Di ritorno da Firenze

Sono appena tornato da Firenze. No, non sono andato a visitare i luoghi in cui è ambientato Inferno, anche se sono passato sotto il campanile della Badia, memore delle mirabolanti acrobazie anatomiche con cui Dan ci ha deliziato nel suo ultimo romanzo.

Ieri sera si è svolta la premiazione della 6° edizione del concorso Ottottave e, come potete vedere qui, ero uno degli otto finalisti.

In realtà, se solo il buon Dan avesse saputo dell’evento, non avrebbe tardato a darci una sua chiave di lettura complottistico-demonologico-millenarista. Basta saper riconoscere gli evidenti indizi presenti nel post che ho linkato poco sopra, e un po’ di perizia cabalistica farà notare che:

  • ieri era il 6 luglio;
  • la premiazione era in via dell’Oriuolo 6;
  • si trattava della 6° edizione del concorso.

Più infernale di così.

Ombre danbrowniane a parte1, il breve soggiorno fiorentino è stato il contesto ideale per una serata all’insegna della poesia.

Il post di oggi vuole essere un piccolo teaser, niente di più: ora non ho tempo di scrivere quanto vorrei, ma prometto che a breve pubblicherò un articolo più completo.

Nel frattempo, occhio agli evidenti indizi.

  1. Ho visto che Inferno veniva venduto anche nel gift shop di un vero museo, e ho pianto. []
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Le bancarelle e il peso degli e-book

Capita che le rivoluzioni lascino fuori qualcuno, soprattutto se sono piccole e discrete come la diffusione degli e-book. Ci sono posti, poi, dove certe rivoluzioni non possono arrivare per motivi intrinseci alla loro natura: oggi parleremo di uno di questi posti.

La lettura digitale offre molti vantaggi, ma non per questo ho abbandonato il cartaceo; anche perché, se lo avessi fatto, avrei dovuto rinunciare al piacere di rovistare nelle pile di volumi delle bancarelle di libri usati. Le bancarelle sono luoghi di perdizione, dove il naturale feticismo bibliofilo viene rinfocolato dalla malia seduttrice delle offerte speciali.

Durante le vacanze natalizie ho fatto vari acquisti, tra cui spiccavano alcuni testi su mitologie varie, il Morgante di Luigi Pulci e una mastodontica edizione della Divina Commedia in tre tomi, con le illustrazioni del Doré.

La bancarella in cui sono incappato la settimana scorsa, invece, aveva libri di tutt’altro tenore. La sezione che mi ha subito attirato era quella contrassegnata dal cartello “4 libri 1€”.

Non giudicatemi, sono un precario.

Non solo: tra i libri in superofferta c’erano anche romanzi rosa, ma rosa rosa, e ho colto l’occasione per avvicinare un genere popolarissimo (anche in formato digitale, pare) e a me perlopiù sconosciuto.

Uno dei due romanzi che alla fine ho deciso essere i più rappresentativi di quel campione aveva, oltre ad un segnalibro che sembrava fatto di capelli umani, una quarta di copertina che cominciava così:

Se c’è un libro scritto per interessare e coinvolgere una donna, è proprio questo.

E perciò l’ho dovuto avere. Un altro è stato selezionato in virtù della sua copertina:

Quando "passione" fa rima con "Mondadori"

Entrambi promettono bene, come materiale da analizzare.

Dopo due libri di quel calibro, dovevo bilanciare con un po’ di snobberia, e allora ho tirato su L’alveare, di Camilo José Cela, autore che non conoscevo ma che, avendo vinto il Nobel per la letteratura nel 1989, mi avrebbe restituito un po’ di lustro agli occhi degli astanti.

Rimaneva un solo titolo da scegliere, e ne avevo abbastanza di rosa e di nobel. A questo punto vale la pena spendere una parola sul venditore. Non so se lo facesse per invogliarmi o per dissuadermi, ma aveva un ammonimento pronto per ogni libro che prendevo in mano. «È bello esplicito, eh!» «Molto crudo, molto crudo.» «Ah, quello…» [con sopracciglia alzate in uno sguardo allarmato].

Ho preso in mano una copia di Congo, di Michael Crichton, pur sapendo che a casa, tra i vari e-book ancora da leggere, c’era anche quello.

A quel punto si è tenuto il seguente scambio di battute.

Venditore [sguardo allarmato]: – Quello lì è un po’ forte.

Io: – Lo stavo solo guardando, ce l’ho già in versione digitale.

Venditore: – Ah beh, stasera i digitali non li ho neanche tirati fuori.

 

 

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L’Inferno di Dan

Si sa che per pubblicare e vendere tanto non bisogna necessariamente scrivere bene. O almeno lo sa Dan Brown.

Come ben sapete, è da poco uscito il suo ultimo romanzo, Inferno. Prima del lancio nelle librerie erano stati resi disponibili il prologo e il primo capitolo del libro, e non ho saputo trattenermi, malgrado la visione di Scontro tra titani fosse ancora dolorosamente fresca nella memoria. «Che c’entra?» direte voi. Beh, io qualche analogia la riesco a vedere, anche a livello di pura associazione di idee. Per dire, mi viene sempre in mente questa immagine di un uomo obeso con un fucile a tracolla che si incarta gli hamburger con pagine strappate della grande letteratura europea. Ma dev’essere una cosa mia.

Io di Dan Brown non avevo mai letto niente, e prima di sfogliare Inferno il mio unico contatto con la sua scrittura risaliva a qualche anno fa. Ero ancora al liceo, e il mio compagno di banco si era procurato una copia in lingua originale di Angeli e demoni, che leggeva nei momenti di noia (lo finì in due giorni). Parte del romanzo è ambientata in Italia, e di tanto in tanto Dan non manca di riportare alcune frasi in quella buffa lingua che i villici locali usano, sempre che non siano troppo indaffarati a gesticolare, essere mafiosi o ingozzarsi di pizze e mandolini. Tra quei cammei linguistici comparivano anche parole sbagliate e frasi composte da uno che chiaramente l’italiano non lo sapeva proprio. Così a memoria mi ricordo solo “pompiero” per “pompiere” (quanto può costare controllare su un dizionario online?), ma credo proprio che troverete qualcos’altro, se avrete la pazienza di andare a controllare.

Insomma, non un gran biglietto da visita. Ma, complici il mio gusto per l’orrido, la curiosità di vedere quanto poco conti la scrittura nelle vendite di un libro, la gratuità dell’anteprima e, infine, la certezza di trovare materiale per un post, mi sono deciso a dare un’occhiata a questo Inferno.

Come al solito, la recensione contiene spoiler. Poco male, però, perché spoilererò al massimo il prologo e il primo capitolo. Almeno per ora, quello che ho già letto mi è bastato; non so ancora dire se prossimamente leggerò l’intero romanzo per completare la recensione. Come vedrete, l’inizio è più che sufficiente per farsi un’idea di quello che seguirà.

Ah, e per chi ancora non lo sapesse: sì, Dan Brown si è ispirato proprio a Dante. E giusto perché citazioni spicciole e ammiccamenti faciloni sono alla base dello svilimento della cultura, ho l’onore di aprire questo post con un bel “lasciate ogni speranza1.

Una lenta discesa

Di solito, nell’analizzare un libro, impronto la discussione sui vari aspetti della scrittura, riordinando le osservazioni secondo un ordine tematico. Stavolta però ho deciso di riportarvi i miei appunti a questi primi due capitoli passo dopo passo, perché le schifezze si susseguono a un ritmo serratissimo, e il procedere sequenzialmente rende bene l’idea di quanto etterno dolore (ammicco ammicco) mi abbia causato una pur così breve lettura.

Il prologo

Il prologo si apre con il personaggio-PdV, di cui non sappiamo nulla, che fugge da alcuni tizi, di cui non sappiamo nulla. Sappiamo però che ci troviamo a Firenze, e intuiamo un certo fanatismo del fuggitivo per la Divina Commedia.

Braccato dagli inseguitori, personaggio sale sul campanile della Badia, e cominciano le danze.

Da sotto echeggiano voci. Che mi cercano.

E già partiamo in quarta con errori da principiante. Le voci non possono cercare nessuno, in quanto non dotate di volontà. Vorrei dirvi che si tratta di una svista e che non si ripeterà più, ma mentirei. Anzi, la mia voce mentirebbe.

Il personaggio-PdV arriva in cima alla torre,

barcollando come morto nell’aria umida del mattino.

Dan, i morti barcollano solo nei film di zombi. Altrimenti stanno abbastanza fermi.

Ma non c’è tempo per discussioni scientificamente avanzate!

Dietro di me le voci gridano,

Di nuovo con queste voci-persona, che cercano, gridano, prendono un caffè e si stringono la mano. Intanto gli inseguitori

Mi fissano, adesso, mi fissano negli occhi verdi e chiari,

Il PdV vi saluta e si scusa moltissimo, ma aveva già un altro impegno. Per ripicca, il personaggio riesce a vedere i propri occhi, di colore irrilevante chiarissimo.

Ma attenzione! Gli inseguitori

non mi pregano più, mi minacciano. «Tu sai che abbiamo i nostri metodi. Possiamo costringerti a dirci dov’è.»

Perché mostrare con una semplice ed efficace battuta, quando posso benissimo appesantire il testo con un’introduzione raccontata? A questo punto, tanto vale mettere sia discorso indiretto che diretto, ad esempio: “La voce disse che aveva fame: «Ho fame.» disse la voce, dicendo che aveva fame”.

E poi, all’improvvisissimo

Senza alcun preavviso, mi volto, alzo le braccia, artiglio la sommità del parapetto con le dita e mi isso sul bordo, prima in ginocchio, poi in piedi… in equilibrio instabile davanti al precipizio.

Perché “senza alcun preavviso?”. Forse, secondo Dan, era legittimo aspettarsi che avvertisse gli inseguitori: «Oh, attenzione che mi sto per voltare. Occhio, eh, occhio che alzo pure le braccia…»

Dan ha poi un grandissimo gusto del superfluo. Notate come sia difficile artigliare qualcosa con l’ascella o, che so, con le natiche. Quel “con le dita” può essere tolto senza alcun mutamento nel significato della frase.

In un certo senso, se specificare la parte anatomica artigliante fosse necessario, allora anche il problema del preavviso sarebbe risolto. Considerate come ogni specificazione sul preavviso sia giustificabile in una riscrittura del genere: “Senza alcun preavviso, mi volto, alzo le braccia, artiglio la sommità del parapetto con le natiche e mi isso sul bordo.”

Allora sì che gli inseguitori rimarrebbero stupefatti. Ma proseguiamo.

Il personaggio-PdV è in piedi sul parapetto.

Sotto di me, vertiginosamente più in basso, i tetti di tegole rosse si estendono come un mare di fuoco fin nella campagna, illuminando quella terra armoniosa su cui un tempo camminarono i giganti: Giotto, Donatello, Brunelleschi, Michelangelo, Botticelli.

Abbiamo quindi la conferma che Dan sa aprire Wikipedia. Elencare artisti e tartarughe ninja probabilmente è uno sfoggio di cultura smisurata in America; peccato che sia irrilevante ai fini della narrazione. Ma ormai ci stiamo abituando al fatto che Dan sia un grande esponente dell’Inutilismo.

E proprio quando il personaggio-PdV ha finito i nomi da elencare e sta per buttarsi, cosa non ti vede? Vede te.

Mi fissi dal basso, dall’ombra. I tuoi occhi hanno un’espressione mesta e tuttavia nel tuo sguardo percepisco una sorta di venerazione per ciò che ho realizzato.

Oh, da quasi 70 metri d’altezza si scorgono un sacco di cose! Sarà perché il volto è in ombra.

E non parliamo della finezza borderline degli occhi che hanno un’espressione mesta, solo un filo meno squallida delle voci che gridano.

Prima di passare al primo capitolo, vorrei riportarvi anche un estratto più lungo di testo, comprendente anche alcune delle chicche appena gustate. È come se steste guardando un’opera di Giotto, Donatello, Brunelleschi, Michelangelo o Botticelli: i dettagli tolgono il fiato anche presi da soli, ma solo visti nel loro insieme acquistano vera grandezza.

Dietro di me le voci gridano, ormai vicine: «Quello che hai fatto è una follia!».

La follia genera follia.

«Per amor di Dio!» urlano. «Devi dirci dove l’hai nascosto!»

È proprio per amore di Dio che non ve lo dirò.

Sono in piedi, la schiena premuta contro la pietra fredda. Mi fissano, adesso, mi fissano negli occhi verdi e chiari, e la loro espressione si fa più dura: non mi pregano più, mi minacciano. «Tu sai che abbiamo i nostri metodi. Possiamo costringerti a dirci dov’è.»

È per questo che mi sono arrampicato fin quasi in paradiso.

Senza alcun preavviso, mi volto, alzo le braccia, artiglio la sommità del parapetto con le dita e mi isso sul bordo, prima in ginocchio, poi in piedi… in equilibrio instabile davanti al precipizio.

Guidami, caro Virgilio, attraverso il vuoto.

Increduli, si lanciano in avanti. Vogliono afferrarmi per i piedi, ma temono di farmi perdere l’equilibrio e di farmi cadere. Ora mi supplicano, in quieta disperazione, ma io ho già voltato la schiena. So cosa devo fare.

Sotto di me, vertiginosamente più in basso, i tetti di tegole rosse si estendono come un mare di fuoco fin nella campagna, illuminando quella terra armoniosa su cui un tempo camminarono i giganti: Giotto, Donatello, Brunelleschi, Michelangelo, Botticelli.

Avvicino la punta dei piedi al bordo.

«Scendi!» urlano. «Non è troppo tardi!»

Oh, cocciuti ignoranti! Non vedete il futuro? Non arrivate a comprendere lo splendore della mia creazione? A capirne la necessità?

Vi invito ad apprezzare i meravigliosi corsivi (resi in tondo nel blockquote) che sottolineano la profondità dei pensieri del personaggio-PdV, ma soprattutto la genericità spinta che anima i dialoghi. Siamo di fronte allo script di un film tv buono a malapena per essere mandato in onda nel primo pomeriggio, battute di una vaghezza imbarazzante che copiano quelle dette negli ultimi due secoli di narrativa dagli Uomini Cattivi Appartenenti ad Organizzazioni Segrete.

Come al solito, bisogna immaginarsi la situazione per capire l’entità della bruttura. C’è un tale che fugge, e gente appartenente ad una Organizzazione Segreta2. Davvero degli agenti superpreparati e presumibilmente spietati3 perdono tempo a strillare in tono lagnoso «Quello che hai fatto è una follia!»? E poi, se il fuggitivo si rifugia su una torre, è davvero una mossa furba minacciare di torturarlo? E infine l’ultimo colpo di genericità ipocrita, quel «Non è troppo tardi!». Per cosa? Per essere torturato?

Queste battute sono insignificanti, tanto più perché sono pronunciate da personaggi senza volto. Di per sé va benissimo non far sapere subito l’identità dei personaggi coinvolti nell’inseguimento, però almeno si potrebbero connotare in qualche modo attraverso le battute.

«Oppure no.» disse la voce di Dan.

Il primo capitolo

Ma bando alle ciance, eccoci arrivati al primo capitolo. Incontriamo Robert Langdon, solito protagonista browniano, in uno scenario spettrale.

C’è questa donna velata, e

Robert Langdon la guardò al di là di un fiume le cui acque agitate fluivano rosse di sangue.

Niente di difficile da tenere a mente, no? Eppure, poche righe dopo vediamo che

Langdon fece un passo verso il fiume, ma vide che era rosso di sangue

Lo sapeva già che il fiume era rosso di sangue! Com’è che se ne è già dimenticato e lo scopre come se fosse una novità?

E questa ripetizione alzheimeriana non arriva da sola. Nelle prime righe del capitolo è scritto che ai piedi della donna velata c’è un, cito testualmente, “mare di corpi”. Cioè tanti corpi, tantissimi. Eppure, dopo che Langdon (ri)scopre che il fiume è rosso sangue e rialza lo sguardo verso la donna,

si accorse che i corpi ai suoi piedi si erano moltiplicati. Adesso erano centinaia, forse migliaia.

Ora, io non so quantificare “un mare”, ma di sicuro non è meno di “centinaia”. “Un mare” vuol dire che ci sono corpi a perdita d’occhio, no? Eppure, di nuovo, Robert sembra non sapere che fino ad un attimo prima aveva visto un mare di corpi attorno alla donna; si stupisce addirittura che ce ne siano centinaia, o migliaia. E prima quanti erano?

Scusate se mi impunto, ma questa non è una questione da poco. Qui si tratta di sparare parole a caso, senza curarsi del significato di quello che si scrive. I termini sono vaghissimi, e usati con sciatteria.

Le perle, ovviamente, sono ben lungi dal finire qui. Torniamo al nostro mare di corpi.

Alcuni, ancora vivi, si contorcevano in agonia, morendo di morti inimmaginabili: arsi dal fuoco, sepolti nelle feci, divorati l’uno dall’altro.

Le morti sono così inimmaginabili che persino Dan Brown ce ne può dare degli esempi. Fuoco, feci e cannibalismo si possono immaginare, possibilmente in una bella combo che comprenda anche Dan.

Ci troviamo ancora a leggere parole a vanvera, che non vogliono dire quello che davvero significano.

Langdon sentiva echeggiare le urla luttuose della sofferenza umana

Un’altra raffinata variante delle voci che gridano. Ad urlare ora è la sofferenza.

Ma veniamo alla descrizione della donna velata.

La mascella era decisa e severa, gli occhi profondi ed espressivi

In questo passaggio più che mai si avverte l’aderenza consapevole dell’autore alla corrente inutilista. Possiamo infatti notare le caratteristiche endiadi, in cui un aggettivo su due è ridondante. Se una mascella è severa, do per scontato che sia anche decisa. E c’è davvero bisogno di dire che gli occhi sono sia espressivi che profondi?

Per dirla à la Dan Brown, “gli aggettivi erano inutili e superflui”.

A questo punto Robert sonda il proprio animo in maniera estremamente naturale.

Langdon aveva la sensazione di conoscerla, sentiva di potersi fidare di lei. Ma come? Perché?

Immaginatelo porsi questi interrogativi mentre scruta pensieroso l’orizzonte con occhi profondi ed espressivi. Bello, eh?

Per tutta risposta

La donna indicò due gambe che spuntavano scalciando dal terreno; sembrava appartenessero a un’anima disgraziata sepolta a testa in giù fino alla vita.

Perché “sembrava”? Appartenevano, punto. E se poi quella non era un’anima, pazienza! Sul momento a Langdon sembra un’anima, per cui è un’anima. Ma almeno una parola inutile per frase ci deve essere, e il verbo “sembrare” si può ficcare dentro ovunque.

Ricordate che nel prologo il personaggio-PdV artigliava il parapetto “senza alcun preavviso”? La donna misteriosa non vuole essere da meno nella Grande Gara della Stupefacenza, et voilà:

Senza alcun segno premonitore, cominciò a irradiare una luce bianca, sempre più viva.

Se avesse avvisato, sarebbe sembrata la scena di un qualche cartone giapponese di lotta («Luce esplosiva!» annunciò la donna).

Tutto il corpo prese a vibrare intensamente e poi, in un fragore di tuono, esplose in mille schegge di luce.

Langdon si svegliò di colpo, urlando.

E giusto perché nel prologo non c’era stata nessuna esplosione e perché qui bisogna mantenere un livello da film tv del primo pomeriggio, bam! La donna misteriosa salta enigmaticamente in aria, dopo aver confuso Robert con parole sibilline (che qui non ho riportato per evitare che restiate lesi dalla loro irrilevanza).

Langdon si sveglia in una stanza d’ospedale, e

Sotto i capelli arruffati, trovò i rilievi duri di una decina di punti, incrostati di sangue rappreso.

Come come? Hanno dato i punti in testa senza tagliare i capelli? E senza mettere una garza, una fasciatura? Ho capito che siamo in un ospedale italiano (spoiler), ma questo è troppo anche per noi.

E qui comincia a trasparire la concezione che Brown ha degli italiani: comparse semicivilizzate buone solo a dare il nome a qualche tartaruga ninja. Infatti, ecco che succede:

Un uomo con il camice entrò precipitosamente nella stanza, forse messo in allarme dal ritmo accelerato del monitor cardiaco. Aveva una barba poco curata e baffi cespugliosi, ma occhi gentili che, da sotto le sopracciglia incolte, irradiavano una calma riflessiva.

«Cos’è successo?» riuscì a dire Langdon. «Ho avuto un incidente?»

L’uomo si portò un dito alle labbra e poi corse fuori, chiamando qualcuno nel corridoio.

Tralasciate per un secondo la villosità scimmiesca di questo tizio, chiaro segno di subumanità, e immaginate la scena. Questo tizio che entra precipitosamente nella stanza, con occhi che irradiano una calma riflessiva. Qui siamo alla contraddizione, le parole sono messe sempre più a caso.

E poi il tizio, un medico, che fa? Mica controlla il paziente, macché! Gesticola come il servo muto di Zorro e corre via dalla stanza. Certo, però aveva occhi intelligentissimi, oh! Hai visto che roba? Sembrava vero!

La prima volta che ho letto questo passaggio, giuro che mi sono detto: questo qui muore subito. La frenologia dei personaggi secondari parla chiaro; nel mondo di Dan Brown, delle sopracciglia così, soprattutto se abbinate ad un mutismo de facto, sono una promessa di morte. E infatti il poveraccio crepa senza un lamento nel capitolo due.

Eravamo rimasti alla stanza d’ospedale. Il grassetto è mio.

Langdon voltò la testa, ma il movimento provocò una fitta di dolore che gli si irradiò in tutto il cranio. Fece qualche respiro profondo e aspettò che passasse. Poi, con molta cautela ma con metodo, esaminò l’ambiente sterile in cui si trovava.

Questo è semplicemente brutto. Perché la cautela? Perché l’avversativa tra cautela e metodo? Perché uno non può esaminare una stanza sia con cautela che con metodo, senza che questo appaia strano? Perché?

Interrogativi destinati a rimanere senza risposta. Ma per ogni enigma che non viene sciolto c’è una verità che ci viene rivelata:

Molto lentamente, girò la testa verso la finestra di fianco al letto. Fuori era buio. Notte.

Ah, ma allora vuoi dire che quando fuori è buio è notte? È proprio vero che c’è sempre da imparare!

Nel vetro vide solo il proprio riflesso: uno sconosciuto cinereo, pallido e sfinito,

Aggettivi a botte di tre, ormai. Tra l’altro in un riflesso come fa a vedere la tinta cinerea?

Sentì delle voci avvicinarsi lungo il corridoio e riportò lo sguardo nella stanza. Rientrò il medico, adesso in compagnia di una donna.

Lei sembrava avere poco più di trent’anni. In camice azzurro, aveva i capelli biondi raccolti in una coda di cavallo che, mentre camminava, le ondeggiava sulla schiena.

Rientra il buon selvaggio, in compagnia di una persona vera. Chi invece se ne va di nuovo, sempre porgendo le più sentite scuse, è il PdV. Già, perché mi spiegate come fa Langdon, steso a letto (cautamente, ma con metodo), a vedere che la coda di cavallo ondeggia sulla schiena della donna? Forse la dottoressa è entrata nella stanza camminando all’indietro?

«Sono la dottoressa Sienna Brooks» si presentò, rivolgendo un sorriso a Langdon. «Questa sera sono di turno con il dottor Marconi.»

Il nome Sienna è la storpiatura di una parola italiana4. Molto in stile con lo spirito dell’opera, non c’è che dire. Ma osserviamola più da vicino, ‘sta dottoressa, a parte la treccia escheriana che si vede da ogni prospettiva.

Alta e slanciata, la dottoressa si muoveva con l’andatura decisa e sicura di un’atleta.

E con la banalità di un autore di bestseller.

"Salve, sono Sienna Brooks e questo è un ospedale da pezzenti in cui le ferite d'arma da fuoco alla testa non vengono neanche fasciate. Ecco cosa succede ad avere la Sanità pubblica, cari elettori americani! Votate repubblicano!"

Perfino in tenuta ospedaliera, c’era in lei un’eleganza flessuosa. Nonostante l’assenza di qualsiasi traccia di trucco che Langdon potesse notare, la carnagione sembrava insolitamente liscia e l’unica imperfezione era un minuscolo neo appena sopra la bocca.

Evito di commentare la prima frase; troppa poesia. In realtà mi mancano le parole anche per la seconda. Langdon scopre che Barbie Dottoressa ha la pelle di PVC, e Dan Brown non sa che “imperfezione” si può usare per un dente marcio o per i peli del naso che escono dalle narici, ma non per un neo alla Marylin Monroe5.

Gli occhi, di un castano dolce, erano stranamente penetranti, come se fossero stati testimoni di esperienze di rado affrontate da persone della sua età.

Sono sicuro che questa cosa Langdon se la sta pensando come frase ad effetto per cuccare.

E comunque, gli occhi testimoni stanno a guardare la voce che grida e la sofferenza che urla. Nessuna pietà per noi lettori, eh, Dan? Chissà di quali esperienze inimmaginabili sono stati testimoni gli occhi della dottoressa. Forse fuoco, feci e cannibalismo.

«Il dottor Marconi non parla molto bene inglese» spiegò Brooks, sedendosi accanto al paziente «e mi ha chiesto di compilare la sua scheda di ricovero.» Sorrise di nuovo.

«Grazie» disse Langdon con voce roca.

«Okay» cominciò la dottoressa in tono pratico. «Il suo nome?»

Gli ci volle un momento. «Robert… Langdon.»

Brooks gli puntò il raggio di una piccola torcia negli occhi. «Professione?»

L’informazione emerse ancora più lentamente. «Professore. Storia dell’arte… e simbologia. Università di Harvard.»

La dottoressa abbassò il raggio di luce. Sembrava sorpresa. Il medico dalle sopracciglia cespugliose aveva l’aria altrettanto stupita.

Il secondarissimo dottor Cespuglioni non capisce una mazza di inglese, ma si stupisce pure lui. Oppure fa la faccetta stupita scimmiottando la dottoressa, da bravo selvaggio italico che non sa le lingue.

Oppure si è accorto di essere più vicino alla morte ogni riga che passa, e quella è una faccia allarmata. Sapete, non è sempre facile capire la sua mimica facciale, a causa delle sopracciglia spropositate e ipertricotiche.

«Lei è… americano?»

Langdon la guardò confuso.

«È solo che…» Brooks esitò. «Quando è arrivato qui ieri sera, non aveva documenti con sé. Però indossava Harris Tweed e mocassini Somerset, così abbiamo pensato che fosse inglese.»

«Sono americano» le assicurò Langdon, troppo sfinito per spiegarle le sue preferenze in fatto di capi ben tagliati.

Questo è un passaggio molto interessante, che ci schiude un intero universo procedurale: quando viene ritrovata una persona ignota priva di documenti, se ne stabilisce la nazionalità non consultando una lista di persone scomparse, bensì affidandosi alla marca dei vestiti.

«Si è svegliato urlando. Ricorda perché?»

Langdon ebbe un nuovo flash della strana visione della donna velata, circondata dai corpi che si contorcevano. “Cerca e troverai.” «Ho avuto un incubo.»

«Me lo racconti.»

Langdon ubbidì.

A questo punto le cose si fanno davvero surreali. Cioè – e scusate i corsivi ma non riesco ad enfatizzare quanto vorrei – in un ospedale pubblico, in Italia, un dottore chiede al paziente di raccontargli un brutto sogno? Siamo al fantasy più spinto.

In realtà la cosa sarebbe strana in qualsiasi ospedale che non fosse la tenda di uno sciamano. Ma in realtà Sienna Brooks è dottore in carineria e flessuosità, non in medicina, e fa le diagnosi un po’ come se la sente. Il dottor Cespuglioni invece è davvero laureato, ma non dice niente perché è un selvaggio metropolitano con i minuti contati.

Addirittura, Barbie Dottoressa insiste:

La dottoressa Brooks mantenne un’espressione impassibile mentre continuava a prendere appunti. «Ha qualche idea su cosa possa avere provocato una visione così spaventosa?»

Vi prego, vi prego. Devo ricorrere ancora ai corsivi. Ve lo immaginate un medico vero che approfondisce una questione così idiota e prende appunti? E tra l’altro, è così premurosa da interessarsi ai sogni del suo paziente, ma non si prende nemmeno la briga di mettergli uno fasciatura su una ferita alla testa?

La dottoressa Brooks prese un altro appunto.

Toglietele quel blocchetto!

«Desidera che avvertiamo qualcuno? Moglie? Figli?»

«No, nessuno» rispose Langdon senza esitare. Aveva sempre amato la solitudine e l’indipendenza garantitegli dalla vita da scapolo che si era scelto, anche se doveva ammettere che, in quel momento, avrebbe preferito avere un viso familiare al suo fianco.

Viva il raccontato! E viva gli scapoloni impenitenti.

Il capitolo termina con un passaggio in cui Robert Langdon vede lo skyline della città fuori dalla finestra e capisce di essere a Firenze, seguito da un cambio di PdV che ci mostra quanto segue:

una donna dalla struttura forte e atletica smontò senza sforzo dalla sua BMW

E meno male! Ve l’immaginate una persona forte e atletica che scende dalla macchina lamentandosi come un novantenne? L’Inutilismo è potente in Dan Brown. E poi dai, ancora una coppia di aggettivi! Bastava “atletica”, no?

«No.» disse la voce di Dan.

In effetti

Non c’è niente di male nel voler stupire e coinvolgere il lettore, e al momento giusto una frase ad effetto può dare quel tocco di drammaticità in più. In Inferno, il momento giusto arriva ogni due righe.

Ma cos’è esattamente una frase ad effetto? È quella cosa che, se non viene usata con parsimonia, ti fa sembrare Dan Brown.

Per sapere se una frase (può benissimo essere la battuta di un personaggio) è ad effetto, osservatela attentamente e fatevi le seguenti domande:

  • Starebbe bene in un trailer, possibilmente recitata da una profonda voce maschile?
  • Secondo le intenzioni con cui l’avete scritta, dovrebbe avere un tono particolarmente solenne?
  • Se è breve, è seguita da un a capo?
  • È separata dal resto del testo, quando potrebbe benissimo appartenere al periodo precedente?
  • È una frase nominale?
  • Conta meno di cinque parole, articoli esclusi?
  • Ha un significato vago, enigmatico e/o universale?
  • Cita qualcosa di famoso?
  • Dopo averla letta, è appropriato premere questo pulsante?

Se la risposta ad almeno tre o quattro di queste domande è sì, allora probabilmente vi trovate di fronte ad una frase ad effetto. E vorrei ripetere che, nonostante le battute e il drama button, ciò non è necessariamente negativo. Come ogni artificio stilistico, però, anche questo va usato con gusto e parsimonia, le due qualità che hanno sempre contraddistinto la cultura statunitense.

Per sapere se nel vostro testo avete abusato nell’uso di queste frasi vi basta la prova del bum. La frase ad effetto tende ad essere particolarmente drammatica, ma se avete spinto troppo sul pedale del pathos il vostro lettore non sarà per nulla colpito, e anzi commenterà con un caustico «Bum!», o con un «Sì, vabbè.» di sufficienza. I più educati si limiteranno ad alzare un sopracciglio. Anzi, come direbbe Dan, il loro sopracciglio avrà un’espressione scettica.

Nella prima facciata di Inferno, Dan ha già dato fondo alla drammaticità che un autore normale, distribuendola nei punti adeguati, si fa bastare per dieci capitoli. Ma ci può stare: sono le prime battute del romanzo, e Dan vuole che la tensione sia mozzafiato.

Io sono l’Ombra.

 

Attraverso la città dolente, io fuggo.

Attraverso l’eterno dolore, io prendo il volo.

Lungo la riva dell’Arno, corro arrancando senza fiato… volto a sinistra, in via dei Castellani, e mi dirigo verso nord, rannicchiandomi nell’ombra degli Uffizi.

E loro continuano a inseguirmi.

Il suono dei passi alle mie spalle si fa sempre più forte, mi danno la caccia con determinazione implacabile.

Mi inseguono da anni, ormai. Un’ostinazione che mi ha costretto alla clandestinità, a vivere in purgatorio, a lavorare sottoterra come un mostro ctonio.

Io sono l’Ombra.

Qui, in superficie, alzo lo sguardo verso nord, ma non riesco a trovare una strada che porti alla salvezza… gli Appennini nascondono alla vista le prime luci dell’alba.

Passo dietro il palazzo con la sua torre merlata e l’orologio dall’unica lancetta e in piazza di San Firenze scivolo come un serpente tra gli ambulanti del primo mattino dalle voci rauche e dall’alito che sa di lampredotto e olive al forno. Attraverso la strada davanti al Bargello, punto a ovest verso il campanile della Badia e mi fermo di colpo di fronte al cancello di ferro alla base della scala.

È qui che bisogna lasciarsi alle spalle ogni esitazione.

E fino a qua, va bene. Ma poi, ecco il già citato

Da sotto echeggiano voci. Che mi cercano.

Lasciamo da parte le tanto citate voci, e chiediamoci invece perché la frase relativa sia separata dalla principale. La risposta la sappiamo. Ora rileggete la frase, facendo attenzione a marcare bene la pausa indicata dal punto, e subito dopo cliccate play.

L’effetto è questo. Notate come il drammatico roditore sia molto meno incisivo (scusate, è stato più forte di me) se ripetete l’operazione leggendo la frase senza il punto di mezzo.

Poco dopo, troviamo:

Dietro di me le voci gridano, ormai vicine: «Quello che hai fatto è una follia!».

La follia genera follia.

Bum.

«Per amor di Dio!» urlano. «Devi dirci dove l’hai nascosto!»

È proprio per amore di Dio che non ve lo dirò.

Bum.

E a fine prologo, abbiamo una bella rincorsa all’effetto.

Il mio dono è il futuro.

Non ancora…

Il mio dono è la salvezza.

Non ancora…

Il mio dono è l’Inferno.

Bum.

Bibliomanzie rivelatrici

Il beneficio del dubbio non si nega a nessuno. «Magari sono solo questi primi due capitoli ad essere così brutti.» mi sono detto. E allora, grazie alla generosità di un amico che mi ha procurato gratuitamente la versione cartacea del romanzo, ho sfogliato qualche altra pagina, leggendo brani a caso.

La voce parlò in un italiano veloce [pagina 25]

E, senza alcun preavviso [pagina 33]

Ah, poi le generalizzazioni che fanno capire che Dan Brown non è mai stato in Italia dopo gli anni Sessanta.

Nell’ascensore c’era puzza di sigarette, un aroma dolceamaro che in Italia è onnipresente quanto quello dell’espresso appena fatto. [pagina 38]

Al che sono andato un po’ più avanti, a pagina 275.

Dalle ombre, il volto defunto di Dante Alighieri ricambiò il suo sguardo.

Mentre il corpo, ancora vivo, ballava un’allegra giga. Come no.

Anche qui troviamo parole a caso e personificazioni evitabili (il volto che ricambia lo sguardo). Per non parlare della profanazione, concettuale e narrativa, di uno dei padri della letteratura mondiale.

Infine, insperato, a pagina 304…

Lei aveva annuito e abbassato lo sguardo sull’amuleto di pietra blu, foggiato nell’immagine iconica del serpente avvolto intorno a una verga verticale. “È l’antico simbolo della medicina. Come di certo saprà, si chiama caduceo”.

Un As you know Bob da manuale. Ho chiuso il libro.

Jason Kaufman, o Del buonumore.

Inferno è stato tradotto in italiano da tre persone, probabilmente per procedere più in fretta, visto che il libro è uscito contemporaneamente in quasi tutto il mondo. Per quanto questo metodo, per ragioni ovvie, non sia proprio il massimo dell’accuratezza, credo che nulla di quanto è stato riportato in questo post sia imputabile alle traduttrici.

Mi sono occupato solo di aspetti stilistici, ma da quello che ho letto anche il contenuto non fa per me, perché presentato da cani.

Cani banali (bum).

Al momento, sono indeciso se proseguire nella lettura o meno. Si agita in me un miscuglio di disgusto e fascinazione, e direi che per ora il primo sta avendo a meglio.

Che altro dire? Da quanto ho letto, Inferno è un pessimo esempio per tutti gli aspiranti scrittori e per tutti gli aspiranti editor. Non c’è alcuna visibile cura nel testo, né da parte dell’autore, né da parte dell’editor, Jason Kaufman. Nei ringraziamenti riportati all’inizio del volume, Dan scrive

Come sempre, e innanzitutto, al mio editor e caro amico Jason Kaufman, per la dedizione e il grande talento, ma specialmente per l’inesauribile buonumore.

Ecco qual è la chiave di tutto, il buonumore. Se Kaufman è incompetente come sembra, ci scommetto che sia di buonumore. Io però preferisco immaginarmelo come un vinto, vincolato da obblighi contrattuali a non cambiare una virgola di quanto legge pur essendo consapevole dell’orrore che si dipana riga dopo riga; e mi immagino che una clausola del contratto lo costringa ad assecondare con allegria ogni pretesa dell’autore.

Riesco a vedermeli, Dan e Jason, seduti a un tavolo in un’elegantissima conference room. Dan sta elencando i punti focali del suo prossimo romanzo, che sono quelli di sempre: complotti, organizzazioni segrete mondiali e umanità in pericolo, il tutto condito con stereotipi culturali vari.

Jason ha appena finito di convincere Dan, sempre amabilmente, che l’Europa non è la capitale dell’Italia, quando Dan gli chiede a bruciapelo: «Come lo intitoliamo?»

Jason pensa agli anni di studio e di carriera, pensa che ha fatto l’editor per amore della bella scrittura, per il fascino che prova di fronte alle mille sfaccettature che può assumere uno stile raffinato, per il gusto di un lavoro ben fatto.

«Non saprei.» risponde, con un sorriso smagliante e gli occhi lucidi «Inferno

  1. Dan si riesce a trattenere meglio di me, e se lo gioca solo a pagina 405 dell’edizione inglese. []
  2. Ovviamente a questo punto del libro non si sa per certo che si tratti di una qualche Organizzazione Segreta, ma trattandosi di un romanzo di Dan Brown possiamo considerare vinta questa scommessa. []
  3. Si veda la nota precedente. []
  4. Il nome della città di Siena. In inglese, “sienna” indica la terra di Siena. []
  5. Che, per inciso, in inglese si chiama addirittura “beauty mark”. []
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Due anni di sudore

Un altro anno è passato in un lampo, e Sudare inchiostro è arrivato al suo secondo compleanno. Scrivevo il 26 aprile 2012:

Questo anniversario è anche l’occasione per inaugurare il mio nuovo periodo di produzione: ho iniziato un nuovo romanzo, e c’è la possibilità che su Sudare inchiostro gli articoli si facciano un pochino più radi o più corti del solito. Cercherò comunque di mantenere un ritmo più o meno settimanale, e se non ci riuscirò saprete che sto lavorando notte e giorno al mio prossimo capolavoro.

Scripta manent, le cose scritte rimangono, e rimangono per ricordarmi che anche i migliori propositi possono avvizzire miseramente se investiti dal pestilenziale fiato del Destino.

Per cause di natura estremamente tediosa non sono riuscito ad aggiornare il blog quanto avrei voluto, soprattutto negli ultimi tempi, e tendenzialmente gli articoli sono diventati più brevi.

Una discreta fortuna hanno avuto i post sulla metrica, probabilmente perché attinenti ad una delle query che hanno meno risposte valide nel web: come scrivere poesia.

E non mi posso certo lamentare per il traffico del sito e la visibilità in questo angolino periferico del web: le visite sono aumentate, come pure i seguaci su Twitter e sulla pagina Facebook (non siete ancora follower/fan? Anatema!).

«E che ne è stato del tuo capolavoro?» mi chiederete.

Questa è la nota più dolente. È naufragato, ed è stato sostituito da un altro progetto, più valido. Il quale è naufragato a sua volta. Questa simpatica doppietta ha comportato un notevole dispendio di tempo ed energie, offrendomi in compenso un bel pacchetto di frustrazione, lo snack dell’esordiente esigente.

Ma cocciuto persevero: ora sono alle prese con il progetto definitivo. Questa volta è quello giusto. Dissi l’anno scorso.

Ma bando ai foschi pensieri! Se siete qui è perché ogni tanto mi leggete, e io per questo vi ringrazio di cuore.

A presto!

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Un post banale (e pure in ritardo)

Il 13 marzo è stata la giornata del post banale, e io me la sono persa. Le motivazioni del mio ritardo sono più o meno le stesse che hanno portato ad un diradamento nella frequenza dei post, e sono motivazioni noiose e banali, per l’appunto.

Banali.

Trovato l’argomento del post. Che c’è di più banale della vita quotidiana?

Visto che la mia vita privata qui nella baracca non ha nulla di interessante, prima d’ora non ho mai scritto nulla che la riguardasse. Ma ora la sfida è proprio quella, e allora lasciate che vi racconti una storia come tante altre, con una moralona come tante altre.

Essendo oggi il 28, sarà una banalità doppia +2.

Una storia banale

C’era una volta un artigiano della scrittura che viveva nella sua baracca, circondato da tutti i suoi attrezzi e dalle sue opere, concluse e non (non moltissime, per la verità). L’artigiano amava il suo lavoro, che però non gli dava di che vivere. Fortunatamente aveva anche altre passioni, e una di queste – di poco più remunerativa dell’artigianato – era la tortura.

Di tanto in tanto il nostro artigiano era chiamato a sostituire gli aguzzini statali che si ammalavano. Aveva il compito di sottoporre la gioventù valligiana a indicibili supplizi, servendosi delle tecniche più crudeli: latino e italiano.

Un bel giorno capitò che l’artigiano fosse convocato per una supplenza. Quando arrivò alla prigione e gli venne consegnato il programma delle torture, l’artigiano gioì: tra le varie pene previste per i ragazzi ce n’erano alcune che amava molto infliggere.

Una classe fu particolarmente sfortunata, perché il suo programma prevedeva lo studio del poema cavalleresco. L’artigiano non si fece sfuggire l’occasione, e vessò i ragazzi quanto più poté.

I giorni passarono, e arrivò l’ultimo giorno di permanenza del supplente in quelle carceri. Il nostro beniamino, che era crudele sì, ma di buon cuore, decise di fare un regalo a quella classe in cui aveva potuto sproloquiare di ciò che tanto amava. Quindi indisse un compito in classe, e mentre teneva d’occhio gli studenti per accanirsi su eventuali copisti improvvisati compose alcune ottave. Non si trattava solo di un passatempo, ma anche di un modo per ricordare ai ragazzi che la poesia non era una tortura caduta in disuso: con la giusta tecnica, sarebbe bastato un attimo per riportarla all’antico splendore.

L’artigiano aveva pianificato di scrivere in ottave, e con chiari riferimenti a ciò che i ragazzi avevano dovuto loro malgrado studiare – o quantomeno sentire – durante la sua permanenza. Ed essendo appunto di buon cuore, aveva deciso che quelle cinque ottave avrebbero avuto un contenuto edificante, a dimostrazione che c’era ancora speranza per il settore della tortura pubblica.

Mentre gli alunni gemevano e si disperavano alla vista del compito in classe, l’artigiano pensò alla supplenza ormai quasi conclusa, e cominciò a scrivere.

 

S’andava favellando il professore,

a passi misurando l’aula piena;

eran della mattina tarde l’ore,

e ‘l sol della giornata fuor, serena,

gittava gli studenti nel languore

sì che vegliavan pochi, e a mala pena:

gl’allievi aveano mente morta o muta,

o, al par d’Orlando il sen, l’avean perduta.

 

Più che la noia poi, poté l’Ariosto:

tra l’allargar di fauci in gran sbadigli

comincionsi a destare alcuni, e tosto

non v’è più alcun ch’appunti suoi non pigli,

che sonnolento ciondoli sul posto

o cui l’occhio la palpebra assottigli.

S’avvera il folle sogno del supplente:

aver dinanzi a sé sol teste attente.

 

Quai damigelle in arme e paladini

fronteggiano i pupilli il lor docente

come s’inante avesser saracini,

e fosser lor la battezzata gente

che incrocia le sue spade e i suoi destini

con quei d’oppositor degno e valente.

Son d’ambedue le parti scudo e lancia

bretone la materia, oppur di Francia.

 

La campanella il professor ridesta,

(lui pur s’era assopito con la classe!)

e subito gli pare cosa mesta

che tanta e tal lezion solo sognasse.

«Compiate grandi imprese, lancia in resta!»

vorrebbe dir, s’alcuno l’ascoltasse.

Ma son pensier farnetici, da matto

e, in fondo, è già finito il suo contratto.

 

Mancava almeno un’ottava, quella in cui si sarebbe detto che alcuni tra gli studenti avevano capito il motivo per cui si studia poesia vecchia di secoli, e che una mente sveglia e un animo sensibile permettono a chi studia la letteratura di vedere il mondo con occhi nuovi. Ma era troppo tardi.

L’ultima campanella era ormai suonata e, suo malgrado, l’artigiano dovette passare tra i banchi per strappare i fogli zuppi di lacrime dalle mani supplici degli alunni. Non ci sarebbe stata un’ottava edificante a concludere la breve serie.

Un’analogia banale (una banalogia?)

Ora è il momento di fare la seconda cosa peggiore che uno scrittore può fare1: interpretare la sua stessa opera, e farlo con i rubinetti della banalità aperti al massimo. Pronti?

La poesia scritta dell’artigiano è conseguenza diretta del suo status di supplente precario (perché, ce n’è di non precari?). La poesia, come il lavoro, viene troncata prima della sua conclusione ideale per motivi burocratico-amministrativi. L’arte, in questo senso, è specchio della vita: ciò che risulta dall’interruzione poetica e contrattuale è che l’incompiutezza impedisce un lieto fine, un giusto compimento delle cose.

È difficile dare un senso ad un lavoro che si deve cominciare a metà e abbandonare a tre quarti. E per quanto lo si faccia con tutta la passione e la competenza di questo mondo, si ha sempre un piede nella fossa del nichilismo, e un insegnante nichilista non sarà mai un buon insegnante.

L’artigianato è la modalità produttiva che permette al lavoratore di seguire la creazione di un oggetto dall’inizio alla fine. Oggi invece, per le varie cause che non sto qui ad approfondire2, il precariato ha spersonalizzato l’insegnamento, in nome della Grande e Magnifica Industria della Formatività. Il prodotto finito è meno curato, e spesso di minor valore.

Potrei andare avanti per ore con queste ed altre riflessioni – ho tralasciato molti argomenti altrettanto succosi –, ma è troppo doloroso investire tutti questi kilobyte in superficialità. Accontentatevi di questa dose, minima ma potente, e di queste poche ottave inconcluse.

  1. La prima è credere che gli altri trovino le sue vicende personali estremamente interessanti. []
  2. Materiale per altri post banali! []
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5° Concorso di Poesia Charles Darwin

Ieri sono stato Venezia, dove, in occasione del Darwin Day, si è tenuta la premiazione del 5° Concorso di Poesia Scientifica “Charles Darwin”. Ho scoperto questo concorso alcuni mesi fa, e ho deciso di partecipare, perché il tema mi piaceva molto; la natura spakka, e ciò che la scienza ci permette di vedere e sapere fornisce infiniti spunti a chi sa dove guardare. Può darsi che nello scegliere l’argomento del mio sonetto mi sia tenuto troppo sul generico, forse proprio per questa enorme scelta, ma il risultato mi soddisfa abbastanza. C’è sicuramente materiale per una raccolta, a volercisi mettere.

Tornando al concorso, il sonetto con cui ho partecipato mi è valso il terzo posto. Al momento di scriverlo, lo scorso dicembre, stavo per restare nel solco della mia produzione solita e optare per un tono faceto, ma per una volta ho deciso di cambiare stile e cimentarmi in un elogio. A rileggerlo ora cambierei qualcosa, ma ve lo riporto nella versione originale.

 

Ha raccontato all’uomo com’è nato,

con ali ne ha elevato il passo incerto,

lo ha fatto divenir del mondo esperto

e l’infimo e l’immenso gli ha mostrato.

 

E se il giudizio è stato mai immediato

e attorno al vero ha mai fatto deserto,

dal dubbio è germogliata, e sola ha offerto

il dono di pensare l’impensato.

 

È l’uomo che corteggia l’infinito,

è goccia d’acqua, è l’orbita di Giove,

è luce, è forza, è vita, è enigma, è invito,

 

è sete di risposte antiche e nuove,

coraggio di animale che, impaurito,

dovrebbe restar fermo, eppur si muove.

 

Carletto

Edit del 22/02/2013: qui trovate la notizia della premiazione.

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Qualche blog da spulciare

Questo è il post che avrei dovuto pubblicare negli ultimi giorni di gennaio, ma di cui alla fine ho dovuto rimandare la stesura per cause di forza maggiore.

È passato più di un mese dall’ultimo articolo vero e proprio, ma le visite giornaliere al blog non hanno risentito più di tanto della mia pigrizia. Non solo, ho anche avuto un aumento record di follower su twitter. Bel modo indiretto per dirmi di piantarla con gli articoli! No, davvero carini, davvero.

Comunque eccomi qua, dopo un gennaio tremendo e fortunatamente pieno di lavoro. Il post che vi propongo oggi ha una spiccatissima vena marchettara e tappabuchi, ma non per questo è meno sincero del solito. Addirittura, potrebbe essere il primo di una rubrica di consigli, anche se le puntate saranno molto lontane tra loro.

Negli ultimi tempi si è ampliata la cerchia dei blog che seguo più o meno regolarmente. Molti di questi blog non sono delle scoperte recenti, ma solo da poco ho avuto la possibilità di leggerli con attenzione. Trattano argomenti diversi in modi diversi, ma tutti quanti hanno che fare con la narrativa, in un modo o nell’altro.

 

  • Il primo blog che vi segnalo è libri… e basta. Il titolo dice già tutto: i post sono recensioni di libri, scritte in modo sobrio e scorrevole. La genesi del progetto, di cui si parla nella pagina delle info, spiega il taglio così semplice e onesto. L’autrice Moloch981, che ogni tanto capita anche da queste parti, ha dedicato anche un paio di pagine alla vendita e allo scambio di volumi, nel caso siate interessati.

 

  • Neyven invece è un blog che tratta anche di scrittura, tanto che il suo proprietario (gestore?) Bakakura rende disponibili i propri racconti. Nei post veri e propri si parla di argomenti che sono di casa anche qui: tecniche narrative, scrittori esordienti, editoria digitale e non, libri.

 

  • Nel suo blog The Sixth Element, Steamdoll si occupa principalmente di fantasy, come si intuisce dall’URL del sito. Se vi piace il genere, questo blog è caldamente consigliato, in particolare per certi post che contengono riflessioni interessanti (come questo).

 

  • Un blog più incentrato sulla produzione di opere narrative è Il Laboratorio di Scrittura. Il titolo dice tutto: nel Laboratorio troverete post dedicati alle tecniche di scrittura, nonché esercitazioni in cui cimentarvi. Per ora il sito non ha recensito esordienti, ma negli ultimi giorni la possibilità sta venendo presa in considerazione (se volete, potete anche votare). Nota di merito va alla rete di mutuo soccorso per autori: si tratta di un’iniziativa attraverso cui ciascuno scrittore mette a disposizione degli altri le proprie competenze, quali che siano (dalle scienze naturali alla musica, dall’ikebana alla conoscenza delle procedure burocratiche), in modo da facilitare reciprocamente le operazioni di documentazione. Dateci un’occhiata qui, ne vale la pena.

 

  • Poi c’è Werehare’s Burrow, la tana della leprotta mannara. Come Bakakura e Steamdoll, anche Werehare si occupa di fantasy; non per niente, quando non c’è luna piena, è la Princess del premiato duo Knight & Princess. In Werehare’s Burrow troverete molti post su scrittura ed editoria, nonché la mappa definitiva del Giovane Esordiente, una lista commentata di link per chi si sta avvicinando al mondo della scrittura ed è ancora un po’ disorientato nella blogosfera. Interessante anche l’iniziativa Idee in prestito: quante volte avete idee che sapete che non riuscirete mai a sviluppare?

 

Mi rendo conto che, se avete sentito parlare anche solo di uno di questi ultimi tre blog, probabilmente conoscerete anche gli altri. Ma se c’è qualcuno che si era perso questo settore di blogosfera, ora può cogliere l’occasione e aggiornarsi.

Una nota a parte meritano altri due blog, un po’ diversi da quelli già citati, perché si occupano di fumetti.

 

  • Di fumo e d’inchiostro è essenzialmente un blog di segnalazioni e recensioni. È relativamente giovane (fine 2011), ma già dai primi post è scritto molto bene. Sono stato definitivamente conquistato da questo blog quando Estuan ha citato il Lausberg, in un post in cui smascherava un riciclaggio di vignette.

 

  • Altro blog interessante è quello di Patrizia Mandanici, intitolato La fumettista curiosa. Patrizia, che è fumettista di professione e disegna per la Bonelli, non scrive solo di fumetti, ma anche di libri, e più in generale di e-reading. Mi piacciono in particolare i post in cui l’autrice pubblica un po’ di work in progress; ammiro molto chi disegna così bene, e in generale trovo affascinanti i passaggi che portano uno schizzo a matita fino alla sua forma conclusiva, inchiostrata e/o colorata.

 

Infine, un consiglio per chi ha voglia di qualcosa di miscellaneo:

 

  • L’ultimo blog che vorrei segnalare oggi è Dita d’Inchiostro. Anche questo è un blog giovane, ma è gestito da più di una persona, per cui finora gli articoli sono stati pubblicati con una certa frequenza. Su Dita d’Inchiostro troverete recensioni di libri, film (d’animazione e non), fumetti e videogiochi. Lo segnalo per due motivi: il primo, beh, è perché siamo affratellati dal titolo; il secondo è perché è stato grazie a uno dei suoi post che ho scoperto il meraviglioso lungometraggio The Secret of Kells.

 

La pagina del Libro di Kells su cui è imperniata la vicenda del film.

Per ora tutto qui. Il prossimo post in programma dovrebbe essere sulla bizarro fiction, ma non sono ancora sicuro. L’alternativa è un resoconto di sventure più o meno recenti, ovviamente legate alla scrittura, ma – incredibile dictu – non all’editoria.

So che preferite le sventure, le sventure tirano sempre un casino. Beh, ancora un po’ di pazienza. Alla prossima!

Un incontro con alcuni lettori del blog.

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Un post inutile

È arrivato l’anno nuovo, ma io, bloccato nella baracca e riscaldato dall’allegra fiamma di una stufa a pellet – uno dei migliori acquisti che abbia mai fatto –, me ne sono accorto in ritardo, tanto che quasi quasi rischiavo di non avere un post datato gennaio e di perdere per sempre la possibilità di completare tutti i mesi nella tendina “2013” dell’archivio. Necessità estetiche (e disturbo ossessivo-compulsivo) a parte, è da più di un mese che su Sudare Inchiostro non compare qualcosa di nuovo.

Ebbene, dovrete aspettare un altro po’. Ero spinto dalle migliori intenzioni, poi accantonate a causa di un’influenza che mi impedisce di guardare il monitor per più di dieci secondi di fila, pena l’esplosione della testa. «E allora,» chiederete voi «perché un post tanto inutile?»

Non avete letto quello che ho scritto sul completare la tendina?

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Natale a San Guinario – 2° puntata

Sotto Natale siamo tutti più buoni, e questo è problematico per chi studia o lavora a San Guinario, la più rinomata Accademia del Male.

Se siete nuovi da queste parti, prima di passare al racconto di oggi andate a leggervi quello di un anno fa, altrimenti proseguite senza indugio.
Buone malefatte a tutti.

Natale a San Guinario

«D-dio?» azzardò Fatalia.

Lo sguardo gelido del professor Malicius si fissò su di lei. La studentessa s’ingobbì e incassò la testa ricciuta tra le spalle, come per evitare un colpo che non arrivò.

Malicius era rimasto immobile, in piedi accanto al banco, le mani giunte in paziente attesa. Lasciò che la studentessa realizzasse di non essere stata percossa e si sedesse di nuovo composta. Aspettò che il fremito timoroso delle palpebre si placasse, che i giovani lineamenti si distendessero, animati dalla speranza.

«No.» sentenziò.

Fatalia deglutì, il volto trasformato nuovamente in una maschera di terrore.

«Le fate?» tentò.

L’intera classe tratteneva il respiro. Malicius girò sui tacchi e percorse l’aula con passi misurati, apprezzando l’irrigidirsi degli studenti al suo passaggio. Trattenne un sorriso compiaciuto nello scorgere le mani tremanti di Stabberella, e riuscì persino a vedere i peli che si rizzavano sul collo di Lycantro. Eh sì, il contatto con i ragazzi era davvero una delle poche gioie del mestiere di insegnante.

Giunto alla cattedra, sciolse l’intreccio delle lunghe dita, si sedette e aprì il registro. Scorse le pagine fino ad arrivare a quella giusta: Fatalia, al secolo Livia Pontecervo.

«Dunque, il tuo tutor è…»

«La Bondaggi.» completò Fatalia, con un filo di voce. Malicius alzò lo sguardo dalla pagina e rivolse alla ragazza un’occhiata polare.

«La professoressa Bondaggi.»

«La professoressa Bondaggi.» ripeté lei, in un sussurro inudibile.

Con uno svolazzo della mano, Malicius estrasse una penna rossa dal taschino della giacca. Dal suo banco in fondo all’aula, Fatalia lo guardava supplicante.

Il professore sorrise bonario.

«Guardie.» chiamò.

La doppia porta si spalancò, e due guardie con l’uniforme di San Guinario irruppero in aula, piantandosi accanto alla cattedra. Malicius indicò la studentessa.

«Quattro. E due giorni di gogna nel cortile centrale.»

«No!» singhiozzò Fatalia.

Le guardie la raggiunsero, la presero sotto le ascelle e la sollevarono di peso dalla sedia. La ragazza si aggrappò al banco, come se una zavorra potesse ritardare l’inevitabile, ma i due energumeni la strapparono via in un istante.

«Professore, la prego, sta nevicando!» piagnucolò Fatalia, trascinata tra le file di banchi dove i compagni sedevano con le teste chine «Professore!»

«Il prossimo semestre, invece di guardare lungometraggi Disney, leggiti un po’ di Antico Testamento.» ribatté il professore, impassibile.

«Non può farmi questo!» strillò la ragazza, dibattendosi invano nella stretta delle guardie. Malicius annotò il voto sulla pagina del registro.

«Non finisce qui, Malicius! Lo dirò a mio padre!» gridava Fatalia, scalciando e divincolandosi «La farà licenziare! Lei non può farmi questo!»

Le guardie uscirono dall’aula, trascinandosi dietro la studentessa indemoniata. «Non finisce qui, mi ha sentito, Malicius? Non finisce qui!» strillò Fatalia, prima che le porte si richiudessero.

Nel silenzio che era calato sulla classe, il professore si prese il tempo di aggiungere mezzo punto alla votazione sul registro. La teatralità era una dote rara, e andava premiata.

Chiuse la penna, la rimise nel taschino e lasciò vagare lo sguardo sugli studenti.

«Allora, qualcuno vuole rispondere?»chiese. Una mano si alzò nell’angolo in fondo a destra, ma il professore la ignorò.

«Qualcun altro?»

Il resto dei ragazzi fissava con esagerato interesse la formica dei banchi. Malicius sospirò.

«E va bene, Devastatore, rispondi tu.»

Il Devastatore abbassò il braccio spesso come una coscia.

«Babbo Natale.» disse, mettendo in mostra una chiostra di denti metallici.

«Sii più discorsivo.» ordinò il professore. Lo studente si raddrizzò sulla sedia, che emise uno scricchiolio sofferente.

«La divinità più buona è Babbo Natale perché premia con doni anche gli apostati, che in tutte le altre credenze sono automaticamente esclusi dalla ripartizione dei benefici riservati ai fedeli. Inoltre Babbo Natale, pur conoscendo i peccati di ogni individuo, non li usa contro di loro.»

«E che mi dici del carbone?»

«È comunque un regalo. Il babbonatalesimo non prevede vere punizioni per chi agisce male, ma solo una riduzione nell’entità del dono. E anche sul concetto di riduzione ci sarebbe da discutere, in un’epoca in cui i combustibili fossili sono sempre più rari e costosi.»

La campanella suonò, e gli studenti cominciarono a sgattaiolare fuori dall’aula, qualcuno mormorando un saluto nel passare di fronte alla cattedra. Con un cenno Malicius chiamò a sé il Devastatore, che lo raggiunse quando i compagni di classe furono usciti tutti.

«Sono costretto a metterti un altro buon voto, Devastatore.» disse il professore. Lo studente lo guardò dall’alto dei suoi due metri e venti.

«Devo proprio insistere affinché cambi specializzazione.» continuò Malicius «Sei sprecato, come bruto. Potresti essere un ottimo cattivo a tuttotondo: ben caratterizzato, colto, potente.»

«Preferirei di no, professore.»

«Lo sai che a fare il bruto ce le si prende, vero?»

Il Devastatore si strinse nelle spalle gigantesche.

«Anche a fare il secchione. E non si ha la soddisfazione di restituirle.»

Il professore sorrise. «Promettimi di pensarci.»

«Si fida delle promesse degli studenti di un’Accademia del Male?»

Malicius si concesse una risatina e congedò il Devastatore, che se ne andò a passi pesanti, facendo tremare il pavimento e le vetrate. Rimasto solo, il professore annotò il voto, poi ripose penna e registro nella ventiquattrore e uscì dall’aula. A quell’ora gli studenti erano tutti a cena, e i corridoi erano deserti. Il vento si accaniva contro le finestre, tempestandole di fiocchi di neve, ma Malicius riuscì comunque a scorgere due figure che ne assicuravano una terza alla gogna illuminata in mezzo al cortile principale. Scosse la testa, ripensando alle minacce di Fatalia. Le nuove generazioni erano proprio rammollite. Ai vecchi tempi gli studenti non si nascondevano dietro ai genitori, avevano il coraggio di portare avanti da soli le proprie faide contro i docenti.

Sentendosi vecchio, Malicius attraversò la scuola e raggiunse le proprie stanze. Fece per aprire la porta, ma si rimise la chiave in tasca. Il battente era già socchiuso.

Si chinò e sfilò il pugnale dal fodero che portava nello stivale. Entrò. Il caminetto nel soggiorno era acceso, e la sua poltrona girevole era orientata verso le grandi finestre che davano sulle montagne. Il paesaggio era invisibile, coperto dalla bufera che si faceva sempre più violenta.

«Ti aspettavo.» disse una voce di donna.

La poltrona ruotò di centottanta gradi.

«Brigitta.»

Eccezion fatta per il viso scoperto, la professoressa Bondaggi si mimetizzava perfettamente sulla poltrona: cuoio nero su cuoio nero. Solo la fiamma del caminetto, accendendo di riflessi gli abiti aderenti, lasciava intuire la sinuosa figura della donna.

«Una mia studentessa è alla gogna.»

«Un’ignorante ha quello che merita.»

La professoressa Bondaggi si alzò, in un gemito di cuoio contro cuoio. Socchiuse gli occhi, e la sua voce divenne un sibilo.

«E tu, vuoi avere ciò che meriti?»

I tacchi a spillo sprizzarono scintille contro il pavimento di pietra quando Brigitta scattò. Prima che Malicius avesse il tempo di ribattere, la donna gli fu addosso.

Ventiquattrore e coltello caddero sul pavimento, seguiti dai due professori, le bocche incollate in un lungo bacio.

Brigitta si staccò per prima; i suoi capelli lisci e neri ricaddero sul viso dell’uomo.

«Sei stato molto, molto buono quest’anno.» disse «Sei pronto a ricevere il tuo regalo?»

«Non saprei. Di che si tratta?»

«Oh, è qualcosa di completamente nuovo.»

Brigitta mosse i fianchi con un fremito provocante. Malicius sorrise con aria complice.

«Fatico a crederlo, mia cara.»

«Vedrai. È qualcosa di… proibito.»

Con una fluida carezza, la donna gli infilò una mascherina nera. Malicius, abbandonandosi alla temporanea cecità, sentì Brigitta che si alzava e si fece guidare sul divano.

«Hai pensato a tutto.» disse.

La risposta gli giunse sussurrata ad un orecchio, accompagnata dal profumo di lei. «Oh, non sai quanto.»

Malicius si sorprese ad essere impaziente. “Qualcosa di proibito”, aveva detto lei. Eppure era sicuro di aver esplorato con lei ogni angolo dell’erotismo, ogni risvolto della perversione.

Un ronzio di chiusure lampo gli disse che Brigitta si stava spogliando.

«Aspetta qui.» gli disse, e i suoi passi si allontanarono. A giudicare dal rumore si era tolta anche gli stivali, cosa insolita. Malicius sentì i fornelli del cucinino che venivano accesi, poi l’acqua che scorreva dal rubinetto in bagno, il tutto inframezzato da fruscii che non riusciva a riconoscere. Si fece cullare da quei rumori, dal crepitio del fuoco e dal soffio della bufera lì fuori. Era stata una giornata faticosa.

Trasalì quando sentì la mano di Brigitta che si posava sulla sua spalla. Non l’aveva sentita ritornare.

«In piedi.»

Malicius obbedì. Gli venne sfilata la giacca, poi la cravatta. Le dita di Brigitta aprirono la camicia bottone dopo bottone, senza fretta, e infine tolsero anche quella. Poi fu la volta delle scarpe, dei calzini, della cintura e dei pantaloni.

Rimasto in mutande, alzò le braccia, guidato dal tocco leggero della professoressa. Qualcosa di morbido gli scivolò addosso: Brigitta gli stava infilando una maglia, facendo attenzione a non rimuovere la mascherina. Gli fece quindi alzare i piedi, uno dopo l’altro, e gli tirò su dei pantaloni che, Malicius poteva sentirlo, non erano gli stessi che gli aveva appena tolto.

Si doveva trattare di un nuovo gioco di ruolo, qualcosa che prevedeva un travestimento. Malicius si chiese che parte avrebbe dovuto interpretare, questa volta. Conservava ancora i lividi dalla settimana prima, quando aveva impersonato il drago contro una Brigitta vestita da San Giorgio, armatura compresa.

Le casse dello stereo presero a diffondere una musica sommessa. Malicius tese l’orecchio. Archi, campanellini, e una voce maschile con due o tre donne a fare il controcanto. La melodia era inconfondibile.

«Puoi guardare.» disse Brigitta, e Malicius si tolse la mascherina.

La prima cosa che vide fu l’albero. Festoni, palline e addobbi di mille altre forme ne appesantivano le fronde, tra le quali lampeggiava un firmamento di lucine multicolori. E sotto i rami più bassi, i regali. Tanti regali.

Malicius spalancò gli occhi: erano abbastanza da farli licenziare in tronco entrambi. Per non parlare dell’albero, della musica, delle decorazioni!

«Te l’avevo detto che sarebbe stato qualcosa di proibito.» disse Brigitta, uscendo dal cucinino con una tazza fumante in ciascuna mano.

Se non fosse stato per la voce, Malicius non l’avrebbe riconosciuta. Era struccata, i capelli erano raccolti in uno chignon spettinato dietro la nuca. Le forme provocanti erano sepolte dentro un informe pigiama di flanella rossa, decorato con una fantasia di pupazzi di neve e renne stilizzate. Malicius guardò in basso, scoprendo di averne addosso uno uguale.

«La tua cioccolata.» disse Brigitta, porgendogli una tazza, poi si sedette su divano e batté sul cuscino accanto a sé. Malicius le si sedette a fianco, e lei gli appoggiò la testa sulla spalla.

«Non è carino? Te l’avevo detto, che avremo fatto qualcosa di proibito.»

«Tu…» Malicius s’interruppe e scosse la testa, sorridendo. Quella donna lo spiazzava sempre.

«Cos’è, hai paura che ci colgano sul fatto?» lo sfidò Brigitta.

Lui posò la tazza sul tavolino lì accanto e distese un braccio per cingerle le spalle. L’attirò a sé, e la baciò teneramente. Era il momento di stare al gioco.

«È solo che…»

«Che?» chiese lei, maliziosa.

«Questa serata è incredibilmente importante.» ammise Malicius, la voce carica di sentimento «Tu sei incredibilmente importante. Quello che provo per te non l’ho mai provato con nessun’altra donna.»

Brigitta ridacchiò, e un po’ di cioccolata le finì di traverso. Si raddrizzò tossicchiando, e mise giù la tazza. «Ed evita di fare il Christian Grey.» disse «Dev’essere una serata romantica, non idiota. Coccole, non scemenze.»

Lui annuì, la baciò di nuovo e la strinse a sé, mentre Jingle Bells imperversava in sottofondo. “Coccole” pensò, e la parola gli diede un piacere perverso.

Fuori dalle ampie bifore la neve turbinava, sospinta dal vento instancabile. Malicius abbracciò Brigitta un po’ più forte e, vergognandosi un po’ – ma la vergogna faceva parte del gioco – si godette il brivido di essere buoni.

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World War Z

Di recente ho visto alcuni film con Brad Pitt. Di solito veniva lui a casa mia, ma dipendeva dalla serata.

La grande comicità è solo su Sudare Inchiostro!

Un mesetto fa mi sono sorbito L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, e ho constatato che a titolo troppo lungo talvolta corrisponde film troppo lungo. Ma mi sono fatto davvero del male solo due settimane dopo con Troy, pellicola del 2004 che per mancanza di tempo e interesse (o forse perché all’epoca avevo maggior buonsenso) non avevo ancora visto.

Troy non si avvicina ai picchi di americanità trash come quelli di Scontro tra titani1, ma va ad ingrossare il mucchio degli adattamenti cinematografici che si potevano elegantemente evitare.

Però Brad, interpretando Achille, può essere definito a buon diritto “Bello come un (semi)dio greco™”.

Errare humanum est, perseverare autem ollivudianum

Brad, oltre che molto bello, è anche recidivo. Ed è anche molto bello (cit.). Ma è anche recidivo, non dimentichiamolo: si è prestato infatti a un nuovo adattamento cinematografico, questa volta non di un poema omerico, ma del romanzo World War Z di Max Brooks.

Da ignorante quale sono non avevo mai sentito nominare il libro prima di vedere il trailer del film, e quindi non sapevo che questa specie di quarta di copertina cinematografica sarebbe stata fuorviante.

Prima di proseguire, gustatevi il trailer.

Eroismo, senso del dovere, americanità. Americanità fin dove lo sguardo può arrivare. Al minuto 1:10 c’è pure una app per iPad che fa il conteggio istantaneo delle vittime!

Fremevo al pensiero della scorpacciata di buoni sentimenti misti a raffiche di artiglieria, e la mia parte più masochista pregustava con cupa gioia la visione del film. Mi sono aggirato febbrilmente per il web alla ricerca di gustosi preview: esaltazione dell’Americard a parte, World War Z prometteva guerra, con l’esercito Merigano che scende in campo in grande stile per l’operazione Libertà Duratura II e sforacchia una marea di non-morti famelici e centometristi. Non più lo sparuto gruppetto di caratteri tipizzati2 tipico degli zombie movies, ma l’esercito più attrezzato del mondo contro un nemico inumano che rischia di spazzare via la nostra intera specie.

"We want dental care!"

Aspetta un attimo… l’esercito più attrezzato del mondo contro un nemico inumano che mette in pericolo tutta la nostra specie? A pensarci bene, è da due o tre guerre che gli Stati Uniti raccontano questa roba.
E mica dicevano fesserie, stavano solo preparando il mercato cinematografico per World War Z. In fondo le ultime guerre non sono che state un unico, grande preview di questo film. Pensateci un attimo: ingenti perdite tra i civili? Combattimento senza quartiere contro un nemico numeroso, disarmato e molto affamato? Il richiamo è inequivocabile.

Ad ogni buon conto, la presenza di Brad “pater-familias” Pitt era il condimento ideale per l’insalata di tamarraggine preannunciata dallo scontro epocale tra zombi e americani.

Sì, zombi contro americani. In pratica, una guerra civile.

Scusate, ora la smetto.

È sempre meglio il libro

Insomma, curiosando nella rete ho subito scoperto che il film era tratto dal libro omonimo, World War Z di Max Brooks, figlio di Mel Brooks nonché autore del Manuale per sopravvivere agli zombi (più conosciuto con il suo titolo originale, The Zombie Survival Guide).

L’edizione italiana di World War Z ha anche un sottotitolo: La guerra mondiale degli zombi. Attratto dall’irresistibile richiamo del trash, ho cominciato la lettura, realizzando subito che le mie aspettative erano state disattese. World War Z non è affatto trash, e anzi dà degli spunti originali ad un sottogenere che spesso arriva al grande pubblico nelle sue varianti più trite.

Per prima cosa, World War Z è la prima opera narrativa sui non-morti, tra quelle che ho letto o visto, in cui l’ambientazione e le vicende sono sviluppate su scala davvero ampia.

Mi direte che è pieno di film di zombi in cui il contagio arriva a colpire la maggior parte della popolazione terrestre. È vero, ma di solito la storia si svolge in uno scenario geograficamente ben localizzato, e alla situazione internazionale si accenna soltanto.

Invece Brooks segue il diffondersi del fenomeno in tutto il pianeta, dai primi casi attestati in Cina alle conseguenze nelle varie aree del mondo, esaminando la devastazione causata dalla pandemia e le successive reazioni degli stati. Per un’opera di costruzione della realtà così ampia, Brooks si è dovuto documentare molto:

Everything in World War Z (as in The Zombie Survival Guide) is based in reality… well, except the zombies. But seriously, everything else in the book is either taken from reality or 100% real. The technology, politics, economics, culture, military tactics… it was a LOT of homework.

Tutto in World War Z (come nel Manuale per sopravvivere agli zombi) è basato sulla realtà… beh, a parte gli zombi. Ma davvero, tutto il resto nel libro o è tratto dalla realtà o è vero al 100%. La tecnologia, la politica, l’economia, la cultura, le tattiche militari… ho fatto UN SACCO di compiti per casa.

Ma parliamo un po’ di te

Ma come si fa a rappresentare in un solo romanzo (di nemmeno trecentocinquanta pagine) una simile mole di eventi? Come si fa a definire bene un’ambientazione così diversificata?

Con un romanzo di stampo tradizionale sarebbe stato molto difficile, e infatti World War Z è un esempio molto particolare di zombie fiction: consiste in una serie di interviste più o meno lunghe, in cui gli intervistati sono generalmente lasciati liberi di raccontare le proprie esperienze, e diventano quindi narratori3. L’introduzione (fittizia) alla raccolta è scritta da un personaggio che ha l’incarico di raccogliere testimonianze su ciò che è accaduto nel mondo, e che non “vedremo” più, se non nelle rare domande poste agli intervistati e nei brevi interventi che contestualizzeranno le testimonianze.

Wikipedia definisce World War Z “romanzo epistolare”, denominazione che calza solo se non la prendiamo troppo rigidamente.

Brooks seleziona bene i personaggi a cui dà la parola, e riesce a mettere in scena un’ampia gamma di situazioni, coprendo l’intera vicenda in senso cronologico e geografico, ma non solo. Ricorrere alle testimonianze dirette di molti personaggi permette di esaminare realtà differenti anche dal punto di vista umano, e non solo sociopolitico. Di conseguenza i racconti dei vari narratori riescono a restituire al lettore un affresco complessivo di quanto succede sulla Terra durante la zombie apocalypse, senza che il risultato della raccolta sia una cronaca fredda e strettamente evenemenziale.

Ovviamente, trattandosi principalmente di resoconti di fatti vissuti in prima persona dagli intervistati, ci troviamo di fronte ad un ampio uso del raccontato, e non potrebbe essere altrimenti: chi mai, nel parlare di qualcosa che gli è accaduto, riesce a mostrare tutto?

Comunque la presenza dei narratori, alle volte più forte, altre volte meno marcata, non è un male, perché Brooks riesce a caratterizzare bene ciascuna “voce” (tematicamente, più che stilisticamente, ma l’effetto è buono).

Il ricorso diffuso al raccontato, reso necessario dalla forma testuale della testimonianza, non rende comunque la lettura noiosa. Il motivo? La gestione dell’informazione. Brooks non fornisce subito tutti gli elementi, ma conduce il lettore attraverso vicende personali e resoconti più tecnici in modo da fornirgli a poco a poco i vari pezzi del puzzle. Le interviste non sono direttamente collegate tra loro, ma con riferimenti sottili e chiari creano i nodi informativi centrali da cui partono i fili che compongono la trama intesa nel senso più ampio.

Apocalissi a confronto

A mio avviso, i non-morti non sono il tratto più interessante di World War Z, né di certo il più originale. L’aspetto meglio riuscito è la ricostruzione della realtà mondiale durante l’apocalisse zombi e la sorta di ucronia distopica che ne deriva.

In World War Z, la vera protagonista è l’ambientazione. Vi ricorda qualcosa? È già successo che per le pagine virtuali di questo blog passasse una recensione di un romanzo distopico in cui l’ambientazione era ben più importante dei personaggi. Bravi, si tratta de La fine del mondo storto, di Maurizio Corona.

Quel libro non mi era piaciuto molto, perché più che proporci un romanzo Corona ci fa la morale. Tanta voglia di salire in cattedra trova un preciso riscontro nell’assenza di personaggi: Corona vuole farci vedere che noi, in un mondo privo di petrolio, carbone ed energia elettrica, moriremmo come mosche, e ce lo dice senza troppi giri di parole. Ci dice quello che succederebbe, fa un elenco di conseguenze al blackout energetico che ipotizza, e ci fa sapere che siamo inadeguati ad una vita priva di comfort, ce lo spiattella lì, e lo ripete a dovere.

Per la cronaca, siamo inadeguati (individualmente, ma anche sociopoliticamente) anche quando si tratta di affrontare una zombie apocalypse. Max Brooks però non si limita a fare un resoconto del caos planetario, ma offre una serie di spaccati di varie situazioni personali e collettive, e le fa raccontare a chi le ha vissute in prima persona.

In narrativa i personaggi servono (non avrei mai pensato di dover dire una cosa del genere): anche se si tratta di narratori, come in World War Z, contribuiscono a far calare il lettore nelle situazioni di cui sono o sono stati protagonisti, a rendere più vero l’universo creato dall’autore.

Senza personaggi, la prospettiva da cui i fatti sono raccontati è troppo distante, troppo fredda, più adatta ad un manuale di storia che ad un romanzo.

Conclusioni

Mi sono divertito a leggere World War Z. È un interessante e riuscitissimo esperimento del tipo “e se…?”, e la forma di testimonianza che Brooks ha dato al libro non mi ha stancato quanto credevo.

E poi, lo ripeto, la catena di eventi ipotizzata da Brooks è davvero ben fatta. Tra piccoli – e inaspettati – conflitti nucleari, intere popolazioni che svaniscono nel nulla, città sotterranee e convegni delle Nazioni Unite in mezzo al Pacifico, vi sorprenderete nel vedere quali nazioni riescono a spuntarla e quali stati invece soccombono all’ondata di non-morti. E come se la caveranno gli eserciti contro un nemico che non prova dolore, e che continua ad avanzare anche quando viene fatto a pezzi da raffiche di mitragliatrice e bombe a mano?

Troverete molte situazioni curiose, ma proprio lì sta il bello del libro: tutto sarà ben motivato, e quindi credibile anche se inatteso.

Il film mi sembra banale, ma magari è solo colpa di un trailer pensato per portare al cinema il grande pubblico4. Il libro invece è originale, ed è una lettura piacevole anche se, come me, non siete grandi appassionati di zombie fiction.

Per chi scrive, World War Z è una lettura ricca di spunti. Ci troviamo di fronte ad un’operazione di world building estremamente accurata e credibile, tanto importante nell’economia della narrazione da essere praticamente il soggetto principale. Ci viene dato un ottimo esempio di come a volte l’autore si debba documentare estensivamente su argomenti diversissimi, e di come poi la mole di informazioni acquisite vada utilizzata. Non si percepisce la presenza dello scrittore ansioso di sfoggiare le proprie conoscenze: Brooks lascia che siano i personaggi, con le loro voci e attraverso le loro storie, a presentare l’universo narrativo nella sua complessità, con dettagli tecnici e spiegazioni (quando servono, e quando sono narrativamente opportuni).

Insomma, World War Z è un libro ricco di particolarità, ed ha il pregio aggiuntivo di indicare le destinazioni più sicure da raggiungere in caso di zombie apocalypse. Meglio di così si muore!

E poi si resuscita.
Ok, la smetto.

  1. Film in cui, mi preme ripeterlo, non c’è un titano neanche a pagarlo. []
  2. L’eroe, la bionda, la minoranza etnica dalla dipartita facile, il veterano survivalista, il piagnone, etc… []
  3. Il sottotitolo originale è An Oral History of the Zombie War. []
  4. Ma il fatto che nel film gli zombi siano in grado di correre e arrampicarsi (nel libro no) mi fa temere il peggio. []
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