Natale a San Guinario – 3° puntata

Un’Accademia del Male non è il peggior posto in cui passare le vacanze natalizie, e qui a Sudare Inchiostro ormai è tradizione fare una capatina a San Guinario, almeno per la vigilia.

Se ancora l’ambiente non vi è familiare vi consiglio di dare un’occhiata alla prima e alla seconda puntata, altrimenti rischiate di capirci poco. Anche perché quest’anno, a San Guinario, non si parla davvero di Natale, ma di narrativa, retorica, insegnamento e di altre adorabili nefandezze.

Natale a San Guinario

Un lungo indice ossuto uscì da una piega delle vesti del Direttore e picchiettò sul microfono. Dalle profondità del cappuccio emerse un «Prova, prova. È acceso?»

La platea mormorò qualche assenso. Dal tavolo della commissione, il professor Suplicio alzò un pollice.

«Molto bene.» disse il Direttore «Vi do allora il benvenuto alla finale dei Giochi del Solstizio 2013. Cominciamo la serata facendo un bell’applauso alla commissione giudicatrice, presieduta dalla professoressa Bondaggi.»

Gli studenti applaudirono. Senza staccare gli occhi dalle carte che stava consultando, la professoressa alzò la mano guantata di latex nero e fece un breve cenno di saluto agli studenti dietro di lei.

«Con l’eliminazione dei Moderni Prometei, sono rimaste solo due squadre in gioco.» riprese il Direttore «Diamo un caloroso benvenuto alle Matrigne, coordinate dal professor Malicius, e ai Cerberi, coordinati dal professor Schianta.»

Un’ovazione riempì l’auditorium mentre sei studenti uscivano da dietro le quinte e si disponevano alle due estremità del palcoscenico, tre da una parte e tre dall’altra.

Seduto in prima fila, il professor Malicius studiava la propria squadra. Lucertolo si stava torcendo le mani, brutto segno, ma Lamia sfoggiava il solito sorriso sibillino. Umbra era immobile accanto ai compagni, il viso nascosto dai lunghi capelli neri.

«Vi asfaltiamo.» gli sussurrò all’orecchio il professor Schianta, seduto dietro di lui. Malicius non si scompose, ma si augurò che i giudici non avessero sorteggiato una prova fisica. Il solo Mongibello pesava più di tutte e tre le Matrigne messe insieme, e Rosha aveva vinto per quattro anni consecutivi le Olimpiadi dell’Efferatezza. E poi c’era ArMario, che torreggiava anche sui suoi due compagni di squadra.

«Senza ulteriori indugi» disse il Direttore «andiamo a scoprire quale sarà la prova finale.»

Fece un cenno verso il tavolo della commissione. La professoressa Bondaggi passò una busta al professor Suplicio, che si alzò e salì sul palco, fermandosi dietro al microfono che il Direttore gli aveva lasciato.

«La prova finale sarà…» cominciò. Sollevò la busta davanti a sé e la aprì. Il sussurro della carta si perse nel silenzio generale.

«Confessione.»

La platea fu attraversata da un mormorio. Mentre il professor Suplicio tornava al tavolo della commissione, un maxischermo cominciò a scendere alle spalle del Direttore, che riprese il suo posto al centro del palco.

Lo schermo arrestò la sua discesa con un sussulto e si accese, mostrando un’ampia stanza quadrata. Cinque sedie erano disposte l’una accanto all’altra lungo una delle pareti, e su ciascuna sedia era legato un ragazzo.

«Molti di voi riconosceranno i nostri prigionieri. Sono tutti regolari studenti della nostra Accademia. Quello che non sapete è che uno di loro è un Buono.»

Il mormorio del pubblico si colorò d’indignazione, e dalle ultime file arrivò qualche insulto.

«Ebbene sì, i nostri nemici sono riusciti a introdurre due spie tra di noi, e purtroppo non è la prima volta. La buona notizia è che i nostri docenti sono riusciti a individuarle, e a creare due gruppi di sospetti, entrambi comprendenti un Buono. Ciascuna squadra si confronterà con un gruppo, e i concorrenti dovranno indurre l’infiltrato a confessare. Ma non è tutto!» il Direttore sfoderò di nuovo l’indice, questa volta sollevato in un ossuto ammonimento «I giocatori non potranno arrecare lesioni permanenti ai prigionieri, visto che, per ogni gruppo, quattro di loro sono normali studenti.»

Il pubblico rumoreggiò.

«Ma non temete. Per compensare la mancanza di crudeltà, i giudici hanno deciso di rendere obbligatorio l’uso dell’ultimo ritrovato in fatto di tecnologia applicata al Male: una FidoGrinder 2700.»

Il cappuccio del Direttore si scosse in un cenno d’assenso verso il professor Suplicius, che sollevò la cornetta del telefono di fronte a sé. Disse poche parole che Malicius non riuscì a distinguere, e riattaccò. Un istante dopo le porte della stanza proiettata sul maxischermo si aprirono, lasciando entrare due bidelli. Uno spingeva un monolite metallico alto quanto lui, l’altro un carrello di rete metallica colmo di cuccioli. I due carichi furono posizionati di fronte ai cinque prigionieri, e il primo bidello prese ad armeggiare con il retro del monolite, da cui estrasse un tubo di una spanna di diametro. Una delle estremità era rimasta collegata alla macchina, mentre l’altra fu tuffata tra i cuccioli. Intanto il secondo bidello aveva estratto dal corpo della FidoGrinder un profondo cassetto a scomparsa, posizionato proprio sotto la rosa di forellini che si apriva a mezzo metro dal terreno.

Malicius strinse i braccioli della poltroncina mentre Schianta assicurava alla moglie di avere ormai vinto. Non aveva tutti i torti. Due dei tre Cerberi, Rosha e ArMario, avevano seguito il corso di Tecnologie della Distruzione, mentre nessuna delle Matrigne aveva mai visto una tritacuccioli da vicino.

«Secondo il regolamento» disse il Direttore «è la squadra con il punteggio più basso a cominciare. Vi ricordo che il punteggio per questa prova sarà calcolato in base al tempo impiegato per ottenere la confessione. Ciascuna squadra avrà un massimo di dieci minuti, e che vinca il peggiore. Cerberi, siete pronti?»

L’assenso dei Cerberi fu coperto da un applauso assordante. Il Direttore attese che l’entusiasmo del pubblico si fosse placato prima di parlare.

«Molto bene. Il conteggio del tempo comincerà quando metterete piede nella stanza. Buona fortuna!»

Gli applausi ripresero e i Cerberi vennero scortati fuori dall’auditorium dalla professoressa Bondaggi.

Schianta si chinò avanti e poggiò una mano sulla spalla di Malicius. «Sai qual è il tuo problema?» gli disse, investendolo con una fiatata che sapeva di pop corn «Hai scelto con il cuore, non con questa.»

Malicius chiuse gli occhi e respirò a fondo mentre l’indice di Schianta gli picchiettava sulla tempia.

«Dovevi prenderti qualcuno di più esperto, non tre matricole. E poi, vuoi dirmi perché –»

«Caro, siediti composto.» lo interruppe la signora Schianta.

«Non tormentarti troppo, eh, Malo?» concluse Schianta «Godiamoci lo spettacolo e che vinca il migliore.»

Nel frattempo i Cerberi erano entrati nella stanza degli interrogatori, e in un angolo del maxischermo erano apparse le cifre di un cronometro. Mongibello camminava avanti e indietro davanti ai prigionieri, e benché nell’auditorium non si sentisse ciò che diceva, la smorfia compiaciuta dipinta sul suo volto parlava chiaro.

Dileggio e sfida, pensò Malicius. Era una buona strategia da adottare per individuare il Buono, faceva presa sul suo insopprimibile senso dell’orgoglio. Stava tutto nel sottolineare l’impotenza del Buono di fronte all’eccidio di creature inermi: quello sarebbe scattato in piedi in un attimo per difendere il proprio onore e dimostrare al Cattivo che si sbagliava di grosso.

Per il momento, però, i cinque prigionieri rimanevano impassibili. In piedi in un angolo, la professoressa Bondaggi prendeva appunti sulla sua cartellina.

Mongibello si voltò e disse qualcosa ai due compagni di squadra. ArMario tenne l’estremità del tubo di alimentazione mentre Rosha digitava qualcosa sul pannello dei comandi. Un cucciolo schizzò su per il tubo, e un attimo dopo lunghi filamenti di carne macinata uscirono dai forellini della FidoGrinder 2700 per poi adagiarsi nell’apposito cassetto.

Mongibello continuò a parlare, scambiandosi di tanto in tanto un cenno d’intesa con i compagni di squadra, che ogni volta provvedevano a tritare un nuovo cucciolo. Nell’angolo del maxischermo, sotto il cronometro, era apparso un nuovo contatore che scattava ad ogni risucchio del tubo.

Malicius osservò le Matrigne, cercando di stabilire un contatto visivo, ma i tre stavano confabulando, noncuranti del maxischermo e dei commenti del pubblico.

Passarono i secondi, poi i minuti, e nell’auditorium il tifo si affievolì fino ad ammutolire del tutto. Il cassetto della FidoGrinder era ormai colmo, e ArMarius dovette schiacciare il macinato sul fondo per continuare a tritare senza spandere carne sul terreno. Mongibello grondava sudore, e l’espressione di superiorità di poco prima si era trasformata in un ghigno teso. Rosha gettava occhiate nervose all’orologio e alla Bondaggi.

All’inizio dell’ottavo minuto, quando ormai mancavano appena sei cuccioli perché il carrello fosse vuoto, uno dei prigionieri crollò il capo, e i tre Cerberi esultarono, mentre la Bondaggi annotava qualcosa sulla cartellina e li precedeva fuori dalla stanza.

«Otto minuti e tre secondi!» annunciò il Direttore, nel boato che scuoteva l’auditorium «Ora starà alle Matrigne battere questo tempo.»

Sul maxischermo si videro i bidelli liberare i quattro studenti – il Buono venne preso in custodia da due agenti della sicurezza – e condurre nella stanza altri cinque prigionieri, che vennero legati alle sedie. Il carrello di cuccioli semivuoto venne sostituito con uno pieno, e il cassetto della FidoGrinder 2700 fu svuotato in un sacco che venne portato via da un inserviente vestito di bianco.

Il ritorno dei Cerberi fu accolto da un’ovazione. I tre concorrenti salirono sul palco salutando il pubblico, mentre le Matrigne raggiungevano la professoressa Bondaggi e si incamminavano con lei fuori dall’auditorium.

«Sono andati bene, amore?» chiese la signora Schianta al marito «Non ci capisco niente, di queste cose.»

«Potevano andare meglio.» sussurrò Schianta.

«Parla più forte, non ti sento, con tutti questi qua che gridano!» disse lei.

Malicius sorrise.

«Silenzio!» ingiunse il Direttore, e l’auditorium tacque.

Il maxischermo mostrò le Matrigne che entravano nella stanza. Il cronometro partì. Umbra raggiunse il carrello, prese in braccio un cucciolo e andò a piazzarsi tra Lamia e Lucertolo, in piedi di fronte alla fila di prigionieri. Lamia cominciò a parlare ai prigionieri, seguita da Lucertolo. Umbra accarezzava il cagnolino.

La professoressa Bondaggi seguiva le mosse dei concorrenti senza batter ciglio, eppure Malicius avrebbe potuto giurare di aver visto l’ombra di un sorriso increspare il lucido rossetto borgogna.

Un prigioniero scoppiò a piangere. L’auditorium assistette alla scena nel silenzio più assoluto: Lamia e Lucertolo che si abbracciavano, la professoressa Bondaggi che prendeva nota, Umbra che rimetteva a posto il cucciolo nel carrello. Il tutto con il cronometro immobile in sovrimpressione. Un minuto e ventidue secondi.

Il pubblico esplose. E mentre ogni studente in sala gridava, ululava e batteva mani e piedi, Malicius chiuse gli occhi e ascoltò il silenzio di Schianta, a cui la moglie stava chiedendo: «Bravi questi, no?»

Un attimo dopo i tre studenti furono in sala, e l’esultanza generale si fece ancora più forte. I Cerberi strinsero la mano ai vincitori, e il Direttore chiamò sul palco i Moderni Prometei e i tre docenti coordinatori per la premiazione finale.

Malicius si alzò, salì le scale del palco e, sempre tra gli applausi scroscianti, raggiunse le Matrigne. Le sue Matrigne.

Lamia doveva aver colto la domanda nel suo sguardo, perché rispose. «Uccida un cucciolo, e avrà ucciso un cucciolo.» disse, continuando a fronteggiare il pubblico festante «Ma uccida il piccolo Rufus, salvato da un padrone crudele il giorno della vigilia di Natale e destinato a rallegrare i bambini di un orfanotrofio per piccoli malati terminali, e avrà ucciso tutto ciò che c’è di buono al mondo.»

Lucertolo si girò appena. «Male e Bene esistono in un contesto. Abbiamo creato il contesto.»

Male e Bene esistono in un contesto, ripeté Malicius tra sé e sé. Erano le parole con cui ogni anno apriva il suo corso di Teoria del Male.

Qualcosa gli tirò la giacca. Guardò giù e vide Umbra; non l’aveva vista avvicinarsi. Attraverso i capelli che le coprivano il volto, Malicius scorse un bagliore bianco e qualcosa che poteva essere un canino.

«Ben fatto, Umbra.» disse, e lei gli prese un indice nella sua mano sottile.

Il Direttore consegnò le medaglie di bronzo ai Moderni Prometei, quelle d’argento ai Cerberi e infine mise quelle d’oro al collo di Lamia, Lucertolo e Umbra. Malicius sentì un improvviso bruciore agli occhi, che gli si appannarono. Sbatté le palpebre un paio di volte, e si ritrovò le ciglia umide. E dire che non aveva mai manifestato alcun sintomo di allergia, prima di allora.

«Dichiaro conclusi i giochi del Solstizio.» annunciò il direttore «Non mi resta che ricordarvi, visto che legalmente sono obbligato a farlo, che nessun cucciolo è stato maltrattato nel corso dei Giochi del Solstizio, tutto ciò che avete visto è stato un effetto speciale. Vi auguro –»

Il Direttore s’interruppe mentre una donna corpulenta con un cappello da cuoco saliva sul palco e gli andava a sussurrare qualcosa all’orecchio.

«Ah, sì. Dal servizio ristorazione mi segnalano che il menu vegetariano è previsto per domani, non più per stasera. Detto questo, vi auguro una buona serata.»

Gli studenti cominciarono ad alzarsi, mentre il Direttore e le squadre vincitrici scendevano dal palco. Malicius aspettò che la folla fosse defluita fuori dall’auditorium e si prese un minuto per contemplare la sala vuota, misurando il corridoio centrale a passi lunghi e lenti. Poi uscì anche lui.

La professoressa Bondaggi era fuori ad aspettarlo.

«Congratulazioni.»

«Li hai aiutati tu, Brigitta?» sospirò Malicius.

«Questa insinuazione ti costerà cara, tra poco.» rispose lei, impassibile. Lo prese sottobraccio e insieme si avviarono verso l’ala ovest. «Allora, pensi ancora di lasciare l’insegnamento?»

Lui sospirò. «Ancora un altro anno, Brigitta. Ancora un altro anno.»

Buon cenone!

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Masterpiece – Il talent show che ci mancava

Dicevano che un reality basato sulla scrittura fosse impossibile. Dicevano che, se ancora gli americani non lo avevano fatto, un motivo ci doveva essere. Dicevano che l’attività dello scrittore è troppo distante dai ritmi televisivi per poter essere portata al grande pubblico senza drastiche banalizzazioni. E indovinate un po’? C’avevano ragione.

Sigla!

Freak show

Nella prima parte del programma la giuria ha cominciato a passare in rassegna i concorrenti; un carosello di casi umani e/o attori presi in prestito a Forum.

Ogni sventurato prendeva posto di fronte ai giurati e leggeva un brano tratto dal proprio romanzo, che la giuria aveva già letto. Alcuni sono stati eliminati davvero troppo presto, vale a dire che si sono sciroppati il viaggio fino a Torino semplicemente per sentirsi dire: «Fai schifo, torna a casa.». E questi sono i concorrenti fortunati, quelli a cui è stato impedito di sprofondare ancora di più nella miseria umana. Ma non anticipiamo nulla.

Scelta di sicuro ponderata, ma poco efficace, è stata quella di chiamare costantemente i concorrenti con nome e cognome. Televisivamente parlando è una trovata triste, fa un po’ ambulatorio medico, per cui io assegnerò a ciascuno di loro dei nom de plume di mio gradimento.

Fase 1

Dopo la prima eliminazione, che in realtà si sarebbe potuta fare a priori visto che non coinvolgeva in alcun modo i concorrenti, gli autori rimasti erano, se non ricordo male:

  • Il matto-ma-non-per-davvero, d’ora in poi chiamato Nido del Cuculo
  • Il vergine over 30, d’ora in poi Onan
  • L’ex galeotto, d’ora in poi Papillon
  • L’operaia dalla vita difficile, d’ora in poi Quante Difficoltà
  • Quello che “da pischello cercavo tanti guai” (parole sue), d’ora in poi Sedicenne Vissuto
  • L’ex anoressica e/o bulimica, d’ora in poi Piangy

Dei loro romanzi non si è parlato molto, ma da quello che si poteva intuire si trattava di scritti dalla forte componente autobiografica. Le sorprese, eh?

Invece ci si è concentrati moltissimo – ancora una volta, le sorprese – sulla loro vita privata. Riassumendo, ecco come sono andate le prime interviste:

  • Nido del Cuculo suscita subito nei giudici una fortissima antipatia, raccontando di quella volta che si è finto pazzo e di quella che era pazzo per davvero. Non ci sono dubbi sul fatto che verrà silurato.
  • Onan fa della verginità il proprio vessillo personale, menziona di striscio le pratiche autoerotiche che coltiva con dedizione e dichiara di avere una murakamiana passione per la corsa.
  • Papillon si rivela meno omertoso del previsto sul motivo per cui ha passato tredici anni in prigione, dimostrando così una pessima gestione della suspence: magari se non lo avesse detto subito lo avrebbero tenuto in gara un po’ di più.
  • Quante Difficoltà ha una storia strappalacrime che ora non ricordiamo, racconta di come i suoi tentativi di scrittura siano regolarmente osteggiati dai colleghi (ufficialmente per diffidenza verso tutto ciò che è culturale, ma magari per semplice disapprovazione verso la scrittura rigonfia di aggettivi).
  • Sedicenne Vissuto, in realtà trentaquattrenne, se non ricordo male cita Apocalypse Now à la Enrico Fiabeschi, altro ragazzo difficile. Poi si salva in corner un attimo dopo menzionando Conrad, ché lui sì ha avuto una vita spericolata come quella dei film, ma ha letto anche tanti libri. De Cataldo, sportivamente, comincia a parteggiare per lui.
  • Piangy piange. Taiye Selasi piange un po’ con lei. Quando trova un attimo di tempo, racconta di come ha vinto la sua battaglia contro anoressia e bulimia grazie al figlio che ha avuto, e sul quale, in modo assolutamente sano ed equilibrato, ha proiettato tutti i propri obiettivi e le proprie aspettative.

In certi casi sono addirittura i giurati a chiedere ai concorrenti maggiori dettagli sulle loro faccende private, e quelli mica si tirano indietro.

Fino a qui è tutto molto raffinato.

Ma attenzione, arriva il momento delle eliminazioni: i giudici privilegiano le vite difficili e spericolate, eliminando i due concorrenti che erano stati così incauti da parlare delle proprie esperienze autoerotiche. Come si sa, la masturbazione ha pochissima carica tragica.

Nido del Cuculo viene inoltre congedato per eccesso di antipatia; una tragedia annunciata. L’altro a dover abbandonare il campo è chiaramente il povero Onan, a cui viene ingiunto di togliersi le mani dalle tasche.

Fase 2

Con grande sorpresa di tutti, succede qualcosa. Piangy e Papillon sono spediti in una comunità per persone povere/immigrate/altro, e hanno un edificante scambio di opinioni splendidamente argomentate sui rom di fronte agli stessi rom, che li guardano con scarso interesse. Poi i due concorrenti si impegnano in attività socialmente utili, senza però riuscire a ripagare nemmeno in minima parte il debito culturale che stanno maturando nei confronti della nazione.

Nel frattempo Quante Difficoltà e Sedicenne Vissuto si trovano in una balera. Sedicenne vissuto, che in mezzo a tutti quei vegliardi si sente ancora più giovane, discute un po’ con la controfigura di Pirandello e poi si isola (cosa piuttosto facile, nel locale semivuoto). Quante Difficoltà si lascia invece andare a considerazioni su quanto gli uomini di una volta fossero delle proverbiali persone meglio, e su come una volta sì che le coppie duravano, perché avevano valori e soprattutto perché qui era tutta originalissima campagna.

Si torna in studio, ed ecco finalmente la sfida!

Piangy e Papillon dovranno scrivere una lettera dal punto di vista di una persona ospitata in quella comunità. Quante Difficoltà e Sedicenne Vissuto dovranno fingere di aver visto i propri genitori ballare nella balera.

Il tutto in mezz’ora. Bum.

I quattro cominciano a diteggiare furiosamente, e dagli scorci di schermo che finiscono nell’inquadratura baluginano mandrie1 di aggettivi e avverbi di modo, a garanzia di una qualità che la fretta non potrà che innalzare.

Nel frattempo, negli spezzoni registrati in cui gli stessi concorrenti commentano quello che sta accadendo durante la puntata, Sedicenne Vissuto mostra i segni di quella che potrebbe essere una crisi di astinenza da Generiche Droghe, oppure solo un attacco di Spericolatezza da Pischello.

Vengono valutati gli elaborati. È la volta delle due lettere: De Carlo si infuria perché la scuola media ha sporto denuncia per furto di temi, e straccia gli elaborati tanto faticosamente prodotti dalle manine di due alunni della II B. Bocciati tutti e due, ma Papillon è bocciatissimo, non passa nemmeno l’Invalsi. Alla fine però serve almeno un promosso, e Piangy viene ammessa con riserva.

Quante Difficoltà e Sedicenne Vissuto sono andati meglio, per cui alla fine Piangy, precedentemente illusa, viene scaricata.

Fase 3

Nell’ultima prova, ciascuno dei due concorrenti rimasti deve convincere Elisabetta Sgarbi, direttore editoriale della Bompiani, a pubblicare il proprio romanzo.

Il tutto in un minuto. Bum.

I due friggono aria per sessanta secondi di cronometro, sfoderando un’abilità espositiva pari soltanto a quella dimostrata durante tutta la puntata. Nel frattempo la Sgarbi fissa paziente la fronte dei propri interlocutori, aspettando che sia tutto finito.

Il finalissimo

Quante Difficoltà e Sedicenne Vissuto si presentano di fronte ai tre giurati, a cui si è aggiunta Elisabetta Sgarbi. La Sgarbi mente con gusto, affermando di aver letto i manoscritti dei concorrenti [risate finte alla Antonio Ricci], e per la prima volta l’ombra di un sorriso le attraversa il volto.

Ed ecco il verdetto: Quante Difficoltà viene eliminata, perché, come si era detto tre quarti d’ora prima, De Cataldo favorisce Sedicenne Vissuto, benché questi faccia molti errori grammaticali (alé) e abbia scritto qualcosa che non ha alcuna vera struttura (alé).

Insomma: vince la competenza, vince la buona scrittura.

Non siamo tutti di madrelingua italiana, e allora? Siamo perfettamente in grado di separare i simpatici dai non simpatici.

La ggente sono perzone come noi

La scrittura è una delle attività meno televisive che ci siano. Tanto per cominciare richiede molto tempo, e non solo per la produzione, ma anche per la fruizione. In secondo luogo, leggere è un’attività individuale, che salvo certi casi2 non è praticabile in una dimensione collettiva3.

La tv ha bisogno di immediatezza e di performance. Il valore performativo della scrittura è nullo, sia durante la produzione che durante la fruizione.

Tutto questo però non ha fermato i produttori di Masterpiece. Visto che la scrittura è un argomento difficile da trattare in tv, e barboso fino alle lacrime per chi già non se ne interessa, RaiTre ha dovuto concentrarsi su qualcosa che potesse davvero fare audience e riempire un format infelice: la ggente. E gli scrittori sono ggente. Pure troppo ggente.

Non è un caso, allora, che si parli più degli scrittori che delle loro opere. In realtà, è davvero poco rilevante che queste persone scrivano. Masterpiece è più che altro una via di mezzo tra gruppo di auto-aiuto e un salotto defilippiano. E come in un salotto defilippiano, il livello della discussione è imbarazzante.

Ad aggiungere tristezza alla tristezza, infatti, arrivano le banalità. Sì, perché ormai noi siamo così ggiovani e così pop che la scrittura non dev’essere necessariamente un’attività intellettuale, e perciò chi la pratica non deve avere particolari qualità intellettuali. Intellettuale è sinonimo di snob, e a noi le cose snob non piacciono. Ci piacciono le cose facili facili, alla portata proprio di tutti, perché scusa, scusa, ma mica è giusto che uno faceva fatica a capire quello che dicevi, perché io secondo me le perzone sono tutte uguali e io do rispetto ma chiedo rispetto, perché sono una perzona vera con dei sentimenti veri e le mie opinioni contano quanto le tue.

Cheppoi a questo Masterpis ce manca troppo er pubblico!

E allora diamo la stura alle banalità, zavorriamo il livello della discussione con decine di luoghi comuni e non dimentichiamoci di seminare delle citazioni colte™ qua e là per rassicurare il telespettatore: sì, anche tu sei una persona acculturata e intelligente. Qua lo siamo tutti! Ma senza essere snob, ci mancherebbe.

Ah, e anche a noi non ce ne frega niente della scrittura.

Panni sporchi

Tutto questo significa che gli scrittori che hanno partecipato alla puntata sono persone da poco, intellettualmente povere? Non necessariamente, e infatti non è questo il problema. Il problema è che la vita privata delle persone non è interessante, a meno che il nostro obiettivo non sia il gossip o il curiosare tra i panni sporchi altrui.

Ad un certo punto, durante la visione del programma, mi sono accorto che avevo automaticamente bollato i romanzi dei concorrenti come schifezze, senza avere alcuna base per farlo. Ero caduto nella trappola, e stavo giudicando i romanzi in base all’idea che mi ero fatto degli autori. E l’impressione che ho avuto di tutti loro è stata davvero pessima, complice la morbosità e la futilità del format. Chi lo sa come sono nella vita vera? Magari sono persone interessantissime. Ancora una volta, non è questo il problema. Sullo schermo sono solo carne da talent show, gente coinvolta in discussioni sciocche.

Pistola alla tempia

La cosa peggiore, forse, è l’idea che si dà della scrittura. In Masterpiece si sta sempre bene attenti a non concentrarsi mai su nulla che riguardi davvero la narrativa.

L’unica immagine che si ricava di questa attività che, diciamolo, è un po’ da teste d’uovo [occhiolino ai gentili telespettatori], è data dalla cosiddetta Prova Immersiva, ossia quella mezzora in cui i concorrenti devono scrivere una paginetta su un tema prestabilito.

De Cataldo addirittura ha detto che al giorno d’oggi (?), per uno scrittore, è essenziale saper scrivere con una pistola alla tempia. Perché? Ma perché, De Cataldo?

L’idea che lo spettatore ne ricava è che, se per essere scrittori basta mezz’ora e se i concorrenti gli sono pari per originalità argomentativa e brillantezza espositiva, allora anche lui può essere uno scrittore. Anzi, lo è già, solo che non ha ancora scritto niente. Meglio quindi che si metta a scrivere, così gli editori potranno continuare a lamentarsi perché gli italiani scrivono libri ma non li leggono.

"Scrivi! Scrivi, ho detto! Hai mezz'ora." "C-cosa vuoi che scriva?" "Ah, qualsiasi cosa."

«Per una volta che…»

Masterpiece ha riscosso anche pareri positivi. Qualcuno critica i detrattori del programma con interventi il cui contenuto è così riassumibile: «Non fate tanto gli snob, per una volta che in tv trasmettono un programma culturale!»

Peccato che Masterpiece non sia un programma culturale. È un talent show, e anche per essere un talent show è piuttosto mediocre.

Ma non si parla di libri e non si parla di letteratura, se non in una manciata di citazioni colte™. La cultura dove sarebbe? Nella tragedia umana?

Mi si dirà che sono uno snob, e che ho una visione vecchia e polverosa della cultura. Non è vero. Credo invece che sia salutare portare la cultura (scientifica e umanistica) fuori dalle varie torri d’avorio in cui spesso è custodita, in modo che non siano solo gli specialisti a godere della sua bellezza.

A questo proposito vi porterò un esempio che di certo conoscete già. Il blog L’Arte spiegata ai truzzi (nella loro lingua) riesce a fare cultura in un modo divertente, ma non per questo stupido. Questa è divulgazione; guardate e imparate.

Masterpiece, lo ripeto, non è un programma culturale, e il brutto è che finge di esserlo. Anzi no, il brutto è che qualcuno ci crede.

Qualche proposta

E poi non si dica che non sono pop e giovane e duepuntozzero e community-oriented e non-snob.

Se proprio RaiTre vuole fare un reality sulla scrittura, che lo faccia! Però i concorrenti dovrebbero cimentarsi in vere prove di scrittura. Come dite? Non vi viene in mente niente?

Ecco qualche idea che potreste sfruttare:

  • Dettato. I concorrenti scrivono sotto dettatura brani di difficoltà crescente. Il primo che fa un errore di ortografia viene eliminato.
  • Roulette russa dei modificatori. I concorrenti hanno mezz’ora per scrivere un brano su un tema deciso dai giudici. Il primo che scrive un aggettivo qualificativo o un avverbio di modo viene eliminato. Sono considerate errore anche le locuzioni avverbiali.
  • Focalizzazione. Rendere un brano in focalizzazione zero in focalizzazione esterna (o interna, con un personaggio POV deciso dalla giuria). Al primo errore di focalizzazione si è eliminati.
  • Disciplina. I concorrenti tornano a casa e riprendono la loro routine quotidiana, e per un certo periodo (un mese, sei mesi, un anno) devono riuscire a scrivere un determinato numero di parole al giorno. Chi non ce la fa viene eliminato.

Il saggio Brizzi e la tv verità

Saggio, saggissimo Brizzi!Durante i titoli di coda è stata mandata in onda una carrellata di consigli sulla scrittura, offerti da vari nomi della letteratura e dell’editoria. Non ci ho fatto molto caso, essendo piuttosto assonnato e intristito, ma mi ha colpito quello che ha detto Enrico Brizzi, ossia che gli autori in erba tendono a creare protagonisti che siano dei loro alter ego un po’ più fighi.

Un ammonimento contro le Mary Sue e i Garu Stu, insomma, e contro il protagonismo dell’autore. Dopo una puntata del genere è sembrato davvero fuori posto, ma mi ha sollevato un po’ il morale.

Può darsi che le puntate successive di Masterpiece mi sorprendano, ma è difficile, per due motivi: il primo è che non le guarderò, il secondo è che dovrebbe trattarsi di un programma completamente diverso.

Nel frattempo continuerò a lavorare alle mie idee per un format che si occupi davvero di scrittura. Sarà pieno di tempi morti e revisioni logoranti, e alla fine il vincitore leggerà in diretta il suo intero romanzo, in una puntata speciale di sedici ore.

L’auditel andrà sottozero, ma quella sì, che sarà tv verità.

  1. “Mandrie che baluginano”. Dovrei partecipare anch’io! []
  2. Lettura ad alta voce, improponibile per testi lunghi. []
  3. Quello che si condivide è generalmente l’esperienza della lettura, ma allora si tratta di conversazione riguardante la lettura, non di vera lettura. []
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Dove si annida la noia – Un approccio medio inferiore

Di tanto in tanto, anche se di rado, mi è capitato di essere contattato da docenti di lettere impegnati nell’organizzazione dei cosiddetti “incontri con l’autore”, durante i quali le classi hanno l’opportunità di conoscere uno scrittore, magari in seguito alla lettura di una sua opera, e insomma, di sentire cos’ha da dire questa testa d’uovo.

Anni fa, complice il Campiello Giovani, ricevevo questi inviti un po’ più spesso, ma ormai era da anni che non me ne capitavano.

In queste ultime due settimane, però, ho avuto l’occasione di annoiare ben quattro classi delle scuole medie. Sulle prime ero stato restio nell’accettare l’invito, e per due ragioni: per prima cosa io non sono uno scrittore in senso stretto, perché non ho ancora pubblicato (o autopubblicato) nulla; e poi ero abituato a parlare di scritture ed editoria a ragazzi delle scuole superiori, che magari si annoiavano in uguale proporzione, ma con i quali il livello della discussione poteva essere un po’ più elevato.

Di per sé, un incontro tra una classe delle medie e il sottoscritto non meriterebbe particolare attenzione in questo blog (e in nessun altro), eppure è capitata una cosa che mi ha dato da riflettere.

«Io ad esempio ho letto un libro, no? Ecco, ed era noioso!» si è lamentato uno degli studenti. Io ero sul punto di scusarmi a nome di tutti quelli che producono quella robaccia o che hanno in programma di farlo, ma il mio spirito di maestrino ha avuto la meglio, e ho deciso di punire il malcapitato trasformando un incontro noioso in un incontro di alto valore pedagogico.

Da questo punto in poi i fatti narrati potrebbero, come anche no, essere leggermente romanzati.

«E dimmi, caro giovanotto, cos’è che rende noioso un libro, secondo te?»

«Eh, che è noioso!» ha esclamato lui, sorpreso che non ci arrivassi.

«Ma cosa, esattamente, lo rende noioso?» ho insistito io, testardo. Lui mi ha guardato come si guardano i vecchi bacucchi che non sanno scrivere un sms e si è rimboccato le maniche.

«Allora, che un libro –» ha detto con grande proprietà sintattica, afferrando un blocco d’aria alla sua sinistra e spostandolo a destra «– è noioso

A quel punto lo spirito della Montessori mi ha afferrato le spalle, impedendomi di gettarmi sul saputello.

«Perché?» ho chiesto, schiumante «Perché è noioso?»

Il ragazzino ha roteato gli occhi, ma il compagno di banco ha risposto per lui: «Perché è pieno di descrizioni.»

Questa risposta ha incontrato l’approvazione di tutta la classe, nonché del primo studente, che mi ha guardato come se mi fossi fatto spiegare la cosa più ovvia di questo mondo.

Allora mi sono sovvenuti i lunghi anni di studio e messa in pratica delle tecniche narrative, e ho tentato ciò che mi ero ripromesso di non tentare, cioè l’esposizione di aspetti tecnici.

"Prof, possiamo fare matematica?"

Non mi sono addentrato troppo nello specifico, però ho dato qualche cenno sulla contrapposizione tra descrizioni statiche e descrizioni dinamiche. La spiegazione in sé è stata accolta con tiepido interesse, come tutto il resto, ma la vera rivelazione l’ho avuta quando ho fatto i due esempi.

Prima ho semplicemente detto che il mio protagonista, di nome Gigi, aveva i capelli rossi, era il capo di una banda di rapinatori e aveva un cane di nome Bob. Non ci sono state variazioni nel grado di entusiasmo.

Ma poi ho inserito i dettagli in modo funzionale all’interno di una mini-azione (l’irruzione dei rapinatori nella banca, una guardia che grida: «Tirate al rosso! Tirate al rosso!» e Bob che le addenta una mano), e lì ho visto un picco di partecipazione davvero inaspettato.

La classe è tornata in uno stato di quiete non appena la scenetta si è interrotta, ma intanto io avevo avuto la mia epifania.

Quell’undicenne annoiato

A chi ha ficcanasato almeno un po’ nel mondo dello show, don’t tell sarà capitato, almeno una volta, di sentire argomentazioni di tipo cognitivo a sostegno dell’efficacia di questa tecnica. Ecco, per la prima volta ho avuto l’opportunità di verificare con i miei occhi la validità di queste argomentazioni, anche se con un’immediatezza empirica che ha poco di scientifico.

Però ci sono gli spunti per stabilire dei nuovi parametri con cui misurare la noia che le nostre descrizioni instillano.

È molto rischioso dire che se la nostra descrizione annoia uno studente delle medie, allora è noiosa, su questo credo che saremo tutti d’accordo. Preferisco quindi rovesciare la questione, e affermare che se una descrizione non annoia uno studente delle medie, allora probabilmente non annoia nemmeno il lettore medio.

In fondo a tutti noi c’è un undicenne che sbuffa quando legge descrizioni statiche, anche se non sa cosa sia una descrizione statica. Magari con l’età impariamo a ignorarlo, ma lui rimane lì, a spiegare (a modo suo) al nostro inconscio che le descrizioni sono noiose. Non dobbiamo per forza dargli retta, ma possiamo nascondere pezzetti di descrizione dentro l’azione, dove serve, ed eliminare le parti superflue. Lo faremo felice1.

  1. Felice quanto lo farebbe felice un’ora buca durante un lunedì mattina di ottobre. []
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Pablito e il cavallo a cinque zampe

Maliziosi.

Ora che siete stati attirati da un titolo così promettente, tanto vale che leggiate pure il post, che no, non parla di equini superdotati. Almeno per una buona metà.

Pablito

Pablo Diego José Francisco de Paula Juan Nepomuceno María de los Remedios Cipriano de la Santísima Trinidad Ruiz y Picasso, meglio conosciuto come Pablito, una volta ha detto più o meno una cosa del genere:

A dodici anni dipingevo come Raffaello, ma ci ho messo tutta una vita per imparare a dipingere come un bambino.

Dico più o meno perché l’ha detta in spagnolo, che non si capisce bene come l’italiano.

Non sono un esperto d’arte, ma siccome Sudare Inchiostro è la sede perfetta per prendere citazioni, decontestualizzarle e dire un po’ quello che mi pare, mi è parsa una buona occasione per millantare una cultura a tuttotondo.

Come quella di Botero.

Tutto tondo – Botero. Tutto tondo – Botero. Capita? Eh?

E anche per oggi abbiamo fatto il pieno di simpatia.

Torniamo quindi alle parole di Pablito e alla loro sconcertante umiltà. Ultimamente ho cominciato a sentire questa citazione molto calzante rispetto alle difficoltà produttive che sto incontrando.

Vero, non sono un pittore.

Vero, non ho raggiunto la perfezione tecnica a dodici anni (e temo che ci sia ancora un bel po’ da aspettare).

Ma, come dicevo, con le citazioni basta decontestualizzare un attimo, adattare qui e là, e miracolosamente il messaggio comincia a rispecchiare alla lontana esattamente la nostra situazione.

Facile spiegare, dunque, perché ho l’ardire di paragonarmi a Pablito. Ma prima, veniamo al vero motivo per cui siete qui.

Un caso increscioso

L’aneddoto che segue è accaduto davvero. In realtà non ci sarebbe bisogno di specificarlo, visto che non si tratta di niente di incredibile, ma volevo far venire un tuffo al cuore a quelli che si aspettavano cosacce scabrose.

Ho un’amica che, negli anni delle superiori, ha frequentato un istituto d’arte. Un giorno, il professore di discipline grafiche e pittoriche assegnò alla classe un compito: disegnare un cavallo. Gli studenti avevano la massima libertà nella scelta della tecnica e dello stile.

La mia amica – la chiameremo Cassandra – ci teneva a fare un ottimo lavoro. Si mise a disegnare un bellissimo cavallo al galoppo, curando tutto nei minimi dettagli, dalle proporzioni alla pulizia del tratto, dalla stesura del colore alla resa della luce.

Al momento di consegnare il lavoro, la compagna di banco di Cassandra si sporse per dare un’occhiata al suo cavallo.

«Bello, eh?» fece Cassandra, soddisfatta. Il cavallo era perfetto: si stagliava sul foglio con una grazia potente, catturato nel momento di massima tensione della falcata. La criniera ondeggiava setosa, le froge erano dilatate ad inspirare il soffio vitale che accendeva gli occhi di una scintilla selvaggia, e sotto il manto lucente i muscoli si tendevano e si rilassavano, in un’apoteosi di bilanciamento e dinamismo.

«Ha cinque zampe.» osservò la compagna.

Questa è l'unica immagine presentabile che si trova usando la chiave di ricerca "cavallo a cinque zampe".

Perseveranza e fallimento

Quando si vuole migliorare in qualcosa, l’insoddisfazione può essere la lama che dà il colpo di grazia alla motivazione, ma può rivelarsi anche un motore potente, sempre che sia alimentato a determinazione (e a metafore ardite, a quanto pare). Questo vale anche per la scrittura.

Non mi dilungo sul discorso in generale, che è già stato affrontato molto meglio in uno degli ultimi post del Duca, da cui riporto un paio di brani.

La fiducia in sé è un elemento fondamentale per scrivere: serve sicurezza e testardaggine, una gran fiducia nelle proprie capacità (e la convinzione irrazionale che ci sia giustizia al mondo e che prima o poi l’impegno venga premiato), per resistere anni e anni continuando a scrivere, senza mollare, ricevendo pesci in faccia e buttando nel cesso una dozzina di romanzi che nessun editore reputerà degni di pubblicazione (o che verranno pubblicati o autopubblicati con risultati nelle vendite demoralizzanti).

Ricordate questo quando state per gettare la spugna: il fatto stesso che vogliate rinunciare DAVVERO per mancanza di fiducia in voi stessi indica che non siete i peggiori imbecilli! Non siete voi il problema, non rinunciate!

Se siete aspiranti scrittori, leggetevi l’articolo: è un toccasana per la motivazione e aiuta a vedere le cose da una prospettiva sana e tutto sommato incoraggiante.

In questo post però volevo trattare un problema un po’ più specifico. Ora, sappiamo tutti che per migliorare bisogna non solo imparare le regole della buona scrittura, ma anche imparare ad applicarle. Questo richiede pratica e pagine e pagine di sudore e lacrime, che verranno destinate al Cestino dell’Ignominia anche dopo mille revisioni.

La perseveranza però dà i suoi frutti, e prima o poi si riesce ad interiorizzare la moltitudine di regole e accorgimenti, rendendone quasi automatica l’applicazione.

E allora ci gettiamo a capofitto nella stesura di un capitolo finalmente confezionato con tutti i crismi: curiamo sia la lingua – lessico e sintassi – sia gli aspetti più legati alla narrazione – punto di vista e gestione dell’informazione –, provando un piacere fisico a schivare quei tranelli che l’istinto di scrivente semicolto ci tende ad ogni riga. Ma noi i tranelli abbiamo imparato ad evitarli; sappiamo sfrondare gli intricati roveti dell’ipotassi e aggirare le seducenti sabbie mobili del cliché.

A stesura terminata, ammiriamo la discreta mole di caratteri (concedendoci magari un feticistico conteggio parole), e carezziamo con sguardo amorevole il neonato capitolo, prima di passare alla revisione. Sì, perché siamo genitori amorevoli ma severi con ciò che partoriamo, perciò prendiamo il testo e ci prepariamo a dargli la fisiologica raddrizzata.

Lo leggiamo.

Ha cinque zampe.

La quinta zampa

Capita insomma che il testo non scorra. O meglio non corra. Benché sia corretto, c’è qualcosa di poco fluido nel suo incedere. È colpa di quella che io chiamo – più o meno da adesso, e più o meno per altri dieci minuti – la quinta zampa. Il nostro cavallo è disegnato benissimo; ci siamo attenuti alle regole e siamo stati attenti a tutto, ma proprio a tutto. Eppure.

Quello che manca al testo, ce ne accorgiamo anche da soli, è la naturalezza.

«Hai visto?» interviene un Talento Naturale «È inutile fare tanto i secchioni teste d’uovo che studiano e studiano e studiano, se poi non si scrive con la spontaneità di uno sternuto!»

La questione è un po’ diversa. Innanzitutto la tecnica va studiata. Poi le regole si possono seguire o infrangere, ma solo se si conoscono approfonditamente; altrimenti si sta lavorando senza alcun criterio, senza alcuna competenza, come potrebbe fare chiunque al nostro posto.

Però, una volta assimilata la tecnica1, forse possiamo provare a dimenticarla, soprattutto nella prima stesura. Ricordo di aver letto un manuale – ora ovviamente mi sfugge il nome – che prescriveva proprio questo, dopo aver sviscerato tutte le questioni tecniche: dimentica tutto quello che hai appena imparato.

Pablito ci ha messo una vita a “liberarsi” dalla perfezione per tornare all’immediatezza infantile.

«Ma dietro alle opere di Picasso c’è tutto uno studio sulla spazialità e la simultaneità e bla bla bla!» fa notare un pedante. E ha ragione. Infatti non dobbiamo regredire davvero allo stadio di ignoranza da cui siamo partiti, ma semplicemente ricercare lo stesso impulso creativo. Studiando siamo cresciuti, e quello che abbiamo appreso non ce lo porta via nessuno, ma la parte veramente difficile arriva adesso. Bisogna ritrovare l’“innocenza perduta”, la spontaneità, la naturalezza.

Questo – immagino – non significa che scrivere non sarà più faticoso, né che la prima stesura sarà soddisfacente. Dovremo continuare a sudarci ogni periodo, ogni parola, e a rivedere ogni brano con spietata oggettività.

Però il nostro capitolo non si muoverà più come un equino pentàpode: si lancerà in un galoppo sciolto, preciso e invisibile sotto gli occhi di chi legge, regalando a noi autori un nitrito di trionfo.

E scusate se è poco.

La soluzione

«Come fai a sapere tutte queste cose?» potreste chiedermi.

Può darsi che sia andato a scomodare Pablito per niente, questo lo concedo. Può darsi che sia una questione di pratica, e che debba solamente scrivere e buttar via qualche altro romanzo prima di ottenere uno stile che mi soddisfi. Può darsi che mi stia facendo mille paranoie benché il mio stile sia già perfetto2.

Ma dopo aver sbattuto il naso contro lo stesso problema per troppo tempo, forse è il caso di cercare una soluzione diversa dal mero incaponimento. Probabilmente, crescere come scrittore richiede anche un passaggio di questo tipo. O magari lo richiede solo a me, o magari sto semplicemente prendendo una cantonata.

Vi farò sapere! Intanto vado a contare zampe. Anzi no. Stavolta devo sforzarmi di abbandonarmi all’impeto creativo, devo montare in sella bendato. Avete presente, no? Come quei samurai che dopo tanto allenamento riescono a bloccare gli shuriken anche ad occhi chiusi. O come i guerrieri jedi che –

Avete presente.

Ecco, vado a usare la Forza su un cavallo ninja a cinque zampe. Bendato.

  1. E posto che non si finisce mai di imparare e migliorare. []
  2. Spoiler alert: non è così. []
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Post postvacanziero

Capita che uno, nella settimana di vacanza che riesce a infilare nella seconda metà di agosto, abbia solamente voglia di lasciare il cervello a casa e tuffarsi in un’acqua dalle tinte caraibiche.

Ma poi accadono due cose:

  • l’acqua ha sì tinte caraibiche, ma anche temperature subpolari, che scoraggiano persino il bagnante teutonico medio;
  • si è protagonisti, grazie ad arguti enfants savants, di aneddoti ermetici degni della migliore tradizione aforistica orientale.

E poi quando il suddetto uno è a casa ormai da un po’ di giorni si rende conto che è da un sacco di tempo che non scrive un post, e si trova a dover raffazzonare qualcosa ai margini dell’off topic.

Ma poi si rende conto che la vacanza da poco terminata è stata più di una vacanza, è stata un viaggio dell’anima.

Bum.

Rimbalzello

Sono in riva al mare, a guardare l’acqua gelata che ha spento in me ogni velleità natatoria. La spiaggia è una spiaggia di sassi, o meglio di ciottoli, la cui forma tendenzialmente discoidale ben si attaglia ad un’attività perlopiù associata a specchi e corsi d’acqua dolce, vale a dire il rimbalzello.

La situazione è già pregna di profondi significati: un individuo in riva al mare, che fa rimbalzare ciottoli sull’acqua appena prima del tramonto. Che carica simbolica! Che miniera di metafore!

Per facilitarvi il lavoro, ho stilato una lista di Grandi Verità che potrebbero essere rappresentate dalla suddetta scena. È lunghissima, perciò ne riporto solo alcuni punti a titolo esemplificativo:

  • non è importante dove il sasso arrivi, ma l’atto del lanciarlo;
  • ciò che si fa con poca tecnica ha breve vita;
  • la pratica porta alla perfezione;
  • perseverare è importante;
  • perseverare è futile;
  • ogni nostra azione crea mille increspature sull’immensa superficie che è la realtà; il numero di increspature dipende da quanto pesa la nostra azione e dall’abilità che abbiamo avuto nel compierla;
  • ecco come si finisce a voler fare gli scrittori;
  • c’è un motivo se la seconda metà di agosto è considerata bassa stagione; la prossima volta prenota per luglio.
Rimbalzello

La pratica porta alla perfezione

Sto pacificamente facendo volteggiare sull’acqua i miei ciottoli, quando odo una vocina nasale dalla pesante inflessione brianzola.

«Sono bravissimo a questo gioco.»

È un bambino, avrà sui nove o dieci anni, e il tono della sua voce rivela che “bravissimo” equivale a “meglio di te”. L’antipatia è immediata.

Il piccolo lombardo prende dei ciottoli a sua volta e si mette a tirarli. Per suggellare definitivamente il sentimento di fastidio che ispira, fa in modo che le traiettorie dei suoi lanci incrocino quelle dei miei. E fin qui tutto bene, non fosse che subito si levano grida risentite.

In acqua sguazzano due giovani bagnanti, e il ciottolo del mio nuovo amico è appena passato a una spanna dalla testa di una di loro. Queste, cercando il colpevole, si sono girate e hanno visto il sottoscritto con un sasso in mano e una faccia che è praticamente una confessione firmata.

Lascio cadere quella che poteva sembrare l’arma del delitto, e mi faccio elegantemente da parte per lasciar vedere alle due ragazze il vero attentatore. Potrei, questo non lo ricordo di preciso, averlo indicato esplicitamente con le mani.

Mi giro verso il bambino, che lascia partire un altro lancio, sempre in direzione delle due. Seguono sacrosanti strilli.

«Ma cosa fai?» dico al bambino «Tira da un’altra parte!»

Nel frattempo la madre del malvagio decenne, avendo assistito all’intera scena, gli rivolge un fioco «Dai, Ale, fa’ il bravo.» prima di riscivolare in un confortevole stato di torpore genitoriale.

“Ale” lancia un altro ciottolo, mentre io tento di fargli concepire l’idea che lapidare gli sconosciuti non sia carino. Nel frattempo lui ride (ah, la risata dei bambini!) con genuino divertimento.

«Smettila! Le hai mancate per pochissimo!» gli dico. Solo allora si interrompe per un attimo e mi guarda negli occhi. Mi parla con una sicurezza da adulto.

«Non preoccuparti, adesso le colpisco.»

Quando uno si prende indietro con i compiti per le vacanze

Il piccolo Ale credeva che volessi dissuaderlo dal lancio di sassi per impedirgli a mancare il bersaglio, e non vedeva un altro motivo per cui avrebbe dovuto fermarsi. Non c’è che dire, un bambino così ha un futuro promettente nel mondo del Male.

E quante Grandi Verità possiamo aggiungere alla lista precedente!

  • non dobbiamo aver paura del fallimento, poiché la causa del fallimento è spesso la paura stessa;
  • il saggio lancia il ciottolo alle bagnanti: lo stolto guarda le bagnanti, ma ciò che conta è il ciottolo;
  • il giudizio altrui non deve scalfire la nostra risolutezza;
  • giusto e sbagliato sono nozioni relative;
  • al primo accenno di parlata brianzola uscite dall’acqua;
  • se non assesti qualche scappellotto ben mirato a tuo figlio quando è piccolo, crescerai un futuro criminale di guerra.

E con queste ne ho citate solo alcune.

Spiaggia di ciottoli

"Beh? Dove sono i bersagli?"

Siamo giunti al termine di questo pigro post postvacanziero. Sì, era pieno di elenchi puntati. E sì, potrebbe sembrare l’equivalente digitale di un temino delle elementari intitolato “Un episodio delle mie vacanze”.

Ma con un piccolo sforzo si può sparare una moralona che lo riporti in topic. Ad esempio, potremmo discutere di come, di tanto in tanto, ci si imbatta in persone che sembrano più che altro personaggi. Il piccolo Ale rappresenta bene questa categoria. Un altro personaggio, su cui non ho avuto modo di approfondire, l’ho visto ieri in un centro commerciale. Era un’anziana signora in sedia a rotelle, che si spingeva avanti con i piedi e si guardava intorno con fare circospetto, accennando appena un sorriso malizioso.

La realtà ci offre ottimi spunti per situazioni e personaggi, basta saperli individuare.

Mamma, ho finito il post, posso andare a giocare?

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Errori senza tempo

Questo sarà uno di quei post in cui mi calco in testa un cappello di flanella, impugno un bastone e comincio a inveire come un vecchio alle poste.

Perché non è possibile, insomma.

Si parla tanto di una progressiva scomparsa del congiuntivo, quando anche l’indicativo viene usato così così. C’è un tempo dell’indicativo, in particolare, che viene regolarmente bistrattato, tanto che il suo stesso nome dà l’idea di una morte sofferta.

Povero trapassato.

Gorilla e Capriolo

Che poi uno se le tiene tutte dentro e sopporta e sopporta fino a quando proprio non ce la fa più e allora deve scrivere un post che in realtà è un grido di dolore, di quelli che si lanciano stando in ginocchio sotto il cono di luce di un riflettore.

Difficile dire quando tutto è cominciato, ma la mia ira foriera di rant ha raggiunto il suo picco ieri pomeriggio, mentre leggevo Congo, di Michael Crichton (che si legge Cràiton). L’ho pagato un quarto di euro ad una bancarella, incurante dell’ammonimento del venditore («È un po’ forte.»).

L’edizione che ho io è stata pubblicata nella collana SuperPocket, ma è originariamente della Garzanti. Il traduttore è Ettore Capriolo.

Il brano che riporto è preso da pagina 128.

Ross se ne rendeva conto benissimo. In un’industria dove i vantaggi sui concorrenti si misuravano in mesi, certe aziende avevano accumulato patrimoni battendo di qualche settimana la concorrenza in una tecnica o in un congegno nuovo; la Syntel della California era stata la prima a fare una scheggia di memoria 256K quando tutti gli altri facevano ancora le 16K e sognavano le 64K. La Syntel conservò questo vantaggio solo per sedici settimane, ma realizzò un guadagno di oltre centotrenta milioni di dollari.

«E noi stiamo parlando di cinque anni.» diceva Travis.

Il vecchio che è in me sta inveendo.

Non so come sia la versione originale del testo, non mi sono preso la briga di andarla a cercare.

Forse Crichton ha usato sempre il past perfect, tempo verbale inglese che corrisponde al nostro trapassato. Forse invece Ettore Capriolo ha tradotto pari pari, e allora è Crichton che ha sbagliato. Infine, e mi sento scettico nei confronti di quest’ultima possibilità, forse in inglese c’è una particolare regola che permette di usare il past perfect un paio di volte e poi dimenticarsene.

In ogni caso, questo brano non è scritto in un italiano corretto. E ultimamente mi sto accorgendo che molta gente che si definisce professionista nell’ambito della produzione o elaborazione di testi non è capace di usare correttamente il trapassato.

«Che noia!» direte voi «Il trapassato è una cosa da matusa!»

Oh, io ve l’ho detto, che era una discussione da vecchio in coda alle poste. E comunque…

"Chiedo l'aiuto da casa."

O tempora…

In linea con la mia momentanea anzianità, posso dire che l’ignoranza nell’uso del trapassato è un fenomeno causato dai troppi videogiochi e dalle scollacciature a cui i nostri giovani sono esposti quotidianamente.

Quando non sarò più così annebbiato dalla senilità, mi renderò conto che già nel 1981 (e probabilmente anche prima) si pubblicavano libri con errori di questo tipo.

Fino a quel momento, ci si vede alle poste.

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Concorso Ottottave 2013

Se avete letto l’ultimo post sapete che ho partecipato all’Ottottave, un concorso di scrittura poetica in ottava rima. Avevo saputo di questo concorso nell’autunno 2012, quando ormai l’edizione di quell’anno si era conclusa, ma stavolta non mi sono lasciato sfuggire l’occasione.

La serata

Se c’è una città ideale in cui partecipare alla premiazione di un concorso di poesia, beh, è Firenze. Girando per la città nelle poche ore prima della serata, ho incrociato almeno tre statue di Dante. La migliore è quella in piazza Santa Croce, che raffigura il Sommo Vate da osso duro qual è. Avvolto nel suo mantello, è il supereroe della poesia, che veglia su tutti noi e punisce esemplarmente chi usa il verso libero.

"Deh, ti pare un endehasillabo? Riscrivilo, via!"

La premiazione ha avuto luogo nella biblioteca delle Oblate, su una terrazza che praticamente è il secondo e ultimo piano di un chiostro, e dalla quale si vede la cupola del vicinissimo Duomo.

La serata è stata totalmente all’insegna della poesia. Le letture dei componimenti in gara sono state inframezzate dagli interventi di due bravissimi poeti estemporanei, che hanno improvvisato ottave cimentandosi nella nobile arte del contrasto.

Gli otto finalisti erano tutti presenti, e ciascuno ha potuto declamare le proprie ottave. Malgrado il buio, la miopia galoppante, un po’ di emozione e la caratteristica postura da Quasimodo tipica di chi non ha avuto la furbizia di alzarsi il microfono, credo di non aver fatto una pessima figura.

Infine sono stati proclamati i vincitori, e ho avuto l’onore di ricevere il primo premio.

Lo dico davvero senza retorica: è stata una grandissima soddisfazione, prima di tutto perché è bello ricevere un riconoscimento per qualcosa che si fa con passione, e poi perché in gara c’erano ottave davvero valide, e il risultato finale non era scontato.

La targa!

Un concorso a cui partecipare

Riporto l’articolo 8 del bando:

Art. 8

I parametri di valutazione su cui peserà il giudizio della Commissione saranno il rispetto della forma metrica, l’attinenza al tema e la valutazione estetica del contenuto poetico.

La forma metrica predefinita permette dei criteri di valutazione oggettivi (che non sono gli unici, ma rimangono fondamentali). La maggior parte dei concorsi che si possono trovare in rete ammette componimenti di qualsiasi tipo, e presumibilmente riceve solo testi in versi liberi. Non mi dilungherò in ragionamenti che ho già esposto esaurientemente in passato; se seguite il blog da un po’ sapete quali sono le mie posizioni in merito alla poesia. Questo concorso mi ha fatto considerare la questione sotto un aspetto nuovo, ossia quello del riconoscimento esterno: mi sono sentito molto orgoglioso di essere stato premiato, oltre che per il contenuto della mia opera e per il suo valore estetico, per le capacità tecniche che ho dimostrato, anche perché il fatto che le ottave dovessero essere incatenate ha reso tutto più stimolante (non è scontato trovare cinque parole rima non banali, nonché costruire un discorso poetico in uno spazio di sessantaquattro versi, che non sono né tanti, né pochi).

Anche senza considerarne il valore intrinseco, Ottottave mi è sembrato un concorso serio. Prima di tutto perché, se ho capito bene, la giuria ha valutato i testi finalisti senza sapere nomi e dati dei rispettivi autori (certo, mi direte voi, non dovrebbe essere sempre così?), e in secondo luogo perché la partecipazione è gratuita. Questa potrebbe sembrare una questione da poco, eppure dal mio punto di vista testimonia un impegno serio da parte dell’Accademia di Letteratura Orale (e della Regione Toscana, che finanzia il progetto).

Si tratta di un investimento per tenere viva una parte importante del patrimonio culturale italiano, e se questo vi sembra poco, allora non avete letto abbastanza poesie di Sandro Bondi.

Un gioco da ragazzi?

E visto che si parla della sopravvivenza della poesia in metro, vale la pena riportare l’unica nota amara della serata.

Marco Betti, il poeta che si è occupato della prima scrematura dei testi, ha fornito un po’ di dati: alla segreteria del concorso sono arrivati 64 componimenti, un buon numero, considerando la specificità del concorso; eppure, di questi 64 testi, solo 14 avevano le caratteristiche formali richieste.

I canoni metrici da rispettare erano esposti chiaramente nel bando:

Art. 5

Le composizioni devono essere scritte in lingua italiana. La forma dialettale è permessa solo se ritenuta ben comprensibile, […]. Ogni ottava è intesa come metro poetico italiano, […], formato da otto endecasillabi con rime alternate per i primi sei versi e baciate per gli ultimi due. Le ottave devono essere concatenate, ossia ogni ottava successiva deve riprendere la rima del distico finale precedente: partendo dallo schema ABABABCC, continuare CDCDCDEE, per passare a EFEFEFGG, ecc.

Alcuni concorrenti semplicemente non avevano letto il bando (né, mi viene da pensare, il titolo del concorso); e hanno inviato sonetti, ottave singole, componimenti in versi sciolti e probabilmente in altre forme. Altri invece hanno scritto sì otto ottave incatenate, ma non sono stati in grado di rispettare la metrica. Evidentemente, scrivere in endecasillabi non è così banale come sostengono alcuni detrattori della poesia in metro.

Altro dato sconsolante: i giovani. Tra i 64 partecipanti c’erano vari studenti universitari (di Lettere, eh!), nessuno dei quali è stato in grado di rispettare i canoni metrici previsti.

L’eccezione sono io: in un certo senso sono ancora studente1, e comunque classificabile come “giovane”.

Gli altri finalisti non erano certo decrepiti, però ad occhio e croce ero l’unico under 30.

Si dice che la poesia non sia per tutti, e che quella in metro forse lo sia ancora meno, ma io non credo che sia necessariamente così.

Sarebbe bello se ci fossero più concorsi come Ottottave, o anche solo più occasioni per portare la poesia in metro ad un pubblico che non consista necessariamente in una cerchia di eruditi.

Non dico che sonetti e terza rima potrebbero diventare il nuovo fenomeno pop, ma forse, paradossalmente, una riscoperta diffusa delle forme metriche potrebbe avere risvolti inaspettati, in quest’epoca 2.0.

Dopotutto, l’avvento del verso libero ha contribuito a volgarizzare la produzione di poesia, ma non ad aumentarne la fruizione. Quella strada è stata già ampiamente battuta, ed ora sarebbe interessante vedere se, riprendendo canoni e regole (che nelle altre arti non sono mai stati abbandonati), si possa cominciare una piccola rinascita.

Pizza + mandolino = tenore di vita

La serata di sabato è stata un’esperienza molto positiva, che certo non si esaurisce nell’aver vinto un premio. Ho visitato una delle città che per ricchezze artistiche ha dell’incredibile, e ho potuto constatare che la poesia è ancora viva, malgrado tutto. In un certo senso, posso dire di aver passato un week-end all’insegna della bellezza, e di essere tornato a casa sempre più saldo nelle mie convinzioni: la bellezza, in ogni sua forma, incide moltissimo sul tenore di vita.

«Bum.» dissero i lettori.

Ve lo concedo, era un po’ una frase ad effetto, ma solo perché priva dell’adeguato contesto. Riprenderò questo discorso, peraltro molto ampio, in un altro momento.

Per citare uno dei miliardi di turisti americani a spasso per Firenze: "Pretty awesome".

Chiudo l’articolo con le otto ottave che ho composto per il concorso. Il tema di quest’anno era “Il privilegio e lo sfruttamento” e, al momento di scegliere l’argomento, ho optato per qualcosa di concreto, al contrario di quanto avevo fatto per il Concorso di Poesia Scientifica Charles Darwin. Ho anche deciso di usare l’ottava in modo narrativo, visto che è un metro che si presta benissimo allo scopo, e, trovandomi a scrivere una piccola scena, ho utilizzato la forma di mostrato che mi permetteva la maggiore sinteticità, ovvero il discorso diretto.

Ed ecco qui il risultato:

La giovane formica lenta arranca
– la briciola le pesa sulla schiena –
eppure non s’arresta e si rinfranca
pensando alla dispensa quasi piena.
La scorge la cicala da una branca
ed interrompe allor la nenia amena;
dal ramo scende e fa, con voce chiara:
«Perché tanto sgobbare, amica cara?

 

C’è un premio che non so, per qualche gara?»
L’altra la guarda e replica allibita:
«Com’è che dell’autunno resti ignara?
Se ancor t’attardi a far la dolce vita
tu finirai l’inverno in una bara!
Sai che ti dico?» aggiunge impietosita
«Aiutami a portare le provviste:
starai con noi durante il gelo triste.»

 

«Sudar per ciò che ho gratis? Non esiste!»
fa la cicala «Già m’è garantito
l’accesso alla riserva che allestiste.
Starò da voi, però non muovo un dito.»
Ma la formica non ci sta ed insiste
a farla sdebitare per l’invito.
«S’ascolti» la cicala fa, paziente,
«vedrai che a me nessun regala niente.

 

Un tempo lavoravo alacremente,
ed or, che m’è concesso, sto in disparte:
lo Stato un po’ di tregua infin consente
a chi ha pagato già la propria parte.»
«Ma tu non sei né vecchia, né dolente!»
«Sei libera di controllar le carte:
“finestra” l’han chiamata, “finestrone”,
oppure perlopiù “baby pensione”.»

 

Soppesa la formica la questione,
poi dice: «Ti daremo alloggio e vitto
come prevede la legislazione:
bisogna far così, se questo è scritto.
Allor per noi sarà consolazione
saper ch’avremo, un dì, pari diritto.»
Sospira la cicala, e di rimando
«Amica,» dice «tu ti stai ingannando.

 

Finanza e erario ormai sono allo sbando,
voi non avrete mai le vostre quote:
per sostentare noi le stanno usando.
Suvvia, siate formiche patriote:
per voi, sì forti, è un sacrificio blando.
Vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e senza conseguenza:
noi facciam con, e voi farete senza.»

 

«Saremo condannate all’indigenza
se, vecchie, non ci giungerà in aiuto
il soldo di Sociale Previdenza.
Prestate ancora il vostro contributo!
Mostrate almeno un poco di coscienza!»
«Il mio diritto è già riconosciuto.
Tornare a lavorare? Fossi scema!
È vostro, mica mio, questo problema.»

 

S’invola la cicala, e un anatema
le scaglia la formica, chiaro e forte,
poi s’issa in groppa il peso che la strema
(e che la stremerà fino alla morte)
e avanza, e pensa a tutto quel sistema
pensa alle cose dritte, e a quelle storte
e che, checché la favola ne dica,
è meglio esser cicala che formica.

Edit del 13/07/2013: è stata pubblicata la classifica finale, completa di tutti gli otto componimenti.

  1. Contrariamente a quanto avviene nel mondo civilizzato, in Italia i dottorandi sono considerati studenti. []
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Di ritorno da Firenze

Sono appena tornato da Firenze. No, non sono andato a visitare i luoghi in cui è ambientato Inferno, anche se sono passato sotto il campanile della Badia, memore delle mirabolanti acrobazie anatomiche con cui Dan ci ha deliziato nel suo ultimo romanzo.

Ieri sera si è svolta la premiazione della 6° edizione del concorso Ottottave e, come potete vedere qui, ero uno degli otto finalisti.

In realtà, se solo il buon Dan avesse saputo dell’evento, non avrebbe tardato a darci una sua chiave di lettura complottistico-demonologico-millenarista. Basta saper riconoscere gli evidenti indizi presenti nel post che ho linkato poco sopra, e un po’ di perizia cabalistica farà notare che:

  • ieri era il 6 luglio;
  • la premiazione era in via dell’Oriuolo 6;
  • si trattava della 6° edizione del concorso.

Più infernale di così.

Ombre danbrowniane a parte1, il breve soggiorno fiorentino è stato il contesto ideale per una serata all’insegna della poesia.

Il post di oggi vuole essere un piccolo teaser, niente di più: ora non ho tempo di scrivere quanto vorrei, ma prometto che a breve pubblicherò un articolo più completo.

Nel frattempo, occhio agli evidenti indizi.

  1. Ho visto che Inferno veniva venduto anche nel gift shop di un vero museo, e ho pianto. []
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Le bancarelle e il peso degli e-book

Capita che le rivoluzioni lascino fuori qualcuno, soprattutto se sono piccole e discrete come la diffusione degli e-book. Ci sono posti, poi, dove certe rivoluzioni non possono arrivare per motivi intrinseci alla loro natura: oggi parleremo di uno di questi posti.

La lettura digitale offre molti vantaggi, ma non per questo ho abbandonato il cartaceo; anche perché, se lo avessi fatto, avrei dovuto rinunciare al piacere di rovistare nelle pile di volumi delle bancarelle di libri usati. Le bancarelle sono luoghi di perdizione, dove il naturale feticismo bibliofilo viene rinfocolato dalla malia seduttrice delle offerte speciali.

Durante le vacanze natalizie ho fatto vari acquisti, tra cui spiccavano alcuni testi su mitologie varie, il Morgante di Luigi Pulci e una mastodontica edizione della Divina Commedia in tre tomi, con le illustrazioni del Doré.

La bancarella in cui sono incappato la settimana scorsa, invece, aveva libri di tutt’altro tenore. La sezione che mi ha subito attirato era quella contrassegnata dal cartello “4 libri 1€”.

Non giudicatemi, sono un precario.

Non solo: tra i libri in superofferta c’erano anche romanzi rosa, ma rosa rosa, e ho colto l’occasione per avvicinare un genere popolarissimo (anche in formato digitale, pare) e a me perlopiù sconosciuto.

Uno dei due romanzi che alla fine ho deciso essere i più rappresentativi di quel campione aveva, oltre ad un segnalibro che sembrava fatto di capelli umani, una quarta di copertina che cominciava così:

Se c’è un libro scritto per interessare e coinvolgere una donna, è proprio questo.

E perciò l’ho dovuto avere. Un altro è stato selezionato in virtù della sua copertina:

Quando "passione" fa rima con "Mondadori"

Entrambi promettono bene, come materiale da analizzare.

Dopo due libri di quel calibro, dovevo bilanciare con un po’ di snobberia, e allora ho tirato su L’alveare, di Camilo José Cela, autore che non conoscevo ma che, avendo vinto il Nobel per la letteratura nel 1989, mi avrebbe restituito un po’ di lustro agli occhi degli astanti.

Rimaneva un solo titolo da scegliere, e ne avevo abbastanza di rosa e di nobel. A questo punto vale la pena spendere una parola sul venditore. Non so se lo facesse per invogliarmi o per dissuadermi, ma aveva un ammonimento pronto per ogni libro che prendevo in mano. «È bello esplicito, eh!» «Molto crudo, molto crudo.» «Ah, quello…» [con sopracciglia alzate in uno sguardo allarmato].

Ho preso in mano una copia di Congo, di Michael Crichton, pur sapendo che a casa, tra i vari e-book ancora da leggere, c’era anche quello.

A quel punto si è tenuto il seguente scambio di battute.

Venditore [sguardo allarmato]: – Quello lì è un po’ forte.

Io: – Lo stavo solo guardando, ce l’ho già in versione digitale.

Venditore: – Ah beh, stasera i digitali non li ho neanche tirati fuori.

 

 

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L’Inferno di Dan

Si sa che per pubblicare e vendere tanto non bisogna necessariamente scrivere bene. O almeno lo sa Dan Brown.

Come ben sapete, è da poco uscito il suo ultimo romanzo, Inferno. Prima del lancio nelle librerie erano stati resi disponibili il prologo e il primo capitolo del libro, e non ho saputo trattenermi, malgrado la visione di Scontro tra titani fosse ancora dolorosamente fresca nella memoria. «Che c’entra?» direte voi. Beh, io qualche analogia la riesco a vedere, anche a livello di pura associazione di idee. Per dire, mi viene sempre in mente questa immagine di un uomo obeso con un fucile a tracolla che si incarta gli hamburger con pagine strappate della grande letteratura europea. Ma dev’essere una cosa mia.

Io di Dan Brown non avevo mai letto niente, e prima di sfogliare Inferno il mio unico contatto con la sua scrittura risaliva a qualche anno fa. Ero ancora al liceo, e il mio compagno di banco si era procurato una copia in lingua originale di Angeli e demoni, che leggeva nei momenti di noia (lo finì in due giorni). Parte del romanzo è ambientata in Italia, e di tanto in tanto Dan non manca di riportare alcune frasi in quella buffa lingua che i villici locali usano, sempre che non siano troppo indaffarati a gesticolare, essere mafiosi o ingozzarsi di pizze e mandolini. Tra quei cammei linguistici comparivano anche parole sbagliate e frasi composte da uno che chiaramente l’italiano non lo sapeva proprio. Così a memoria mi ricordo solo “pompiero” per “pompiere” (quanto può costare controllare su un dizionario online?), ma credo proprio che troverete qualcos’altro, se avrete la pazienza di andare a controllare.

Insomma, non un gran biglietto da visita. Ma, complici il mio gusto per l’orrido, la curiosità di vedere quanto poco conti la scrittura nelle vendite di un libro, la gratuità dell’anteprima e, infine, la certezza di trovare materiale per un post, mi sono deciso a dare un’occhiata a questo Inferno.

Come al solito, la recensione contiene spoiler. Poco male, però, perché spoilererò al massimo il prologo e il primo capitolo. Almeno per ora, quello che ho già letto mi è bastato; non so ancora dire se prossimamente leggerò l’intero romanzo per completare la recensione. Come vedrete, l’inizio è più che sufficiente per farsi un’idea di quello che seguirà.

Ah, e per chi ancora non lo sapesse: sì, Dan Brown si è ispirato proprio a Dante. E giusto perché citazioni spicciole e ammiccamenti faciloni sono alla base dello svilimento della cultura, ho l’onore di aprire questo post con un bel “lasciate ogni speranza1.

Una lenta discesa

Di solito, nell’analizzare un libro, impronto la discussione sui vari aspetti della scrittura, riordinando le osservazioni secondo un ordine tematico. Stavolta però ho deciso di riportarvi i miei appunti a questi primi due capitoli passo dopo passo, perché le schifezze si susseguono a un ritmo serratissimo, e il procedere sequenzialmente rende bene l’idea di quanto etterno dolore (ammicco ammicco) mi abbia causato una pur così breve lettura.

Il prologo

Il prologo si apre con il personaggio-PdV, di cui non sappiamo nulla, che fugge da alcuni tizi, di cui non sappiamo nulla. Sappiamo però che ci troviamo a Firenze, e intuiamo un certo fanatismo del fuggitivo per la Divina Commedia.

Braccato dagli inseguitori, personaggio sale sul campanile della Badia, e cominciano le danze.

Da sotto echeggiano voci. Che mi cercano.

E già partiamo in quarta con errori da principiante. Le voci non possono cercare nessuno, in quanto non dotate di volontà. Vorrei dirvi che si tratta di una svista e che non si ripeterà più, ma mentirei. Anzi, la mia voce mentirebbe.

Il personaggio-PdV arriva in cima alla torre,

barcollando come morto nell’aria umida del mattino.

Dan, i morti barcollano solo nei film di zombi. Altrimenti stanno abbastanza fermi.

Ma non c’è tempo per discussioni scientificamente avanzate!

Dietro di me le voci gridano,

Di nuovo con queste voci-persona, che cercano, gridano, prendono un caffè e si stringono la mano. Intanto gli inseguitori

Mi fissano, adesso, mi fissano negli occhi verdi e chiari,

Il PdV vi saluta e si scusa moltissimo, ma aveva già un altro impegno. Per ripicca, il personaggio riesce a vedere i propri occhi, di colore irrilevante chiarissimo.

Ma attenzione! Gli inseguitori

non mi pregano più, mi minacciano. «Tu sai che abbiamo i nostri metodi. Possiamo costringerti a dirci dov’è.»

Perché mostrare con una semplice ed efficace battuta, quando posso benissimo appesantire il testo con un’introduzione raccontata? A questo punto, tanto vale mettere sia discorso indiretto che diretto, ad esempio: “La voce disse che aveva fame: «Ho fame.» disse la voce, dicendo che aveva fame”.

E poi, all’improvvisissimo

Senza alcun preavviso, mi volto, alzo le braccia, artiglio la sommità del parapetto con le dita e mi isso sul bordo, prima in ginocchio, poi in piedi… in equilibrio instabile davanti al precipizio.

Perché “senza alcun preavviso?”. Forse, secondo Dan, era legittimo aspettarsi che avvertisse gli inseguitori: «Oh, attenzione che mi sto per voltare. Occhio, eh, occhio che alzo pure le braccia…»

Dan ha poi un grandissimo gusto del superfluo. Notate come sia difficile artigliare qualcosa con l’ascella o, che so, con le natiche. Quel “con le dita” può essere tolto senza alcun mutamento nel significato della frase.

In un certo senso, se specificare la parte anatomica artigliante fosse necessario, allora anche il problema del preavviso sarebbe risolto. Considerate come ogni specificazione sul preavviso sia giustificabile in una riscrittura del genere: “Senza alcun preavviso, mi volto, alzo le braccia, artiglio la sommità del parapetto con le natiche e mi isso sul bordo.”

Allora sì che gli inseguitori rimarrebbero stupefatti. Ma proseguiamo.

Il personaggio-PdV è in piedi sul parapetto.

Sotto di me, vertiginosamente più in basso, i tetti di tegole rosse si estendono come un mare di fuoco fin nella campagna, illuminando quella terra armoniosa su cui un tempo camminarono i giganti: Giotto, Donatello, Brunelleschi, Michelangelo, Botticelli.

Abbiamo quindi la conferma che Dan sa aprire Wikipedia. Elencare artisti e tartarughe ninja probabilmente è uno sfoggio di cultura smisurata in America; peccato che sia irrilevante ai fini della narrazione. Ma ormai ci stiamo abituando al fatto che Dan sia un grande esponente dell’Inutilismo.

E proprio quando il personaggio-PdV ha finito i nomi da elencare e sta per buttarsi, cosa non ti vede? Vede te.

Mi fissi dal basso, dall’ombra. I tuoi occhi hanno un’espressione mesta e tuttavia nel tuo sguardo percepisco una sorta di venerazione per ciò che ho realizzato.

Oh, da quasi 70 metri d’altezza si scorgono un sacco di cose! Sarà perché il volto è in ombra.

E non parliamo della finezza borderline degli occhi che hanno un’espressione mesta, solo un filo meno squallida delle voci che gridano.

Prima di passare al primo capitolo, vorrei riportarvi anche un estratto più lungo di testo, comprendente anche alcune delle chicche appena gustate. È come se steste guardando un’opera di Giotto, Donatello, Brunelleschi, Michelangelo o Botticelli: i dettagli tolgono il fiato anche presi da soli, ma solo visti nel loro insieme acquistano vera grandezza.

Dietro di me le voci gridano, ormai vicine: «Quello che hai fatto è una follia!».

La follia genera follia.

«Per amor di Dio!» urlano. «Devi dirci dove l’hai nascosto!»

È proprio per amore di Dio che non ve lo dirò.

Sono in piedi, la schiena premuta contro la pietra fredda. Mi fissano, adesso, mi fissano negli occhi verdi e chiari, e la loro espressione si fa più dura: non mi pregano più, mi minacciano. «Tu sai che abbiamo i nostri metodi. Possiamo costringerti a dirci dov’è.»

È per questo che mi sono arrampicato fin quasi in paradiso.

Senza alcun preavviso, mi volto, alzo le braccia, artiglio la sommità del parapetto con le dita e mi isso sul bordo, prima in ginocchio, poi in piedi… in equilibrio instabile davanti al precipizio.

Guidami, caro Virgilio, attraverso il vuoto.

Increduli, si lanciano in avanti. Vogliono afferrarmi per i piedi, ma temono di farmi perdere l’equilibrio e di farmi cadere. Ora mi supplicano, in quieta disperazione, ma io ho già voltato la schiena. So cosa devo fare.

Sotto di me, vertiginosamente più in basso, i tetti di tegole rosse si estendono come un mare di fuoco fin nella campagna, illuminando quella terra armoniosa su cui un tempo camminarono i giganti: Giotto, Donatello, Brunelleschi, Michelangelo, Botticelli.

Avvicino la punta dei piedi al bordo.

«Scendi!» urlano. «Non è troppo tardi!»

Oh, cocciuti ignoranti! Non vedete il futuro? Non arrivate a comprendere lo splendore della mia creazione? A capirne la necessità?

Vi invito ad apprezzare i meravigliosi corsivi (resi in tondo nel blockquote) che sottolineano la profondità dei pensieri del personaggio-PdV, ma soprattutto la genericità spinta che anima i dialoghi. Siamo di fronte allo script di un film tv buono a malapena per essere mandato in onda nel primo pomeriggio, battute di una vaghezza imbarazzante che copiano quelle dette negli ultimi due secoli di narrativa dagli Uomini Cattivi Appartenenti ad Organizzazioni Segrete.

Come al solito, bisogna immaginarsi la situazione per capire l’entità della bruttura. C’è un tale che fugge, e gente appartenente ad una Organizzazione Segreta2. Davvero degli agenti superpreparati e presumibilmente spietati3 perdono tempo a strillare in tono lagnoso «Quello che hai fatto è una follia!»? E poi, se il fuggitivo si rifugia su una torre, è davvero una mossa furba minacciare di torturarlo? E infine l’ultimo colpo di genericità ipocrita, quel «Non è troppo tardi!». Per cosa? Per essere torturato?

Queste battute sono insignificanti, tanto più perché sono pronunciate da personaggi senza volto. Di per sé va benissimo non far sapere subito l’identità dei personaggi coinvolti nell’inseguimento, però almeno si potrebbero connotare in qualche modo attraverso le battute.

«Oppure no.» disse la voce di Dan.

Il primo capitolo

Ma bando alle ciance, eccoci arrivati al primo capitolo. Incontriamo Robert Langdon, solito protagonista browniano, in uno scenario spettrale.

C’è questa donna velata, e

Robert Langdon la guardò al di là di un fiume le cui acque agitate fluivano rosse di sangue.

Niente di difficile da tenere a mente, no? Eppure, poche righe dopo vediamo che

Langdon fece un passo verso il fiume, ma vide che era rosso di sangue

Lo sapeva già che il fiume era rosso di sangue! Com’è che se ne è già dimenticato e lo scopre come se fosse una novità?

E questa ripetizione alzheimeriana non arriva da sola. Nelle prime righe del capitolo è scritto che ai piedi della donna velata c’è un, cito testualmente, “mare di corpi”. Cioè tanti corpi, tantissimi. Eppure, dopo che Langdon (ri)scopre che il fiume è rosso sangue e rialza lo sguardo verso la donna,

si accorse che i corpi ai suoi piedi si erano moltiplicati. Adesso erano centinaia, forse migliaia.

Ora, io non so quantificare “un mare”, ma di sicuro non è meno di “centinaia”. “Un mare” vuol dire che ci sono corpi a perdita d’occhio, no? Eppure, di nuovo, Robert sembra non sapere che fino ad un attimo prima aveva visto un mare di corpi attorno alla donna; si stupisce addirittura che ce ne siano centinaia, o migliaia. E prima quanti erano?

Scusate se mi impunto, ma questa non è una questione da poco. Qui si tratta di sparare parole a caso, senza curarsi del significato di quello che si scrive. I termini sono vaghissimi, e usati con sciatteria.

Le perle, ovviamente, sono ben lungi dal finire qui. Torniamo al nostro mare di corpi.

Alcuni, ancora vivi, si contorcevano in agonia, morendo di morti inimmaginabili: arsi dal fuoco, sepolti nelle feci, divorati l’uno dall’altro.

Le morti sono così inimmaginabili che persino Dan Brown ce ne può dare degli esempi. Fuoco, feci e cannibalismo si possono immaginare, possibilmente in una bella combo che comprenda anche Dan.

Ci troviamo ancora a leggere parole a vanvera, che non vogliono dire quello che davvero significano.

Langdon sentiva echeggiare le urla luttuose della sofferenza umana

Un’altra raffinata variante delle voci che gridano. Ad urlare ora è la sofferenza.

Ma veniamo alla descrizione della donna velata.

La mascella era decisa e severa, gli occhi profondi ed espressivi

In questo passaggio più che mai si avverte l’aderenza consapevole dell’autore alla corrente inutilista. Possiamo infatti notare le caratteristiche endiadi, in cui un aggettivo su due è ridondante. Se una mascella è severa, do per scontato che sia anche decisa. E c’è davvero bisogno di dire che gli occhi sono sia espressivi che profondi?

Per dirla à la Dan Brown, “gli aggettivi erano inutili e superflui”.

A questo punto Robert sonda il proprio animo in maniera estremamente naturale.

Langdon aveva la sensazione di conoscerla, sentiva di potersi fidare di lei. Ma come? Perché?

Immaginatelo porsi questi interrogativi mentre scruta pensieroso l’orizzonte con occhi profondi ed espressivi. Bello, eh?

Per tutta risposta

La donna indicò due gambe che spuntavano scalciando dal terreno; sembrava appartenessero a un’anima disgraziata sepolta a testa in giù fino alla vita.

Perché “sembrava”? Appartenevano, punto. E se poi quella non era un’anima, pazienza! Sul momento a Langdon sembra un’anima, per cui è un’anima. Ma almeno una parola inutile per frase ci deve essere, e il verbo “sembrare” si può ficcare dentro ovunque.

Ricordate che nel prologo il personaggio-PdV artigliava il parapetto “senza alcun preavviso”? La donna misteriosa non vuole essere da meno nella Grande Gara della Stupefacenza, et voilà:

Senza alcun segno premonitore, cominciò a irradiare una luce bianca, sempre più viva.

Se avesse avvisato, sarebbe sembrata la scena di un qualche cartone giapponese di lotta («Luce esplosiva!» annunciò la donna).

Tutto il corpo prese a vibrare intensamente e poi, in un fragore di tuono, esplose in mille schegge di luce.

Langdon si svegliò di colpo, urlando.

E giusto perché nel prologo non c’era stata nessuna esplosione e perché qui bisogna mantenere un livello da film tv del primo pomeriggio, bam! La donna misteriosa salta enigmaticamente in aria, dopo aver confuso Robert con parole sibilline (che qui non ho riportato per evitare che restiate lesi dalla loro irrilevanza).

Langdon si sveglia in una stanza d’ospedale, e

Sotto i capelli arruffati, trovò i rilievi duri di una decina di punti, incrostati di sangue rappreso.

Come come? Hanno dato i punti in testa senza tagliare i capelli? E senza mettere una garza, una fasciatura? Ho capito che siamo in un ospedale italiano (spoiler), ma questo è troppo anche per noi.

E qui comincia a trasparire la concezione che Brown ha degli italiani: comparse semicivilizzate buone solo a dare il nome a qualche tartaruga ninja. Infatti, ecco che succede:

Un uomo con il camice entrò precipitosamente nella stanza, forse messo in allarme dal ritmo accelerato del monitor cardiaco. Aveva una barba poco curata e baffi cespugliosi, ma occhi gentili che, da sotto le sopracciglia incolte, irradiavano una calma riflessiva.

«Cos’è successo?» riuscì a dire Langdon. «Ho avuto un incidente?»

L’uomo si portò un dito alle labbra e poi corse fuori, chiamando qualcuno nel corridoio.

Tralasciate per un secondo la villosità scimmiesca di questo tizio, chiaro segno di subumanità, e immaginate la scena. Questo tizio che entra precipitosamente nella stanza, con occhi che irradiano una calma riflessiva. Qui siamo alla contraddizione, le parole sono messe sempre più a caso.

E poi il tizio, un medico, che fa? Mica controlla il paziente, macché! Gesticola come il servo muto di Zorro e corre via dalla stanza. Certo, però aveva occhi intelligentissimi, oh! Hai visto che roba? Sembrava vero!

La prima volta che ho letto questo passaggio, giuro che mi sono detto: questo qui muore subito. La frenologia dei personaggi secondari parla chiaro; nel mondo di Dan Brown, delle sopracciglia così, soprattutto se abbinate ad un mutismo de facto, sono una promessa di morte. E infatti il poveraccio crepa senza un lamento nel capitolo due.

Eravamo rimasti alla stanza d’ospedale. Il grassetto è mio.

Langdon voltò la testa, ma il movimento provocò una fitta di dolore che gli si irradiò in tutto il cranio. Fece qualche respiro profondo e aspettò che passasse. Poi, con molta cautela ma con metodo, esaminò l’ambiente sterile in cui si trovava.

Questo è semplicemente brutto. Perché la cautela? Perché l’avversativa tra cautela e metodo? Perché uno non può esaminare una stanza sia con cautela che con metodo, senza che questo appaia strano? Perché?

Interrogativi destinati a rimanere senza risposta. Ma per ogni enigma che non viene sciolto c’è una verità che ci viene rivelata:

Molto lentamente, girò la testa verso la finestra di fianco al letto. Fuori era buio. Notte.

Ah, ma allora vuoi dire che quando fuori è buio è notte? È proprio vero che c’è sempre da imparare!

Nel vetro vide solo il proprio riflesso: uno sconosciuto cinereo, pallido e sfinito,

Aggettivi a botte di tre, ormai. Tra l’altro in un riflesso come fa a vedere la tinta cinerea?

Sentì delle voci avvicinarsi lungo il corridoio e riportò lo sguardo nella stanza. Rientrò il medico, adesso in compagnia di una donna.

Lei sembrava avere poco più di trent’anni. In camice azzurro, aveva i capelli biondi raccolti in una coda di cavallo che, mentre camminava, le ondeggiava sulla schiena.

Rientra il buon selvaggio, in compagnia di una persona vera. Chi invece se ne va di nuovo, sempre porgendo le più sentite scuse, è il PdV. Già, perché mi spiegate come fa Langdon, steso a letto (cautamente, ma con metodo), a vedere che la coda di cavallo ondeggia sulla schiena della donna? Forse la dottoressa è entrata nella stanza camminando all’indietro?

«Sono la dottoressa Sienna Brooks» si presentò, rivolgendo un sorriso a Langdon. «Questa sera sono di turno con il dottor Marconi.»

Il nome Sienna è la storpiatura di una parola italiana4. Molto in stile con lo spirito dell’opera, non c’è che dire. Ma osserviamola più da vicino, ‘sta dottoressa, a parte la treccia escheriana che si vede da ogni prospettiva.

Alta e slanciata, la dottoressa si muoveva con l’andatura decisa e sicura di un’atleta.

E con la banalità di un autore di bestseller.

"Salve, sono Sienna Brooks e questo è un ospedale da pezzenti in cui le ferite d'arma da fuoco alla testa non vengono neanche fasciate. Ecco cosa succede ad avere la Sanità pubblica, cari elettori americani! Votate repubblicano!"

Perfino in tenuta ospedaliera, c’era in lei un’eleganza flessuosa. Nonostante l’assenza di qualsiasi traccia di trucco che Langdon potesse notare, la carnagione sembrava insolitamente liscia e l’unica imperfezione era un minuscolo neo appena sopra la bocca.

Evito di commentare la prima frase; troppa poesia. In realtà mi mancano le parole anche per la seconda. Langdon scopre che Barbie Dottoressa ha la pelle di PVC, e Dan Brown non sa che “imperfezione” si può usare per un dente marcio o per i peli del naso che escono dalle narici, ma non per un neo alla Marylin Monroe5.

Gli occhi, di un castano dolce, erano stranamente penetranti, come se fossero stati testimoni di esperienze di rado affrontate da persone della sua età.

Sono sicuro che questa cosa Langdon se la sta pensando come frase ad effetto per cuccare.

E comunque, gli occhi testimoni stanno a guardare la voce che grida e la sofferenza che urla. Nessuna pietà per noi lettori, eh, Dan? Chissà di quali esperienze inimmaginabili sono stati testimoni gli occhi della dottoressa. Forse fuoco, feci e cannibalismo.

«Il dottor Marconi non parla molto bene inglese» spiegò Brooks, sedendosi accanto al paziente «e mi ha chiesto di compilare la sua scheda di ricovero.» Sorrise di nuovo.

«Grazie» disse Langdon con voce roca.

«Okay» cominciò la dottoressa in tono pratico. «Il suo nome?»

Gli ci volle un momento. «Robert… Langdon.»

Brooks gli puntò il raggio di una piccola torcia negli occhi. «Professione?»

L’informazione emerse ancora più lentamente. «Professore. Storia dell’arte… e simbologia. Università di Harvard.»

La dottoressa abbassò il raggio di luce. Sembrava sorpresa. Il medico dalle sopracciglia cespugliose aveva l’aria altrettanto stupita.

Il secondarissimo dottor Cespuglioni non capisce una mazza di inglese, ma si stupisce pure lui. Oppure fa la faccetta stupita scimmiottando la dottoressa, da bravo selvaggio italico che non sa le lingue.

Oppure si è accorto di essere più vicino alla morte ogni riga che passa, e quella è una faccia allarmata. Sapete, non è sempre facile capire la sua mimica facciale, a causa delle sopracciglia spropositate e ipertricotiche.

«Lei è… americano?»

Langdon la guardò confuso.

«È solo che…» Brooks esitò. «Quando è arrivato qui ieri sera, non aveva documenti con sé. Però indossava Harris Tweed e mocassini Somerset, così abbiamo pensato che fosse inglese.»

«Sono americano» le assicurò Langdon, troppo sfinito per spiegarle le sue preferenze in fatto di capi ben tagliati.

Questo è un passaggio molto interessante, che ci schiude un intero universo procedurale: quando viene ritrovata una persona ignota priva di documenti, se ne stabilisce la nazionalità non consultando una lista di persone scomparse, bensì affidandosi alla marca dei vestiti.

«Si è svegliato urlando. Ricorda perché?»

Langdon ebbe un nuovo flash della strana visione della donna velata, circondata dai corpi che si contorcevano. “Cerca e troverai.” «Ho avuto un incubo.»

«Me lo racconti.»

Langdon ubbidì.

A questo punto le cose si fanno davvero surreali. Cioè – e scusate i corsivi ma non riesco ad enfatizzare quanto vorrei – in un ospedale pubblico, in Italia, un dottore chiede al paziente di raccontargli un brutto sogno? Siamo al fantasy più spinto.

In realtà la cosa sarebbe strana in qualsiasi ospedale che non fosse la tenda di uno sciamano. Ma in realtà Sienna Brooks è dottore in carineria e flessuosità, non in medicina, e fa le diagnosi un po’ come se la sente. Il dottor Cespuglioni invece è davvero laureato, ma non dice niente perché è un selvaggio metropolitano con i minuti contati.

Addirittura, Barbie Dottoressa insiste:

La dottoressa Brooks mantenne un’espressione impassibile mentre continuava a prendere appunti. «Ha qualche idea su cosa possa avere provocato una visione così spaventosa?»

Vi prego, vi prego. Devo ricorrere ancora ai corsivi. Ve lo immaginate un medico vero che approfondisce una questione così idiota e prende appunti? E tra l’altro, è così premurosa da interessarsi ai sogni del suo paziente, ma non si prende nemmeno la briga di mettergli uno fasciatura su una ferita alla testa?

La dottoressa Brooks prese un altro appunto.

Toglietele quel blocchetto!

«Desidera che avvertiamo qualcuno? Moglie? Figli?»

«No, nessuno» rispose Langdon senza esitare. Aveva sempre amato la solitudine e l’indipendenza garantitegli dalla vita da scapolo che si era scelto, anche se doveva ammettere che, in quel momento, avrebbe preferito avere un viso familiare al suo fianco.

Viva il raccontato! E viva gli scapoloni impenitenti.

Il capitolo termina con un passaggio in cui Robert Langdon vede lo skyline della città fuori dalla finestra e capisce di essere a Firenze, seguito da un cambio di PdV che ci mostra quanto segue:

una donna dalla struttura forte e atletica smontò senza sforzo dalla sua BMW

E meno male! Ve l’immaginate una persona forte e atletica che scende dalla macchina lamentandosi come un novantenne? L’Inutilismo è potente in Dan Brown. E poi dai, ancora una coppia di aggettivi! Bastava “atletica”, no?

«No.» disse la voce di Dan.

In effetti

Non c’è niente di male nel voler stupire e coinvolgere il lettore, e al momento giusto una frase ad effetto può dare quel tocco di drammaticità in più. In Inferno, il momento giusto arriva ogni due righe.

Ma cos’è esattamente una frase ad effetto? È quella cosa che, se non viene usata con parsimonia, ti fa sembrare Dan Brown.

Per sapere se una frase (può benissimo essere la battuta di un personaggio) è ad effetto, osservatela attentamente e fatevi le seguenti domande:

  • Starebbe bene in un trailer, possibilmente recitata da una profonda voce maschile?
  • Secondo le intenzioni con cui l’avete scritta, dovrebbe avere un tono particolarmente solenne?
  • Se è breve, è seguita da un a capo?
  • È separata dal resto del testo, quando potrebbe benissimo appartenere al periodo precedente?
  • È una frase nominale?
  • Conta meno di cinque parole, articoli esclusi?
  • Ha un significato vago, enigmatico e/o universale?
  • Cita qualcosa di famoso?
  • Dopo averla letta, è appropriato premere questo pulsante?

Se la risposta ad almeno tre o quattro di queste domande è sì, allora probabilmente vi trovate di fronte ad una frase ad effetto. E vorrei ripetere che, nonostante le battute e il drama button, ciò non è necessariamente negativo. Come ogni artificio stilistico, però, anche questo va usato con gusto e parsimonia, le due qualità che hanno sempre contraddistinto la cultura statunitense.

Per sapere se nel vostro testo avete abusato nell’uso di queste frasi vi basta la prova del bum. La frase ad effetto tende ad essere particolarmente drammatica, ma se avete spinto troppo sul pedale del pathos il vostro lettore non sarà per nulla colpito, e anzi commenterà con un caustico «Bum!», o con un «Sì, vabbè.» di sufficienza. I più educati si limiteranno ad alzare un sopracciglio. Anzi, come direbbe Dan, il loro sopracciglio avrà un’espressione scettica.

Nella prima facciata di Inferno, Dan ha già dato fondo alla drammaticità che un autore normale, distribuendola nei punti adeguati, si fa bastare per dieci capitoli. Ma ci può stare: sono le prime battute del romanzo, e Dan vuole che la tensione sia mozzafiato.

Io sono l’Ombra.

 

Attraverso la città dolente, io fuggo.

Attraverso l’eterno dolore, io prendo il volo.

Lungo la riva dell’Arno, corro arrancando senza fiato… volto a sinistra, in via dei Castellani, e mi dirigo verso nord, rannicchiandomi nell’ombra degli Uffizi.

E loro continuano a inseguirmi.

Il suono dei passi alle mie spalle si fa sempre più forte, mi danno la caccia con determinazione implacabile.

Mi inseguono da anni, ormai. Un’ostinazione che mi ha costretto alla clandestinità, a vivere in purgatorio, a lavorare sottoterra come un mostro ctonio.

Io sono l’Ombra.

Qui, in superficie, alzo lo sguardo verso nord, ma non riesco a trovare una strada che porti alla salvezza… gli Appennini nascondono alla vista le prime luci dell’alba.

Passo dietro il palazzo con la sua torre merlata e l’orologio dall’unica lancetta e in piazza di San Firenze scivolo come un serpente tra gli ambulanti del primo mattino dalle voci rauche e dall’alito che sa di lampredotto e olive al forno. Attraverso la strada davanti al Bargello, punto a ovest verso il campanile della Badia e mi fermo di colpo di fronte al cancello di ferro alla base della scala.

È qui che bisogna lasciarsi alle spalle ogni esitazione.

E fino a qua, va bene. Ma poi, ecco il già citato

Da sotto echeggiano voci. Che mi cercano.

Lasciamo da parte le tanto citate voci, e chiediamoci invece perché la frase relativa sia separata dalla principale. La risposta la sappiamo. Ora rileggete la frase, facendo attenzione a marcare bene la pausa indicata dal punto, e subito dopo cliccate play.

L’effetto è questo. Notate come il drammatico roditore sia molto meno incisivo (scusate, è stato più forte di me) se ripetete l’operazione leggendo la frase senza il punto di mezzo.

Poco dopo, troviamo:

Dietro di me le voci gridano, ormai vicine: «Quello che hai fatto è una follia!».

La follia genera follia.

Bum.

«Per amor di Dio!» urlano. «Devi dirci dove l’hai nascosto!»

È proprio per amore di Dio che non ve lo dirò.

Bum.

E a fine prologo, abbiamo una bella rincorsa all’effetto.

Il mio dono è il futuro.

Non ancora…

Il mio dono è la salvezza.

Non ancora…

Il mio dono è l’Inferno.

Bum.

Bibliomanzie rivelatrici

Il beneficio del dubbio non si nega a nessuno. «Magari sono solo questi primi due capitoli ad essere così brutti.» mi sono detto. E allora, grazie alla generosità di un amico che mi ha procurato gratuitamente la versione cartacea del romanzo, ho sfogliato qualche altra pagina, leggendo brani a caso.

La voce parlò in un italiano veloce [pagina 25]

E, senza alcun preavviso [pagina 33]

Ah, poi le generalizzazioni che fanno capire che Dan Brown non è mai stato in Italia dopo gli anni Sessanta.

Nell’ascensore c’era puzza di sigarette, un aroma dolceamaro che in Italia è onnipresente quanto quello dell’espresso appena fatto. [pagina 38]

Al che sono andato un po’ più avanti, a pagina 275.

Dalle ombre, il volto defunto di Dante Alighieri ricambiò il suo sguardo.

Mentre il corpo, ancora vivo, ballava un’allegra giga. Come no.

Anche qui troviamo parole a caso e personificazioni evitabili (il volto che ricambia lo sguardo). Per non parlare della profanazione, concettuale e narrativa, di uno dei padri della letteratura mondiale.

Infine, insperato, a pagina 304…

Lei aveva annuito e abbassato lo sguardo sull’amuleto di pietra blu, foggiato nell’immagine iconica del serpente avvolto intorno a una verga verticale. “È l’antico simbolo della medicina. Come di certo saprà, si chiama caduceo”.

Un As you know Bob da manuale. Ho chiuso il libro.

Jason Kaufman, o Del buonumore.

Inferno è stato tradotto in italiano da tre persone, probabilmente per procedere più in fretta, visto che il libro è uscito contemporaneamente in quasi tutto il mondo. Per quanto questo metodo, per ragioni ovvie, non sia proprio il massimo dell’accuratezza, credo che nulla di quanto è stato riportato in questo post sia imputabile alle traduttrici.

Mi sono occupato solo di aspetti stilistici, ma da quello che ho letto anche il contenuto non fa per me, perché presentato da cani.

Cani banali (bum).

Al momento, sono indeciso se proseguire nella lettura o meno. Si agita in me un miscuglio di disgusto e fascinazione, e direi che per ora il primo sta avendo a meglio.

Che altro dire? Da quanto ho letto, Inferno è un pessimo esempio per tutti gli aspiranti scrittori e per tutti gli aspiranti editor. Non c’è alcuna visibile cura nel testo, né da parte dell’autore, né da parte dell’editor, Jason Kaufman. Nei ringraziamenti riportati all’inizio del volume, Dan scrive

Come sempre, e innanzitutto, al mio editor e caro amico Jason Kaufman, per la dedizione e il grande talento, ma specialmente per l’inesauribile buonumore.

Ecco qual è la chiave di tutto, il buonumore. Se Kaufman è incompetente come sembra, ci scommetto che sia di buonumore. Io però preferisco immaginarmelo come un vinto, vincolato da obblighi contrattuali a non cambiare una virgola di quanto legge pur essendo consapevole dell’orrore che si dipana riga dopo riga; e mi immagino che una clausola del contratto lo costringa ad assecondare con allegria ogni pretesa dell’autore.

Riesco a vedermeli, Dan e Jason, seduti a un tavolo in un’elegantissima conference room. Dan sta elencando i punti focali del suo prossimo romanzo, che sono quelli di sempre: complotti, organizzazioni segrete mondiali e umanità in pericolo, il tutto condito con stereotipi culturali vari.

Jason ha appena finito di convincere Dan, sempre amabilmente, che l’Europa non è la capitale dell’Italia, quando Dan gli chiede a bruciapelo: «Come lo intitoliamo?»

Jason pensa agli anni di studio e di carriera, pensa che ha fatto l’editor per amore della bella scrittura, per il fascino che prova di fronte alle mille sfaccettature che può assumere uno stile raffinato, per il gusto di un lavoro ben fatto.

«Non saprei.» risponde, con un sorriso smagliante e gli occhi lucidi «Inferno

  1. Dan si riesce a trattenere meglio di me, e se lo gioca solo a pagina 405 dell’edizione inglese. []
  2. Ovviamente a questo punto del libro non si sa per certo che si tratti di una qualche Organizzazione Segreta, ma trattandosi di un romanzo di Dan Brown possiamo considerare vinta questa scommessa. []
  3. Si veda la nota precedente. []
  4. Il nome della città di Siena. In inglese, “sienna” indica la terra di Siena. []
  5. Che, per inciso, in inglese si chiama addirittura “beauty mark”. []
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