare per lui.
  • Piangy piange. Taiye Selasi piange un po’ con lei. Quando trova un attimo di tempo, racconta di come ha vinto la sua battaglia contro anoressia e bulimia grazie al figlio che ha avuto, e sul quale, in modo assolutamente sano ed equilibrato, ha proiettato tutti i propri obiettivi e le proprie aspettative.

In certi casi sono addirittura i giurati a chiedere ai concorrenti maggiori dettagli sulle loro faccende private, e quelli mica si tirano indietro.

Fino a qui è tutto molto raffinato.

Ma attenzione, arriva il momento delle eliminazioni: i giudici privilegiano le vite difficili e spericolate, eliminando i due concorrenti che erano stati così incauti da parlare delle proprie esperienze autoerotiche. Come si sa, la masturbazione ha pochissima carica tragica.

Nido del Cuculo viene inoltre congedato per eccesso di antipatia; una tragedia annunciata. L’altro a dover abbandonare il campo è chiaramente il povero Onan, a cui viene ingiunto di togliersi le mani dalle tasche.

Fase 2

Con grande sorpresa di tutti, succede qualcosa. Piangy e Papillon sono spediti in una comunità per persone povere/immigrate/altro, e hanno un edificante scambio di opinioni splendidamente argomentate sui rom di fronte agli stessi rom, che li guardano con scarso interesse. Poi i due concorrenti si impegnano in attività socialmente utili, senza però riuscire a ripagare nemmeno in minima parte il debito culturale che stanno maturando nei confronti della nazione.

Nel frattempo Quante Difficoltà e Sedicenne Vissuto si trovano in una balera. Sedicenne vissuto, che in mezzo a tutti quei vegliardi si sente ancora più giovane, discute un po’ con la controfigura di Pirandello e poi si isola (cosa piuttosto facile, nel locale semivuoto). Quante Difficoltà si lascia invece andare a considerazioni su quanto gli uomini di una volta fossero delle proverbiali persone meglio, e su come una volta sì che le coppie duravano, perché avevano valori e soprattutto perché qui era tutta originalissima campagna.

Si torna in studio, ed ecco finalmente la sfida!

Piangy e Papillon dovranno scrivere una lettera dal punto di vista di una persona ospitata in quella comunità. Quante Difficoltà e Sedicenne Vissuto dovranno fingere di aver visto i propri genitori ballare nella balera.

Il tutto in mezz’ora. Bum.

I quattro cominciano a diteggiare furiosamente, e dagli scorci di schermo che finiscono nell’inquadratura baluginano mandrie1 di aggettivi e avverbi di modo, a garanzia di una qualità che la fretta non potrà che innalzare.

Nel frattempo, negli spezzoni registrati in cui gli stessi concorrenti commentano quello che sta accadendo durante la puntata, Sedicenne Vissuto mostra i segni di quella che potrebbe essere una crisi di astinenza da Generiche Droghe, oppure solo un attacco di Spericolatezza da Pischello.

Vengono valutati gli elaborati. È la volta delle due lettere: De Carlo si infuria perché la scuola media ha sporto denuncia per furto di temi, e straccia gli elaborati tanto faticosamente prodotti dalle manine di due alunni della II B. Bocciati tutti e due, ma Papillon è bocciatissimo, non passa nemmeno l’Invalsi. Alla fine però serve almeno un promosso, e Piangy viene ammessa con riserva.

Quante Difficoltà e Sedicenne Vissuto sono andati meglio, per cui alla fine Piangy, precedentemente illusa, viene scaricata.

Fase 3

Nell’ultima prova, ciascuno dei due concorrenti rimasti deve convincere Elisabetta Sgarbi, direttore editoriale della Bompiani, a pubblicare il proprio romanzo.

Il tutto in un minuto. Bum.

I due friggono aria per sessanta secondi di cronometro, sfoderando un’abilità espositiva pari soltanto a quella dimostrata durante tutta la puntata. Nel frattempo la Sgarbi fissa paziente la fronte dei propri interlocutori, aspettando che sia tutto finito.

Il finalissimo

Quante Difficoltà e Sedicenne Vissuto si presentano di fronte ai tre giurati, a cui si è aggiunta Elisabetta Sgarbi. La Sgarbi mente con gusto, affermando di aver letto i manoscritti dei concorrenti [risate finte alla Antonio Ricci], e per la prima volta l’ombra di un sorriso le attraversa il volto.

Ed ecco il verdetto: Quante Difficoltà viene eliminata, perché, come si era detto tre quarti d’ora prima, De Cataldo favorisce Sedicenne Vissuto, benché questi faccia molti errori grammaticali (alé) e abbia scritto qualcosa che non ha alcuna vera struttura (alé).

Insomma: vince la competenza, vince la buona scrittura.

Non siamo tutti di madrelingua italiana, e allora? Siamo perfettamente in grado di separare i simpatici dai non simpatici.

La ggente sono perzone come noi

La scrittura è una delle attività meno televisive che ci siano. Tanto per cominciare richiede molto tempo, e non solo per la produzione, ma anche per la fruizione. In secondo luogo, leggere è un’attività individuale, che salvo certi casi2 non è praticabile in una dimensione collettiva3.

La tv ha bisogno di immediatezza e di performance. Il valore performativo della scrittura è nullo, sia durante la produzione che durante la fruizione.

Tutto questo però non ha fermato i produttori di Masterpiece. Visto che la scrittura è un argomento difficile da trattare in tv, e barboso fino alle lacrime per chi già non se ne interessa, RaiTre ha dovuto concentrarsi su qualcosa che potesse davvero fare audience e riempire un format infelice: la ggente. E gli scrittori sono ggente. Pure troppo ggente.

Non è un caso, allora, che si parli più degli scrittori che delle loro opere. In realtà, è davvero poco rilevante che queste persone scrivano. Masterpiece è più che altro una via di mezzo tra gruppo di auto-aiuto e un salotto defilippiano. E come in un salotto defilippiano, il livello della discussione è imbarazzante.

Ad aggiungere tristezza alla tristezza, infatti, arrivano le banalità. Sì, perché ormai noi siamo così ggiovani e così pop che la scrittura non dev’essere necessariamente un’attività intellettuale, e perciò chi la pratica non deve avere particolari qualità intellettuali. Intellettuale è sinonimo di snob, e a noi le cose snob non piacciono. Ci piacciono le cose facili facili, alla portata proprio di tutti, perché scusa, scusa, ma mica è giusto che uno faceva fatica a capire quello che dicevi, perché io secondo me le perzone sono tutte uguali e io do rispetto ma chiedo rispetto, perché sono una perzona vera con dei sentimenti veri e le mie opinioni contano quanto le tue.

Cheppoi a questo Masterpis ce manca troppo er pubblico!

E allora diamo la stura alle banalità, zavorriamo il livello della discussione con decine di luoghi comuni e non dimentichiamoci di seminare delle citazioni colte™ qua e là per rassicurare il telespettatore: sì, anche tu sei una persona acculturata e intelligente. Qua lo siamo tutti! Ma senza essere snob, ci mancherebbe.

Ah, e anche a noi non ce ne frega niente della scrittura.

Panni sporchi

Tutto questo significa che gli scrittori che hanno partecipato alla puntata sono persone da poco, intellettualmente povere? Non necessariamente, e infatti non è questo il problema. Il problema è che la vita privata delle persone non è interessante, a meno che il nostro obiettivo non sia il gossip o il curiosare tra i panni sporchi altrui.

Ad un certo punto, durante la visione del programma, mi sono accorto che avevo automaticamente bollato i romanzi dei concorrenti come schifezze, senza avere alcuna base per farlo. Ero caduto nella trappola, e stavo giudicando i romanzi in base all’idea che mi ero fatto degli autori. E l’impressione che ho avuto di tutti loro è stata davvero pessima, complice la morbosità e la futilità del format. Chi lo sa come sono nella vita vera? Magari sono persone interessantissime. Ancora una volta, non è questo il problema. Sullo schermo sono solo carne da talent show, gente coinvolta in discussioni sciocche.

Pistola alla tempia

La cosa peggiore, forse, è l’idea che si dà della scrittura. In Masterpiece si sta sempre bene attenti a non concentrarsi mai su nulla che riguardi davvero la narrativa.

L’unica immagine che si ricava di questa attività che, diciamolo, è un po’ da teste d’uovo [occhiolino ai gentili telespettatori], è data dalla cosiddetta Prova Immersiva, ossia quella mezzora in cui i concorrenti devono scrivere una paginetta su un tema prestabilito.

De Cataldo addirittura ha detto che al giorno d’oggi (?), per uno scrittore, è essenziale saper scrivere con una pistola alla tempia. Perché? Ma perché, De Cataldo?

L’idea che lo spettatore ne ricava è che, se per essere scrittori basta mezz’ora e se i concorrenti gli sono pari per originalità argomentativa e brillantezza espositiva, allora anche lui può essere uno scrittore. Anzi, lo è già, solo che non ha ancora scritto niente. Meglio quindi che si metta a scrivere, così gli editori potranno continuare a lamentarsi perché gli italiani scrivono libri ma non li leggono.

"Scrivi! Scrivi, ho detto! Hai mezz'ora." "C-cosa vuoi che scriva?" "Ah, qualsiasi cosa."

«Per una volta che…»

Masterpiece ha riscosso anche pareri positivi. Qualcuno critica i detrattori del programma con interventi il cui contenuto è così riassumibile: «Non fate tanto gli snob, per una volta che in tv trasmettono un programma culturale!»

Peccato che Masterpiece non sia un programma culturale. È un talent show, e anche per essere un talent show è piuttosto mediocre.

Ma non si parla di libri e non si parla di letteratura, se non in una manciata di citazioni colte™. La cultura dove sarebbe? Nella tragedia umana?

Mi si dirà che sono uno snob, e che ho una visione vecchia e polverosa della cultura. Non è vero. Credo invece che sia salutare portare la cultura (scientifica e umanistica) fuori dalle varie torri d’avorio in cui spesso è custodita, in modo che non siano solo gli specialisti a godere della sua bellezza.

A questo proposito vi porterò un esempio che di certo conoscete già. Il blog L’Arte spiegata ai truzzi (nella loro lingua) riesce a fare cultura in un modo divertente, ma non per questo stupido. Questa è divulgazione; guardate e imparate.

Masterpiece, lo ripeto, non è un programma culturale, e il brutto è che finge di esserlo. Anzi no, il brutto è che qualcuno ci crede.

Qualche proposta

E poi non si dica che non sono pop e giovane e duepuntozzero e community-oriented e non-snob.

Se proprio RaiTre vuole fare un reality sulla scrittura, che lo faccia! Però i concorrenti dovrebbero cimentarsi in vere prove di scrittura. Come dite? Non vi viene in mente niente?

Ecco qualche idea che potreste sfruttare:

  • Dettato. I concorrenti scrivono sotto dettatura brani di difficoltà crescente. Il primo che fa un errore di ortografia viene eliminato.
  • Roulette russa dei modificatori. I concorrenti hanno mezz’ora per scrivere un brano su un tema deciso dai giudici. Il primo che scrive un aggettivo qualificativo o un avverbio di modo viene eliminato. Sono considerate errore anche le locuzioni avverbiali.
  • Focalizzazione. Rendere un brano in focalizzazione zero in focalizzazione esterna (o interna, con un personaggio POV deciso dalla giuria). Al primo errore di focalizzazione si è eliminati.
  • Disciplina. I concorrenti tornano a casa e riprendono la loro routine quotidiana, e per un certo periodo (un mese, sei mesi, un anno) devono riuscire a scrivere un determinato numero di parole al giorno. Chi non ce la fa viene eliminato.

Il saggio Brizzi e la tv verità

Saggio, saggissimo Brizzi!Durante i titoli di coda è stata mandata in onda una carrellata di consigli sulla scrittura, offerti da vari nomi della letteratura e dell’editoria. Non ci ho fatto molto caso, essendo piuttosto assonnato e intristito, ma mi ha colpito quello che ha detto Enrico Brizzi, ossia che gli autori in erba tendono a creare protagonisti che siano dei loro alter ego un po’ più fighi.

Un ammonimento contro le Mary Sue e i Garu Stu, insomma, e contro il protagonismo dell’autore. Dopo una puntata del genere è sembrato davvero fuori posto, ma mi ha sollevato un po’ il morale.

Può darsi che le puntate successive di Masterpiece mi sorprendano, ma è difficile, per due motivi: il primo è che non le guarderò, il secondo è che dovrebbe trattarsi di un programma completamente diverso.

Nel frattempo continuerò a lavorare alle mie idee per un format che si occupi davvero di scrittura. Sarà pieno di tempi morti e revisioni logoranti, e alla fine il vincitore leggerà in diretta il suo intero romanzo, in una puntata speciale di sedici ore.

L’auditel andrà sottozero, ma quella sì, che sarà tv verità.

  1. “Mandrie che baluginano”. Dovrei partecipare anch’io! []
  2. Lettura ad alta voce, improponibile per testi lunghi. []
  3. Quello che si condivide è generalmente l’esperienza della lettura, ma allora si tratta di conversazione riguardante la lettura, non di vera lettura. []
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Dove si annida la noia – Un approccio medio inferiore

Di tanto in tanto, anche se di rado, mi è capitato di essere contattato da docenti di lettere impegnati nell’organizzazione dei cosiddetti “incontri con l’autore”, durante i quali le classi hanno l’opportunità di conoscere uno scrittore, magari in seguito alla lettura di una sua opera, e insomma, di sentire cos’ha da dire questa testa d’uovo.

Anni fa, complice il Campiello Giovani, ricevevo questi inviti un po’ più spesso, ma ormai era da anni che non me ne capitavano.

In queste ultime due settimane, però, ho avuto l’occasione di annoiare ben quattro classi delle scuole medie. Sulle prime ero stato restio nell’accettare l’invito, e per due ragioni: per prima cosa io non sono uno scrittore in senso stretto, perché non ho ancora pubblicato (o autopubblicato) nulla; e poi ero abituato a parlare di scritture ed editoria a ragazzi delle scuole superiori, che magari si annoiavano in uguale proporzione, ma con i quali il livello della discussione poteva essere un po’ più elevato.

Di per sé, un incontro tra una classe delle medie e il sottoscritto non meriterebbe particolare attenzione in questo blog (e in nessun altro), eppure è capitata una cosa che mi ha dato da riflettere.

«Io ad esempio ho letto un libro, no? Ecco, ed era noioso!» si è lamentato uno degli studenti. Io ero sul punto di scusarmi a nome di tutti quelli che producono quella robaccia o che hanno in programma di farlo, ma il mio spirito di maestrino ha avuto la meglio, e ho deciso di punire il malcapitato trasformando un incontro noioso in un incontro di alto valore pedagogico.

Da questo punto in poi i fatti narrati potrebbero, come anche no, essere leggermente romanzati.

«E dimmi, caro giovanotto, cos’è che rende noioso un libro, secondo te?»

«Eh, che è noioso!» ha esclamato lui, sorpreso che non ci arrivassi.

«Ma cosa, esattamente, lo rende noioso?» ho insistito io, testardo. Lui mi ha guardato come si guardano i vecchi bacucchi che non sanno scrivere un sms e si è rimboccato le maniche.

«Allora, che un libro –» ha detto con grande proprietà sintattica, afferrando un blocco d’aria alla sua sinistra e spostandolo a destra «– è noioso

A quel punto lo spirito della Montessori mi ha afferrato le spalle, impedendomi di gettarmi sul saputello.

«Perché?» ho chiesto, schiumante «Perché è noioso?»

Il ragazzino ha roteato gli occhi, ma il compagno di banco ha risposto per lui: «Perché è pieno di descrizioni.»

Questa risposta ha incontrato l’approvazione di tutta la classe, nonché del primo studente, che mi ha guardato come se mi fossi fatto spiegare la cosa più ovvia di questo mondo.

Allora mi sono sovvenuti i lunghi anni di studio e messa in pratica delle tecniche narrative, e ho tentato ciò che mi ero ripromesso di non tentare, cioè l’esposizione di aspetti tecnici.

"Prof, possiamo fare matematica?"

Non mi sono addentrato troppo nello specifico, però ho dato qualche cenno sulla contrapposizione tra descrizioni statiche e descrizioni dinamiche. La spiegazione in sé è stata accolta con tiepido interesse, come tutto il resto, ma la vera rivelazione l’ho avuta quando ho fatto i due esempi.

Prima ho semplicemente detto che il mio protagonista, di nome Gigi, aveva i capelli rossi, era il capo di una banda di rapinatori e aveva un cane di nome Bob. Non ci sono state variazioni nel grado di entusiasmo.

Ma poi ho inserito i dettagli in modo funzionale all’interno di una mini-azione (l’irruzione dei rapinatori nella banca, una guardia che grida: «Tirate al rosso! Tirate al rosso!» e Bob che le addenta una mano), e lì ho visto un picco di partecipazione davvero inaspettato.

La classe è tornata in uno stato di quiete non appena la scenetta si è interrotta, ma intanto io avevo avuto la mia epifania.

Quell’undicenne annoiato

A chi ha ficcanasato almeno un po’ nel mondo dello show, don’t tell sarà capitato, almeno una volta, di sentire argomentazioni di tipo cognitivo a sostegno dell’efficacia di questa tecnica. Ecco, per la prima volta ho avuto l’opportunità di verificare con i miei occhi la validità di queste argomentazioni, anche se con un’immediatezza empirica che ha poco di scientifico.

Però ci sono gli spunti per stabilire dei nuovi parametri con cui misurare la noia che le nostre descrizioni instillano.

È molto rischioso dire che se la nostra descrizione annoia uno studente delle medie, allora è noiosa, su questo credo che saremo tutti d’accordo. Preferisco quindi rovesciare la questione, e affermare che se una descrizione non annoia uno studente delle medie, allora probabilmente non annoia nemmeno il lettore medio.

In fondo a tutti noi c’è un undicenne che sbuffa quando legge descrizioni statiche, anche se non sa cosa sia una descrizione statica. Magari con l’età impariamo a ignorarlo, ma lui rimane lì, a spiegare (a modo suo) al nostro inconscio che le descrizioni sono noiose. Non dobbiamo per forza dargli retta, ma possiamo nascondere pezzetti di descrizione dentro l’azione, dove serve, ed eliminare le parti superflue. Lo faremo felice1.

  1. Felice quanto lo farebbe felice un’ora buca durante un lunedì mattina di ottobre. []
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Pablito e il cavallo a cinque zampe

Maliziosi.

Ora che siete stati attirati da un titolo così promettente, tanto vale che leggiate pure il post, che no, non parla di equini superdotati. Almeno per una buona metà.

Pablito

Pablo Diego José Francisco de Paula Juan Nepomuceno María de los Remedios Cipriano de la Santísima Trinidad Ruiz y Picasso, meglio conosciuto come Pablito, una volta ha detto più o meno una cosa del genere:

A dodici anni dipingevo come Raffaello, ma ci ho messo tutta una vita per imparare a dipingere come un bambino.

Dico più o meno perché l’ha detta in spagnolo, che non si capisce bene come l’italiano.

Non sono un esperto d’arte, ma siccome Sudare Inchiostro è la sede perfetta per prendere citazioni, decontestualizzarle e dire un po’ quello che mi pare, mi è parsa una buona occasione per millantare una cultura a tuttotondo.

Come quella di Botero.

Tutto tondo – Botero. Tutto tondo – Botero. Capita? Eh?

E anche per oggi abbiamo fatto il pieno di simpatia.

Torniamo quindi alle parole di Pablito e alla loro sconcertante umiltà. Ultimamente ho cominciato a sentire questa citazione molto calzante rispetto alle difficoltà produttive che sto incontrando.

Vero, non sono un pittore.

Vero, non ho raggiunto la perfezione tecnica a dodici anni (e temo che ci sia ancora un bel po’ da aspettare).

Ma, come dicevo, con le citazioni basta decontestualizzare un attimo, adattare qui e là, e miracolosamente il messaggio comincia a rispecchiare alla lontana esattamente la nostra situazione.

Facile spiegare, dunque, perché ho l’ardire di paragonarmi a Pablito. Ma prima, veniamo al vero motivo per cui siete qui.

Un caso increscioso

L’aneddoto che segue è accaduto davvero. In realtà non ci sarebbe bisogno di specificarlo, visto che non si tratta di niente di incredibile, ma volevo far venire un tuffo al cuore a quelli che si aspettavano cosacce scabrose.

Ho un’amica che, negli anni delle superiori, ha frequentato un istituto d’arte. Un giorno, il professore di discipline grafiche e pittoriche assegnò alla classe un compito: disegnare un cavallo. Gli studenti avevano la massima libertà nella scelta della tecnica e dello stile.

La mia amica – la chiameremo Cassandra – ci teneva a fare un ottimo lavoro. Si mise a disegnare un bellissimo cavallo al galoppo, curando tutto nei minimi dettagli, dalle proporzioni alla pulizia del tratto, dalla stesura del colore alla resa della luce.

Al momento di consegnare il lavoro, la compagna di banco di Cassandra si sporse per dare un’occhiata al suo cavallo.

«Bello, eh?» fece Cassandra, soddisfatta. Il cavallo era perfetto: si stagliava sul foglio con una grazia potente, catturato nel momento di massima tensione della falcata. La criniera ondeggiava setosa, le froge erano dilatate ad inspirare il soffio vitale che accendeva gli occhi di una scintilla selvaggia, e sotto il manto lucente i muscoli si tendevano e si rilassavano, in un’apoteosi di bilanciamento e dinamismo.

«Ha cinque zampe.» osservò la compagna.

Questa è l'unica immagine presentabile che si trova usando la chiave di ricerca "cavallo a cinque zampe".

Perseveranza e fallimento

Quando si vuole migliorare in qualcosa, l’insoddisfazione può essere la lama che dà il colpo di grazia alla motivazione, ma può rivelarsi anche un motore potente, sempre che sia alimentato a determinazione (e a metafore ardite, a quanto pare). Questo vale anche per la scrittura.

Non mi dilungo sul discorso in generale, che è già stato affrontato molto meglio in uno degli ultimi post del Duca, da cui riporto un paio di brani.

La fiducia in sé è un elemento fondamentale per scrivere: serve sicurezza e testardaggine, una gran fiducia nelle proprie capacità (e la convinzione irrazionale che ci sia giustizia al mondo e che prima o poi l’impegno venga premiato), per resistere anni e anni continuando a scrivere, senza mollare, ricevendo pesci in faccia e buttando nel cesso una dozzina di romanzi che nessun editore reputerà degni di pubblicazione (o che verranno pubblicati o autopubblicati con risultati nelle vendite demoralizzanti).

Ricordate questo quando state per gettare la spugna: il fatto stesso che vogliate rinunciare DAVVERO per mancanza di fiducia in voi stessi indica che non siete i peggiori imbecilli! Non siete voi il problema, non rinunciate!

Se siete aspiranti scrittori, leggetevi l’articolo: è un toccasana per la motivazione e aiuta a vedere le cose da una prospettiva sana e tutto sommato incoraggiante.

In questo post però volevo trattare un problema un po’ più specifico. Ora, sappiamo tutti che per migliorare bisogna non solo imparare le regole della buona scrittura, ma anche imparare ad applicarle. Questo richiede pratica e pagine e pagine di sudore e lacrime, che verranno destinate al Cestino dell’Ignominia anche dopo mille revisioni.

La perseveranza però dà i suoi frutti, e prima o poi si riesce ad interiorizzare la moltitudine di regole e accorgimenti, rendendone quasi automatica l’applicazione.

E allora ci gettiamo a capofitto nella stesura di un capitolo finalmente confezionato con tutti i crismi: curiamo sia la lingua – lessico e sintassi – sia gli aspetti più legati alla narrazione – punto di vista e gestione dell’informazione –, provando un piacere fisico a schivare quei tranelli che l’istinto di scrivente semicolto ci tende ad ogni riga. Ma noi i tranelli abbiamo imparato ad evitarli; sappiamo sfrondare gli intricati roveti dell’ipotassi e aggirare le seducenti sabbie mobili del cliché.

A stesura terminata, ammiriamo la discreta mole di caratteri (concedendoci magari un feticistico conteggio parole), e carezziamo con sguardo amorevole il neonato capitolo, prima di passare alla revisione. Sì, perché siamo genitori amorevoli ma severi con ciò che partoriamo, perciò prendiamo il testo e ci prepariamo a dargli la fisiologica raddrizzata.

Lo leggiamo.

Ha cinque zampe.

La quinta zampa

Capita insomma che il testo non scorra. O meglio non corra. Benché sia corretto, c’è qualcosa di poco fluido nel suo incedere. È colpa di quella che io chiamo – più o meno da adesso, e più o meno per altri dieci minuti – la quinta zampa. Il nostro cavallo è disegnato benissimo; ci siamo attenuti alle regole e siamo stati attenti a tutto, ma proprio a tutto. Eppure.

Quello che manca al testo, ce ne accorgiamo anche da soli, è la naturalezza.

«Hai visto?» interviene un Talento Naturale «È inutile fare tanto i secchioni teste d’uovo che studiano e studiano e studiano, se poi non si scrive con la spontaneità di uno sternuto!»

La questione è un po’ diversa. Innanzitutto la tecnica va studiata. Poi le regole si possono seguire o infrangere, ma solo se si conoscono approfonditamente; altrimenti si sta lavorando senza alcun criterio, senza alcuna competenza, come potrebbe fare chiunque al nostro posto.

Però, una volta assimilata la tecnica1, forse possiamo provare a dimenticarla, soprattutto nella prima stesura. Ricordo di aver letto un manuale – ora ovviamente mi sfugge il nome – che prescriveva proprio questo, dopo aver sviscerato tutte le questioni tecniche: dimentica tutto quello che hai appena imparato.

Pablito ci ha messo una vita a “liberarsi” dalla perfezione per tornare all’immediatezza infantile.

«Ma dietro alle opere di Picasso c’è tutto uno studio sulla spazialità e la simultaneità e bla bla bla!» fa notare un pedante. E ha ragione. Infatti non dobbiamo regredire davvero allo stadio di ignoranza da cui siamo partiti, ma semplicemente ricercare lo stesso impulso creativo. Studiando siamo cresciuti, e quello che abbiamo appreso non ce lo porta via nessuno, ma la parte veramente difficile arriva adesso. Bisogna ritrovare l’“innocenza perduta”, la spontaneità, la naturalezza.

Questo – immagino – non significa che scrivere non sarà più faticoso, né che la prima stesura sarà soddisfacente. Dovremo continuare a sudarci ogni periodo, ogni parola, e a rivedere ogni brano con spietata oggettività.

Però il nostro capitolo non si muoverà più come un equino pentàpode: si lancerà in un galoppo sciolto, preciso e invisibile sotto gli occhi di chi legge, regalando a noi autori un nitrito di trionfo.

E scusate se è poco.

La soluzione

«Come fai a sapere tutte queste cose?» potreste chiedermi.

Può darsi che sia andato a scomodare Pablito per niente, questo lo concedo. Può darsi che sia una questione di pratica, e che debba solamente scrivere e buttar via qualche altro romanzo prima di ottenere uno stile che mi soddisfi. Può darsi che mi stia facendo mille paranoie benché il mio stile sia già perfetto2.

Ma dopo aver sbattuto il naso contro lo stesso problema per troppo tempo, forse è il caso di cercare una soluzione diversa dal mero incaponimento. Probabilmente, crescere come scrittore richiede anche un passaggio di questo tipo. O magari lo richiede solo a me, o magari sto semplicemente prendendo una cantonata.

Vi farò sapere! Intanto vado a contare zampe. Anzi no. Stavolta devo sforzarmi di abbandonarmi all’impeto creativo, devo montare in sella bendato. Avete presente, no? Come quei samurai che dopo tanto allenamento riescono a bloccare gli shuriken anche ad occhi chiusi. O come i guerrieri jedi che –

Avete presente.

Ecco, vado a usare la Forza su un cavallo ninja a cinque zampe. Bendato.

  1. E posto che non si finisce mai di imparare e migliorare. []
  2. Spoiler alert: non è così. []
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Post postvacanziero

Capita che uno, nella settimana di vacanza che riesce a infilare nella seconda metà di agosto, abbia solamente voglia di lasciare il cervello a casa e tuffarsi in un’acqua dalle tinte caraibiche.

Ma poi accadono due cose:

  • l’acqua ha sì tinte caraibiche, ma anche temperature subpolari, che scoraggiano persino il bagnante teutonico medio;
  • si è protagonisti, grazie ad arguti enfants savants, di aneddoti ermetici degni della migliore tradizione aforistica orientale.

E poi quando il suddetto uno è a casa ormai da un po’ di giorni si rende conto che è da un sacco di tempo che non scrive un post, e si trova a dover raffazzonare qualcosa ai margini dell’off topic.

Ma poi si rende conto che la vacanza da poco terminata è stata più di una vacanza, è stata un viaggio dell’anima.

Bum.

Rimbalzello

Sono in riva al mare, a guardare l’acqua gelata che ha spento in me ogni velleità natatoria. La spiaggia è una spiaggia di sassi, o meglio di ciottoli, la cui forma tendenzialmente discoidale ben si attaglia ad un’attività perlopiù associata a specchi e corsi d’acqua dolce, vale a dire il rimbalzello.

La situazione è già pregna di profondi significati: un individuo in riva al mare, che fa rimbalzare ciottoli sull’acqua appena prima del tramonto. Che carica simbolica! Che miniera di metafore!

Per facilitarvi il lavoro, ho stilato una lista di Grandi Verità che potrebbero essere rappresentate dalla suddetta scena. È lunghissima, perciò ne riporto solo alcuni punti a titolo esemplificativo:

  • non è importante dove il sasso arrivi, ma l’atto del lanciarlo;
  • ciò che si fa con poca tecnica ha breve vita;
  • la pratica porta alla perfezione;
  • perseverare è importante;
  • perseverare è futile;
  • ogni nostra azione crea mille increspature sull’immensa superficie che è la realtà; il numero di increspature dipende da quanto pesa la nostra azione e dall’abilità che abbiamo avuto nel compierla;
  • ecco come si finisce a voler fare gli scrittori;
  • c’è un motivo se la seconda metà di agosto è considerata bassa stagione; la prossima volta prenota per luglio.
Rimbalzello

La pratica porta alla perfezione

Sto pacificamente facendo volteggiare sull’acqua i miei ciottoli, quando odo una vocina nasale dalla pesante inflessione brianzola.

«Sono bravissimo a questo gioco.»

È un bambino, avrà sui nove o dieci anni, e il tono della sua voce rivela che “bravissimo” equivale a “meglio di te”. L’antipatia è immediata.

Il piccolo lombardo prende dei ciottoli a sua volta e si mette a tirarli. Per suggellare definitivamente il sentimento di fastidio che ispira, fa in modo che le traiettorie dei suoi lanci incrocino quelle dei miei. E fin qui tutto bene, non fosse che subito si levano grida risentite.

In acqua sguazzano due giovani bagnanti, e il ciottolo del mio nuovo amico è appena passato a una spanna dalla testa di una di loro. Queste, cercando il colpevole, si sono girate e hanno visto il sottoscritto con un sasso in mano e una faccia che è praticamente una confessione firmata.

Lascio cadere quella che poteva sembrare l’arma del delitto, e mi faccio elegantemente da parte per lasciar vedere alle due ragazze il vero attentatore. Potrei, questo non lo ricordo di preciso, averlo indicato esplicitamente con le mani.

Mi giro verso il bambino, che lascia partire un altro lancio, sempre in direzione delle due. Seguono sacrosanti strilli.

«Ma cosa fai?» dico al bambino «Tira da un’altra parte!»

Nel frattempo la madre del malvagio decenne, avendo assistito all’intera scena, gli rivolge un fioco «Dai, Ale, fa’ il bravo.» prima di riscivolare in un confortevole stato di torpore genitoriale.

“Ale” lancia un altro ciottolo, mentre io tento di fargli concepire l’idea che lapidare gli sconosciuti non sia carino. Nel frattempo lui ride (ah, la risata dei bambini!) con genuino divertimento.

«Smettila! Le hai mancate per pochissimo!» gli dico. Solo allora si interrompe per un attimo e mi guarda negli occhi. Mi parla con una sicurezza da adulto.

«Non preoccuparti, adesso le colpisco.»

Quando uno si prende indietro con i compiti per le vacanze

Il piccolo Ale credeva che volessi dissuaderlo dal lancio di sassi per impedirgli a mancare il bersaglio, e non vedeva un altro motivo per cui avrebbe dovuto fermarsi. Non c’è che dire, un bambino così ha un futuro promettente nel mondo del Male.

E quante Grandi Verità possiamo aggiungere alla lista precedente!

  • non dobbiamo aver paura del fallimento, poiché la causa del fallimento è spesso la paura stessa;
  • il saggio lancia il ciottolo alle bagnanti: lo stolto guarda le bagnanti, ma ciò che conta è il ciottolo;
  • il giudizio altrui non deve scalfire la nostra risolutezza;
  • giusto e sbagliato sono nozioni relative;
  • al primo accenno di parlata brianzola uscite dall’acqua;
  • se non assesti qualche scappellotto ben mirato a tuo figlio quando è piccolo, crescerai un futuro criminale di guerra.

E con queste ne ho citate solo alcune.

Spiaggia di ciottoli

"Beh? Dove sono i bersagli?"

Siamo giunti al termine di questo pigro post postvacanziero. Sì, era pieno di elenchi puntati. E sì, potrebbe sembrare l’equivalente digitale di un temino delle elementari intitolato “Un episodio delle mie vacanze”.

Ma con un piccolo sforzo si può sparare una moralona che lo riporti in topic. Ad esempio, potremmo discutere di come, di tanto in tanto, ci si imbatta in persone che sembrano più che altro personaggi. Il piccolo Ale rappresenta bene questa categoria. Un altro personaggio, su cui non ho avuto modo di approfondire, l’ho visto ieri in un centro commerciale. Era un’anziana signora in sedia a rotelle, che si spingeva avanti con i piedi e si guardava intorno con fare circospetto, accennando appena un sorriso malizioso.

La realtà ci offre ottimi spunti per situazioni e personaggi, basta saperli individuare.

Mamma, ho finito il post, posso andare a giocare?

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Errori senza tempo

Questo sarà uno di quei post in cui mi calco in testa un cappello di flanella, impugno un bastone e comincio a inveire come un vecchio alle poste.

Perché non è possibile, insomma.

Si parla tanto di una progressiva scomparsa del congiuntivo, quando anche l’indicativo viene usato così così. C’è un tempo dell’indicativo, in particolare, che viene regolarmente bistrattato, tanto che il suo stesso nome dà l’idea di una morte sofferta.

Povero trapassato.

Gorilla e Capriolo

Che poi uno se le tiene tutte dentro e sopporta e sopporta fino a quando proprio non ce la fa più e allora deve scrivere un post che in realtà è un grido di dolore, di quelli che si lanciano stando in ginocchio sotto il cono di luce di un riflettore.

Difficile dire quando tutto è cominciato, ma la mia ira foriera di rant ha raggiunto il suo picco ieri pomeriggio, mentre leggevo Congo, di Michael Crichton (che si legge Cràiton). L’ho pagato un quarto di euro ad una bancarella, incurante dell’ammonimento del venditore («È un po’ forte.»).

L’edizione che ho io è stata pubblicata nella collana SuperPocket, ma è originariamente della Garzanti. Il traduttore è Ettore Capriolo.

Il brano che riporto è preso da pagina 128.

Ross se ne rendeva conto benissimo. In un’industria dove i vantaggi sui concorrenti si misuravano in mesi, certe aziende avevano accumulato patrimoni battendo di qualche settimana la concorrenza in una tecnica o in un congegno nuovo; la Syntel della California era stata la prima a fare una scheggia di memoria 256K quando tutti gli altri facevano ancora le 16K e sognavano le 64K. La Syntel conservò questo vantaggio solo per sedici settimane, ma realizzò un guadagno di oltre centotrenta milioni di dollari.

«E noi stiamo parlando di cinque anni.» diceva Travis.

Il vecchio che è in me sta inveendo.

Non so come sia la versione originale del testo, non mi sono preso la briga di andarla a cercare.

Forse Crichton ha usato sempre il past perfect, tempo verbale inglese che corrisponde al nostro trapassato. Forse invece Ettore Capriolo ha tradotto pari pari, e allora è Crichton che ha sbagliato. Infine, e mi sento scettico nei confronti di quest’ultima possibilità, forse in inglese c’è una particolare regola che permette di usare il past perfect un paio di volte e poi dimenticarsene.

In ogni caso, questo brano non è scritto in un italiano corretto. E ultimamente mi sto accorgendo che molta gente che si definisce professionista nell’ambito della produzione o elaborazione di testi non è capace di usare correttamente il trapassato.

«Che noia!» direte voi «Il trapassato è una cosa da matusa!»

Oh, io ve l’ho detto, che era una discussione da vecchio in coda alle poste. E comunque…

"Chiedo l'aiuto da casa."

O tempora…

In linea con la mia momentanea anzianità, posso dire che l’ignoranza nell’uso del trapassato è un fenomeno causato dai troppi videogiochi e dalle scollacciature a cui i nostri giovani sono esposti quotidianamente.

Quando non sarò più così annebbiato dalla senilità, mi renderò conto che già nel 1981 (e probabilmente anche prima) si pubblicavano libri con errori di questo tipo.

Fino a quel momento, ci si vede alle poste.

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