Quattro anni di sudore

Si chiude il quarto anno di Sudare Inchiostro, ed è tempo di bilanci e previsioni.

Da un lato è stato un anno bruttarello, per alcune questioni personali e professionali che hanno fagocitato, oltre che preziose energie, soprattutto moltissimo tempo. Una di queste, un famigerato corso abilitante che molto letterariamente chiameremo il signor T., continua ad essere una fucina di frustrazioni alimentata a tempo.

Tra le altre cose, il signor T. esige dal sottoscritto la produzione di varie scartoffie dall’utilità opinabile, e quelle sono tutte cartelle che vanno a sostituirsi, almeno in parte, a quelle che stenderei per il progetto in corso.

Ma quest’ultimo anno non è tutto da buttare. Ho finalmente cominciato il suddetto progetto, e arrivato a buona parte della prima stesura sono ancora convinto della sua validità. E visti i tre romanzicidi che appesantiscono la mia fedina penale, direi che non è poco.

Ho migliorato la produttività con una nuova modalità di lavoro, o meglio con una semplice migrazione giornaliera. Anche questo non è poco.

E allora siate comprensivi, e lasciatemi fare un’operazione da storico della letteratura. Uno di quelli di una volta, che davano ai momenti letterari nomi tipo “preromanticismo”, come se all’epoca ci si stesse preparando per il romanticismo, come se si sapesse già cosa sarebbe arrivato.

Ecco, allora quest’anno appena concluso lasciatemelo chiamare il pre-quinto. Io lo so già che cosa arriverà, soltanto non so come, e non so quando. Non mi resta che rimboccarmi le maniche. E via di sudore.

"Quanti anni hai, piccolo?" "Pre-cinque."

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Un saluto

Oggi è morto Sir Terry Pratchett.

È morto mentre tenevo una lezione del mio corso di scrittura.

E ci potrei anche leggere qualche coincidenza, dietro, se non fosse che sono un fan di Pratchett, e che ricordo bene la lezione del filosofo Didactylus.

Things just happen, what the hell.

<3

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Un trasloco proficuo

Tutto procede. A rilento, ma procede.

Certo, uno si fa un piano di lavoro e poi non è che riesce a rispettarlo così, come se niente fosse. Ci si mette il lavoro pagabollette, a disturbarlo. Ci si mette l’eventuale studio per l’eventuale corso di laurea/master/corso di formazione/concorso. Ci si mettono le fisiologiche beghe della vita di tutti i giorni – oh, la trivialità, nemesi di noi Grandi Autori! – che sono sempre più immediate e concrete della pagina da scrivere, e perciò finiscono per avere la priorità.

Ma soprattutto ci si mette il Wi-Fi.

Sul serio, il Wi-Fi è il male.

Che insomma, no, ce lo possiamo dire, uno si fa mille scuse, e il lavoro qui, e l’esame lì, sì sì, tutto vero. Ma il Wi-Fi. E poi certo che un Tolstoj ti scriveva mille pagine come se niente fosse.

Mettetevi al posto suo, cioè in un’isba persa nella ridente steppa russa, seduti allo scrittoio. Finite di vergare pagina boh, seicentoquarantadue, e una vocina nella vostra testa vi dice che potreste anche concedervi una breve distrazione. Andate al frigorifero, e –

Scherzavo. Naturalmente non c’è frigorifero. C’è la dispensa, però, che ha una temperatura da congelatore, e prendete il necessario per uno snack goloso e genuino, diciamo dello strutto e del pane di segale.

Vi godete lo spuntino, ma tempo due minuti – giusto per permettere allo strutto di scongelarsi al calore del vostro fiato, riacquistando un po’ di spalmabilità – e siete tornati allo scrittoio. Della breve distrazione che vi eravate ripromessi nessuna traccia. Staccate qualche scheggia dai tronchi che formano le pareti e inscenate una versione riveduta della prima puntata di Game Of Thrones, ma poi non riuscite più a distinguere i protagonisti dalle loro spade, e vi stufate. Il vostro interesse viene catturato dall’oscillare delle fronde di due betulle che si ergono solitarie all’orizzonte. Tempo totale di distrazione, cinque minuti.

A questo punto, siete grati di potervi rimettere al lavoro, e oh se lavorate. Magari lentamente, ma lavorate.

Non una notifica di Faccialibro a distogliervi dalla vostra prosa torrenziale.

Non una serie di foto di gatti a rubarvi preziosi minuti di luce solare.

Solo voi, la steppa sconfinata, e la bocca che sa di strutto.

Gustoso e genuino!

Ecco, tutto questo per dire che a volte la baracca non basta, se ci arriva la connessione internet, e bisogna trasferirsi in un posto ancora più isolato. Io ho trovato la mia isba, e cerco di passarci più tempo possibile.

Per la prima volta da un po’ di tempo, la Musa sorride, soddisfatta di me.

Non ha visto lo smartphone che ho in tasca.

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La ricompensa

Come primo articolo di questo 2015 avevo in mente qualcosa di un po’ più corposo rispetto alle ultimi post. Ma come si suol dire, il blogger pianifica, la blogosfera ride.

Rimando i buoni propositi almeno a fine febbraio, ma anche a fine marzo, ma anche a fine aprile (2016), però mi dispiacerebbe non postare niente.

Vi propongo quindi un piccolo gioiellino che sono andato a riesumare per l’occasione.

Certo, il medium è diverso rispetto a quello di cui solitamente parliamo qui su Sudare Inchiostro, ma si tratta pur sempre di narrativa, e chi ha voglia di imparare può trovarci spunti molto interessanti. In particolare, questo cortometraggio vi dimostra come in una brevissima opera di narrativa si possano fare, tutte insieme, le seguenti cose:

  • raccontare una storia coerente e autoconclusiva
  • caratterizzare i personaggi
    • senza che questi dicano una sola linea di dialogo
  • trasmettere un messaggio (ovvove!) positivo, ma
    • in maniera non stucchevole
  • non prendersi troppo sul serio, riuscendo comunque ad appassionare
  • cacciarvi la sorpresa dopo i titoli di coda.

E il tutto in meno di dieci minuti.

Scusate se è poco.

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Natale a San Guinario – 4° puntata

È Natale, e chi siamo noi per interrompere le tradizioni? Anche quest’anno la vigilia si passa a San Guinario.

A chi fosse nuovo del blog consiglio, come al solito, la lettura preventiva delle puntate precedenti: la prima, la seconda e la terza.

Natale a San Guinario

Il professor Malicius entra nello studio e va a sedersi dietro la grande scrivania in mogano. Squadra i due studenti seduti davanti a lui.

«I fratelli Grinci, suppongo. Bianca e… Fausto, corretto?»

I due annuiscono.

«Il Direttore mi aveva detto che vi avrebbe mandati da me per un provvedimento disciplinare.»

Uno specchio dalla cornice dorata è posato sulla scrivania, assieme a una busta con il sigillo dell’Accademia. Malicius apre la busta, ne estrae il rapporto ufficiale e lo legge ad alta voce. «Possesso, in assenza del regolare permesso rilasciato dalla Segreteria, di manufatto lesivo dell’integrità morale dell’Accademia.»

Posa il foglio e prende in mano lo specchio e lo soppesa.

«“Lesivo dell’integrità morale”.» ripete «Sono proprio curioso di sapere cosa fa questa cianfrusaglia.»

«Non è una cianfrusaglia!» scatta Fausto «Lei non si può permettere di –»

La sorella lo ha fermato posandogli una mano sul braccio. Lui si appoggia allo schienale, rosso in viso, stringendo i braccioli della poltroncina.

«Quello che mio fratello sta cercando di dire» interviene Bianca, con un sorriso conciliante «È che si tratta di un cimelio di famiglia, di grande valore affettivo.»

Malicius si rigira lo specchio ovale tra le mani. La cornice d’ottone è decorata da demonietti dalle ali di pipistrello che con i loro forconi tormentano dei dannati. In cima campeggia un teschio ghignante.

«Questo non vi autorizza ad introdurlo nell’Accademia senza permesso, se si tratta di un manufatto magico.»

«Posso spiegare.» dice Bianca «Noi non sapevamo che ci sarebbe arrivato. È stata una sorpresa.»

«Sorpresa?»

«Un regalo… ha presente, no…»

Malicius solleva un sopracciglio. «No, non ho presente. Mi illumini.»

«Un regalo di Natale. Da parte di nostro padre. Nulla di irregolare.»

Malicius sospira. Ecco il risultato di tanto lassismo nelle politiche dell’Accademia. Si dichiara tollerabile – tollerabile, non incoraggiata – la pratica di dare e ricevere doni per Natale, e subito la posta in entrata contiene manufatti magici. Ma del resto le parole del Direttore sono state chiare: “Che cattivi speriamo di formare se li cresciamo al riparo dal consumismo?”. Parole chiarissime, ispirate dal disinteressato omaggio in denaro fattogli dalla multinazionale Oration Corp..

«A quanto pare qualcosa di irregolare c’è. Allora, devo leggermi il rapporto per intero o mi dite voi il motivo per cui stiamo perdendo il mio prezioso tempo?»

«È Gruggul, lo Specchio del Misfatto.» spiega Fausto «Sa risolvere qualsiasi dilemma che un cattivo si può porre in merito alla propria condotta.»

Malicius ride. Una sincera, tonante, malvagia risata, che si perde verso il buio soffitto dello studio. Ora è chiaro perché il Direttore li ha mandati da lui.

«Dunque intendevate superare il mio esame con questo affare da due soldi trovato su chissà quale bancarella.»

Fausto avvampa ancora, ma si contiene. «Nostro padre lo ha ritrovato nel castello di famiglia dopo mesi di ricerche.»

«Ah, davvero?»

«Mette in dubbio la parola di Augusto Grinci?»

«Io credo» interviene Bianca, con un ghigno beffardo «che lei abbia paura di Gruggul, Specchio del Misfatto, perché se si possiede Gruggul non serve neanche seguirlo, il suo corso. Anzi, Gruggul potrebbe tenere il suo corso di Teoria del Male meglio di lei.»

Malicius si appoggia allo schienale, i gomiti appoggiati sui braccioli e i polpastrelli uniti di fronte a sé. «Attivi lo specchio, signorina Grinci.»

Bianca rimane interdetta per un istante, poi si riscuote, inspira a fondo e declama: «Ok, Gruggul.»

Un turbine lattiginoso anima lo specchio.

«È la formula di avvio.» sussurra Bianca a Malicius «Faccia pure una domanda.»

«Molto bene, cominciamo con qualcosa di facile.» risponde lui, e si rivolge allo specchio «Qual è la divinità che più incarna l’opposto del Male?»

«Babbo Natale.» risponde una suadente voce femminile, leggermente distorta.

«Come mai?»

«Babbo Natale premia anche chi non crede in lui. Le offerte che gli si fanno sono del tutto opzionali, e nei rari casi in cui punisce qualcuno, lo fa solo attraverso metodiche di punizione negativa – vale a dire, la privazione di un dono ancora non recapitato. E l’applicazione di tali provvedimenti ha visto negli anni un progressivo calo, tanto che oggi la loro frequenza percentuale ammonta approssimativamente a zero.»

«Molto bene, Gruggul, ottima risposta.»

«Grazie.»

Malicius indirizza uno sguardo di ammirazione a Bianca, che dà di gomito al fratello, visibilmente soddisfatta.

«Ok Gruggul, vediamo qualcosa di più complesso.» dice Malicius «Come faccio ad essere un bravo Cattivo?»

«Ti devi opporre al Bene, ossia alle azioni di chi è Buono.»

«Dimmi, il nemico del mio nemico è mio amico?»

«Sì.»

«Ma mettiamo che il mio nemico sia malvagio e il suo nemico sia un Buono. Sarebbe ancora mio amico?»

«No. Si suggerisce un’alleanza pro tempore con il Buono e un successivo tradimento.»

«Ok Gruggul, ma non mi è chiara una cosa: se io sono malvagio, è giusto che combatta contro altri malvagi?»

La foschia sullo specchio si mette a vorticare più velocemente.

«Attendere. Caricamento.» dice Gruggul. Nell’attesa, dalla bocca del teschio d’ottone parte un bossa nova soffuso, che s’interrompe poco dopo.

«Riformula la domanda, prego.»

«Combattere i malvagi fa di me un buono. Dovrei evitarlo?» chiede Malicius.

«Sì.»

«Ma in questo caso, con i malvagi, sarei buono.»

Lo specchio scricchiola. «Sì.» dice. La distorsione fa gracchiare la voce di Gruggul.

«Ma quindi dovrei combatterli.»

«Sì.»

«Ma questo farebbe di me un Buono.»

«S–.»

La nebbia sullo schermo prende a muoversi a scatti.

«Nell’incertezza, opta per obliterazione totale di ogni forma di vita. Non puoi sbagliare. Non puoi sbagliare.»

«Ma allora resterei da solo, e la nuova morale – l’unica – sarebbe la mia. Quindi sarei un Buono. Peggio, sarei il Bene. Giusto?»

Una spaccatura attraversa la superficie lucida dello specchio, seguita da mille crepe più sottili che si diramano a ragnatela. Bianca diventa pallida come un cencio, mentre a Fausto esce un gemito strozzato.

Malicius si china verso l’interfono e preme il pulsante prima di parlare.

«Guardie.»

Passi pesanti risuonano nel corridoio.

«Ma io non – nostro padre –» comincia Fausto. Sembra davvero mortificato.

«Nella bocca del teschio.» dice Malicius, porgendo lo specchio ai due «Esatto, “Made in Taiwan”.»

Quattro miliziani dell’Accademia irrompono nello studio e prendono per le braccia i fratelli Grinci, sollevandoli senza complimenti.

«Non scordatevi di ringraziare vostro padre a marzo, quando avrete finito la vostra permanenza alla gogna.»

Bianca e Fausto supplicano clemenza mentre vengono trascinati via, e quando la porta dello studio si richiude dietro le solerti guardie Malicius si concede un sorriso. Guarda dietro il rapporto, e trova quello che si aspetta, una scritta tracciata in una grafia familiare.

“Una sorpresa per il mio diavoletto – BB”

Quella storia del Natale, in fondo, comincia a piacergli. Potrebbe persino farci l’abitudine.

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Disciplina regale

Sia detto con tracotanza e totale sprezzo della doppia negazione: duemila parole al giorno non sono niente.

Bum.

«Sicuramente c’è il trucco.» direte voi, e avete ragione. Perché la versione completa e non ad effetto della suddetta frase è: “Duemila parole qualsiasi al giorno non sono niente.”

Rimane il totale sprezzo della doppia negazione, si stempera drammaticamente la tracotanza. Però emerge una certa verità: le famose duemila parole giornaliere, in termini puramente quantitativi, non sono tantissime.

Se ci mettiamo a scrivere tutto quello che ci passa per la testa, o se scriviamo di un argomento che conosciamo bene e che ci appassiona particolarmente, il tutto in un contesto poco formale, raggiungere duemila parole è uno scherzo.

Ma noi ci occupiamo di quei casi in cui la scrittura non è proprio casuale: le duemila parole quotidiane devono inserirsi in un impianto narrativo (più o meno) ampio e (possibilmente) coerente, nonché rispettare i paletti stilistici che ci siamo posti (per esempio focalizzazione e punto di vista).

Ed ecco che la soglia di duemila parole è già ben più lontana.

Tre consigli non richiesti

Ma facciamo un passo indietro. Sì, sto cercando di seguire una rountine à la Stephen King. Non sempre riesco a tenere il ritmo del Re, complice anche il fatto che King guadagna qualcosa come cinquanta fantastilioni al giorno e può dedicare l’intera giornata alla scrittura, però più mi ci incaponisco e più vedo che si tratta anche di una questione d’abitudine.

Un primo consiglio, quindi: non scoraggiatevi se inizialmente la soglia vi sembra troppo alta. Per la prima settimana magari attestatevi sulle 500 parole, poi sulle 1000, e vedrete che entrerete a regime1.

Il secondo consiglio è quello di mettersi al lavoro con le idee già chiare. Non mi riferisco solo alla trama nel suo complesso, ma molto di più alla struttura del capitolo e alla sua eventuale articolazione in scene. Può essere utile, prima di cominciare un nuovo capitolo, stendere un breve elenco di ciò che si scriverà, anche per avere ben chiaro il ruolo di quel capitolo nell’economia della trama (in altre parole, il modo in cui la fa progredire).

Il terzo consiglio è il più utile, e quello più difficile da mettere in pratica. È un principio che, se applicato, rende il lavoro molto più veloce, efficace, e meno pesante. Quando si ha a che fare con la prima stesura, bisogna cercare di mettere a tacere la vocina che sta facendo instant editing nella nostra testa. Non ha senso ruminare per ore le stesse dieci frasi o bloccarsi perché non ci sovviene l’espressione esatta che abbiamo sulla punta della lingua; è molto più produttivo rivedere testo in un secondo momento, magari seguendo gli appunti che abbiamo annotato durante la prima stesura.

Anche perché, non so se l’avete notato, una prima stesura iperruminata non è necessariamente meglio di una prima stesura “veloce”, anzi. La differenza è che nel primo caso vi troverete a correggere cose partorite con dolore, mentre nel secondo non ci penserete due volte a espungere qualcosa che non suona benissimo.

È vero che una prima stesura veloce rischia di contenere sviste più banali, ma è anche vero che probabilmente, dopo la revisione, le frasi scorreranno con maggiore naturalezza, mentre una prosa scritta con uno sforzo immane spesso conserva i segni di quella fatica.

Come al solito, malgrado io usi la prima persona plurale, non è detto che questo valga per tutti. In ogni caso non è una lezione, ma una semplice condivisione della mia esperienza personale. Il terzo consiglio, in particolare, è qualcosa che vorrei saper mettere in pratica meglio, e su cui sto lavorando molto, ma essere in grado di “dimenticare” a comando determinate conoscenze (senza smettere di utilizzarle) è qualcosa che va imparato con la pratica.

E voi avete consigli o trucchi da condividere?

  1. Una considerazione aritmeticamente banale: anche scrivendo “solo” 1000 parole al giorno, nel giro di tre mesi avrete per le mani la prima stesura di un romanzo. []
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Il miglior travestimento

«Io esco.» annuncia Gigi, prendendo il cappotto dall’appendiabiti.

La Musa si blocca a metà di un sollevamento. Il bicipite contratto scintilla più del manubrio da ventotto chili fermo a mezz’aria.

«Non ho sentito bene.»

Gigi si schiarisce la gola e mette su una faccia risoluta. «E-esco, ho detto.»

La Musa posa a terra il manubrio e si alza dal divano.

«Ho g-già dato conferma ai ragazzi.» pigola Gigi, il cappotto infilato a metà.

La Musa afferra la manica ancora vuota e dà uno strattone. Gigi ruota su sé stesso e si ferma barcollante nella posizione iniziale, trovandosi puntato addosso un indice grosso come un salame.

«Io non ho dato nessuna conferma.» ringhia la Musa «Dove vorresti andare?»

«Dai, per favore, gli altri ci vanno tutti!»

«Gli altri hanno un lavoro vero. Allora, dove?»

«Da Beppe, per la festa di Hal–»

«Parole?»

«Duemila e sessantaquattro. Ho appena finito il capi–»

«Costume?»

«Eh?»

«È una festa di Halloween. Da cosa ti vesti?»

Gigi si stringe nelle spalle. «Da niente. Non ho avuto il tempo di prepa–»

«Allora non vale la pena andare. Oggi puoi arrivare a tremila parole, ti porto la cena in studio.»

«No, aspetta, aspetta un momento!»

Gigi corre in camera sua, e torna un attimo dopo.

La Musa fa una smorfia. «E quello sarebbe un travestimento?»

«È un Mantello Lovecraftiano™.»

«Sembri uno scemo.»

«Non hai mai visto la pubblicità? Dai, quella che fa: Mantello Lovecraftiano, il terrore a portata di mano! No?»

«Rimettiti a scrivere.»

«Aspetta, aspetta. Non deve fare paura quando lo vedi, deve fare paura quando qualcuno ti racconta di averlo visto. Prova, dai.»

Le labbra della Musa sono strette in un taglio severo.

«Forza!» insiste Gigi «Prova a descriverlo.»

La Musa si pianta i pugni sui fianchi. «E va bene. Il mantello è…» s’interrompe, e spalanca gli occhi. Gigi ricambia lo sguardo e annuisce con aria complice.

«Visto? Va’ avanti.»

«…è una visione indicibile, allucinata e delirante, un’aberrante scaturigine del più empio e perverso abisso di follia, un aborto osceno che tutto ammorba con la sua fetida corruzione. È puro male.»

La Musa tace, stupefatta per le parole che ha appena pronunciato.

«Te l’avevo detto che funzionava.» dice Gigi, soddisfatto. Descrive un ampio arco con il braccio, avvolgendosi in quel mantello sordido, sacrilego e ripugnante. «Allora, posso andare?»

La Musa riprende il suo contegno severo. «E sentiamo, a che ora vorresti tornare?»

«Verso mezzanot–»

«Dieci e un quarto.»

Gigi infila la porta con uno strillo di giubilo.

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Prime notizie dalla baracca

Finita l’estate, il blog entra in letargo. Le cause non sono climatiche, naturalmente (se ne parlava nello scorso post), ma lavorative, autoriali, scrittorie. Aggettivali.

Però dai, dispiace non buttar giù due righe di tanto in tanto, giusto per farvi sapere che nella nostra remota baracca si lavora ancora, e magari per avanzare qualche considerazione legata all’aspetto puramente organizzativo e disciplinare dello scrivere.

Se mai avete provato seriamente a scrivere un tot di parole al giorno (o battute, o cartelle, o righe, o pagine, o chili, o litri) sapete a cosa mi riferisco. All’inizio è dura, ma quando si prende il ritmo –

No. Perché non è così semplice. Proprio quando eri arrivato a mantenere una buona quota di battute al giorno – non ancora kinghiana, per carità, ma molto promettente – arriva il mondo reale a ricordarti che no, non sei uno scrittore professionista, e che se vuoi mangiare devi adorare il dio del Lavoro Vero.

E allora, un po’ come nei miti antichi, ogni giorno il dio del Lavoro Vero e la Musa si picchiano selvaggiamente per vedere chi avrà la meglio. La Musa è sola, e per giunta indossa pesantissime vesti di Scuse e Spossatezza, mentre il dio del Lavoro Vero è spalleggiato da una ghenga di picchiatori in giacca e cravatta: Stipendio (non Fisso, quello è una vera leggenda), Disillusione, Fame, Priorità. Priorità è quello che picchia più piano, il più indeciso del gruppo. Ma poi si decide, e picchia.

A fine giornata, la Musa è un Kandinskij di lividi e ferite sanguinanti, ma non è rassegnata. Ti segue per la casa, cena accanto a te, e quando vai a letto ti sussurra nell’orecchio che il traguardo delle battute di quel giorno è ancora lontano.

Ecco, questo è il genere d’ispirazione che ci vuole. Combattiva, insistente, con bicipiti grossi come palloni da calcio.

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La lunga attesa del cassonetto giallo

Poche vacanze quest’estate, e molto lavoro. Nella baracca è tutto un batter di martelli, una sinfonia di trapani, un incessante scartavetrare.

Non c’è ancora nulla di pronto, naturalmente, altrimenti questo post sarebbe un po’ più lungo.

Qualche autore coraggioso posta regolarmente i progressi raggiunti, le pagine e le battute partorite nel corso della settimana o della giornata. Io non mi arrischio a dare anticipazioni sulle cose a cui sto lavorando; prima di tutto perché l’ansia mi stroncherebbe nel giro di un paio di giorni, e poi perché la luce è ancora lontana in fondo al tunnel, e per esperienza so che, anche a romanzo finito, il cassonetto della differenziata è sempre in attesa, pronto a reclamare ciò che è destinato a finire nelle sue riciclanti profondità.

Tutto questo preambolo per dirvi che, se i post rimarranno scarni, è perché almeno per un po’ preferisco dedicare tutto il tempo disponibile alla scrittura. Perché altrimenti qui si parla e si parla, ma poi ci tocca riadattare il famoso detto in qualcosa come:

Chi sa scrivere, scrive; chi non sa scrivere tiene un blog di narrativa.

"Ti aspetto al varco, cosa credi?"

 

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Concorso Ottottave 2014

Dato l’ottimo risultato dell’anno scorso, quest’anno non ero sicuro di partecipare al concorso Ottottave.

Ma la reticenza è durata poco, perché l’Ottottave è un evento imperdibile per chi scrive poesia in metro, e perché la serata dell’anno scorso era stata davvero bella. Inoltre, si tratta pur sempre di un’occasione per scrivere, e per contribuire, nel proprio piccolo, a tenere in vita un certo modo di poetare.

Perciò ho scritto le mie otto ottave incatenate e le ho spedite, mettendo in conto che probabilmente non sarei stato selezionato per partecipare alla serata finale; invece ho ricevuto la mail con l’invito alla serata.

Non ho raggiunto le prime tre posizioni, ma è stato un vero piacere – e una sorta di premio – il poter partecipare alla serata, e lo dico senza alcuna ipocrisia decoubertiniana.

Complimenti ai vincitori, quindi (qui potete leggere i loro componimenti e quelli degli altri finalisti), e complimenti all’Accademia di Letteratura Orale L’Ottava, che tiene viva questa tradizione.

Il poster della serata.

Io le mie otto ottave ve le incollo qui. Come vedrete, hanno un tono un po’ più libresco rispetto al componimento dell’anno scorso. La colpa è, in parte, dei quattro volumetti del Morgante acquistati un paio di Natali fa (tempo fa ne avevo parlato di sfuggita).

Ciononostante, per il principio partenopeo secondo cui ogni blatta è di bell’aspetto agli occhi della propria genitrice, io sono molto soddisfatto del risultato. Il tema di quest’anno era “La resa, la sconfitta e la vittoria”; piuttosto interessante da sviluppare. Per quanto mi riguarda, la difficoltà maggiore è stata quella di far stare tutto quello che c’era da dire in uno spazio così ridotto, e dare un bilanciamento al pur breve arco narrativo. Ma il buon poeta – come lo scrittore – sa sintetizzare. E dopo aver detto una cosa del genere, uno non può che chiudere il becco.

Vi narro una battaglia tra le tante
dell’epoca che vide i mori in Francia,
negl’anni in cui, per Carlo ed Agramante,
del Fato era ancor ferma la bilancia.
Fu certo una battaglia stravagante,
ché non fu vinta o persa con la lancia,
e s’anche infin prevalse il più robusto
non fu pel nerbo, ma pel verbo giusto.

 

Presso una selva, un dì, con slancio augusto
s’infransero gl’eserciti rivali:
è rotta generale, e nel trambusto
due fantaccini d’umili natali
si perdono tra fronda e tronco e arbusto,
ciascun per sé, poiché non son sodali,
e non potrebbero esserlo di meno:
Cisvaldo è franco, Arrone saraceno.

 

Per vie diverse van nel bosco ameno
quand’ecco un scorge l’altro, e l’altro l’uno:
si guatano con occhi di veleno
e in un istante il biondo è addosso al bruno.
Son male armati e senza palafreno:
lo scontro è lungo, misero e importuno,
e s’interrompe sol quando gagliardo
giunge un gigante, e ride assai beffardo.

 

I fanti s’alzan, sozzi d’erba e cardo,
gli chiedon che re serva, e che dio preghi.
«Non venero né cielo né stendardo,
e non c’è spada o motto a cui mi pieghi.
Sono Alifonte, e sol per me ho riguardo.
Ma a che tanto azzuffarsi? Mi si spieghi.»
«Io sono un fante moro, e lui cristiano,»
risponde Arrone «che c’è mai di strano?»

 

«Obbedite a un diverso capitano.»
dice il gigante «È tutto? Poca cosa.»
Cisvaldo fa: «Si pugna col pagano
per trargli terre, oppur spoglia preziosa.»
«Ai nobili andran gli ori del sultano,
e a chi ti manda in guerra e si riposa.»
Arrone parla allora: «Ben più immensa
sarà per noi l’etterna ricompensa.»

 

Fischia Alifonte, ride e fa: «Ma pensa!
Il dio tuo vuole morti gl’infedeli?
Questo cristiano un verbo ugual dispensa,
ma quando saran spenti i sacri zeli
v’attende a casa una ben parca mensa,
e il dio che non si sa dove si celi
è il dio dei pingui, e tutto avrà già scritto:
loro ancor sazi, e a voi nemmanco il vitto.

 

Il ricco vince, il povero è sconfitto,
giocando con le regole consuete.
Perché dunque vessate un altro afflitto?
Ad una stessa armata appartenete,
quella di chi s’inchina a chi sta ritto
e ha sol malanni in cambio d’ore inquiete.
Le greggi sperse e sparse, il campo incolto:
per un che vi daran, dieci v’han tolto.»

 

Si scrutano i due fanti fisso in volto
e il brando che ciascun teneva saldo
vien presto reso in pasto al bosco folto.
Tuonò Alifonte allor: «Arron, Cisvaldo!».
Suonò il saluto suo qual corno invòlto
e ancor qualcuno narra del ribaldo
che in guerra, attraversando le province,
andò dai vinti a dir come si vince.

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