Disciplina regale

Sia detto con tracotanza e totale sprezzo della doppia negazione: duemila parole al giorno non sono niente.

Bum.

«Sicuramente c’è il trucco.» direte voi, e avete ragione. Perché la versione completa e non ad effetto della suddetta frase è: “Duemila parole qualsiasi al giorno non sono niente.”

Rimane il totale sprezzo della doppia negazione, si stempera drammaticamente la tracotanza. Però emerge una certa verità: le famose duemila parole giornaliere, in termini puramente quantitativi, non sono tantissime.

Se ci mettiamo a scrivere tutto quello che ci passa per la testa, o se scriviamo di un argomento che conosciamo bene e che ci appassiona particolarmente, il tutto in un contesto poco formale, raggiungere duemila parole è uno scherzo.

Ma noi ci occupiamo di quei casi in cui la scrittura non è proprio casuale: le duemila parole quotidiane devono inserirsi in un impianto narrativo (più o meno) ampio e (possibilmente) coerente, nonché rispettare i paletti stilistici che ci siamo posti (per esempio focalizzazione e punto di vista).

Ed ecco che la soglia di duemila parole è già ben più lontana.

Tre consigli non richiesti

Ma facciamo un passo indietro. Sì, sto cercando di seguire una rountine à la Stephen King. Non sempre riesco a tenere il ritmo del Re, complice anche il fatto che King guadagna qualcosa come cinquanta fantastilioni al giorno e può dedicare l’intera giornata alla scrittura, però più mi ci incaponisco e più vedo che si tratta anche di una questione d’abitudine.

Un primo consiglio, quindi: non scoraggiatevi se inizialmente la soglia vi sembra troppo alta. Per la prima settimana magari attestatevi sulle 500 parole, poi sulle 1000, e vedrete che entrerete a regime1.

Il secondo consiglio è quello di mettersi al lavoro con le idee già chiare. Non mi riferisco solo alla trama nel suo complesso, ma molto di più alla struttura del capitolo e alla sua eventuale articolazione in scene. Può essere utile, prima di cominciare un nuovo capitolo, stendere un breve elenco di ciò che si scriverà, anche per avere ben chiaro il ruolo di quel capitolo nell’economia della trama (in altre parole, il modo in cui la fa progredire).

Il terzo consiglio è il più utile, e quello più difficile da mettere in pratica. È un principio che, se applicato, rende il lavoro molto più veloce, efficace, e meno pesante. Quando si ha a che fare con la prima stesura, bisogna cercare di mettere a tacere la vocina che sta facendo instant editing nella nostra testa. Non ha senso ruminare per ore le stesse dieci frasi o bloccarsi perché non ci sovviene l’espressione esatta che abbiamo sulla punta della lingua; è molto più produttivo rivedere testo in un secondo momento, magari seguendo gli appunti che abbiamo annotato durante la prima stesura.

Anche perché, non so se l’avete notato, una prima stesura iperruminata non è necessariamente meglio di una prima stesura “veloce”, anzi. La differenza è che nel primo caso vi troverete a correggere cose partorite con dolore, mentre nel secondo non ci penserete due volte a espungere qualcosa che non suona benissimo.

È vero che una prima stesura veloce rischia di contenere sviste più banali, ma è anche vero che probabilmente, dopo la revisione, le frasi scorreranno con maggiore naturalezza, mentre una prosa scritta con uno sforzo immane spesso conserva i segni di quella fatica.

Come al solito, malgrado io usi la prima persona plurale, non è detto che questo valga per tutti. In ogni caso non è una lezione, ma una semplice condivisione della mia esperienza personale. Il terzo consiglio, in particolare, è qualcosa che vorrei saper mettere in pratica meglio, e su cui sto lavorando molto, ma essere in grado di “dimenticare” a comando determinate conoscenze (senza smettere di utilizzarle) è qualcosa che va imparato con la pratica.

E voi avete consigli o trucchi da condividere?

  1. Una considerazione aritmeticamente banale: anche scrivendo “solo” 1000 parole al giorno, nel giro di tre mesi avrete per le mani la prima stesura di un romanzo. []
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Il miglior travestimento

«Io esco.» annuncia Gigi, prendendo il cappotto dall’appendiabiti.

La Musa si blocca a metà di un sollevamento. Il bicipite contratto scintilla più del manubrio da ventotto chili fermo a mezz’aria.

«Non ho sentito bene.»

Gigi si schiarisce la gola e mette su una faccia risoluta. «E-esco, ho detto.»

La Musa posa a terra il manubrio e si alza dal divano.

«Ho g-già dato conferma ai ragazzi.» pigola Gigi, il cappotto infilato a metà.

La Musa afferra la manica ancora vuota e dà uno strattone. Gigi ruota su sé stesso e si ferma barcollante nella posizione iniziale, trovandosi puntato addosso un indice grosso come un salame.

«Io non ho dato nessuna conferma.» ringhia la Musa «Dove vorresti andare?»

«Dai, per favore, gli altri ci vanno tutti!»

«Gli altri hanno un lavoro vero. Allora, dove?»

«Da Beppe, per la festa di Hal–»

«Parole?»

«Duemila e sessantaquattro. Ho appena finito il capi–»

«Costume?»

«Eh?»

«È una festa di Halloween. Da cosa ti vesti?»

Gigi si stringe nelle spalle. «Da niente. Non ho avuto il tempo di prepa–»

«Allora non vale la pena andare. Oggi puoi arrivare a tremila parole, ti porto la cena in studio.»

«No, aspetta, aspetta un momento!»

Gigi corre in camera sua, e torna un attimo dopo.

La Musa fa una smorfia. «E quello sarebbe un travestimento?»

«È un Mantello Lovecraftiano™.»

«Sembri uno scemo.»

«Non hai mai visto la pubblicità? Dai, quella che fa: Mantello Lovecraftiano, il terrore a portata di mano! No?»

«Rimettiti a scrivere.»

«Aspetta, aspetta. Non deve fare paura quando lo vedi, deve fare paura quando qualcuno ti racconta di averlo visto. Prova, dai.»

Le labbra della Musa sono strette in un taglio severo.

«Forza!» insiste Gigi «Prova a descriverlo.»

La Musa si pianta i pugni sui fianchi. «E va bene. Il mantello è…» s’interrompe, e spalanca gli occhi. Gigi ricambia lo sguardo e annuisce con aria complice.

«Visto? Va’ avanti.»

«…è una visione indicibile, allucinata e delirante, un’aberrante scaturigine del più empio e perverso abisso di follia, un aborto osceno che tutto ammorba con la sua fetida corruzione. È puro male.»

La Musa tace, stupefatta per le parole che ha appena pronunciato.

«Te l’avevo detto che funzionava.» dice Gigi, soddisfatto. Descrive un ampio arco con il braccio, avvolgendosi in quel mantello sordido, sacrilego e ripugnante. «Allora, posso andare?»

La Musa riprende il suo contegno severo. «E sentiamo, a che ora vorresti tornare?»

«Verso mezzanot–»

«Dieci e un quarto.»

Gigi infila la porta con uno strillo di giubilo.

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Prime notizie dalla baracca

Finita l’estate, il blog entra in letargo. Le cause non sono climatiche, naturalmente (se ne parlava nello scorso post), ma lavorative, autoriali, scrittorie. Aggettivali.

Però dai, dispiace non buttar giù due righe di tanto in tanto, giusto per farvi sapere che nella nostra remota baracca si lavora ancora, e magari per avanzare qualche considerazione legata all’aspetto puramente organizzativo e disciplinare dello scrivere.

Se mai avete provato seriamente a scrivere un tot di parole al giorno (o battute, o cartelle, o righe, o pagine, o chili, o litri) sapete a cosa mi riferisco. All’inizio è dura, ma quando si prende il ritmo –

No. Perché non è così semplice. Proprio quando eri arrivato a mantenere una buona quota di battute al giorno – non ancora kinghiana, per carità, ma molto promettente – arriva il mondo reale a ricordarti che no, non sei uno scrittore professionista, e che se vuoi mangiare devi adorare il dio del Lavoro Vero.

E allora, un po’ come nei miti antichi, ogni giorno il dio del Lavoro Vero e la Musa si picchiano selvaggiamente per vedere chi avrà la meglio. La Musa è sola, e per giunta indossa pesantissime vesti di Scuse e Spossatezza, mentre il dio del Lavoro Vero è spalleggiato da una ghenga di picchiatori in giacca e cravatta: Stipendio (non Fisso, quello è una vera leggenda), Disillusione, Fame, Priorità. Priorità è quello che picchia più piano, il più indeciso del gruppo. Ma poi si decide, e picchia.

A fine giornata, la Musa è un Kandinskij di lividi e ferite sanguinanti, ma non è rassegnata. Ti segue per la casa, cena accanto a te, e quando vai a letto ti sussurra nell’orecchio che il traguardo delle battute di quel giorno è ancora lontano.

Ecco, questo è il genere d’ispirazione che ci vuole. Combattiva, insistente, con bicipiti grossi come palloni da calcio.

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La lunga attesa del cassonetto giallo

Poche vacanze quest’estate, e molto lavoro. Nella baracca è tutto un batter di martelli, una sinfonia di trapani, un incessante scartavetrare.

Non c’è ancora nulla di pronto, naturalmente, altrimenti questo post sarebbe un po’ più lungo.

Qualche autore coraggioso posta regolarmente i progressi raggiunti, le pagine e le battute partorite nel corso della settimana o della giornata. Io non mi arrischio a dare anticipazioni sulle cose a cui sto lavorando; prima di tutto perché l’ansia mi stroncherebbe nel giro di un paio di giorni, e poi perché la luce è ancora lontana in fondo al tunnel, e per esperienza so che, anche a romanzo finito, il cassonetto della differenziata è sempre in attesa, pronto a reclamare ciò che è destinato a finire nelle sue riciclanti profondità.

Tutto questo preambolo per dirvi che, se i post rimarranno scarni, è perché almeno per un po’ preferisco dedicare tutto il tempo disponibile alla scrittura. Perché altrimenti qui si parla e si parla, ma poi ci tocca riadattare il famoso detto in qualcosa come:

Chi sa scrivere, scrive; chi non sa scrivere tiene un blog di narrativa.

"Ti aspetto al varco, cosa credi?"

 

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Concorso Ottottave 2014

Dato l’ottimo risultato dell’anno scorso, quest’anno non ero sicuro di partecipare al concorso Ottottave.

Ma la reticenza è durata poco, perché l’Ottottave è un evento imperdibile per chi scrive poesia in metro, e perché la serata dell’anno scorso era stata davvero bella. Inoltre, si tratta pur sempre di un’occasione per scrivere, e per contribuire, nel proprio piccolo, a tenere in vita un certo modo di poetare.

Perciò ho scritto le mie otto ottave incatenate e le ho spedite, mettendo in conto che probabilmente non sarei stato selezionato per partecipare alla serata finale; invece ho ricevuto la mail con l’invito alla serata.

Non ho raggiunto le prime tre posizioni, ma è stato un vero piacere – e una sorta di premio – il poter partecipare alla serata, e lo dico senza alcuna ipocrisia decoubertiniana.

Complimenti ai vincitori, quindi (qui potete leggere i loro componimenti e quelli degli altri finalisti), e complimenti all’Accademia di Letteratura Orale L’Ottava, che tiene viva questa tradizione.

Il poster della serata.

Io le mie otto ottave ve le incollo qui. Come vedrete, hanno un tono un po’ più libresco rispetto al componimento dell’anno scorso. La colpa è, in parte, dei quattro volumetti del Morgante acquistati un paio di Natali fa (tempo fa ne avevo parlato di sfuggita).

Ciononostante, per il principio partenopeo secondo cui ogni blatta è di bell’aspetto agli occhi della propria genitrice, io sono molto soddisfatto del risultato. Il tema di quest’anno era “La resa, la sconfitta e la vittoria”; piuttosto interessante da sviluppare. Per quanto mi riguarda, la difficoltà maggiore è stata quella di far stare tutto quello che c’era da dire in uno spazio così ridotto, e dare un bilanciamento al pur breve arco narrativo. Ma il buon poeta – come lo scrittore – sa sintetizzare. E dopo aver detto una cosa del genere, uno non può che chiudere il becco.

Vi narro una battaglia tra le tante
dell’epoca che vide i mori in Francia,
negl’anni in cui, per Carlo ed Agramante,
del Fato era ancor ferma la bilancia.
Fu certo una battaglia stravagante,
ché non fu vinta o persa con la lancia,
e s’anche infin prevalse il più robusto
non fu pel nerbo, ma pel verbo giusto.

 

Presso una selva, un dì, con slancio augusto
s’infransero gl’eserciti rivali:
è rotta generale, e nel trambusto
due fantaccini d’umili natali
si perdono tra fronda e tronco e arbusto,
ciascun per sé, poiché non son sodali,
e non potrebbero esserlo di meno:
Cisvaldo è franco, Arrone saraceno.

 

Per vie diverse van nel bosco ameno
quand’ecco un scorge l’altro, e l’altro l’uno:
si guatano con occhi di veleno
e in un istante il biondo è addosso al bruno.
Son male armati e senza palafreno:
lo scontro è lungo, misero e importuno,
e s’interrompe sol quando gagliardo
giunge un gigante, e ride assai beffardo.

 

I fanti s’alzan, sozzi d’erba e cardo,
gli chiedon che re serva, e che dio preghi.
«Non venero né cielo né stendardo,
e non c’è spada o motto a cui mi pieghi.
Sono Alifonte, e sol per me ho riguardo.
Ma a che tanto azzuffarsi? Mi si spieghi.»
«Io sono un fante moro, e lui cristiano,»
risponde Arrone «che c’è mai di strano?»

 

«Obbedite a un diverso capitano.»
dice il gigante «È tutto? Poca cosa.»
Cisvaldo fa: «Si pugna col pagano
per trargli terre, oppur spoglia preziosa.»
«Ai nobili andran gli ori del sultano,
e a chi ti manda in guerra e si riposa.»
Arrone parla allora: «Ben più immensa
sarà per noi l’etterna ricompensa.»

 

Fischia Alifonte, ride e fa: «Ma pensa!
Il dio tuo vuole morti gl’infedeli?
Questo cristiano un verbo ugual dispensa,
ma quando saran spenti i sacri zeli
v’attende a casa una ben parca mensa,
e il dio che non si sa dove si celi
è il dio dei pingui, e tutto avrà già scritto:
loro ancor sazi, e a voi nemmanco il vitto.

 

Il ricco vince, il povero è sconfitto,
giocando con le regole consuete.
Perché dunque vessate un altro afflitto?
Ad una stessa armata appartenete,
quella di chi s’inchina a chi sta ritto
e ha sol malanni in cambio d’ore inquiete.
Le greggi sperse e sparse, il campo incolto:
per un che vi daran, dieci v’han tolto.»

 

Si scrutano i due fanti fisso in volto
e il brando che ciascun teneva saldo
vien presto reso in pasto al bosco folto.
Tuonò Alifonte allor: «Arron, Cisvaldo!».
Suonò il saluto suo qual corno invòlto
e ancor qualcuno narra del ribaldo
che in guerra, attraversando le province,
andò dai vinti a dir come si vince.

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Un editore a vapore

Ne avrete già sentito parlare dai diretti interessati, o da blogger ben più illustri di me (e dotati di miglior tempismo): il 4 febbraio scorso è ufficialmente nata Vaporteppa, una collana di Antonio Tombolini Editore gestita dal Duca di Baionette.

A prima vista il progetto ha vari elementi che fanno ben sperare. In barba ad ogni discorsività, li elenco in ordine sparso.

  • Se frequentate Baionette Librarie sapete che il Duca non si occupa solo della narrativa fantastica in sé, ma anche di editoria, e ha le idee molto chiare in proposito.
  • È una garanzia il fatto che Antonio Tombolini, pioniere dell’editoria digitale italiana, abbia creduto in questo progetto.
  • La linea editoriale è molto ben definita ed è esposta in modo trasparente nelle pagine del sito della collana. Questo permette al lettore di comprendere la realtà con cui si sta confrontando e di conoscere meglio il lavoro dell’editore, che quindi non è solo un commerciante, ma una figura di riferimento, di cui ci si può fidare o meno in base ai propri gusti e alle politiche editoriali da lui adottate, ma che in ogni caso rende conto del lavoro svolto sui libri.
  • Si può ragionevolmente credere al Duca quando scrive:

    Non pubblichiamo le opere nuove così come ci arrivano: ogni opera scelta per la pubblicazione verrà studiata e sottoposta, lavorando sempre assieme all’autore, a revisione ovunque ritenuto necessario. Se non intendi lavorare seriamente sulla tua opera, non proporla nemmeno.

    Poi, come ho già scritto quando ho segnalato l’Agenzia Duca, ciascuno può conoscere le posizioni del Duca in merito alla scrittura, e se non le condivide è libero di proporre il proprio testo altrove e/o di leggere altri libri.

  • La brand image è coerente con la linea editoriale e con il tono generale del progetto. Trovo apprezzabile anche l’attenzione per i piccoli dettagli che contribuiscono a caratterizzare il profilo della collana nel suo complesso (ad esempio l’Ex Libris con la fatina Scintilla).
  • I primi racconti brevi pubblicati sono stati distribuiti gratuitamente.
  • La nota editoriale alla fine del romanzo che ho acquistato era interessante seppur breve, e le precisazioni sulle convenzioni editoriali, oltre a denotare cura nei confronti del testo, mi hanno trovato completamente d’accordo.
  • È un esempio di come ironia e serietà non si escludano a vicenda.

Caligo

Non so ancora se acquistare il primo romanzo edito da Vaporteppa, Gli dei di Mosca di Michael Swanwick, perché vorrei leggerlo in lingua originale. Ho invece comprato subito Caligo: si tratta dell’opera di un esordiente (più o meno), e volevo toccare con mano i risultati dello scouting1 e del labor limae operati dal Duca.

In realtà Caligo non è l’opera di un esordiente spuntato dal nulla. L’autore in questione è Alessandro Scalzo, e a quelli tra voi che si stanno chiedendo «Alessandro Scalzo, Alessandro Scalzo… dove l’ho già sentito?» basterà sapere che in rete è meglio conosciuto come Angra. Il suo blog, Carmille, non ha visto aggiornamenti per molto tempo, ma ogni tanto ci facevo una capatina speranzosa, e non solo per l’ormai famosa (e datata) vicenda di Amanda.

Come forse saprete, Caligo non è il primo romanzo di Angra. Verso la fine del 2009, infatti, era stato distribuito gratuitamente Marstenheim, che mi era piaciuto, e contraddiceva il teorema secondo cui (esordiente + fantastico) • (±autopubblicato) = schifezza.

Viste le premesse, quindi, ho comprato Caligo. Si tratta di un’opera steampunk in tutto e per tutto; come scrive il Duca su Baionette Librarie, è

Il genere di opera che rappresenta al 100% lo spirito di Vaporteppa, tra mech, Marte e monarchici rincoglioniti. Mancano solo le fatine e faceva il 104%.

Effettivamente, in Caligo si percepisce quel connubio tra leggerezza e serietà che ho elencato come ultimo punto nel primo paragrafo di questo post.

L’ambientazione, una Genova di un 1912 fittizio, è molto ben curata e mostrata in modo completo ma non invadente durante l’intero arco narrativo, e non solo in un blocco iniziale che poi viene dimenticato. Il ritmo della storia rimane sostenuto, e il POV della protagonista è reso molto bene. Azzeccata, in questo senso, è la scelta di scrivere in prima persona.

Ho apprezzato molto la vena comica che attraversa quasi tutto il romanzo; in qualche punto mi sono fatto perfino una sghignazzata (il dialogo dell’esercente è un vero capolavoro).

Sono presenti poi varie scene di sesso che, assieme agli attributi fisici della protagonista, a volte sanno un po’ da fanservice, ma comunque non stonano con il tono generale del romanzo.

Barbara Ann, la pettoruta protagonista (illustrazione di Manuel Preitano).

Si parlava poco fa di serietà e leggerezza. La leggerezza sta nell’aria scanzonata e spesso licenziosa del romanzo, la serietà risiede nella scorrevolezza del testo, frutto di un buon lavoro sul versante tecnico, e nell’accurata resa dell’ambientazione.

In conclusione, Caligo è un romanzo che punta a divertire, e per quanto mi riguarda ci è riuscito. Ma forse si può aggiungere un’altra considerazione.

A tutto vapore

Lo steampunk, come la fantascienza nel suo complesso, e come del resto qualsiasi genere letterario, può piacere o non piacere.

Quello che però è da apprezzare in ogni caso è l’onestà, soprattutto se abbinata alla competenza. Vaporteppa, con Caligo, ha mantenuto ciò che ha promesso.

C’è da sperare che questa nuova realtà del mondo editoriale riesca a continuare così e ad affermarsi, mantenendo la linea che ha avuto in questo primo periodo di attività. Senza volersi prefigurare per forza un’immediata ristrutturazione dell’editoria, si può comunque dire che approcci del genere sono positivi per lettori e scrittori2. Citando ancora una volta le parole del Duca,

Solo se vincono tutti, un modo di fare affari è davvero sostenibile!

Difficile da contraddire.

Concludo invitandovi a dare un’occhiata al sito della collana, visto che la mia presentazione è stata tutto meno che dettagliata, e a considerare l’acquisto di Caligo come lettura vacanziera, se il genere vi può intrigare.

I migliori auguri a Vaporteppa!

  1. Mi perdoni il Duca per il forestierismo! []
  2. Senza dimenticare traduttori e illustratori. []
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Un consiglio di lettura

C’è un autore che apprezzo molto e da molto tempo. Questo autore è riuscito a farmi cambiare idea sul racconto breve, una dimensione narrativa che non mi ha mai entusiasmato molto, e mi ha offerto ottimi spunti di riflessione sulla gestione del conflitto, uno degli aspetti più importanti per un narratore. Ma prima di tutto mi ha appassionato e mi ha decisamente inquietato, e questo è il migliore regalo che un lettore possa ricevere.

L’autore è Roald Dahl, e il suo segreto è la cattiveria.

Un buon autore cattivo

Se conoscete Roald Dahl, probabilmente è perché avete letto qualcuno dei suoi romanzi quando eravate bambini. Nel mio caso è così, almeno.

Come spesso capita nella letteratura per ragazzi, anche nei romanzi di Dahl cattivi e buoni sono ben riconoscibili. La differenza rispetto ad altri autori, però, è che Dahl denota un certo sadismo, e non si fa troppi scrupoli a far accadere cose brutte ai suoi personaggi.

Basti pensare al celebre La fabbrica di cioccolato, in cui uno per uno i bambini viziati e/o maleducati rimangono vittima dei propri stessi difetti, rimediando punizioni grottesche e in alcuni casi, dalle conseguenze irreversibili.

Il gusto con cui Dahl punisce i suoi cattivi è evidente, ma neanche i buoni riescono sempre a scamparla.

Ecco.

Quanto vive un topo?

Tra i libri per ragazzi scritti da Dahl, Le streghe è quello che mi è piaciuto di più e che ricordo meglio, proprio per la vena di perfidia che lo attraversa.

Nel primo capitolo del libro ci vengono presentati, attraverso la voce della nonna del protagonista, diversi casi di bambini a cui è capitato qualcosa di inspiegabile – o meglio, di spiegabile con l’intervento di una strega. Soprattutto se teniamo conto che ci troviamo di fronte ad un libro per ragazzi, questi cinque brevi resoconti sono davvero tremendi. La loro forza sta nell’essere raccontati con estrema semplicità, come una cosa normalissima (anche se lo stesso protagonista ne mette in dubbio la veridicità, inizialmente), e nella totale assenza di sangue. Si tratta di un orrore sottile ed educato, che si fa leggere senza causare scompiglio ma che lascia un certo retrogusto amaro.

Vi basta leggere le prime pagine del romanzo per sapere cosa accade ai cinque conoscenti della nonna, per cui ho evitato di menzionarli direttamente, ma da adesso in poi ci saranno un paio di spoiler; siete avvisati.

Poche righe fa scrivevo che i buoni non sono completamente al sicuro, nelle opere di Dahl. Le streghe ci offre l’esempio perfetto: nel corso del romanzo, il protagonista viene trasformato in topo1, e alla fine, contrariamente a quello che ci aspetteremmo da un romanzo per ragazzi, non ritorna umano. Non solo: è vero che sarà un topo speciale (parla, dopotutto), ma rimane il problema dell’aspettativa di vita nettamente inferiore, problema che Dahl risolve brillantemente:

«Posso farti una domanda, nonna?»

«Certo.»

«Quanto può vivere un topo?»

«Ah!» disse lei. «Stavo giusto chiedendomi quando me l’avresti domandato.»

Tacque, continuando a fumare e a guardare la fiamma.

«Insomma» insistei «quanto viviamo, noi topi?»

«Ho letto un libro sui topi. Sto cercando di documentarmi a fondo.»

«Perché non me lo dici, nonna?»

«Se proprio vuoi saperlo, te lo dirò. Purtroppo non vivono a lungo.»

«Quanto?»

«Un topo normale può vivere circa tre anni. Ma tu non sei un topo come gli altri; sei un bambino-topo. E questo cambia tutto.»

«E cioè? Quanto può vivere, secondo te, un bambino-topo?»

«Senz’altro di più.»

«Cioè quanto?»

«Un bambino-topo dovrebbe vivere almeno tre volte di più che un topo normale. Ossia nove anni.»

«Stupendo!» gridai «È la cosa più bella che abbia mai sentito.»

«E perché?»

«Perché non voglio vivere più di te. Non sopporto l’idea che un’altra persona si occupi di me.»

Tacemmo per un po’, mentre la nonna mi carezzava dietro le orecchie.

«Quanti anni hai, nonna?»

«Ottantasei.»

«E vivrai per altri nove anni?»

«Credo di sì. Con un po’ di fortuna.»

«Devi farcela. Perché tra otto o nove anni io sarò un topo vecchissimo e tu sarai una nonna vecchissima. Così moriremo insieme.»

«Sarebbe perfetto.»

Trovo questo passaggio uno dei più toccanti e meglio riusciti della letteratura per ragazzi che conosco. Toccante, perché parla di morte e affetti senza essere lacrimevole, e ben riuscito, perché previene la domanda di qualsiasi bambino sveglio che sia arrivato alla fine del libro e affronta la prospettiva della morte senza girarci attorno.

Non è tutto, ovviamente. Il libro contiene altri episodi estremamente dahliani, come la fine del povero – e antipaticissimo – Bruno Jenkins, che lascio alla vostra curiosità.

A garanzia ulteriore della composta crudeltà di questo libro, vi rimando alla sezione “Differenze tra libro e film” della pagina Wikipedia dedicata a Chi ha paura delle streghe?, film tratto dal romanzo qui citato. Se avrete letto il libro, noterete che la pellicola è stata epurata da tutto ciò che la renderebbe diversa da un solito film fantastico per bambini messo in onda il sabato pomeriggio.

E insomma, quando un adattamento cinematografico dev’essere stravolto per poter andare sugli schermi, probabilmente il libro merita un’occhiata, anche se molti di voi saranno ormai fuori target.

Deliziosa angoscia

Qualche tempo fa mi è capitata tra le mani una voluminosa copia della raccolta che contiene tutti i racconti di Roald Dahl. Ho aperto una pagina a caso e il caso ha voluto che il quel racconto fosse La scommessa.

La storia ha luogo d’estate, in una località di mare, quando un forestiero propone ad un giovane soldato in licenza di fare una scommessa con lui. E già qui a chi conosce Dahl stanno venendo i brividi. Il forestiero mette in palio la sua bellissima auto, e il soldato dice che non può competere con quella posta, ma il forestiero gli dice di non preoccuparsi. L’auto sarà sua se riuscirà ad accendere per dieci volte di fila, senza sbagliare, il suo accendino. «E se non ci riesco?» chiede il soldato. Il forestiero gli risponde che si accontenterà del mignolo della sua mano sinistra.

Come va a finire? Avanti, non volete sul serio che ve lo dica qui.

Quello che vorrei far notare è come, anche in poche righe di riassunto, la tensione sia già alle stelle. Il lettore ha un bisogno quasi fisico di sapere come va a finire la storia, e questo, per un’opera di narrativa, è il risultato ideale.

Non tutti i racconti sono come La scommessa, naturalmente, ma Dahl è un vero maestro nell’imbastire delle trame apparentemente innocue, in cui ci si ritrova da un momento all’altro immersi nella suspence.

Il trucco? Ancora non ho isolato una formula per spiegare il modo in cui Dahl è capace di instillare nel suo lettore una sincera apprensione, ma sicuramente l’ingrediente di base è un pizzico di cattiveria. Non troppa, certo, ma c’è.

Di sicuro, un punto su cui Dahl ama fare leva è l’umano desiderio, la brama che spinge un personaggio ad andare oltre i limiti del consueto (e spesso del ragionevole). Ciò garantisce la credibilità, e fa sì che il racconto proceda in un crescendo di tensione.

Per dirla con un blurb, i racconti di Dahl sono esperienze deliziosamente angoscianti.

Quando ne avrò letto qualcuno in più forse tornerò sull’argomento. Nel frattempo, prendete questo breve post come un invito alla lettura. O, se siete scrittori o aspiranti tali, prendetelo come un invito allo studio. Ne varrà la pena. Scommettiamo?

  1. E subisce l’amputazione della coda, rimanendo in tema di danni irreversibili. []
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Tre anni di sudore

E anche questo terzo anno è passato. Volato, più che altro, perché mentre scrivo questo post mi ritrovo a fare un piccolo bilancio e a considerare che in quest’ultimo anno non ho combinato quanto avrei voluto (si scrive “voluto”, ma si legge “dovuto”).

La frequenza dei post è rimasta abbastanza bassa in confronto a quella mantenuta durante il primo anno, ma nonostante questo vedo che continuate ad avventurarvi da queste parti. A voi vanno i miei ringraziamenti per aver dedicato un po’ del vostro tempo ai miei articoli.

Giusto per non lasciarvi a bocca asciutta, vi preannuncio che forse (il grassetto è d’obbligo) nel 2015 ci sarà qualcosa in più da festeggiare, oltre al passaggio di un nuovo anno. Non lascio trapelare spoiler, più che altro perché uno spoiler suona pericolosamente come un impegno preso, ma in cantiere c’è un progetto un po’ particolare che forse vedrà la luce.

Insomma, anche a colpo d’occhio direi che la parola d’ordine del post (e dell’anno) è “forse”. Le candeline sono tre, comunque, e almeno di questo possiamo essere sicuri.

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Schiavi della realtà

Già da bambino mi ero accorto di una cosa importante, ossia che i grandi non capiscono niente. La regola non era sempre valida, naturalmente, ma si applicava ad un aspetto fondamentale della mia vita di fanciullo drogato di libri: le storie.

L’insipienza dei grandi era dimostrabile ogniqualvolta si trovassero a discutere di storie vere. Parlando di un libro o un film non mancavano di aggiungere, quando possibile, «È tratto da una storia vera.», annuendo come chi la sa lunga. A questo punto l’altro adulto annuiva a sua volta ed esprimeva il proprio apprezzamento. Di tanto in tanto lo dicevano anche a me, che un film era tratto da una storia vera, e lo facevano con la faccia di chi si aspetta di suscitare un più vivo interesse. Ecco, questo proprio non lo capivo. Tra le mille cose che potevano convincere un bambino del valore di un’opera, quella era in fondo alla lista. Avrebbero potuto addurre motivazioni molto più efficaci, dicendo cose come:

  • «È tratto da [libro che ti è piaciuto].»
  • «L’attrice protagonista è Alessandra Martines
  • «Contiene un mostro.»
  • «Contiene molti mostri.»
  • «Non è tratto da una storia vera.»

Sì, amavo creature fantastiche ed eroine, alla facciaccia dell’establishment realistico-maschilista. Ero un bambino estremamente schierato. Magari un giorno ritornerò sul grande amore che ha segnato la mia fanciullezza, ma ora proseguiamo con il post (Fantaghirò, se mi stai leggendo, chiamami! Non ti ho mai dimenticata!).

Dove eravamo rimasti? Ah, sì. Mi avrebbero potuto dire una qualsiasi di queste cose.

E invece no: «È tratto da una storia vera, sai.».

Il me bambino ascoltava quella moscia rivelazione con un sorriso condiscendente, preparandosi a sciropparsi un polpettone carico di mestizia e inevitabile biografismo.

Senza mostri.

Senza indimenticabili eroine con i capelli a scodella.

Senza senso.

E poiché il me bambino era già dotato di una precocissima inclinazione per l’oratoria, non in una pacata osservazione si riassumeva il mio pensiero, ma in una stringentissima domanda retorica: “Se devi raccontare una storia, perché rovinare l’occasione raccontandone una vera?”

Poi sono cresciuto, e ho capito che mi sbagliavo.

Poi ho visto 12 anni schiavo, e ho capito che in realtà non mi sbagliavo affatto.

Bum1.

Fidarsi è bene…

Il post conterrà spoiler, siete avvertiti. Certo, il titolo è già un mezzo spoiler di per sé: ci dice che il protagonista diventa schiavo, e ci dice che rimane schiavo per dodici (anzi, 12) anni. E il film è un po’ tutto qui, se non fosse che… [sguardo allarmato in camera] ma andiamo con ordine.

12 anni schiavo è tratto dall’omonima autobiografia scritta da Solomon Northup. Lo so, autobiografia. «Te le vai a cercare.» mi direte. Sì e no, perché non si tratta di un’autobiografia intimista qualsiasi, ma di una vicenda drammatica e potenzialmente avventurosa ambientata nel diciannovesimo secolo. In sintesi, le premesse sono queste:

È il 1841 quando Solomon, violinista afroamericano che vive con la famiglia nello stato di New York, viene rapito e portato in Louisiana, dove viene venduto come schiavo.

Sì, il buonismo era in agguato, ma nella carrellata di premi vinti dal lungometraggio c’erano ben tre Oscar a motivarmi: miglior film, miglior attrice non protagonista, miglior sceneggiatura non originale. Che dire, questa volta Hollywood ci si è messa d’impegno per farmi cadere nella trappola. Sono quasi lusingato.

A posteriori, l’Oscar che più mi ha lasciato sbalordito è quello per la miglior sceneggiatura. Ma è stata colpa della mia disattenzione: l’Oscar infatti è stato assegnato per la miglior sceneggiatura non originale, cioè banale. Tutto quadra.

La bella parlata di una volta

Uno dei primi aspetti a colpirmi è stato il linguaggio usato dai personaggi (N.B.: ho visto il film in lingua originale). Si è voluto dare l’effetto di un inglese di metà Ottocento, e suppongo che qualcuno abbia svolto delle ricerche sulla lingua parlata allora negli Stati Uniti, o che quantomeno ci si sia basati sulla lingua dell’autobiografia di Northup.

In ogni caso, è rischioso usare un codice linguistico distante da quello dei destinatari, perché l’effetto spesso non è quello di rendere l’opera più realistica, ma di ostacolare l’immedesimazione del fruitore. Non dico che il protagonista si dovesse esprimere come il principe di Bel Air, ma forse il tono generale poteva essere più neutro.

Per chi si occupa di narrativa storica, questa è una questione interessante: è meglio ricalcare la vera parlata del personaggio (quando possibile) o cercare di mediare tra il codice linguistico dell’epoca e quello del lettore/spettatore? Prima d’ora non ci avevo mai pensato molto, ma propenderei per la seconda opzione. Il motivo, già accennato, è che la lingua è un mezzo, e se attira tutta l’attenzione su di sé impedisce di concentrarsi su ciò che davvero conta, ossia il contenuto della battuta.

Naturalmente, se la battuta in sé è insulsa, la lingua desueta è solo un trucco per far credere allo spettatore che sia stato detto chissà che.

I tormenti del giovane Brad

[Brad Pitt è a letto, gli occhi spalancati. Angelina Jolie dorme accanto a lui.]

Brad: Angelina.

Angelina: …

B.: Angelina.

A.: Mh?

B.: Non riesco a dormire.

A.: Mh.

B.: …

A.: …

B.: Angelina.

A.: Che c’è? Sono le… [guarda la sveglia] le tre e venti, maledizione.

B.: Non riesco a prendere sonno.

A.: Non mi dire!

B.: …

A.: …

B.: Non mi chiedi perché?

A.: Sento che me lo dirai comunque.

B.: …

A.: …

B.: Dobbiamo adottare un altro bambino.

A.: [si alza a sedere] Ancora con questo discorso?

B.: Eddai… uno in più, che ti cambia? Tra sei e sette non c’è tutta questa differenza.

A.: Ne abbiamo già parlato. Quando è no è no. Adesso chiudi gli occhi e rilassati, vedrai che in un attimo ti addormenti. [si stende e si gira dall’altra parte]

B.: …

A.: …

B.: È che potremmo fare di più, non credi?

A.: Ossignore. Dormi!

B.: Con tutta quella gente che soffre mentre noi viviamo nel lusso. E tutti quei bambini che – [il nodo in gola gli impedisce di continuare]

A.: … [fa un respiro profondo]

B.: E la gente? Cosa dirà la gente? Potrebbe credere che rimaniamo indifferenti di fronte alla miseria umana.

A.: Non dire scemenze. Metà della tua pagina Wikipedia è dedicata alla filantropia.

B.: Devo ricordarti come fa la nostra canzone?

A.: Scordatelo, quella non è la nostra can–

B.: [cantando sottovoce] Si può dare di più / perché è dentro di noi / si può dare di più / senza essere eroi…

A.: Basta! Svegli i ragazzi!

B.: Si può sempre dare di più, Angelina. Sempre. E io sento di avere ancora molto da dare in un mondo come questo, ricco di discriminazioni.

A.: Tu a cena non la mangi più, la peperonata.

B.: Per esempio, ci hai mai pensato a quanto è brutta la schiavitù?

A.: Ma che caz–

B.: È una cosa sbagliata, ti dico. Ho ricevuto questo script, Angie, dovresti leggerlo. Parla di –

A.: Zitto.

B.: La storia è ambientata nel –

A.: Zitto.

B.: E c’è uno schiavista che –

A.: Già sei persona indesiderata in Cina, vuoi che aggiungiamo anche casa nostra all’elenco dei posti dove non puoi più mettere piede?

B.: …

A.: Ecco. [si gira dall’altra parte]

B.: …

A.: …

B.: [sussurrando] E comunque ho due o tre cosette da dirci, a quello schiavista.

A.: Come?

B.: ‘Notte.

Avete presente quando si dice, qui su Sudare Inchiostro o in sedi ben più autorevoli, che è meglio non fare la moralona al lettore? John Ridley, di professione sceneggiatore, probabilmente no.

Il dialogo che segna in modo irreparabile il film è quello tra Edwin Epps, il perfido schiavista interpretato da Michael Fassbender, e Samuel Bass, un lavoratore canadese interpretato da Brad Pitt. Bass è un abolizionista, perché crede che tutti gli uomini siano uguali, e pensa bene di dirlo allo schiavista che l’ha ingaggiato per lavorare a fianco dei suoi schiavi. La scena suona più o meno così:

Edwin Epps: Perché non vieni un po’ all’ombra a berti un goccetto con me?

Samuel Bass: Anche gli altri stanno faticando al sole quanto me. Il vostro atteggiamento nei confronti degli altri lavoratori è sbagliato, proprio sbagliato, signor Epps. Cattivello!

EE: Loro non sono lavoratori, sono roba mia.

SB: La schiavitù è sbagliata. In fondo, che diritto avete voi sui vostri schiavi?

EE: Oh, non cominciamo a fare i fiscali, lo scontrino l’ho buttato.

SB: Li avete comprati, quindi, e la legge vi dà il diritto di farlo. Ma la legge si sbaglia. E se domani la legge dicesse che voi potete essere comprato e venduto?

EE: LOL.

SB: Voi lollate, signor Epps, ma gli uomini sono tutti uguali. Oh, sì! Non c’è differenza tra bianchi e neri, è una legge universale!

EE: Oh, ma dove ti credi di essere? Tornatene in Canada dalla tua sanità pubblica e non venire a rompere le palle a noi sudisti. E Angelina dice che devi tagliarti quella barba ridicola.

SB: …

Quelle di Bass sono parole inutili. È come sentire il papa dire che i mafiosi andranno all’inferno. Le persone dotate di morale sanno già che far parte della mafia è sbagliato, i mafiosi si faranno una risata.

E dopotutto, se un cattivo si redime non appena un personaggio buono gli spiega che sta sbagliando, che cattivo è?

Ma attenzione, il latte alle ginocchia non è finito. Circa un quarto d’ora dopo, il buon Brad Pitt si fa due chiacchiere con Chiwetel Ejiofor, che interpreta Solomon Northup.

Solomon Northup: Credete davvero che la schiavitù sia una cosa terribile, come avete detto prima?

Samuel Bass: Sì.

SN: Sapete, la schiavitù è una cosa terribile.

SB: Eh, già.

SN: Vorrei tornare dalla mia famiglia.

SB: Capisco.

SN: Non è che scrivereste ai miei amici al nord, per far sapere che sono da queste parti?

SB: Ho viaggiato in questo paese per quasi vent’anni. La mia libertà è tutto per me [occhiata di americanità]. La libertà è una figata pazzesca. Perciò sì, scriverò ai vostri amici.

E almeno questa seconda scena serve a fare andare avanti la trama. In realtà anche la prima scena, malgrado l’impianto retorico scarsino, sarebbe stata salvabile. Sarebbe bastata qualche conseguenza.

Sì, insomma. Un lavoratore contesta apertamente il comportamento e l’autorità del capo, e per giunta lo fa di fronte a degli schiavi. Se quell’affronto avesse avuto delle conseguenze, allora avremmo saputo che la scena era utile per lo svolgimento della trama2, e non una lezione per il pubblico. E invece all’efferato Edwin Epps basta una velatissima minaccia, nessuno si prende delle cinghiate omaggio, e ogni spettatore corre nel fienile a liberare i propri schiavi, assicurando che si è trattato di un errore, ché fino a quel momento nessuno aveva mai spiegato chiaramente se la schiavitù fosse buona o cattiva.

Solitamente mi lamento della pura malvagità degli antagonisti, ma questo non è il caso. È giusto che Epps sia un malvagio al cento per cento; ma c’è davvero bisogno di un personaggio che ci spieghi dove sta la sua cattiveria?

Cos'ha detto della mia barba?

Così stanno le cose

Anche considerando la narrazione da una prospettiva più ampia, non sono riuscito a trovare grandi spunti positivi.

Per prima cosa, non sembra che passino dodici anni. Se non fosse per i figli del protagonista, che ritroviamo cresciuti alla fine del film, ci sarebbe solo il titolo a indicarci l’estensione temporale della vicenda. Sì, nelle ultime scene Solomon ha due o tre capelli grigi, ma non ho avvertito il procedere degli anni. E va beh, questo potrebbe essere un dettaglio di importanza relativa.

Molto peggio constatare come le cose semplicemente accadano al protagonista, senza che questi riesca davvero a modificare il corso degli eventi (se non in peggio, quando picchia uno dei sorveglianti e viene trasferito nella piantagione di Epps). Tanto per esemplificare, Northup si salva per un colpo di fortuna. Se non fosse per il deus ex machina dalle sembianze bradpittiane, non tornerebbe mai a casa. Non tenta mai di fuggire, e la sua unica trovata3 fallisce miseramente. In un’occasione riesce a convincere Epps della propria innocenza con una bugia ben costruita, ma non possiamo dire che si salvi grazie al proprio ingegno, né grazie alla propria tenacia.

Vista la situazione rappresentata, però, è plausibile che un personaggio non abbia un grande controllo sul proprio destino. Ci aspettiamo allora che il film approfondisca bene il lato più psicologico dei personaggi, ma Solomon non subisce veri cambiamenti, sotto quel punto di vista: dall’inizio alla fine il suo unico pensiero è quello di tornare a casa, e la sua visione del mondo non è cambiata più di tanto.

E questo magari è comprensibile, perché il film è tratto da una storia vera, e in quella storia le cose vanno così. Ma allora forse è lì che sta il problema.

Persone come noi

12 anni schiavo non dice niente di nuovo sulla schiavitù, non pone il problema in un qualche modo particolare, e infine direi che non è un’opera impeccabile dal punto di vista narrativo. Sì, c’è un motivo se non mi chiamano a far parte della giuria degli Oscar.

La questione è la solita: i mondi narrativi e il mondo reale hanno regole differenti, per cui una storia vera può costituire automaticamente del buon materiale per un documentario, ma non è detto che sia ottima narrativa. Se poi a una storia poco efficace e già sentita in mille salse (solitamente migliori) aggiungiamo anche qualche cucchiaiata di inutile buonismo, non aspettiamoci un ricco pasto narrativo.

Nonostante questo, alcuni danno più valore alle storie vere che alla fiction; o almeno, sono convinti che i loro gusti siano questi. Ma la verità è un’altra.

Alcune persone sono affette da un disturbo che limita la loro immaginazione in modo invalidante e impedisce loro di godersi film e romanzi come tutti. Per queste persone, l’unico modo per godersi un’opera di narrativa è sapere che è tratta da una storia vera: solo così riescono ad immedesimarsi nei personaggi e, nei casi più lievi, perfino ad appassionarsi.

Di conseguenza queste persone non odiano la fiction, anzi, in un certo senso, pur senza saperlo, la amano troppo: semplicemente non sopportano che una storia non sia reale.

E non crediate che si tratti di una percentuale irrisoria della popolazione: tra le persone che conoscete ce n’è sicuramente qualcuno. Camminano tra noi, lavorano al nostro fianco, votano per assegnare gli Oscar.

L’importante è che non li discriminiate. Sono persone come noi.

  1. Se ancora non conoscete questo effetto speciale, vi siete persi questo. []
  2. Non ditemi che tutta quella scena serve per permettere a Northup di capire le idee di Bass. Sarebbe bastato molto meno, e si sarebbe potuto gestire molto meglio. []
  3. Ottenere dell’inchiostro schiacciando delle more, e scrivere una lettera alla sua famiglia. []
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La morte della letteratura e altre cose da gangsta

Qualche tempo fa mi è capitato di fare due chiacchiere con una ragazza che sta studiando per prendere una laurea magistrale in lettere1. Lucrezia, così la chiameremo, ha un’ottima media ed è tra i migliori del suo corso di laurea; una studentessa brillante, insomma.

Tra una cosa e l’altra, abbiamo cominciato a parlare di poesia. Ora, Lucrezia si occupa sì di letteratura del Novecento, ma conosce bene tutta la letteratura italiana, e si muove con grande competenza nell’ambito della stilistica e della metrica. Addirittura, avendo un approccio molto più accademico del mio, conosce meglio di me la storia delle forme poetiche e i principali studi del settore.

Insomma, in una piacevole mezz’oretta di chiacchierata ho imparato delle cose interessanti da una persona competente.

E il post potrebbe finire qui, ma sarebbe fine a sé stesso e privo di conflitto come il romanzo autobiografico medio. Orrore!

"Nooo! Ogni famiglia infelice è infelice a modo suooo!"

Insomma, la chiacchierata volgeva al termine quando Lucrezia, che forse da parte mia si aspettava un maggiore (o diverso) contributo alla conversazione, ha voluto sapere come mai mi interessassi di quegli argomenti. Al che ho candidamente confessato che scrivo poesia in metro.

Altrettanto candidamente, lei mi ha chiesto: «Perché?»

Et voilà! Materiale da post.

«E perché no?» mi sono limitato a rispondere, e ho soffocato un focolaio di sterile filippica, non volendo sprecare oralmente tanto buon materiale da post. La conversazione si è spostata su altri argomenti, ed è proseguita piacevolmente com’era cominciata.

Nei giorni successivi, però, la reazione di Lucrezia mi ha dato ancora da pensare. Come mai una studentessa competente e appassionata trova strano che qualcuno possa voler scrivere poesia secondo i canoni antichi?

Ma la domanda in realtà è più generale; permettetemi di esprimerla in termini pomposi: come può una persona che nella vita studia una determinata forma d’arte2 rimanere genuinamente stupita nel sapere che qualcuno produce quel tipo d’arte?

Qui non si tratta di orgoglio ferito; Lucrezia non ha letto o giudicato la mia produzione, e comunque so bene che scrivere sonetti è meno cool di quanto lo fosse nel Duecento.

Qui – occhio che arriva la bomba – il problema è un altro: [sguardo in camera] la cultura umanistica è morta.

Bum.

Oh, io ve l’avevo detto.

Una tragica fine

L’ho messa giù un po’ troppo tragica, sì. In realtà la filippica è già finita, la domanda centrale è già stata posta. Tac. Anticlimax.

La questione è la solita, ossia che la letteratura viene spesso piazzata in una metaforica teca e vista come intoccabile, inimitabile, conclusa. Morta, appunto.

È la prima edizione ancora incellophanata e mai scartata del primo numero di un fumetto, gelosamente custodita dal nerd che l’ha comprata con lo stipendio di un mese. È un’entità inutile e venerabile che sì, mai conoscerà le manine sudaticce di un bambino, le orecchie agli angoli delle pagine o le magagne che il tempo infligge alla rilegatura, ma che per contro sarà condannata all’eterna inadempienza, a non portare mai a termine ciò per cui è stata creata.

E questo è molto triste. Avete pianto? Io ho pianto.

Dispiace constatare che, spesso, chi si occupa di letteratura è il primo a considerarla come qualcosa che non ha nulla a che fare con la vita di tutti i giorni, come una cosa distante dal mondo reale, priva di qualsiasi ragion d’essere al di fuori di un’aula.

Non c’è da stupirsi se poi gli italiani non leggono i classici, o se non leggono proprio. La letteratura presentata come un rompicapo per soli eruditi non ha alcuna attrattiva per chi non è un addetto ai lavori.

La letteratura spiegata (d)ai gangsta

Vorrei concludere con una nota positiva. Qualche post fa parlando del talent show Masterpiece, avevo citato il blog L’Arte spiegata ai Truzzi come ottimo esempio di divulgazione.

La buona notizia, appunto, è che ho trovato un altro ottimo esempio, ancora più calzante con il contenuto del post e in generale con la linea di questo blog. Si tratta di Thug Notes, un sito che pubblica video-recensioni di classici della letteratura.

La particolarità è che queste recensioni sono fatte da un letterato ahimè atipico, il dottor Sparky Sweets. La parlata e le espressioni da ghetto non pregiudicano l’accuratezza dei riassunti e la puntualità dell’analisi, anche se potrebbero ostacolare la comprensione del discorso, se non avete un buon livello di inglese.

Vi lascio con una delle mie analisi preferite, quella dell’Edipo re.

 

  1. Ovviamente non è la denominazione precisa, visto che al giorno d’oggi un titolo di studio deve avere almeno otto-dieci parole, ma insomma, ci capiamo. []
  2. Per arte intendiamo un’attività che ha fini principalmente estetici. Ve lo dico subito così possiamo mantenere tutti la calma. []
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